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animazione

(10 risultati)

Generazione Bim Bum Bam / I Puffi nella foresta segreta

Viaggio nella foresta segreta è il terzo film dedicato da Sony Picture Animation al rilancio della celebre serie di personaggi animati disegnati da Peyo. Si tratta di un ritorno, manco a dirlo, fortunato che ha ottenuto l’effetto di rimettere al centro dell’attenzione l’esperimento di pensiero della serie di fumetti e di cartoni, tanto amata dai bambini negli anni ‘80.  La ribalta dei simpatici incappucciati si inserisce, infatti, nel grande trend di riscritture e rilanci che sta rimettendo in circolo l’immaginario dorato della produzione per bambini e ragazzi della cosiddetta generazione Bim Bum Bam. Con un doppio target, quello dei genitori affezionati a storie e visioni di gioventù e quello dei loro figli, a cui essi stessi si rivolgono, nel desiderio di condividere le proprie passioni di ex bambini. A questo proposito, I Puffi si rivela perfetto, allargando il proprio potere di fascinazione anche più indietro, ovvero verso la generazione di nonni ex lettori del Corriere dei Piccoli che già negli anni ‘60 ne pubblicava le storie.    La serie arriva, così, al cinema, forte di una connivenza trasversale, fra le generazioni e, d’altra parte, non dimentichiamolo,...

Una città tra fantasia e multiculturalismo / Zootropolis

Judy è una coniglietta idealista e sognatrice. Vive in un piccolo borgo rurale, popolato da animali di specie diverse, la cui convivenza appare segnata da un forte affiliazione comunitaria: essere volpe o coniglio, nella limitata visione contadina, avrebbe determinato il senso della vita di chiunque nonostante e a prescindere da ogni aspirazione individuale. Zootropolis, la metropoli animale che dà il titolo al film, immaginata dal paesello in cui vive la piccola coniglietta, si staglia all’orizzonte come opportunità di emancipazione da tutto ciò, viene vagheggiata come città perfetta in cui tutto può accadere, luogo sospirato in cui potersi finalmente liberare dal fardello di ogni retaggio culturale e potersi sentire pienamente individui, poter “essere davvero ciò che si vuole”. È proprio questa volontà di emancipazione, allo stesso tempo, individuale (diventare poliziotta nonostante la sua statura da coniglia) e globale (rendere il mondo un posto migliore), che porta la piccola Judy a fare i bagagli in vista della sua nuova cittadinanza nella metropoli che farà da sfondo alle sue avventure. Andare al cinema coi bimbi e trovarsi di fronte un film come Zootropolis riempie il...

Inside Out. Del cinema cognitivista

I film per bambini sono il risultato di un’impresa immane: devono piacere al target elettivo, gli infanti, ma anche ai genitori che li accompagnano. Altrimenti gli adulti, spettatori coatti, direbbero “Possibile che io debba portare i miei figli a vedere simili baggianate?” e finirebbero col sabotare l’andata al cinema, malgrado pianti e strilli dei piccoli. Occorre quindi evitare anche agli adulti – ai quali capita anche, talvolta, di essere persone colte – una emozione che non è prevista nel film Inside Out: la noia. Un’emozione fondamentale per scrittori e filosofi – se ne occuparono Kierkegaard, Sartre, Moravia, Agamben – ma evidentemente non per l’Ekman-Pensiero. Si dà il caso che questo film della Pixar e di Disney – scritto e diretto da Pete Docter e Ronnie del Carmen – sia ispirato alle teorie del citatisssimo psicologo Paul Ekman, il quale ha “scoperto” che ciascuno di noi è retto da sei emozioni fondamentali: rabbia, paura, tristezza, disgusto, gioia e sorpresa. I registi hanno eliminato la sesta, ma saggiamente si sono parati i fianchi dalle ire femministe dando a...

