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Aby Warburg

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Troppa poca malinconia / La solitudine non esiste

È successo che mi sono ritrovato all’improvviso in un cocktail party, in una casa sontuosa, con la servitù filippina (mi sono informato) che insisteva a darti da bere del vino stupendo dentro bicchieri bellissimi. Negli angoli, tutti gli angoli, per ogni tipologia di oggetto c’era un’intera collezione, affascinante. Dalle grandi finestre si vedeva persino una collezione di giardini, un parco suddiviso in tante parti ciascuna tipizzata con piante e arredi caratteristici. Alle pareti pezzi d’autore, di grandi autori. Un paio di opere già le conoscevo, dai libri. Qualche chiacchiera di nessuna consistenza con alcune delle tante persone, mi spostavo come stordito, l’arredamento era completato da un certo numero di volti piuttosto noti. Lo stordimento veniva soprattutto dallo sbigottimento per me stesso: che cosa diavolo ci facevo lì?    Me ne sono uscito – il vino era davvero buonissimo – ripetendo tra me che no, così non va, lì c’era troppo poca malinconia. C’è chi pare vivere in un continuum di serenità complessiva, in uno stato di appagamento globale. Persone che vivono come in un microclima ideale staccato dalla realtà che li circonda. Lì c’è il denaro che aiuta...

Simulazione liberata / Stan Laurel & Oliver Hardy: ridere è una cosa seria

Di lentezza si può far ridere e, facendo ridere, si possono generare conoscenze inedite? Decisamente sì, anche se l’affermazione categorica sfida il senso comune, che affida alla cosiddetta serietà la conoscenza, e associa la lentezza con la noia. Gabriele Gimmelli ce ne dà una prova col suo lavoro su uno dei capolavori del cinema, Big Business – Grandi Affari, con Stan Laurel (Stanlio) e Oliver Hardy (Ollio), del 1929.    Ascoltando Umberto Eco il comico e l’umoristico non solo sono cosa buona, ma anche strumento di conoscenza: “… e Venanzio disse che per quello che lui sapeva Aristotele aveva parlato del riso come cosa buona e strumento di verità…” (U. Eco, Il nome della rosa, Prima edizione riveduta e corretta, Bompiani, Milano 2012; p. 135). E uno che se ne intende come C. Simic, scrive: “Del resto, ci sono stati qua e là alcuni che, si sospetta, sono effettivamente morti dal ridere.” (C. Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, Milano 2012; p. 148).  Chi di noi non ha avuto la sensazione di morire dal ridere vedendo Stanlio e Ollio? La natura di quel divertimento è oggetto di fine attenzione nel lavoro di Gimmelli, con correlati continui alla storia e...