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(103 risultati)

Manipolazione / Trailer e film: strategie di seduzione cinematografica

Michel Piccoli e Brigitte Bardot snocciolano gli ingredienti uno a uno: ci sono, in ordine di apparizione, la femme, l'homme, l'Italia (con una bella vista di Capri), amanti, pistole, starlette, baci e camere da letto. Il semplice evocare questi stereotipi, mettendoli in fila secondo un ordine preciso, nel caso del trailer del godardiano Le Mépris (1963), sorta di grado zero di ogni trailer degno di questo nome, basterà a rendere l'idea. Le situazioni e i personaggi elencati, infatti, vanno a costituire un filo rosso che funziona, a tutti gli effetti, come una promessa. E proprio ai tanti fili rossi chiamati in causa dai trailer cinematografici che, di volta in volta, su Internet o in televisione, al cinema come alla radio, si contendono la nostra attenzione è dedicato il nuovo Trailer e film. Strategie di seduzione cinematografica nel dialogo tra i due testi di Martina Federico, pubblicato per i tipi di Mimesis.    L'idea alla base del libro è molto semiotica: i trailer vengono dati per scontati, considerati alla stregua di testi promozionali da tenere ben distinti dalla "vera arte" rappresentata dal film e, pertanto, non meritevoli di attenzione critica. Portatore...

Sergei Eisenstein and the Anthropology of Rhythm

The exhibition Sergei Eisenstein: The Anthropology of Rhythm on September 19, 2017. Numerous documents from Eisenstein’s archives – The Russian State Archive of Literature and Arts (RGALI) and The National Film Foundation of Russian Federation (Gosfilmofond) – will be exhibited for the first time, including notebooks, drawings, film footage and photographs. Curated by art and film historians Marie Rebecchi and Elena Vogman, in collaboration with the artist and typographer Till Gathmann, the exhibition will continue through January 19, 2018.  Here below is an excerpt from the introduction of the book Sergei Eisenstein: The Anthropology of Rhythm, published by NERO, Roma.      Out of poverty, poetry; out of suffering, song.” This is how the anthropologist and writer Anita Brenner describes the unfolding of a corrido, a Mexican ballad. Literally “event of the time,” the corrido is an anonymous poetic genre that musically voices the lament of the day. Whether recounting a political or personal event, a catastrophe or a bad dream, corridos lend rhythm to the sorrows of life, equally “for the servants, who wail them...

Fino al 19 gennaio alla Fondazione Nomas di Roma / Sergej Ėjzenštejn e l’antropologia del ritmo

Il 19 settembre si è inaugurata presso la Fondazione Nomas di Roma la mostra Sergei Eisenstein: The Anthropology of Rhythm | Sergej Ėjzenštejn: l’antropologia del ritmo. Numerosi documenti provenienti dagli archivi di Ėjzenštejn – Archivio di Stato Russo di Letteratura e Arti (RGALI) e Fondazione Nazionale Cinematografica della Federazione Russa (Gosfilmofond) –, inclusi diari, disegni, film e fotografie, vi sono esposti per la prima volta. L’esposizione, curata dalle storiche dell’arte e del cinema Marie Rebecchi ed Elena Vogman, in collaborazione con l’artista e grafico Till Gathmann, sarà visitabile fino al 19 gennaio 2018.   Pubblichiamo di seguito la traduzione di un estratto dall’introduzione al volume Sergei Eisenstein and the Anthropology of Rhythm, pubblicato da NERO, Roma. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.     “Dalla povertà, la poesia; dalla sofferenza, la canzone”. Questo è il modo in cui l’antropologa e scrittrice Anita Brenner descrive le origini del corrido, la ballata messicana. Letteralmente “evento del tempo”, il corrido è un genere poetico anonimo che mette in musica la lamentazione del giorno....