Inside out o dell’elogio delle emozioni

«Va bene tutto, ma la tristezza, la prego, la tristezza nooo»: esclama quasi urlando Maria, la donna che ho di fronte, e mentre parla si prende la testa tra le mani. «Mio padre è in fin di vita, mi viene da piangere, ma temo di frammentarmi» – sussurra Elisa al telefono. «In ospedale, a un mio amico hanno dato pochi giorni di vita, l’importante è stare calmi, se ci emozioniamo non lo aiutiamo» – racconta Bruno.  «Non sento, non riesco a capire se sono innamorato» – si chiede Carlo. «Dopo anni è la prima volta che ho avuto un orgasmo, però mi è sembrato troppo violento e ho chiamato il medico» – dice Enrico. «È meglio non sentire, le emozioni sono una gran perdita di tempo» – afferma Daniela.     Nella stanza d’analisi, dove si corre il rischio di rendere visibile l’invisibile, si va a caccia di parole per riuscire a rappresentare quello che, dentro, si muove. Tristezza è spesso una parolaccia, ma anche le altre emozioni non se la passano meglio. L’imperativo categorico del nostro mondo,...

Inside Out. Emozioni-pulsanti

Appena uscito, mi sono precipitata a vedere Inside Out, da grande amante del cinema di animazione quale sono. E naturalmente non ne sono stata delusa, c’era tutto il corredo delle trovate che mi rendono questo genere congeniale e gradito: ecco il personaggio della Tristezza, per esempio, un vero crocicchio di motivi: il collo alto degli esistenzialisti francesi; la ciccia come in Bridget Jones e naturalmente “blue”, cioè del colore il cui nome in inglese indica anche uno stato d’animo depresso o addolorato. E poi l’amico immaginario, un insieme di animali diversi come l’ornitorinco studiato da Umberto Eco ma meno filosofico, essendo costituito da deliziosi sfilacci di zucchero filato rosa. Insomma mi sono goduta il film, contenta anche che si parlasse finalmente di emozioni, in un mondo formato Wikipedia dove tutto sembra ridursi a cognizioni o peggio, a intelligenze artificiali. Ma scesa dalla giostra mi sono interrogata sulla visione del mondo, dell’individuo e della società che questo film veicola.   Da almeno un paio di decenni si parla di fine delle ideologie ma niente e nessuno può sfuggire al fatto che...

Inside Out. Emozioni esistenziali

Riley è una bambina alle prese con uno sconquasso esistenziale. Cambiare casa e città contemporaneamente rappresenta un dramma che nessun bambino vivrebbe a cuor leggero. Ciò nonostante, Riley riesce a dissimulare il proprio disappunto. Le buone maniere della sua buona educazione di provincia le impediscono di rivelare, in primis a se stessa, la sua avversione a un cambiamento che si preannuncia, comunque, colossale.     Il cervello, però, non tradisce. Che si tratti di un vero e proprio trauma, lo capiamo, infatti, grazie alla trovata principale del film che racconta le sue vicende, drammatizzando ciò che avviene nella sua mente in reazione agli eventi della vita. Ad animare lo spazio della sua emotività, ritroviamo, così, 5 personaggi, ognuno dei quali impersonante una passione di base: gioia, tristezza, disgusto, paura, rabbia.   Sul fatto che l’idea di rappresentare il pensiero e il comportamento attraverso la metafora della mente sia un espediente narrativo già largamente utilizzato in ogni ambito della produzione culturale, dalla filosofia alla psicologia, dalla pubblicità al cinema...

Inside Out: pianto, rimpianto, compianto

Il film di cui si parla nella rubrica Odeon di questa settimana ha già suscitato reazioni entusiaste, un grande interesse ma anche critiche e discussioni accese, in relazione ai temi trattati. Pertanto doppiozero ha pensato di fare seguire all’articolata recensione di Andrea Bellavita una serie di interventi di collaboratori.         Nel suo sorprendente e disturbante (e per questo necessario) L’infanzia non è un gioco. Paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi, Stefano Benzoni scrive: “Che cosa desideriamo noi dai bambini? Come desideriamo che siano? Li vogliamo docili e appagati, meglio se appagati di spettacoli che piacciono anche a noi. In questo senso, l’onnipresenza del fantastico negli intrattenimenti per bambini è forse uno dei fenomeni più evidenti del modo in cui i genitori oggi tendono a confondere l’educazione al gioco con il proprio intrattenimento, il bimbo buono sa starsene buono e godere degli spettacoli fantastici che piacciono anche a mamma e papà”. A supporto della sua tesi mette insieme, non senza una certa pindarica forzatura, le saghe di Harry Potter e de Il...

