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ferita

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Davide Monteleone. Spasibo

Quanto costa abbattere il muro del silenzio? Moltissimo, ci ha insegnato la storia. Moltissimo, ci dimostra ancora una volta la terribile notizia di quanto successo il 24 maggio al fotoreporter italiano Andy Rocchelli, ucciso a colpi di mortaio in Ucraina. Eppure se non ci fossero persone come lui, le verità scomode resterebbero solamente un dolore represso a pesare sul cuore di chi le vive. Una ferita senza nome sulla pelle delle generazioni a venire.   È con questa consapevolezza che si dovrebbe visitare Spasibo, l’esposizione di fotografie di Davide Monteleone, vincitore della quarta edizione del Carmignac Gestion Photojournalism Award. Il progetto, che prevede diverse tappe, è in mostra a Milano dal 24 maggio (fino al 21 giugno), presso lo Studio Museo Francesco Messina. Spasibo significa “grazie” in lingua cecena. Dopo decenni di sanguinosi conflitti, la Cecenia sta vivendo oggi un momento di pace: ufficialmente Repubblica autonoma della Federazione Russa, è protagonista di anni di veloce ricostruzione. Lusso e monumentalità costituiscono la nuova immagine della capitale Grozny, costellata di palazzi scintillanti...

Andrea Canobbio. Tre anni luce

Si soffocava per la luce ardente, e i suoi occhi parevano raggi.    Anna Achmatova     Il ricordo e lo sguardo. Ecco i due movimenti – dell’anima e dell’occhio – secondo cui procede il racconto di una storia d’amore inseguita a diverse velocità; l’incontro improvviso, la lunga frequentazione quotidiana, omeopatica e silenziosa, una conoscenza sempre più profonda che avanza con passo incerto, fino a precipitare. Il desiderio abbagliante che attraversa le pagine è di continuo rimandato, e, infine, compiutamente mancato.   Tre anni luce è una storia destinerrante che “può sempre – e dunque deve – non arrivare mai a destinazione”; e questa è la condizione perché, infine, qualcosa di inaspettato accada. È solo per pudore che non bisogna credere al destino, per quello stesso sentimento che comanda al soggetto di custodire il segreto, il proprio del suo parlare: “mai pronunciare parole smisurate, mai porsi domande smisurate (esiste l’eternità? esiste la felicità?). Mai rivelarsi”. Eppure, un...

Michela Marzano. Cosa fare delle nostre ferite?

In Cosa fare delle nostre ferite? (Erickson, Milano, 2012 pp. 80, € 8) Michela Marzano prosegue nel suo originale percorso di ricerca, in particolare in quella svolta iniziata con il récit autobiografico Volevo essere una farfalla (Mondadori, 2011), di cui è da poco uscita la traduzione francese Légère comme un papillon (Grasset, 2012). Simultaneamente speculativo ed esistenziale, il movimento caratteristico di tale svolta è rappresentato da una complicazione nello sguardo della filosofa sul proprio corpo, sguardo che, a partire dall’esperienza della propria anoressia, punta dritto nel gorgo delle lacerazioni interiori.   La sofferenza è un’esperienza irriducibilmente singolare: un altro non può soffrire al mio posto. Ma qui le ferite diventano le nostre ferite: il passaggio dall’io al noi definisce lo spazio logico di questo libro. Si pone il concetto di vulnerabilità al centro della soggettività individuale e, al contempo, si postula la sua centralità anche nelle soggettività che mi circondano. Con questa mossa si prefigura se non un’etica sistematica, almeno l...

Gina Pane, mode d’emploi

Da una decina d’anni la figura e l’opera di Gina Pane (1939-90) sono al centro di un significativo lavoro critico ed espositivo, grazie anche agli sforzi dell’instancabile Anne Marchand, compagna di vita dell’artista. Nel 2003 escono i suoi scritti, Lettre à un(e) inconnu(e), per le edizioni dell’ENSBA; nel 2005 il Centre Pompidou organizza la personale Terre-Artiste-Ciel; nel 2008 è la volta di Situation idéale al Musée des Beaux-arts di Nantes. Mancava un segnale dall’Italia. Eccolo: la straordinaria retrospettiva al MART di Rovereto, È per amore vostro: l’altro (fino all’8 luglio), credo la più completa mai allestita, con oltre 160 opere, accompagnata da un catalogo-monografia di Sophie Duplaix. Tante le suggestioni suscitate dalla visione e dalla lettura, da cui ricavo qualche lemma, per quanto possibile in ordine cronologico.   SCULTURA. Per chi, in prima battuta, associa il lavoro di Gina Pane al corpo sanguinante, la prima sala è uno choc: sculture di elezione minimalista, disegni geometrici proiettati nello spazio. Eppure non è la geometria ad imporsi ma i...

Gibellina / Paesi e città

Sono di Gibellina, paese della valle del Belìce distrutto dal terremoto del 1968. Mio padre non c’era al momento del sisma, studiava all’Industriale di Mazara del Vallo, faceva con i suoi compagni di scuola le prime prove di ‘68, anche se un ‘68 casalingo, ingenuo e casinista. Mia madre era in casa con i suoi genitori, i miei nonni; hanno lasciato tutto, di corsa, e sono finiti in una scuola, senza più niente. Il giorno dopo gli hanno portato dei vestiti e del cibo. Era gennaio e c’era la neve, a mia madre è venuta la febbre, mio nonno l’ha portata dal medico. Cinquemila lire, ha chiesto il medico, senza curarsi del fatto che non li avevano quei soldi, erano terremotati. All’epoca i miei genitori erano fidanzati di nascosto, e di nascosto ho letto le lettere che si mandavano; lettere indirizzate a qualcun altro, per non farsi scoprire, dandosi appuntamento nei parchi, agli angoli delle strade. Vedersi dieci minuti ogni quindici giorni. Si sono sposati sei anni dopo; mia madre aveva un vestito da sposa in tessuto sintetico, quando le ho chiesto di farmelo vedere si è vergognata, non ha voluto, dice che vuole...

I deportati del verde

Per nulla pallidi, né pii gli ulivi del Salento. Tantomeno casti. Gli aggettivi dannunziani non s’addicono agli antichi grigi legni sul rosso della terra. Persino l’argento è meno spendibile per le coriacee lamelle foliari. E se proprio si vuole dire mistico, ascetico, l’itinerarium mentis si contempla qui al suo primo stadio: la prepotenza della carne, dei nervi e del sangue. Di chi, in là con gli anni, ancora ricaccia polloni, si rigenera in rami e foglie nuovi. Tra i coni tronchi delle pajare (i ricoveri in pietra a secco dei contadini), questi ulivi centenari sono corpi riarsi: ritorti, incisi, scolpiti. Come le tajate, le cave di tufo dove per generazioni gli zuccaturi si sono rotti la schiena. Gli uni e le altre monumenti muti, inascoltati testimoni di fatica e sudore.      Allora, le parole giuste sono di David Maria Turoldo: “albero essenziale, dall’ombra lieve/ come una carezza; e pure ossuto, e nodoso, e carico/ di ferite, uguale alla vita”. Perché, più di ogni altro albero, nelle rughe mai dissimulate della vecchiaia l’ulivo rappresenta la vita allo stremo, la vita...