“120 Battiti Al Minuto” di Robin Campillo / Non voglio smettere di pensare

Le nostre contraddizioni non ci appaiono mai tali. In seguito agli attacchi omofobi apparsi sui social network contro l’ultimo film di Robin Campillo, 120 Battiti Al Minuto, ho deciso di andare a una proiezione del film in un cinema del florido Nord-Est. So bene che i social rappresentano la negazione della complessità – e difatti non ne faccio parte – ma non mi sono ancora rassegnato al fatto che le persone e le loro opere siano riducibili a definizioni, offese, acronimi, spesso senza cognizione di causa.   Lo scorso 2 ottobre, a Roma, il regista Sebastiano Riso è stato aggredito e insultato sotto casa da due uomini in merito al suo ultimo film, Una famiglia, dove una coppia vende illegalmente i propri figli a coniugi benestanti, etero e omosessuali. “I froci non devono avere figli” gli hanno urlato mentre lo colpivano al volto, allo stomaco e al costato. Dieci giorni di prognosi. Se i due aggressori avessero visto il film, si sarebbero accorti che Una famiglia non racconta affatto il tentativo di una coppia omosessuale di avere un figlio, ma si focalizza sul tormento identitario di una donna, Maria (Micaela Ramazzotti), che non accetta più che il suo utero sia una fonte di...

Imm, settembre 2017 / Live. Intensità, intermittenza, registrazione

Abitualmente pensiamo che le parole non soltanto creino una separazione tra ciò che ci accade e la possibilità di farne esperienza, di trattenerne il ricordo, ma che nella vita parlante dell’uomo il puro vissuto nemmeno esista. Eppure se prendiamo alcuni testi, per esempio autobiografici, capita che ci restituiscano una trama che non si esaurisce in una serie di fatti e di episodi, in una struttura che si risolve nella propria consistenza fattuale, ma siamo di fronte a un gesto che rimane come attraversato da una corrente viva che trova improvvise condensazioni visive, interruzioni, intermittenze in cui la vita che si vive e la vita per cui viviamo coincidono e come in un sogno diventano un dato da vedere. È come se questa tensione tra il puro vissuto e il suo prendere forma trovasse uno spazio in cui l’occhio si fa specchio dello sguardo e la visione aumenta d’intensità.   È la certezza che un puro vissuto esiste, che le parole lo dimenticano, ma che le immagini vi si fissano con tutte se stesse. Non si tratta di contrapporre le immagini alle parole, ma di cogliere, o di essere colti, in diretta, live, da come le nostre parole si sgranano nell’incontro con il reale e il...

A dieci anni dalla scomparsa del regista / Le donne di Antonioni

Non sono molti i registi italiani che hanno voluto esplorare il cambiamento della donna all’interno della società. Menzionarne i nomi è riduttivo oltre che avvilente per scarsità di numero. Se uno spettatore di oggi volesse cercare l’angoscia di una Cate Blanchett (Blue Jasmine di Allen), una Julianne Moore (Maps to the Stars di Cronenberg), una Anne Dorval (Mommy di Dolan) o di una Juliette Binoche (Sils Maria di Assayas) in un personaggio femminile del recente cinema italiano potrebbe trovarsi di fronte a tre opzioni: tentare di appassionarsi ai ciclici problemi di Margherita Buy; puntare su donne certamente lacerate dalla vita ma rese innocue da un’etichetta patologica che le rende buffe e dunque accettabili (Valeria Bruni Tedeschi in La pazza gioia di Virzì); accontentarsi di brevi funzioni narrative (Sabrina Ferilli ne La grande bellezza di Sorrentino) dove ogni eventuale approfondimento è del tutto casuale.   Eppure c’è stato un regista italiano noto in tutto il mondo – scomparso dieci anni fa, il 30 luglio 2007 – che ha fatto della donna il perno della sua indagine filmica: Michelangelo Antonioni. Nato a Ferrara nel 1912, dopo essersi inizialmente dedicato ad alcuni...

Quattrocento elettroshock / Janet Frame: la vita negli oggetti

La vita della scrittrice neozelandese Janet Frame è diventata molto nota al grande pubblico grazie al film Un angelo alla mia tavola che la regista Jane Campion, anch’essa neozelandese, negli anni ’90 ha tratto dall’omonimo libro della Frame. Un angelo alla mia tavola non è solo un’autobiografia e non lo è tutta la sua prosa: i suoi sono libri in cui compare sempre la scrittrice come rifratta in cento altre Frame protagoniste perché lei, ancor più che in Virginia Woolf, è stata un’autrice prigioniera della sua biografia.   Si potrebbe raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che appaiono nella sua prosa: sono oggetti desueti che possono dividersi in oggetti reali o creazioni della sua mente. Più che oggetti potremmo chiamarli cose per la carica simbolica e affettiva che hanno, cose come persone, affetti, visioni talvolta, non di rado feticci dal potere spirituale. Nella letteratura del Novecento di molti paesi alle cose sono riservati lunghi elenchi, come nella poesia di Borges o in Neruda, la loro presenza è massiccia. In Frame compaiono solo alcune cose con una rilevanza di correlativo affettivo.   Frame nasce nel ’24 in una famiglia molto povera, il padre...

Recuperare la follia allegra del giocatore / Città come spazi di gioco

“The only game in town” è un film del 1970 con Warren Beatty ed Elizabeth Taylor. Parla di due giocatori, di due “gambler”, che in modo diverso si “giocano” la vita sul tavolo da gioco lui e nella vita sentimentale lei e che si ritrovano insieme. Un film sull’azzardo senza alcuna connotazione moralistica che per altro ha anche un happy end (lui vince al gioco e loro rimangono insieme). Un film molto bello che poi è diventato un modo di dire. Recentemente qualcuno ha fatto negli Stati Uniti con lo stesso titolo un documentario sulle banche e sul peso della finanza nella nostra vita.   Ed è un buon modo per avvicinarsi al nostro tema. Da un certo punto di vista, dal Giocatore di Dostoevskij in poi, il gioco inteso come un gioco di adulti è diventato tout-court il gioco d’azzardo e le città del gioco sono state delle località dove la grande aristocrazia della fine del secolo diciannove si è giocate intere fortune: Baden Baden, Marienbad, Montecarlo, Venezia. E in anni più vicini a noi nel dopoguerra in un’atmosfera da Tenera è la notte di Scott Fitzgerald si sono bruciati i destini della nuova borghesia. Eppure sia nel racconto di Dostoevskij che nel film il gioco ha ancora un...

“Mamma se tu vuoi che io la odio, la odio” / Fanatismi al femminile

In un’epoca fanatica di guerre e odi sembriamo non tollerare più neppure l’ambivalenza dei legami intimi e privati. “Non si fanno mai cattiverie che per il bene di qualcuno”, sostiene Lacan e poi aggiunge: “Salvo che si fallisce.” Dal punto di vista psicoanalitico la cattiveria è, dunque, un atto mancato. La versione femminile della cattiveria non fa eccezione: quando si è assolutamente certe di fare il bene dell’altro facilmente lo si danneggia. Il movente di Medea, come quello delle madri infanticide è precisamente salvare il figlio da un male, dalla follia – la stessa che le possiede – o da un pericolo, ad esempio un marito che avendo fatto del male a lei “non potrà che farne ai suoi figli”. L’assoluta e fanatica proprietà dei figli impedisce di pensare che essi hanno una storia diversa, separata, e quindi un altro destino. La cattiveria è legata al fanatismo: si pensa di conoscere meglio dell’altro qual è il suo bene. Scrive Amos Oz: “Il fanatico si preoccupa assai di te. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso”.   La relazione tra fanatismo e femminilità è poco frequentata; più spesso quel tratto è declinato al maschile sotto la forma di terrorismo politico o...

“Arrival” / Lo scrittore è un calamaro

In Arrival, il bel film che Eric Heisserer, come sceneggiatore, e Denis Villeneuve, come regista, hanno di recente tratto, con qualche necessaria libertà, dal racconto Stories of your life di Ted Chiang (ne ha già scritto su “Doppiozero” Sergio Di Lino: Cerchi e palindromi), gli alieni paiono enormi calamari. A differenza di quelli del pianeta Terra, i cefalopodi alieni hanno sette tentacoli ed eptapodo è conseguentemente il nome che film e racconto assegnano alla lingua che fa da nocciolo tematico della narrazione. Sono peraltro sette anche le dita, per dire così, con cui (nel film ma non nel racconto) si aprono le estremità dei loro tentacoli in momenti cruciali dei processi comunicativi con gli esseri umani.     Sulle prime, la protagonista, che fa di nome Louise Banks, tenta come linguista di intendere la “ratio” dell’eptapodo. Sopra tale suo carattere professionale ha molto insistito chi ha parlato del film. Si vive del resto in una temperie che nel (presunto) esperto venera uno dei suoi feticci. Non deve essere parso vero potere celebrare, con l’occasione, un’ulteriore “professionalità” che va peraltro oggi per la maggiore, in Italia.   A conoscenza di chi...

Generazione Bim Bum Bam / I Puffi nella foresta segreta

Viaggio nella foresta segreta è il terzo film dedicato da Sony Picture Animation al rilancio della celebre serie di personaggi animati disegnati da Peyo. Si tratta di un ritorno, manco a dirlo, fortunato che ha ottenuto l’effetto di rimettere al centro dell’attenzione l’esperimento di pensiero della serie di fumetti e di cartoni, tanto amata dai bambini negli anni ‘80.  La ribalta dei simpatici incappucciati si inserisce, infatti, nel grande trend di riscritture e rilanci che sta rimettendo in circolo l’immaginario dorato della produzione per bambini e ragazzi della cosiddetta generazione Bim Bum Bam. Con un doppio target, quello dei genitori affezionati a storie e visioni di gioventù e quello dei loro figli, a cui essi stessi si rivolgono, nel desiderio di condividere le proprie passioni di ex bambini. A questo proposito, I Puffi si rivela perfetto, allargando il proprio potere di fascinazione anche più indietro, ovvero verso la generazione di nonni ex lettori del Corriere dei Piccoli che già negli anni ‘60 ne pubblicava le storie.    La serie arriva, così, al cinema, forte di una connivenza trasversale, fra le generazioni e, d’altra parte, non dimentichiamolo,...

Madri e figlie / Julieta. Almodóvar

I personaggi di Almodóvar hanno un solo modo per tenere uniti i legami spezzati: raccontandoli. Scrivendo il proprio amore, confessandolo alla persona amata, parlando con la parte mancante. I personaggi di Almodóvar sono scrittori, anche quando, semplicemente, vivono. Con la loro vita, scrivono sullo schermo. Come Esteban all’inizio di Tutto su mia madre, che prima di morire e lasciare la madre al proprio dolore completa ciò che la parola scritta ha lasciato a metà.           Anche nell’ultimo film di Almodóvar, Julieta, c’è un rapporto materno spezzato. Una madre che non vede la figlia da dodici anni, dopo che quest’ultima, appena maggiorenne, si è rifugiata per un mese in una casa per ritiri spirituali e poi è fuggita senza dare notizie. Come tutte le donne di Almodóvar, anche Julieta prova a ricucire le ferite riscrivendo la propria storia. Julieta è rimasta vedova da giovane, ha cresciuto la figlia da sola, lontano dal mondo che aveva costruito con l’uomo che amava. O forse è accaduto il contrario: resa inerme e passiva dal dolore, Julieta è stata salvata e cresciuta dalla figlia. E un amore sbilanciato e carico di troppi silenzi ha finito per...

I falsi riflessivi / Ci amiamo noi o mi amo io

Nella sintassi italiana c'è un piccolo neo, un delizioso difetto che rende ambiguo il titolo del celebre film di Ettore Scola. Un'ambiguità forse mai notata o, se notata, rimasta sotto silenzio. Faccenda grammaticale: può parere noiosa ma è divertente. Un esempio chiarisce di cosa si tratta. Allo zoo. Gabbia delle scimmie. Due provvedono alla reciproca spulciatura. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Finita la spulciatura vicendevole, ciascuna continua spulciando se stessa. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Parole uguali per dire di azioni tanto reciproche quanto riflessive.    Star lì a spiegare come ciò accada in italiano (e in lingue sorelle) sarebbe pedante. Normalmente la cosa passa inosservata: per informazioni sulle ambiguità, si chieda a poeti e linguisti. I contesti in cui si parla e le conoscenze pregresse le celano. Un paio d'esempi, ispirati al più bruciante presente. “Putin e Erdogan si disprezzano”: c'è bisogno di dire “vicendevolmente”? Pensare a un sentimento riflessivo sarebbe da male informati.“Putin e Erdogan si piacciono”: fosse espressione dal valore reciproco, il futuro di tutti sarebbe meno insicuro. Ma...

Anima & Cores / Mio nonno tra social e neural network

Mio fratello vive in California da circa 30 anni. Ultimamente ci sentiamo spesso. Skype, email e Facebook. Soprattutto email. Ci sembra di avere un rapporto soddisfacente. Un paio di volte l’anno ci capita addirittura di vederci di persona.  Livia, una mia cara amica 20enne, non è riuscita a incontrare il suo fidanzato statunitense per circa un anno, a causa di un pasticcio burocratico sul visto turistico. Per tutto quell’anno i due si sono frequentati su Skype, attivo 24 ore su 24, inquadratura fissa su una porzione dei rispettivi mondi, da ciascuno abitata intensivamente nelle intersezioni delle ore di veglia. Anche loro tutto sommato se la sono passata bene.  Mia nonna Antonietta invece, tra il 1936 e il 1945, ha scambiato in tutto una trentina di lettere e cartoline postali con suo marito Antonio, trattenuto in Kenia in un campo di prigionia inglese. C’è una bella differenza.    Poche parole nelle cartoline di lui, solo per dire che stava bene. Nessun accenno a come passasse il tempo, forse per evitare la censura militare, o forse per la sua naturale introversione o forse perché il tempo laggiù passava senza lasciargli niente da dire. Non lo sapremo mai....

Un romanzo sul cinema in quanto retropensiero della cultura americana / Aleksandar Hemon. Zombi

L’arte della guerra zombi è Il dono di Humboldt di Aleksandr Hemon. È la sua versione contemporanea, l’unica possibile, oggi, di quel romanzo con cui Saul Bellow rinunciava a tutto, a una progressione drammatica, una costruzione coerente del racconto, anche a una sorta di pudore o affetto nei confronti dei personaggi, per raccontare, a metà anni Settanta, il vuoto di rappresentazione e l’impasse creativa che aveva già colto la cultura modernista. Era una romanzo su Chicago, Il dono di Humboldt, così come quasi vent’anni dopo, a fine anni ’80, un altro libro di Bellow, Ne muoiono più di crepacuore, pur senza specificarlo, era un romanzo sulle Twin Cities del Midwest americano, Minneapolis e Saint-Paul, così pulite ed eleganti e ricche e anche alte, ma così irrimediabilmente piatte, così vuote e fallimentari, tenute insieme dal denaro, e vivacizzate dalla sola cosa rimasta all’uomo contemporaneo, non la politica, non l’arte e nemmeno la cultura, ma il cuore (e forse, non sempre, il sesso), in una sorta di “umanesimo oltre l’uomo”, di umanesimo come ultima spiaggia prima della dissoluzione.    Il dono di Humboldt girava volutamente a vuoto attorno a una promessa, un dono...

Amore e sangue. Possession di Zulawski

La scomparsa lo scorso 17 febbraio del regista polacco Andrzej Zulawski, uno dei più importanti e controversi autori del cinema europeo dagli anni ’70 in poi, ci ha portato a riflettere su quello che forse è il suo capolavoro, Possession, sulla natura “delirante” del film e sul suo legame con generi come il melodramma e l’horror.   Al contempo affascinante e respingente, come la creatura che la abita, Possession è l’opera più celebre di Andrzej Zulawski, complessa e aperta a molteplici letture.  Il film incomincia come un classico dramma incentrato su una crisi di coppia: al ritorno da un viaggio di lavoro, Marc scopre che la moglie Anna ha da tempo una relazione con un altro uomo. La crisi di coppia è inizialmente raccontata attraverso espedienti volutamente banali (ad esempio, con i due coniugi che si affrontano al bar dandosi le spalle, seduti a due tavolini differenti, segno inequivocabile di una distanza ormai incolmabile), ma presto il classico triangolo amoroso si complica in modo inatteso: l’amante, Heinrich, non è infatti l’unico interesse amoroso di Anna, che si reca...

Bruno Bozzetto. 78 anni di idee con linee attorno

Cannes 1958. Pietrino Bianchi, leggendario critico cinematografico, esce a metà dalla visione di un film che ha come protagonista Sofia Loren e si avvia verso l’albergo. A un tratto è attirato dalla musica proveniente da un’altra sala di proiezione. Entra e si siede. Proiettano Tapum! La storia delle armi. Dura solo tredici minuti. La proiezione lo entusiasma. Va dritto in albergo e scrive il suo pezzo che esce il giorno successivo sul quotidiano “il Giorno”. Vi esalta l’autore del cortometraggio, Bruno Bozzetto, un giovane di vent’anni.   Il pezzo di Bianchi sancisce la nascita di un nuovo regista. Nato il 3 marzo 1938 a Milano, Bozzetto è uno dei molti geniali inventori italiani, in gran parte autodidatti. La sua carriera di disegnatore e regista è infatti inconsueta; iscritto a geologia, passa a giurisprudenza, ma dopo pochi esami lascia. Sta già girando dei film sul mondo degli insetti, sua grande passione: Piccolo mondo amico (1955) e  A filo d’erba (1957). Li ha girati inventandosi, con l’aiuto del padre, Umberto, una tecnica di ripresa casalinga: per tutta la vita sarà un...

