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Charlie Hebdo

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I soldati delle parole di Frank Westerman / Raccontare contro il terrore

Una «bomba sta alla democrazia come la parola sta alla dittatura»: l’una e l’altra provocano crepe, rendendo instabili le basi dei rispettivi ‘edifici’. Diversamente da una bomba, certo, la parola può provocare uno shock positivo, o almeno non cruento. Ma la parola serve davvero nei casi estremi, contro le armi spianate di un terrorista o di fronte alle minacce di un sequestratore? È questa la domanda che si pone, e a cui cerca di dare una risposta, il libro da cui è tratta la frase iniziale: I soldati delle parole (‘Een woord een woord’, 2016) di Frank Westerman, appena uscito da Iperborea nella traduzione dal nederlandese di Franco Paris. Westerman è nato a Emmen, nord dei Paesi Bassi, nel 1964; prima di stabilirsi ad Amsterdam e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, ha viaggiato in molte parti del mondo. Tra i primi paesi che ha visitato c’è il Perù, dove Westerman, studente ventenne di scienze agrarie, era andato per conoscere i sistemi d’irrigazione impiegati dalle antiche civiltà andine.    Frank Westerman. Viaggiare, capire; aver presente un problema e sapere com’è stato risolto, in un altro luogo e in un’altra epoca. Non si può mai sovrapporre perfettamente...

Ramadan Kareem / East London Mosque

Non è semplice capire cosa rende la East London Mosque tanto affascinante agli occhi di chi, camminando su Whitechapel Road verso Aldgate East o il Tower Bridge, le passa davanti: non è la consapevolezza che si tratti della moschea più grande del Regno Unito, né il fatto, come mi ha detto un amico italiano convertitosi all'Islam, che sia dai tempi della seconda intifada uno dei siti a più alto rischio di radicalizzazione nel paese, tra le pareti del quale si gioca un gioco misterioso di spie e agenti della CIA sotto copertura. Non sapevo nulla di tutto questo la prima volta che l'ho vista durante un viaggio a Londra da ragazzino, eppure ho ancora vivida l'impressione provata in quel momento: il senso di un luogo enigmatico e capace di incutere timore, enfatizzato dal contrasto vertiginoso delle architetture della City che si stagliano sullo sfondo degli uomini in jubbahi (la versione asiatica del thawb, il lungo abito bianco) e taqiyah (lo zucchetto).   Voyou Desoeuvre.    Negli anni 80 la East London Mosque è stata tra le prime moschee del Regno Unito ad ammettere l'adhan, la chiamata alla preghiera fatta da uno dei suoi minareti alti quasi trenta metri. Il...

Guantanamo e i nuovi Lager

Tra i commenti ai recenti attentati di Parigi alcune voci si sono soffermate sulle possibili conseguenze che una risposta securitaria potrebbe portare in termini legislativi nelle società europee. L'uso isterico dei pronomi personali dopo la strage nelle redazione di Charlie Hebdo è anche una spia linguistica della logica dell'identità che all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle del 2001 ha accompagnato le retoriche dello scontro di civiltà; retoriche che hanno giustificato gli interventi di polizia internazionale e le guerre chirurgiche. Intervistato da Repubblica il 15 gennaio Giorgio Agamben ha invitato «a mantenere la lucidità» e non commettere lo stesso errore l'«equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra [...] che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo». Il rischio – continua Agamben – è quello del lento scivolamento «in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno...