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Canti

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14 giugno 1837 moriva a Napoli / La luna leopardiana

Molti anni fa aprivo il libro Il demone dell’analogia (Feltrinelli, 1986) con un saggio dal titolo La luna leopardiana. Cercavo di leggere le presenze lunari nei Canti, secondo il ritmo del loro meraviglioso accamparsi via via nei versi, in rapporto alla riflessione leopardiana sulla luce, sul notturno, sull’esplorazione interiore e sulla ricordanza. Lo scritto si chiudeva con alcune pagine intitolate “Pulchra ut luna”: postilla sugli attributi lunari, nelle quali ripercorrevo le fonti e le forme dell’analogia tra la luna e il femminile. Qui vorrei solo aggiungere un margine a quel lontano saggio. Un margine con due brevi passaggi: uno legato a un ricordo, l’altro relativo ad alcuni versi del Canto notturno. Sarà accaduto anche ad altri. Per me il legame con Leopardi, e la stessa scelta di passare molto tempo all’ombra dei suoi scritti, ha origine dall’apprendimento a memoria nella prima adolescenza del Canto notturno, e dalla sovrapposizione dei suoi versi alle contemplazioni della luna che sorgeva nella campagna o che tramontava nel mare. Osservare la luna che si levava sopra il manto di ulivi e via via prendeva campo nel cielo facendosi nitida o velandosi dietro nuvole...

Un verso, la poesia su doppiozero / Spesso il male di vivere ho incontrato

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso apre una delle più memorabili quartine di Montale, incastonata in mezzo alle splendide poesie di Ossi di seppia:   Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato.   Nel...