Inside Out: pianto, rimpianto, compianto

Il film di cui si parla nella rubrica Odeon di questa settimana ha già suscitato reazioni entusiaste, un grande interesse ma anche critiche e discussioni accese, in relazione ai temi trattati. Pertanto doppiozero ha pensato di fare seguire all’articolata recensione di Andrea Bellavita una serie di interventi di collaboratori.         Nel suo sorprendente e disturbante (e per questo necessario) L’infanzia non è un gioco. Paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi, Stefano Benzoni scrive: “Che cosa desideriamo noi dai bambini? Come desideriamo che siano? Li vogliamo docili e appagati, meglio se appagati di spettacoli che piacciono anche a noi. In questo senso, l’onnipresenza del fantastico negli intrattenimenti per bambini è forse uno dei fenomeni più evidenti del modo in cui i genitori oggi tendono a confondere l’educazione al gioco con il proprio intrattenimento, il bimbo buono sa starsene buono e godere degli spettacoli fantastici che piacciono anche a mamma e papà”. A supporto della sua tesi mette insieme, non senza una certa pindarica forzatura, le saghe di Harry Potter e de Il...

The Witcher 3. Hic sunt dracones

Un libro del 2010, La mappa perduta di Toby Lester, rievoca la storia della prima carta geografica in cui compare il nome “America”. La mappa, stampata nel 1507 presso il monastero di Saint-Dié-des-Vosges in Lorena, è opera dei cartografi tedeschi Martin Waldseemüller e Matthias Ringmann ed è considerata il primo atlante dell’era moderna in cui è indicata la presenza di un continente inesplorato al di là dell’Atlantico. Approfittando del resoconto sulla caccia al reperto, ora conservato nella Biblioteca del Congresso a Washington, l’autore abbozza un’accorata storia della cartografia dall’antichità ai tempi moderni, da cui risulta evidente la correlazione tra l’ampliamento della conoscenza geografica e la fioritura di una letteratura esplorativa che prosperava per la ricchezza apparentemente infinita di materiali da cui attingere: le agiografie fantasiose e allegoriche di santi cristiani, i diari dei missionari che si spingevano in Estremo Oriente e le descrizioni succinte di mercanti esploratori, come ne La navigazione di San Brandano e il Milione di Marco Polo.   Come insegna...

Louisiana. Un film politico

Louisiana - The Other Side di Roberto Minervini ha prodotto una profonda spaccatura tra i tanti che ne hanno scritto e ancora ne scrivono, dopo la presentazione del film al Un Certain Regard di Cannes e la successiva uscita nelle sale italiane. C’è chi lo ha definito uno scioccante film di fiction travestito da documentario e chi ne ha invece colto l’ardita formula documentaria, inevitabilmente macchiata della soggettività inquieta del narratore, del suo furore politico, della sua angoscia per il futuro del Paese in cui vive, per il proprio futuro in quel Paese.     Su questo sito Pietro Bianchi, nell’interessante riflessione La Louisiana dall’altro lato della storia), ha sentito il bisogno di avvicinarsi a una di queste due posizioni, la seconda, per ribaltarne i termini e rimproverare a Minervini di non essersi saputo svincolare dagli stereotipi narrativi e di genere che vogliono il Sud degli Stati Uniti sempre e già dalla parte dei perdenti, dei ridondanti, degli irrecuperabili: una «divisione di classe» che pesca nella storia del paese, ma anche nel suo immaginario e innanzitutto nelle sue saghe...

