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appartenenza

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Expo: una serata anni Ottanta

Mentre in città ci si lamenta che ancora non sono arrivate le folle previste per EXPO, il sito è affollato dalle scolaresche e dalla più liquida categoria dei baby pensionati dell’Europa del welfare. Per me la prima occasione di visitare EXPO è un invito della Regione Basilicata, tramite Roberto Linzalone, il cantastorie di Matera, per parlare di Olivetti e il sud. È un pomeriggio che minaccia pioggia e in giro non c’è troppa gente. L’impatto col decumano, la lunga allée di oltre un chilometro, è di grande effetto, una promenade architecturale che non sempre tiene conto degli insegnamenti del movimento Moderno (e pensare che proprio qui Le Corbusier aveva progettato la grande fabbrica dell’elettronica Olivetti).   La prima cosa che mi colpisce è come i padiglioni abbiano tutti la stessa dignità: non si distingue tra Nutella e Turkmenistan, tra Coca Cola e Polonia. Mi abbandono a una fantasia in cui le milizie private di Samsung dichiarano guerra all’Uruguay che si allea con Ferrero e risponde annientando l’Irpinia. Si potrebbe ragionare a lungo sul senso di...

Parole Jelinek. Patria

Cara E., mi chiedi di scrivere qualcosa sul concetto di Patria e sulle possibilità di rappresentazione. Ti ho detto che non ero sicuro che sarei riuscito a produrre un testo davvero pubblicabile ma che ci avrei provato, ed eccomi qua... Lascerò da parte per il momento E.J. e cercherò di partire dal concetto in questione. Patria-Vaterland dunque.   Qualche mese fa è morto mio padre. Sono stato con lui fino a quando il suo corpo non era freddo (quel corpo a termine, di cui tutti siamo provvisti e nel quale si vede più che in ogni altra cosa il passare del tempo. Corpo scandaloso, non sempre bello, ma allo stesso tempo sede di tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per scoprire il mondo). Ora mio padre non c’è più, se non nella mia memoria o nelle cose in cui io e i miei fratelli gli assomigliamo. Non ho scelto io di nascere suo figlio, né lui ha voluto proprio me, nel senso di quel me che sono diventato (anche se poi è stato orgoglioso di me).   Konrad Waas (*1935 - †2014) con Tobia Waas (*2005)   Per gran parte della vita sono stato un perfetto sconosciuto per mio padre, e...

Il crowdfunding: alla ricerca di una definizione

Sul crowdfunding esiste ancora, nel nostro paese, molta confusione; c'è chi lo riduce a elemosina e chi non ci vede niente di più di una colletta tra amici, nonostante non manchino note esperienze di successo, com'è il caso di Io sto con la sposa. Appena pubblicato per Egea, Crowdfunding. La via collaborativa all'imprenditorialità, è un testo che intende offrire uno sguardo panoramico su questo tipo di esperienza, raccontando le storie di chi si è mosso per primo in Italia e all'estero e fornendo una serie di analisi e considerazioni utili. Ne pubblichiamo qui un brano tratto dal primo capitolo.   «Crowdfunding» è un termine entrato nel nostro lessico da pochi anni: difficile da pronunciare, impossibile da tradurre, si sta facendo strada nel vocabolario dei nuovi modi di lavorare e di fare impresa che vanno sotto il cappello di «sharing economy». Nel marzo 2013 l’Economist ha dedicato la copertina a questo fenomeno. Le forme tradizionali attraverso cui le persone entrano in possesso delle risorse che servono alla loro sussistenza sono tre: lo scambio di mercato, la...

Cloning Terror

Inaugurare con un riferimento a una guerra delle immagini, come fa il teorico dell’estetica W. J. T. Mitchell nel sottotitolo di Cloning Terror (La Casa Usher, 2012), è immediatamente innescare un’esplosione di molteplici tracce e sentieri che gravitano intorno ai concetti di patria, minaccia, nemico, sacrificio, vittoria, mettendoli in diretta relazione con la questione iconica e, proprio in virtù di tali concetti, col tema della diffusione delle immagini in particolare. Del resto, il fenomeno che da più di un decennio ha assunto la denominazione di Guerra al Terrore non smette di scuotere e stimolare scrittori e pensatori. Una tendenza, che sarebbe miope ignorare, prende in carico tale impegno dalla prospettiva della produzione immaginativa, certamente ma non esclusivamente in ragione della portata spettacolare della sorgente di quello stesso fenomeno, l’11 settembre.   Evento archetipico di un nuovo senso, lo è stato fin dallo stesso istante della sua realizzazione, vale a dire nella sua venuta alla luce, nella messa in scena istantaneamente visibile e vista da tutto il mondo. Mondo che, proprio in forza di quella...

