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desiderio

(30 risultati)

Identità, sessualità, spiritualità / Erotico vs. sessuale. Una conversazione

Questa conversazione è un estratto dal nuovo numero della rivista aut aut Prove di spiritualità politica.   L'idea di questo fascicolo nasce dal desiderio di condividere una riflessione sul rapporto tra “io” e “noi”: esiste un nesso tra la dimensione soggettiva e quella collettiva? Tra i processi di trasformazione personale e quelli in cui ci si raccoglie e si avanza insieme per provare a cambiare il mondo? Si tratta senz’altro – in ogni caso è l’ipotesi da cui siamo partiti – di uno dei problemi più acuti e sensibili del nostro tempo. Se provassimo per esempio a chiederci se, per fare filosofia e fare politica, sia davvero sufficiente “parlare” o “scrivere” di filosofia e di politica? È così che abbiamo deciso di provarci, cercando di condividere il più possibile questo esercizio attraverso le pagine di “aut aut”. Le prove cui si fa riferimento nel titolo del fascicolo hanno il sapore impreciso, balbettante, precario degli esercizi che precedono l’andata in scena; ma sono anche l’esperienza stessa del provarci, di averci provato o di stare magari ancora lì a provarci. Pur rivisitando alcuni “luoghi” della ricerca foucaultiana, nel fascicolo la presenza di Foucault è una...

Dentro di noi o nello spazio lassù? / Alieni

La sera del 19 settembre 1961 Betty e Barney Hill stanno procedendo sulla loro automobile in una strada del New Hampshire di ritorno dal Canada, quando sono intercettati da un oggetto volante. Barney scende dall’auto e con un binocolo vede un gruppo di piccoli umanoidi in uniforme nera che li guardano dai finestrini dell’astronave. Risale in auto, ma ben presto cade addormentato insieme alla moglie. Rientrano entrambi a casa verso le 5 e mezza del mattino. Nei giorni successivi ricostruiscono di essere stati prelevati da un’astronave e sottoposti a esami medici dagli alieni. Grazie a un trattamento ipnotico rivelano allo psichiatra che li cura di essere in contatto telepatico coi rapitori; ne tracciano anche la mappa stellare: il sistema binario di Zeta Reticuli. Da questa vicenda John G. Fuller ha tratto un libro, Prigionieri di un UFO, uno dei primi libri che ha portato all’attenzione del mondo il fenomeno dei rapimenti alieni.       Negli anni tra il 1950 e il 1960, come notò Giorgio Manganelli ci fu l’attesa dello sbarco dei marziani sul Pianeta Terra. Correvano notizie di astronavi precipitate in Messico, ma vi furono avvistamenti di oggetti luminosi...

16 gennaio 1933. Ottant'anni / Susan Sontag. Nel campo del desiderio

Oggi Susan Sontag avrebbe compiuto ottantaquattro anni. E invece se n’è andata dodici anni fa, dopo una lunga malattia, un cancro, di cui ha anche scritto (Malattia come metafora, Einaudi): un altro capitolo della sua lotta contro il mondo, e prima di tutto contro se stessa, un altro esempio della sua moralità. Per la scrittrice, saggista e regista americana la “moralità” è stata prima di tutto un comportamento; meglio: “una forma di azione, non un particolare repertorio di scelte”. Ma Susan Sontag è stata attenta al tema dell’estetica: la forma. Ne ha fatto il centro della sua indagine. E per lei etica ed estetica sono sempre state collegate. Nove anni fa, quando è uscito postumo uno dei suoi libri più belli, Nello stesso tempo (Mondadori), avevo scritto che v’era antagonismo tra la forma di coscienza rivolta all’azione, che è poi la moralità, e “quel nutrimento della coscienza che è l’esperienza estetica”. Credo che sia proprio così.   Perché questo conflitto? Perché Susan Sontag è stata non solo una scrittrice ma prima di tutto una intellettuale nell’epoca in cui veniva decretata la scomparsa di questa figura. Lo è stata come Pasolini. Lo stile, da lei perseguito con...

Festival del Cinema di Venezia / Opfergang di Veit Harlan

Non siamo sicuri che in molti al Festival se ne siano accorti, ma ieri a Venezia, in Sala Volpi, si è tenuto all’interno della sezione Venezia Classici, quello che è senza ombra di dubbio un piccolo evento cinematografico: la proiezione del restauro di Opfergang, un vecchio film che a molti probabilmente non dirà nulla; un melodramma tedesco del 1944 a firma di un regista ai più sconosciuto di nome Veit Harlan. Ma perché questo film – passato in una sezione così marginale del Festival com’è quella dei restauri – sarebbe così importante? Che cosa ha di speciale questo film che lo rende diverso dai molti restauri che vengono presentati tutti gli anni a Venezia?     L’ultima volta che un film di Veit Harlan venne proiettato a Venezia era il 1942. Crediamo che non ci sia bisogno di ricordare in che stato si trovasse l’Europa in quell’anno: con i paesi dell’Asse a un passo dal vincere la guerra e i regimi nazi-fascisti nel loro periodo più florido e terribile. Nonostante l’allargamento del conflitto a pressoché tutti i paesi europei, il Festival di Venezia in quegli anni continuava comunque a essere organizzato. Allora si teneva in laguna lontano dal Lido, e le ingerenze...

Intervista a Alex Pagliardini / Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale

Di che si occupa la psicoanalisi? In particolare quella lacaniana? Si occupa del reale, è la risposta netta dello psicoanalista Alex Pagliardini, nel libro che ha da poco pubblicato con le edizioni Galaad (16 €): Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale. È una risposta non scontata, al contrario, perché il senso comune pensa che la psicoanalisi abbia a che fare soprattutto con parole e interpretazioni, con spiegazioni, con il senso “nascosto”; in sostanza con il linguaggio. No, la psicoanalisi si occupa invece del corpo. Ma di un corpo particolare, il corpo pulsionale. Lacan ci ha fatto comprendere che si diventa umani quando nel corpo di un piccolo mammifero entra il Simbolico. Fra simbolico e corpo comincia così una lotta all’ultimo sangue che non è sanabile, perché Homo sapiens coincide con questa lotta. Il reale del corpo, allora, è una condizione da conquistare, proprio perché il corpo umano, in quanto corpo simbolico/pulsionale, non è mai soltanto o esclusivamente corpo. Pagliardini segue questo movimento – dal simbolico verso il reale del corpo - attraverso dieci ricchi capitoli, che esplorano in dettaglio (talvolta anche nel dettaglio dell’analisi dell’autore) le...

Una riflessione psicologica / Il narcisismo estremo e il terrorista

L’irruzione improvvisa di una potenza ignota o la lenta e distillata penetrazione attraverso l’indottrinamento e l’addestramento: entrambe le vie mostrano di essere in grado di generare il desiderio di gloria che coinvolge e travolge le personalità dei terroristi suicidi.   I Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’attentatore di Nizza nel giorno anniversario della rivoluzione francese, il 14 luglio 2016, ha ricevuto una radicalizzazione rapida della sua scelta. Atta, il capo terrorista dell’attentato alle Torri gemelle aveva avuto una lunga preparazione. Percorsi diversi per esiti simili. La guerra cambia quando chi uccide non lo fa più per salvare se stesso. Tanto che se il terrorista suicida non muore si tende a considerare fallita l’operazione, come hanno già sostenuto Diego Gambetta e con lui Marco Belpoliti occupandosi del tema su doppiozero. L’azione terroristica suicida diventa allora una finalità trascendente basata sulla distruttività come fine ultimo. Uno dei suoi caratteri peculiari è la purezza che deriva dal compimento del sacrificio di se stessi. Dal mito dell’angelo vendicatore al narcisismo, le leve psichiche interiori, sollecitate dall’educazione, fanno parte della...

La legge del desiderio maschile / Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Nel 1984 Bruce Springsteen – in quegli anni una vera e propria icona della mascolinità americana – include in quello che diventerà il suo album di più grande successo commerciale, Born in the U.S.A., una canzone che può essere considerata un paradigma per le descrizioni di amicizie maschili. Il pezzo, che si intitola Bobby Jean, è una specie di lettera d’amore indirizzata al suo chitarrista di allora, Stevie Van Zandt, che poco prima dell’uscita dell’album lasciò la band per intraprendere una propria carriera solista. La lingua inglese, rispetto all’italiano, presenta però una differenza decisiva: quando indirizza un discorso alla seconda persona singolare – dato che gli aggettivi non vengono modificati a seconda del genere – è pressoché impossibile stabilire se l’interlocutore sia un uomo o una donna. Springsteen, non sappiamo se consapevolmente o inconsciamente, non solo dà al destinatario della canzone un nome che potrebbe essere indifferentemente sia maschile sia femminile – Bobby Jean appunto – ma non dà nessun elemento descrittivo che possa chiarire quest’ambiguità. Sarà soltanto grazie a degli elementi extratestuali – interviste o dichiarazioni dello stesso Springsteen –...

Abbiamo soltanto la vita / Quando ho visto Nel corso del tempo

    Ricordo solo vagamente dove ho visto per la prima volta Nel corso del tempo. Ma ricordo bene che ero andato al cinema con una donna separata dal marito proprio in quei giorni, molto nervosa, che trovava tutto insopportabile. Ho capito subito che non era il film  per lei. Infatti quando siamo arrivati alla scena dove Rüdiger Vogler va sulla sponda d’un fiume a defecare all’aperto, e si vede la merda uscire dal suo culo, lei si è alzata dicendo: “Io ne ho già abbastanza della vita", poi ha infilato la porta e ho dovuto inseguirla. Voleva dire, credo, che ne aveva abbastanza della vita nei suoi aspetti meno edificanti, come quelli che stava affrontando col marito. La sua frase mi è rimasta in mente perché nel film di Wenders trova una risposta, quasi come una morale: “Abbiamo soltanto la vita”.   La seconda volta che ho visto Nel corso del tempo ero da solo, e il film mi ha assorbito in una lunga rimuginazione. Mi ero fissato sulla scena con Rüdiger Vogler e Lisa Kreuzer nel cinema di provincia, a tarda notte. Lei racconta che in quel cinema un uomo e una donna facendo l’amore erano rimasti incastrati: la donna aveva avuto uno spasmo vaginale e avevano dovuto...

Star Wars. Il ritorno della disciplina

«Prima di Star Wars usavo la forza per servire birre» avrebbe dichiarato Daisy Ridley, protagonista dell’episodio settimo di Star Wars. Affermazione non sorprendente, anche ammettendo non sia del titolista che il 21 dicembre la riportava per un’intervista su Repubblica.it. Piuttosto in sintonia col cliché della gavetta, dei bassifondi che aiutano a guardare in alto, delle stalle che diventano stelle (siamo pur sempre in un clima natalizio), dell’ostinazione che alla fine la vince, alla quale gli attori di Hollywood, al pari di molti altri attori del farsi da sé, ci hanno da tempo abituati. Retorica universale che da decenni predica la mobilità verticale del lavoro, la rottura delle rigidità sociali, i repentini e sempre possibili salti di classe in virtù della trilogia: opportunità, libertà, auto-impresa.   Ma usare la forza per servire, birre o qualunque altra cosa, non è forse ciò che smentiva proprio l’episodio quarto, il primo della saga? L’uscita in sala è del ’77 e del clima di un anno speciale il film è intriso: a Bologna indiani metropolitani...

Intervista. L’unica anormalità che la società tollera è la donna

È stato detto che molte volte che lei ha tre ‘idoli’: Cristo, Marx e Freud… Che cosa ci risponde?     Che sono soltanto formule. La realtà è il mio unico idolo. Se ho scelto di fare il cinema, oltre che scrivere libri, è stato perché, invece di esprimere questa realtà con dei simboli come sono le parole, ho preferito servirmi di un altro mezzo, che è il cinema, per poter esprimere la realtà con la realtà.     Potrebbe esprimere con le parole, così come lei la percepisce soggettivamente, la realtà dei giovani d’oggi, che, a quanto sembra, l’appassiona?   La gioventù, se non altro una certa gioventù che rappresenta la maggioranza, la massa uniforme della società attuale, ha perso del tutto il desiderio di cultura. È ignorante e non vuole ammetterlo. E il pericolo sta nel fatto che essa trasforma la propria ignoranza in una ideologia, una barricata dietro la quale si nasconde scandendo i suoi slogan. Soltanto una minima percentuale di studenti ha letto Proust, Sartre o Marcuse. La cultura è arrivata al punto...

Jonathan Glazer. Under the skin

“Mi trovi carina?”, chiede retoricamente Scarlett Johansson ai ragazzi che carica sul suo furgoncino, per le strade fredde e umide della Scozia. Una domanda inutile, un artificio seduttivo ingenuo che rivela la facilità con cui riesce ad attirare gli uomini e a portarli con sé, grazie alle sue sembianze. Il corpo di questa ragazza senza nome, interpretata dalla diva americana, è infatti la maschera assunta da una creatura misteriosa che si rivelerà, sotto la pelle, soltanto alla fine. Il regista Jonathan Glazer procede per continue ellissi e reticenze, mostrandoci soltanto la misteriosa apparizione di questo corpo in un ambiente bianco e senza dimensioni, dove per la prima volta si veste da donna, per poi affrontare le strade di Glasgow e dintorni, allo scopo di catturare uomini.     Ciò che sappiamo è soltanto ciò che vediamo: il peregrinare rituale con il furgoncino, l'accostamento a ragazzi solitari che camminano per strada, la seduzione immediata e l'arrivo “a casa”. La scena che segue, nell'ambiente intimo in cui lei invita le sue conquiste, è in uno spazio nero...

PolitiCamp. Manca

Questo testo è stato letto da Stefano Bartezzaghi a Livorno, la mattina del 13 luglio 2014, nel corso del PolitiCamp "È possibile" convocato da Giuseppe Civati.     Introduzione   Vi dico il titolo del mio intervento, che è il mio primo, e plausibilmente ultimo, intervento in una manifestazione politica: «Manca». Non nel senso che il titolo non c'è, ma nel senso che il titolo è proprio quello: «Manca». Quando diciamo «a destra e a manca», manca significa «sinistra», da cui l'aggettivo «mancino». Deriva dal latino «mancus», una strana parola formata dalla radice di «manus», mano, e dal suffisso «-cus» che in latino denotava difetti fisici. La sinistra è la mano che, «normalmente», è la più debole.   Fuori dalla politica essere destri è una buona cosa, essere sinistri no; come aggettivo «sinistro» è un sinonimo di torvo, bieco, pauroso; come sostantivo è sinonimo di incidente, disgrazia. Sono doppi sensi, di quelli che servono solo in...

Jerôme è Jerôme

«Perché, ad esempio, di Jerôme lei dice di adorare le mani, cioè l’idea di poterne essere presa con la forza, esattamente come era stato per le mani del meccanico che le aveva tolto la verginità» «Gilda, il meccanico è Jerôme» «Come come? A Seligman, il confidente che l’ha raccattata in strada dopo il pestaggio da cui tutto muove, lei a un certo punto dice: è il caso che ti introduca Jerôme, cui sarà dedicato un capitolo» «Ma Jerôme l’avevamo già visto: tant’è che al colloquio da segretaria lui allude a un proprio passato sfigato: non ti aspettavi che avrei fatto carriera, eh eh. Chi era, allora, secondo te, Jerôme?» «Mah, non saprei, uno degli uomini seriali cui si è accompagnata dopo aver perso la verginità?» .   No, sbagliato: la ricerca dell’attore su youtube svela l’identità dei due personaggi, coincidente in modo inequivocabile: Jerôme è Jerôme, cioè l’anonimo (non a lungo, ahimè) meccanico (peraltro incapace: è lei, Joe,...

Il desiderio di Francesco Piccolo

Il titolo dell’ultimo libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, rivela non tanto un’ambizione politica più o meno discutibile, ma più precisamente un sentimento privato. Il racconto è infatti incentrato attorno al bisogno di un desiderio (come per altro nel romanzo che lo precede, La separazione del maschio) e non di una volontà, sentimento più fortemente politico. E non è un caso che l’educazione politica e sentimentale dell’autore spesso s’intrecci davanti a quel totem che è la televisione, tanto più in Italia. Piccolo, chiuso in casa, seduto in camera dei genitori o nel salotto, non partecipa, ma guarda e gli avvenimenti storici diventano eventi televisivi. Così è per gli eventi sportivi che formano in maniera traslata la sua identità politica e così è per i funerali di Berlinguer. Io ho visto e non Io c’ero, quasi un riassunto del sintomatico atteggiamento della sinistra italiana degli ultimi trent’anni, osservatrice incapace d’incidere nella realtà italiana e nel suo conseguente tracollo, se non forse nella...

Andrea Canobbio. Tre anni luce

Si soffocava per la luce ardente, e i suoi occhi parevano raggi.    Anna Achmatova     Il ricordo e lo sguardo. Ecco i due movimenti – dell’anima e dell’occhio – secondo cui procede il racconto di una storia d’amore inseguita a diverse velocità; l’incontro improvviso, la lunga frequentazione quotidiana, omeopatica e silenziosa, una conoscenza sempre più profonda che avanza con passo incerto, fino a precipitare. Il desiderio abbagliante che attraversa le pagine è di continuo rimandato, e, infine, compiutamente mancato.   Tre anni luce è una storia destinerrante che “può sempre – e dunque deve – non arrivare mai a destinazione”; e questa è la condizione perché, infine, qualcosa di inaspettato accada. È solo per pudore che non bisogna credere al destino, per quello stesso sentimento che comanda al soggetto di custodire il segreto, il proprio del suo parlare: “mai pronunciare parole smisurate, mai porsi domande smisurate (esiste l’eternità? esiste la felicità?). Mai rivelarsi”. Eppure, un...

Nella camera della tortura di Ruccello

Ferdinando di Annibale Ruccello sotto le vesti del dramma storico nasconde abissi di desiderio. In questo testo soffocante del 1986 qualcuno ha rintracciato atmosfere pinteriane o influenze pasoliniane (come in Teorema un intruso va a sconvolgere un tran tran familiare). Arturo Cirillo lo mette in scena portandolo dalle parti del ritualismo di Genet, facendone una recita al massacro con riferimenti alle Serve. Con questo spettacolo il regista-attore napoletano si avvicina per la terza volta, dopo la farsa L’ereditiera e dopo la surreale tragedia camp Cinque rose per Jennifer, all’autore di Castellammare di Stabia. Di lui gli interessa non solo la lingua napoletana, sia quella borghese ottocentesca, sia quella contemporanea degradata dei trans di Jennifer, sia quella arcaizzante di Ferdinando. Penetra, Cirillo, nel mondo en travesti di Ruccello, dove i ruoli sessuali, di genere, e quelli relazionali si danno come maschere per nascondere realtà indicibili, da rivelare col procedere implacabile del meccanismo drammatico.     Rispetto alle altre due messinscene (e a paragone dei suoi acuminati, acidi Molière) questo allestimento sembra...

Ferdinando

Arturo Cirillo continua a indagare autorevolmente le opere di Annibale Ruccello, scrittore di incredibile prolificità, scomparso giovanissimo nel 1986, all’età di trent’anni. Poco prima della morte repentina, aveva messo a punto, con la complicità di Isa Danieli, primadonna del teatro di Eduardo e di De Simone, da sempre attenta alla nuova drammaturgia, il suo esito maggiore: Ferdinando, che ora il regista e attore napoletano porta in tournée in un’applaudita produzione, che è passata la scorsa settimana al teatro Tieffe Menotti di Milano.   Siamo dalle parti di Teorema, a cui i rimandi sono molteplici, in una rovente cornice borbonica. La vicenda si svolge, infatti, nella stanza da letto della baronessa Lucanigro, che si è votata a una rancorosa dimora in letto, dopo la sconfitta di re Francesco. Insieme a lei sta Gesualda, una parente povera, costretta nelle vesti di cameriera, che è legata a lei da una morbosa relazione di schiavitù. Sullo sfondo Don Catello, forse figlio naturale di un nonno della protagonista, che lei sbeffeggia in ogni modo. Il prete ha la passione dei corpi, dello sporcare...

Luca Ricci. Mabel dice sì

Nel suo recente Some notes on the novella, Ian McEwan riflette sulle rispettive misure del romanzo e della novella prendendo decisamente le parti della seconda, da noi più nota come romanzo breve, o racconto lungo. Il difetto principale del romanzo, per dirla molto in breve, sarebbe quello di essere troppo inclusivo per essere davvero efficace e piantarsi come un punteruolo nell’immaginazione del lettore. Al contrario, nella novella, le frasi possono acquistare più “precisione e chiarezza, e realizzare i loro effetti con un’intensità fuori dal comune”, ed è presente un elemento di performance che ci rende “fortemente consapevoli del sipario e del palcoscenico, e dell’autore come illusionista”.   Quasi senza rendermene conto pensavo a McEwan leggendo Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi, pp. 137, € 12,50); pensavo al dono di precisione e di efficacia leggera, ma allo stesso tempo forte e stratificata che mi aveva colpito leggendo i racconti di L’amore e altre forme d’odio (Einaudi, 2006). Tra i narratori italiani, Ricci è quello che ha più talento per la novella,...

Oggetti d’infanzia | Fare cuscino

L’infanzia, si sa, è un tempo magico, e raccontare l’infanzia vuol dire anche raccontarne gli oggetti che più l’hanno abitata. Non solo i giocattoli, ma gli oggetti più comuni e quelli più speciali, e magari anche quelli strani di cui ci vergognavamo un po’: tutti sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato nell’età adulta, dimenticati in un angolo della memoria.   A quel tempo di meraviglia, di scoperte e paure che è l’infanzia si può a volte tornare grazie a un oggetto qualsiasi, che però, sta qui la magia, era il nostro, e ci spiega chi eravamo, cosa desideravamo e cosa detestavamo, anche. E che forse ci diceva, allora, cose che avremmo poi capito solo molto più tardi, quando di quell’oggetto era rimasto solo un ricordo sfocato.     Fare cuscino   Una platea che manifestava un interesse molto lusinghiero verso quanto avevo da dirle, l’altra notte, ha seguito le mie spiegazioni a proposito di un modo di dire molto diffuso e conosciuto da tutti. Ne avevo appena scoperto io stesso, e con sorpresa, la vera origine. Il modo...

Cosa è la pornografia?

Con quasi dieci anni di ritardo è stato tradotto in italiano, con titolo La fine del desiderio (Oscar Mondadori), il libro in cui Michela Marzano affronta il discorso pornografico, mostrando quale visione dell’essere umano sottenda e che rapporto abbia con il desiderio, la sessualità umana, il corpo e la contraddizione che questo esibisce (“io sono in questa mano e non ci sono”, come è la stessa Marzano a ricordare ne La filosofia del corpo citando Paul Valery, e dunque il nostro non essere riducibili al corpo e insieme l’impossibilità di liquidare il nostro rapporto con la corporeità nei termini di un mero “avere un corpo”). Se c’è una cosa che non manca ai testi della filosofa è la chiarezza e insieme la volontà di affrontare in concreto i problemi su cui si interroga, radicando nel vissuto e nel tessuto sociale le proprie riflessioni e attraversando la tradizione filosofica con uno sguardo capace di restituirle attualità. I suoi testi ci riguardano e offrono alcune chiavi di lettura, e strumenti, per orientare i nostri imbarazzi e le nostre contraddizioni; l’analisi comparata di film e romanzi aiuta infatti a dare corpo a delle categorie sfuggenti, in un campo dove le...

