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futurismo

(9 risultati)

Il Colosseo come immagine / Monumento continuo

Un gigante in tenuta da miliardario – cravatta a pois, ghette, cilindro – afferra con mani rapaci un Colosseo che minuscoli operai tentano freneticamente di assicurare al suolo. Così il caricaturista Oliver Herford ritrae nel 1912 John Pierpoint Morgan, figura emblematica dell’ascesa economica e politica degli Stati Uniti tra Otto e Novecento e dell’inestinguibile bramosia collezionistica che la accompagnò. Il Colosseo è qui in forma comica il simbolo di qualcosa che neppure la grande ricchezza di Morgan sarebbe riuscita ad acquistare: il valore storico del monumento più imponente della Roma imperiale non è quantificabile né negoziabile. Nella vignetta, l’Anfiteatro Flavio “resiste”, come cercherà di resistere, lungo tutto il corso del“secolo breve”, al fascismo e alla guerra, alle radicali trasformazioni dell’ambiente urbano circostante, alla strumentalizzazione ideologica e alla soffice metamorfosi pubblicitaria, sempre stupefacente, ostinato, ingombrante, salvo ritrovarsi infine ridotto al ruolo irrevocabile di smisurato spartitraffico con cui sopravvive nella distratta epoca contemporanea.   Oliver Herford, John Pierpont Morgan, 1912   Presenza grandiosa e insieme...

L'eredità di Totò tra avanspettacolo e ricerca / Totò, Leo e il Nuovo Teatro

«Fisicofollia… Caricatura, abissi di ridicolo, cascate d’ilarità irrefrenabili… Analogie fra l’umanità, il mondo animale, il mondo vegetale, il mondo meccanico... Scorci di cinismo rivelatore, intrecci di bisticci, di motti spiritosi, con tutta la gamma dell’imbecillità, della balordaggine, della stupidità e dell’assurdità, che spingono insensibilmente l’intelligenza fin sull’orlo della pazzia…» (Filippo Tommaso Marinetti, Il Teatro di Varietà, 1913).   Sembra che Totò abbia lavorato per dare corpo e voce al Manifesto di Marinetti, modulato a sua volta su quel varietà nel quale il comico napoletano, marionetta snodabile, eccentrico per eccellenza, nacque e si formò, attraversando poi tutte le forme di teatro popolare del primo Novecento: la farsa, l’avanspettacolo, la rivista, la commedia e la commedia musicale, portando sempre con sé lo spirito anarchico delle origini. Il cinema lo rapì tardi, alla fine anni '30, ma soprattutto negli ultimi due decenni di vita. E nei film mantenne spesso l’istinto del palcoscenico, quell’improvvisazione che non voleva dire inventare sul momento ma mutare ogni volta la prospettiva, fare le cose diversamente, sorprendendo e sorprendendosi,...

Diaconia

Riassumere in poche righe una figura complessa e articolata come Mario Diacono è difficile, se non impossibile. In 83 anni di vita ha assistito al susseguirsi – e contribuito in prima persona ­alla creazione – di linguaggi, stili ed esperienze culturali che hanno prodotto lo scenario storico nel quale operiamo e dal quale tuttora ci alimentiamo.   Mario Diacono è un intellettuale nell’accezione più pura del termine. Nel corso delle sue molteplici attività (scrittore, critico d’arte, poeta visivo, gallerista) ha elaborato un pensiero lucido, teso e coerente che emerge tanto negli scritti quanto nelle sue parole. Nell’arte Diacono ha sempre corso una maratona a fianco del gruppo di testa, dell’avanguardia, cercando di individuare quegli artisti in grado di compiere un passo in avanti rispetto al linguaggio del proprio tempo.   Amico di Sandro Penna e Emilio Villa, segretario di Ungaretti, autore teatrale, professore universitario, autore della prima monografia su Vito Acconci, traduttore di Joyce e Michaux, scopritore di artisti come David Salle, Sandro Chia, Cady Noland e Ellen Gallagher. Un...

Bruno Munari. Il mio passato futurista

La relazione di Bruno Munari con il futurismo è uno degli aspetti più controversi della produzione di quello che può essere considerato il più importante artista italiano del Novecento. È un periodo poco studiato da storici e critici per quell’insistito cordone sanitario che è stato spesso e volentieri eretto dalla cultura italiana attorno ai prodotti artistici emersi durante il ventennio e associabili in senso lato con il regime. Munari stesso è in qualche modo complice di questa menomazione storiografica. Come ha sottolineato Jeffrey Schnapp, nelle sue varie liste autodefinitorie e autobiografiche Munari mette come incipit simbolico della propria carriera d’artista la prima “macchina inutile” del 1930. Un gesto in qualche modo giustificabile, vista l’importanza di quella proposta artistica, ma che cancella gli anni di preparazione e i presupposti estetici di molta della sperimentazione munariana negli anni a venire, congedati da Munari con una ironica alzata di spalle, come come quando confesserà a Gillo Dorfles di avere avuto, appunto, un “passato futurista”.   Il...

Inciampo. Le superfici di Bruno Munari

Un uomo corre nella nebbia milanese. Impomatato e ben vestito si lancia lungo il marciapiede della strada, coglie il semaforo verde, sfreccia tra una rotaia e l’altra del tram, distende il passo lungo nella maniera operosa e concreta di chi conosce bene il lastricato, acquista velocità, poi rallenta con passo calcolato: sa che alle strisce può non attendere – che è solo un fluire un poco più lento – e subito l’abitudine guida i suoi piedi ben calibrati in una linea sempre più retta e veloce: ogni svolta è un angolo a novanta, ogni incrocio una diagonale, il piegarsi della strada una curva ben tesa, afferrata nella rapidità incosciente di un pensiero che della città non sa più cosa farsene. Fino all’inciampo. E nell’inciampo, nello sgambetto irriverente e sgarbato che ci riserva il mondo, costringendoci ad attribuire peso al cordolo che per un momento ci trattiene, si vola, obbligati dalla palese irriverenza a mostrarci come marionette, o corpi squassati che si scompongono e proiettano maldestramente nell’aria, sospesi per qualche istante a un destino impensato, prima di...

I raid nell’arte: il Futurismo

Una delle linee seguite dall’arte d’avanguardia nei suoi percorsi lungo il Novecento è consistita nella sistematica e proclamata rottura dei molteplici limiti posti dalla tradizione. La forma umana, paesistica e oggettuale viene sconvolta negli equilibri compositivi e nei punti di vista prospettici, negli accostamenti cromatici e nell’approccio naturalistico da successive ondate di sabotaggio e scavalcamento. Gli artisti, così come gli eroi delle guerre antiche e moderne, si considerano esseri fuori dal comune, toccati dalla divinità; tale visione continua anche nel Novecento e anzi s’inasprisce a causa del confronto sempre più pressante ed acceso con il pubblico e la committenza borghesi. L’aggressività rivendicativa si fa gruppo organizzato, in prima battuta spesso chiuso in un ostinato autoriconoscimento, ma pure portato alla guerriglia verso la società che lo circonda al fine di operare sempre nuovi shock percettivi. Il quadro che esplode verso l’esterno, agitato dal movimento futurista o infiammato dal cromatismo fauve, va di pari passo con le ripetute incursioni fuori dalla stanza dell’...

Greenberg for Italians

Non esiterei un istante a considerare l’antologia italiana degli scritti del critico americano Clement Greenberg (L’avventura del modernismo. Antologia critica, Johan & Levi, Milano 2011, pp. 448, € 35) come uno dei maggiori eventi editoriali dell’anno. I curatori Giuseppe Di Salvatore e Luigi Fassi hanno pazientemente lavorato su un corpus di oltre 1.500 pagine, riuscendo nella sfida di offrire al lettore italiano una panoramica esaustiva del pensiero di Greenberg dal 1939 al 1986. In senso più ampio, l’antologia della Johan & Levi è da oggi lo strumento imprescindibile per comprendere il modernismo americano, in Italia conosciuto quasi esclusivamente attraverso il riflesso, a volte distorto dalla partigianeria critica, offerto dall’allieva più brillante, impaziente e ingrata di Greenberg, Rosalind E. Krauss, dato che, per una congiuntura editoriale anomala rispetto ad altri paesi europei, i lettori italiani, soprattutto i più giovani, hanno conosciuto Greenberg proprio attraverso Krauss & Co.   L’avventura del modernismo è ordinato secondo un criterio cronologico e tematico. Le...

Avanti e indietro per il cielo

“È merito di Giulio Douhet”, come scrive Italo Balbo nell’introduzione a Il dominio dell’aria e altri scritti (1932) del generale piemontese prematuramente scomparso, “aver richiamato per primo l’attenzione di tutti sul problema della guerra aerea”. Egli nel 1921, riflettendo sulla grande guerra, delineava i probabili scenari del prossimo conflitto, sottolineando l’attitudine offensiva dell’aereo che permette una libera scelta degli obiettivi, senza che il nemico possa a sua volta individuarlo in precedenza, e su cui anzi concentrare con grande rapidità le proprie forze minacciandolo per un raggio d’azione assai largo. A ciò il nemico non può rispondere con altrettanta velocità di manovra. Douhet prefigura insomma il superamento della guerra di posizione difensiva appena combattuta a favore di una offensiva dovuta all’introduzione del nuovo mezzo bellico, che diviene più economica e razionale poiché “per difendersi da un’offensiva aerea occorrono più forze che non per attaccare.” La comparsa dei primi aerei da combattimento non fu decisiva...

Cavalli e altri erbivori

Una popolazione insolitamente numerosa di cavalli, asini, zebre ha attraversato nell’ultimo quindicennio le praterie dell’arte italiana, in coincidenza con una riflessione diffusa (e perplessa) su caratteri e specificità dell’arte nazionale: per più versi, questa la tesi del presente saggio, la popolazione di erbivori corrisponde al dibattito su “attualità o inattualità” del modello avanguardistico e costituisce un caustico traslato del dibattito giornalistico sul “declino” italiano, ampiamente trattato dalle maggiori testate nazionali. Esemplifichiamo. In anni recenti, Paola Pivi ha spinto una coppia di zebre a dislocarsi sulle nevi del Gran Sasso e un asino a smarrirsi nelle acque di Alicudi (figure 1, 2). Inoccasione della prestigiosa personale dedicatale nel 2006 dalla Fondazione Nicola Trussardi, a Milano, ha raccolto nei grandi spazi abbandonati dei magazzini della Stazione di Porta Genova un insieme eterogeneo di animali dal manto (o dal piumaggio) candido (fig. 4). Tra questi cavalli e lama. In entrambi i casi l’artista sembra essersi proposta interventi che pongano enfasi sull’assenza...