I trent'anni di Qiqajon

La casa editrice della comunità monastica di Bose, Qiqajon, ha compiuto trent'anni: un traguardo di tutto rilievo per un editore che pubblica solo saggistica religiosa. Ideata e fondata da Enzo Bianchi, priore della comunità, insieme a Guido Dotti, che oggi ne è l'amministratore delegato, e a pochi altri confratelli, ora occupa a tempo pieno una decina di fratelli e sorelle. Pubblicazioni inizialmente molto sobrie – per non dire spartane – prodotte interamente all'interno del monastero, ma distribuite sin dal 1984 su tutto il territorio nazionale, espressione delle passioni e delle competenze di coloro che si raccoglievano nel monastero, studiosi esperti e appassionati, traduttori di lingue antiche e moderne, esegeti e teologi.   Per celebrare quest'anniversario, Qiqajon ha pubblicato, di recente, un Catalogo Storico 1983-2013 in cui, attraverso i titoli e le immagini di copertina dei molti libri pubblicati fin qui, se ne possono leggere in filigrana la storia e le finalità. Nella premessa Enzo Bianchi si chiede: "Trent'anni fa, dando vita a una casa editrice, mi sarei immaginato di dovere scrivere un giorno...

Il desiderio di Francesco Piccolo

Il titolo dell’ultimo libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, rivela non tanto un’ambizione politica più o meno discutibile, ma più precisamente un sentimento privato. Il racconto è infatti incentrato attorno al bisogno di un desiderio (come per altro nel romanzo che lo precede, La separazione del maschio) e non di una volontà, sentimento più fortemente politico. E non è un caso che l’educazione politica e sentimentale dell’autore spesso s’intrecci davanti a quel totem che è la televisione, tanto più in Italia. Piccolo, chiuso in casa, seduto in camera dei genitori o nel salotto, non partecipa, ma guarda e gli avvenimenti storici diventano eventi televisivi. Così è per gli eventi sportivi che formano in maniera traslata la sua identità politica e così è per i funerali di Berlinguer. Io ho visto e non Io c’ero, quasi un riassunto del sintomatico atteggiamento della sinistra italiana degli ultimi trent’anni, osservatrice incapace d’incidere nella realtà italiana e nel suo conseguente tracollo, se non forse nella...

Le mani di Zoff e il tricolore

C’è un’immagine che traduce in emblema la vittoria italiana ai Mondiali di Spagna, nel luglio del 1982, ed è quella che ritrae su un francobollo le mani del capitano della nazionale, il portiere Dino Zoff, mentre innalzano, tutta d’oro scintillante, la Coppa del Mondo. Il modello è la fotografia che all’indomani di quell’11 luglio apre fatalmente i quotidiani: la firma è di un pittore grande e discusso, senatore comunista nientemeno, Renato Guttuso, il quale si compiace di ignorare il tricolore e lascia viceversa trapelare solamente l’azzurro e il giallo oro. Eppure, per la prima volta, il tricolore sta occupando e persino travestendo le piazze italiane in delirio: la bandiera che pendeva afflosciata dagli uffici pubblici, appannaggio semmai dei neofascisti e della cosiddetta maggioranza silenziosa (gli ultimi sbandieramenti erano stati nel ’54 per Trieste italiana) diviene di senso comune e si presenta addirittura in forma di tatuaggio, come per quei giovani tifosi, nello Stadio “Sarrià” di Barcellona, ripresi mentre esultano, dopo la tripletta di Paolo Rossi al Brasile, seminudi e...