50 sfumature di bigio

Fifty Shades of Grey di Sam Taylor-Johnson è un film eroicamente brutto, forse anche più del libro di E.L. James. Entrambi sono volgari: non per il contenuto o per i toni del racconto, ma per l’assoluto disprezzo di una qualunque estetica di rappresentazione. Il che è tanto più grave nel caso della (non più) Young British Artist, configurandosi come fallimento e scacco, mentre per la James si tratta più semplicemente di incapacità, o indifferenza. Il libro non garantisce alcun piacere di lettura. Scrittura piatta (e si ha quasi il sospetto, a leggere le critiche anglofone, che la traduzione italiana abbia aggiunto qualcosa in termini qualitativi), andamento narrativo estenuante, personaggi  situazioni risibili. Eppure un fenomeno di marketing culturale da più di 100 milioni di copie merita una certa attenzione, per la capacità di intercettare e ibridare altri masscult di prossimità.   Si deve partire dal libro per arrivare al film, perché insieme definiscono un sistema, e non si può capire l’interesse e la disponibilità del pubblico al secondo senza interrogarsi...

Baruchello. Il cinema va servito freddo

“Un tacchino congelato di produzione americana viene fatto a pezzi, sezionato e tritato. L’operatore, nudo, riconfeziona poi il materiale così ottenuto e lo ‘rispedisce al mittente’, dandogli cioè sepoltura in una minuscola bara.” Ripensando al bizzarro rituale qui abbozzato, poi messo in atto e registrato da Gianfranco Baruchello, ci si può chiedere se un simile trattamento non sia quello che l’artista ha sempre riservato al cinema, al suo linguaggio industriale e alle sue meccaniche associazioni d’immagini: farlo a pezzi, mostrarlo nudo e crudo. Il cinema va servito freddo: mentre osservo la pacata macelleria di Costretto a scomparire (1968) ripenso al titolo della personale di Baruchello alla Triennale, Cold Cinema, la prima a raccoglierne organicamente i film e i video come chiavi di lettura dell’opera nel suo complesso. McLuhan diceva che il cinema è un medium “caldo”, che assorbe l’attenzione dello spettatore concentrando i propri effetti esclusivamente e intensivamente su un senso, mentre freddi sarebbero media come la TV e il fumetto, che forniscono dati a più “bassa...

La passione di Dario Argento per la paura

C’è un uomo intrappolato tra due vetrate come in una gabbia di cristallo. Una dà sulla strada, l’altra su una sala bianca infestata da immani sculture deformi, scure. Nella sala c’è una donna vestita di bianco. Un uomo in nero, il viso coperto, l’accoltella allo stomaco. Poi, scappa. Aiutami!, grida la donna all’uomo nella gabbia; ma quelle grida ci arrivano mute. Perché, insieme al testimone, anche noi siamo chiusi nella gabbia; sordi in un silenzio claustrofobico. Il testimone prende a pugni le vetrate, urla alla donna Aprimi!, e lei vorrebbe farsi salvare ma le forze l’abbandonano, cade a terra.   Mentre il sangue rosso s’impossessa del suo vestito bianco, la donna striscia sul pavimento su cui si apre una grossa traccia scarlatta, e infine, gli occhi imploranti fissi negli occhi del testimone, muore. “Spesso”, dice Dario Argento in Paura, la sua biografia appena uscita per Einaudi, a cura di Marco Peano, “prima di scrivere una sceneggiatura, mi dico che quella vicenda in realtà è stata già raccontata, esiste da qualche parte, e io devo semplicemente ricordarla...

Vecchi e giovani favolosi

«Ma è gobbo per tutto il film!» «Eh!» «Ma è ripugnante!» (Leggo a voce alta dal manuale universitario): «Si ritrovò, nel fiore della giovinezza, con una statura bassissima (sotto il metro e mezzo) con una doppia gobba anteriore e posteriore, con molteplici infermità e sgradevolezze fisiche… Si studia ancora il manuale, sì?» «No.» «Ah, e che studiate. Cioè, i Canti li hai riconosciuti.» «L’Infinito, la Ginestra. E c’era proprio la ginestra sullo schermo! Fin gialla!»   Per trovare conforto alla mia impressione tutto sommato (o meglio togliendo: l’inevitabile didascalismo, il fuorviante maledettismo, l’evitabilissima morbosità) non negativa sul film biografico del momento, chiamo il più grande studioso dell’autore in questione, filologo eminente e conversatore instancabile. «Professore, la disturbo?» «Gilda, hai seguito la vicenda dell’Infinito? Sai che era stato trovato un terzo autografo, dopo quello napoletano e quello di Visso, e che poi…» «...