Davide Enia. Così in terra

Così in terra (Dalai, pp. 302, euro17,50) è il primo romanzo del drammaturgo e attore Davide Enia; un libro composto da un insieme di storie che si alternano come le scene di un’opera teatrale.   Molti dei personaggi fanno la loro comparsa su un palcoscenico che ha la forma di una moderna arena: il ring di un incontro di pugilato. Tutti devono superare la propria linea d’ombra, il punto di non ritorno, come nei racconti di Tim O’Brien: il nonno Rosario sopravvissuto alla prigionia in Africa, lo zio Umbertino, pugile sconfitto e seduttore, il padre Francesco, morto poco prima di combattere per il titolo nazionale e infine il giovanissimo Davidù, figlio, nipote e pugile, soprannominato il “Poeta”, a cui viene lasciata un’eredità ingombrante e un vuoto da colmare: il riscatto di tutte le sconfitte subite sul ring e l’iniziazione più ardua, quella di narrare la storia.   In lui confluiscono i racconti di un’epopea familiare che si avvicendano in un intreccio di tempi ed epoche diverse, dando l’impressione di un eterno presente, dove le bombe lanciate sulla Palermo della...

Voi siete qui

Tra le varie avventure che possono capitare a chi insegna in una scuola superiore c’è anche quella di occuparsi dell’Orientamento in uscita dei propri studenti: chi assume il ruolo di ‘funzione strumentale’ ha il compito di tenere i rapporti dell’istituto con l’università, il mondo del lavoro e il ‘territorio’ (qualunque cosa questo voglia dire) e di fornire un’interfaccia tra questi e gli studenti. Da quando ho accettato quel compito mi arrivano mail da enti formativi privati di ogni tipo che bramano di poter venire a presentare la loro offerta formativa nella scuole; corsi professionali, diplomi universitari, lauree on line, università di mezzo mondo; per quanto riguarda le Università pubbliche italiane constato che, fatto salvo gli uffici preposti all’Orientamento in ingresso, le singole facoltà (che presto spariranno) si trincerano dietro siti web e informazioni standard e parecchio insoddisfacenti. Tira aria di smobilitazione, insomma: i corsi di laurea a numero chiuso sono sempre più diffusi, fenomeno che si potrebbe correlare al calo alle iscrizioni e all’invito...

Chiara Valerio. Ricordi sbocciavan le more

Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.     Chiara Valerio è nata a Scauri nel 1978 e oggi vive e lavora a Roma. È redattore di Nuovi Argomenti. Il suo ultimo libro è Spiaggia libera tutti (Laterza, 2010). Per nottetempo, casa editrice nella quale lavora, ha scritto Nessuna scuola mi consola e La gioia piccola d’esser quasi salvi (2009). Ha pubblicato il romanzo Ognuno sta solo (2007), e i racconti di Fermati un minuto a salutare (2006) e di A complicare le cose (2003). Scrive per l’Unità, Vanity Fair e il Sole 24Ore, collabora con Radio3.     Ci sono cose che ho amato nonostante loro non avessero mai avuto nessuna intenzione di amarmi. E certe volte neppure potevano. L’amore presuppone un’intenzione, forse. Fotografie, gatti, donne, frutti, fiori, quadri, libri, discipline intere – dall’educazione fisica alla geometria algebrica. Per esempio. Al centro della...

Simone Lenzi. La generazione

Una donna vive di giorno, si alza con le prime luci, pensa, sogna e desidera al calore del sole; un uomo, il suo uomo, di giorno dorme disturbato dai rumori del ciclo vitale diurno, e di notte lavora, e mentre lavora pensa e legge e studia, nel tentativo disperato di spiegarsi perché la sua vita e quella di sua moglie sembrino escluse dai ritmi naturali dell’esistenza, sterili alla procreazione. S’immerge nella lettura di Comenio, di Aristotele, di Ippocrate, di scienziati dei secoli addietro, alla ricerca di una spiegazione razionale; pagine digitali scorrono sul monitor del computer, pagine scannerizzate, sterilizzate. La voce narrante è quella di un guardiano d’hotel la cui notte non è né nera né blu, ma grigia, di un “grigio mal di testa” che accompagna le ore lente di lavoro, immerso nei ronzii di computer, fax e macchine per il ghiaccio. È un buio in movimento, un buio grigio, in cui “il desiderio delle cose sensibili del mondo è infinito”. La generazione è il romanzo d’esordio del cantautore livornese Simone Lenzi (Dalai, pp. 155, € 15) da cui Paolo Virzì...