Nome

  Lo stuoino sulla soglia di un appartamento milanese si chiama Home. L’uomo sul trattore che attraversa i colli dell’Istria porta una maglietta con la scritta Calvin Klein. Il termine inglese valorizza, immette il locale nel globale, ci rassicura che abitiamo tutti nel glocal. Nell’era delle moltitudini il nome fa la differenza, dice la provenienza, racconta dell’appartenenza, contiene le possibilità dell’apparenza. Fammi entrare / nella tua eterna danza /fammi entrare fammi entrare fammi entrare /non lasciarmi qui, dentro un nome /dentro un piccolo cognome dice un verso di Mariangela Gualtieri.   Giorgia e Graziella sono due in una, la prima è la donna emancipata che lavora solo, saltabecca da Londra a Shanghai, l’altra è la figlia che non può confessare indoor la vita di fuori. Cambiare l’indirizzo email, firmare con il doppio nome è un coming out che promette integrazione. Il nickname permette il gioco delle proprie identità, è un ideale biglietto da visita che si offre al pubblico virtuale. L’intimità, come nei film di Chéreau, è una...

Ritratto di Franco Arminio

È difficile fare un ritratto di Franco Arminio. Servirebbe che stesse fermo almeno un attimo, che si limitasse a fare una cosa, o due, non di più. Ma per fermarlo bisognerebbe legarlo. Anche a scattargli un’istantanea verrebbe solo una scia: di un atto o di un gesto, più che un’incerta silhouette della figura; la traccia di una sfaccettatura più che di una faccia. Ma proprio questo potrebbe essere un tratto che lo caratterizza. Invece della descrizione di come è, a definirlo meglio è allora l’insieme di ciò che fa, con i suoi effetti: cosa che negli ultimi decenni agli scrittori capita sempre meno, e con sempre minore incisività. Normale, con i mutamenti della società e delle forme di comunicazione, spiegano gli esegeti più autorevoli. Ciò non toglie che a molti, incluso il sottoscritto, questo non piaccia. Senza nostalgia; per l’oggi e per il domani. Armino, mi pare, è uno che la pensa così: e si comporta di conseguenza.   Comportarsi con coerenza, qui, significa agire nei campi di competenza in modo che l’effetto dell’azione non si fermi ad...

Genova / Paesi e città

Beati coloro che hanno un’identità. Che è come credere in Dio o giurare viscerale fedeltà al luogo in cui nascono, con forza ne avvertono il senso di appartenenza. Figli di una terra precisa, si sentono immigrati, emigranti, diversi, in un qualunque altro luogo che non sia quello di nascita identificandovi il punto del loro equilibrio psico-fisico. Perché il punto d’equilibrio, per loro, è riconoscersi in un dato punto geografico. Beato chi se ne va e poi torna, come insegnano le antiche narrazioni, secondo una circolarità di percorso, di disegno immaginario di una spirale. Certo che chi torna non si troverà mai allo stesso punto di partenza, lui e il luogo sono cambiati insieme. È l’andamento circolare del tempo, che vediamo inciso nei tronchi degli alberi.   Qualcuno ha definito il momento del ritorno come un “salto di ottava” (musicalmente parlando). E qualcuno, alludendo a questo salto, allude addirittura a un’altra dimensione, estrema – come quella traversata dal revenant che, se torna a raccontare, sa che mai potrà essere inteso. O finirà pazzo, come il...

Antica

Non è casuale se una riflessione non retorica su cosa sia ancor oggi “la patria” ci possa arrivare da un ebreo, da un ebreo italiano quale era Primo Levi. Almeno in parte ebreo per cultura, italiano per nascita da generazioni; uno di quei ragazzi e di quegli uomini – e come lui milioni di uomini – letteralmente travolti dalle conseguenze delle idee di nazione, patria, destino, razza, negli anni trenta ancora spettatori increduli di tutto ciò che sotto i loro occhi si stava adempiendo. Cosa è, sembra chiedersi Levi , che rende un luogo degno di essere vissuto fino alla fine? Cosa rende un luogo diverso da un punto su una cartina geografica, da un nome segnato da confini, semplicemente da una nazione? In un luogo ci si può vivere, lavorare, fare figli ma può essere ancora poco per riconoscerla come casa, come focolare comune di un’intera comunità, tanto meno patria… Manca una dimensione, che Levi non nomina ma che sembra aver ben guardato in quell’Europa ancora contadina, abbracciata saldamente alle tradizioni e alla terra più che ai moti vorticosi di una modernità ancora da venire...

