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Pagare il sapere

Finire contro un paywall, cioè contro un muro che può essere valicato soltanto dietro pagamento di un pedaggio, è un’esperienza che l’utente medio di internet conosce di certo molto bene. Può succedere quando si cerca un articolo di giornale, il video di un musicista favorito, un modello di lettera commerciale in inglese scritto meglio.   Al ricercatore scientifico di qualsiasi disciplina capita sempre, sistematicamente. In questo caso, però, l’accesso alle informazioni, ai dati, alle conoscenze e alla letteratura critica è una questione cruciale, da cui dipende la possibilità stessa di condurre la ricerca. Ma c’è un’altra differenza importante. Per attenersi alle soluzioni legali, l’abbonamento a un quotidiano on-line o a Netflix, oppure l’acquisto di un e-book di fiction, costano pochi euro, e il download di un pezzo su iTunes addirittura pochi centesimi. Per un ricercatore indipendente o per un ricercatore a tempo determinato il cui tempo è scaduto e che si ritrova senza affiliazione a un istituto accademico o di ricerca, invece, il costo dell’accesso a un...

Carlo Ratti. Architettura Open Source

L'ingegnere e architetto italiano Carlo Ratti (1971), formatosi presso il MIT di Boston US dove oggi insegna e è direttore del MIT Senseable City Lab (2004), propone un testo dedicato al concetto di open source applicato alla disciplina architettonica, Architettura Open Source (Einaudi, 2014).   A seguito dell'occasione offerta dalla rivista di architettura Domus di scrivere un editoriale sull'open source in architettura – rivista guidata nel 2011 da Joseph Grima – l'autore riprende i temi e la forma di quella prima stesura per ampliarli e affidarli a un medium più tradizionale e duraturo. Per la scrittura Ratti abbraccia la tecnica "aperta" di invitare alcuni critici a contribuire liberamente ai contenuti del testo, via posta tradizionale, Google Documents, email o videoconferenza. Figurano pertanto tra i co-autori o co-curatori anche Matthew Claudel, Ethel Baraona Pohl, Assaf Biderman, Michele Bonino, Ricky Burdett, Pierre-Alain Croset, Keller Easterling, Giuliano da Empoli, Joseph Grima, John Habraken, Alex Haw, Hans Ulrich Obrist, Alastair Parvin, Antoine Picon, Tamar Shafrir. Il libro presenta una critica molto...

Conversazione con Philippe Aigrain

Questa estate ho letto Illusioni Perdute di Balzac, un grande classico che ritrae con precisione millimetrica la vita precaria e bohémien della “classe creativa” parigina degli anni trenta dell’Ottocento (scrittori, giornalisti, poeti, pittori, tipografi, critici teatrali, attori, editori). Sembrava di leggere le cronache dei lavoratori della conoscenza di oggi: squattrinati, costretti ad uscire tutte le sere per incontrare persone (faccio cose, vedo gente) che potrebbero darti un lavoro, un mese pieni di soldi il mese dopo al verde. Se è vero però che il lavoro nelle industrie creative è sempre stato difficile per sua natura, l’aumento della produzione di contenuti e la frammentazione del pubblico hanno messo in crisi il modello di sopravvivenza delle economie culturali e creative.   Chi dà la colpa alla pirateria, chi alle reti p2p, chi alle vecchie industrie culturali incapaci di adattarsi, chi ad Amazon che rovina l’editoria e Google che rovina il giornalismo, ma nessuno ha soluzioni concrete, se non tassare (giustamente) di più i futuri media mogul. È un film già visto in passato:...

Gli agnostici dell’utopia digitale

Gli hacker stanno ridisegnando il volto delle società liberali contemporanee. Non solo perché sono protagonisti dell’evoluzione delle tecnologie digitali e della rete, che hanno un ruolo cruciale nell’economia e nelle vite di miliardi di individui. Ma anche perché le azioni degli hacker sono in grado di portare una critica fondamentale all’interno della struttura politica delle nostre società basate sulla conoscenza e sull’informazione: una critica che, seppur basata su di un pilastro del pensiero liberale, come la libertà di parola, è diretta ad altri fondamenti di questo stesso pensiero, come il diritto di proprietà intellettuale.   Lo scontro tra questi due diritti è visibile in decine di avvenimenti della storia più recente, ed è uno dei sintomi più evidenti delle contraddizioni insite in un modello di società in cui il diritto relativo alla proprietà privata si è espanso a tal punto da condizionare le nostre possibilità di leggere, scambiarci una canzone o produrre e condividere cultura. È quello che sostiene Gabriella Coleman,...