Minions. Felicemente irresponsabili

I Minions è un film cattivissimo ma la responsabilità di cotanta cattiveria non è, una volta tanto, riconducibile al “buon” Gru, protagonista della serie Cattivissimo me, di cui il film rappresenta il prequel. Ci sono, infatti, ragioni ben più essenziali della strampalata quanto, in fin dei conti, innocua cattiveria da lui esibita che permetterebbero di giungere a simili conclusioni.     Le ragioni hanno, piuttosto, a che fare con l’infelice esordio del film: «i Minion sono esistiti fin dall'alba dei tempi e hanno un solo scopo: servire il padrone più cattivo al mondo». Non c’è dubbio che si tratti di un’accusa veramente sgradevole e infamante, che, nel film, viene, peraltro, proclamata pacatamente, come si trattasse di mera ovvietà, fatto scientifico tanto scontato quanto incontrovertibile. A rafforzare questo effetto, non a caso, nella versione italiana, ritroviamo Alberto Angela, che si esibisce nella qualità di voce narrante del film sfoderando il consueto tono finto-interessato da speaker dell’ennesima clip in cui il leone mangia la gazzella. Assistiamo...

Il tempo ritrovato di Masha e Orso

C’erano una volta – e ci sono tuttora – Masha e Orso. Il nuovo tormentone di Rai YoYo che allieta le giornate di grandi e piccini, si ispira a una favola, e non a una qualunque. Si tratta, infatti, di materiale tratto dal folklore russo, di una di quelle favole archiviate dal grande Afanas’ev dalla cui miniera il celebre Vladimir Propp pescò per rivoluzionare, con la sua Morfologia della fiaba, la cultura umanistica e le scienze sociali. Pedigree di un certo rilievo, dunque. Anche se, una volta evocato cotanto riferimento (che nei paesi slavi tutti ovviamente riconoscono), il format della nuova serie se ne allontana. Vedremo in che termini.   La storia della fiaba è nota. Ci sono dei nonni che lasciano allontanare la loro nipotina, non prima di averle esplicitamente raccomandato di non addentrarsi nel più classico dei boschi da fiaba. La bambina, altrettanto classicamente, non dà ascolto alle raccomandazioni e vi si perde. Questo spazio ostile e pericoloso rivela, però, un’oasi di salvezza che si concretizza in una rassicurante casetta presso cui cercare riparo. Si scopre, nondimeno, che la casa è abitata da un temibile orso che ne approfitta per schiavizzare la piccola...

Le poesie animate di Billy Collins

Una poesia disanimata sembra un ossimoro, una contraddizione intermini. Una poesia non può non avere un’anima; magari è nascosta, ma ce l’ha. Allora a volte succede che per farla venir fuori certe persone prendono la poesia e la spiegano, le tolgono le pieghe, l’appiattiscono. Insomma: la spianano passandole sopra il ferro da stiro della spiegazione. Così l’anima (che ha a che fare con il vento, con il greco ànemos) scappa via, e sull’asse da stiro o sul banco di scuola restano le parole inanimate, prive del soffio vitale che le riempiva, che dava loro spessore, che le rendeva casse di risonanza che suonavano in armonia, con i loro ritmi e i loro respiri. Dopo il trattamento, le parole giacciono inermi, sotto vuoto: brandelli di un corpo fatto a pezzi, sul tavolo dell’anatomista.   Contro gli squartatori di versi scrive alcune poesie Billy Collins, popolare come pochi altri negli Stati Uniti, nato nel 1941 a New York, poeta laureato del Congresso degli Stati Uniti nei primi anni 2000, ed ora anche in Italia. Ecco la sua “Introduzione alla poesia” (ripresa dalla prima raccolta di Collins uscita...