Heimat

La patria di cui ci parla Primo Levi ha la coloritura della Heimat. Il luogo dove sono sepolti i propri padri, dove si è nati o cresciuti, dove si è costruita la propria vita, si è allestita la propria casa. Quel luogo è tanto più difficile da abbandonare, quanto più non si possiede altro se non tale Heimat, equivalente al significato etimologico di “terra-casa”. Spesso, per legittimare il diritto di sentirsi a casa, gli ebrei italiani (tedeschi, francesi, polacchi addirittura) avevano sposato l’altro significato della parola “patria”. Non erano sufficienti né la nascita né la cittadinanza, bisognava morire o essere disposti a morire per il Vaterland. Nella pagina di Levi, il richiamo alla Prima guerra mondiale è esplicito, la continuità del desiderio di far parte della patria che spinse tanti ebrei italiani a aderire al fascismo, forse adombrato tra le righe. Privati a tradimento del loro Vaterland, gli ebrei si aggrappano alla Heimat. Restare a casa diventa resistenza a un esproprio: nel paradosso provocatorio di Primo Levi, la forma estrema dell’essere disposti a...

Le patrie

Discrezione e sobrietà impongono a Levi la distanza da quel termine che nessun italiano userebbe mai nei dialoghi di tutti i giorni. La parola patria è eccessiva, intrisa di retorica, e, in particolare, è approssimativa. Villaggio, focolare, terra dei padri (e qui aiuta l’etimologia), nazione: molti sono i suoi sensi possibili, probabilmente troppi per l’esattezza leviana. E poi sul concetto che sottende sembra gravare un limite invalicabile, ovvero la sua volatilità. Basta andarsene dai luoghi natii, oppure è sufficiente essere appartenenti ad un popolo come quello americano o sovietico in pendolare movimento tra città diverse, e la patria non c’è più. Svanita, dissolta impalpabilmente nelle nebbioline della malinconia, come ribadisce il “patria... è dove si vive” di Pascoli. Eppure non è tutto. Levi sa di non aver esaurito lo scavo, sa che da qualche parte quella parola porta con sé anche altro, e non è un altro da poco, perché, a ben vedere, può essere una convincente spiegazione ad uno dei dilemmi della storia contemporanea. Si tratta della...

Due patrie

Una riflessione importante e sofferta quella di Primo Levi sulla patria e le sue insidie. L'Heimat, la cui memoria è diventata nel secolo breve del 900 un sinonimo di violenza e di morte, è ormai attraversata da una furia patriottica che non è né innocente da un punto di vista politico né casuale da un punto di vista storico. Nei campi di sterminio, la forza maieutica dell'Illuminismo si è scontrata con il disincanto, con i dubbi e la disperazione generati dalle sue promesse fallite. Una “nuova patria” etnica, razzista e assassina per la cui memoria si è pronti a morire e a uccidere, è all'orizzonte. Un nuovo straniero, “interno” come il suo altro storico, “l'ebreo”, affiora come un nuovo nemico ai confini della patria europea, si insinua nel “noi” sicuro e apparentemente indiviso, lo minaccia pericolosamente. In Europa, la questione del nemico da cui difendere la patria emerge così drammaticamente, un'altra volta, con una forza nuova. Contingente e simile al modo in cui guardava all'ebreo, ora guarda all'arabo. Una storia che si muove all...

La nostra patria

Abbiamo una patria biologica, il nostro corpo. E una patria giuridica, la nazione dove siamo nati o dove abbiamo cittadinanza. È capitato a tanti di perdere la patria biologica per rispondere ai bisogni della patria giuridica. Alla patria biologica e a quella giuridica in qualche modo non c’è rimedio. Ci siamo già dentro. E se possiamo cambiare nazione non possiamo traslocare in un altro corpo. Forse abbiamo bisogno di patrie intermedie, provvisorie. Abbiamo bisogno di luoghi e idee in cui raccoglierci in un sentimento patriottico, un sentimento di appartenenza. L’epoca dell’autismo corale in cui stiamo vivendo tende sempre più a schiacciarci dentro i confini della patria biologica e a renderci insensibili a tutto il resto. Una posizione del genere pone ogni individuo sostanzialmente in guerra con il resto del mondo. Ognuno è una patria, ognuno ha una lingua, un territorio da difendere. E viviamo in un mondo di inferriate, di cancelli, di confini. La colonna dorsale è un’asta e la testa di ognuno una logora bandiera.