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guerra

(82 risultati)

La storia di un partigiano e di chi gli sparò / Quando la nonna ha ucciso il nonno

«Non hanno perso quello che avevano trovato allora, e forse non lo perderanno per molto tempo. Sono vivi, attivi, tirano su muri diroccati, si sposano, fanno all’amore, cercano tutti i modi possibili, senza pigrizia e senza lamenti, di guadagnare la vita, di migliorarla e, con una incredibile rapidità, si sono dimenticati della guerra, della paura, del sangue, della servitù, del moralismo, della falsa santità, degli stati e delle leggi, e di tutte le menzogne e le atrocità degli anni passati».   Così Carlo Levi, ne L’orologio (1950), descrive l’esplosione di vita e attivismo febbrile seguito alla fine della guerra, che la liberazione aveva inoculato nel tessuto sociale della ricostruzione, nel tentativo di cancellare o esorcizzare le ferite inferte alle vite di uomini e donne. Di questo essere “ferocemente vivi” e del suo legame con la Resistenza scrive Rosa Mordenti nel suo Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise, riportando alla luce le tracce di una storia di partigiani romani comunisti: una vicenda dai tratti generazionali in cui la lotta di Liberazione innesca progetti di emancipazione esistenziale e rottura degli...

Dramma antico a Siracusa / Baliani e Binasco: la sfida del coro

“Abbiamo provato in tutte le maniere: le abbiamo messe sul palco e sembravano ospiti non invitati, arrivati per caso da un ballo in costume. Le abbiamo nascoste dietro una tenda di velo, e parevano le scene di un film di Walt Disney. Ho visto altri tentativi: le ho viste far segni dal fondo del giardino, o irrompere sulla scena come una squadra di calcio, e non vanno mai bene”.   È Thomas S. Eliot a descrivere, con una sequenza di immagini volutamente grottesche, la difficoltà di portare sulla scena il coro greco lontano dal suo contesto originario: il rischio – mette in guardia Eliot già nel 1951 – è quello di provocare nel pubblico un effetto di comicità involontaria (per un riuscito esempio di parodia volontaria su tuniche o coturni, invece,vale la pena riguardare Mighty Aphrodite di Woody Allen, 1995).   Woody Allen, La dea dell’amore.   La rassegna organizzata dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico nel Teatro Greco di Siracusa rappresenta un campo di indagine privilegiato, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione sulle possibilità di rappresentazione del coro. Le opportunità registiche, in quel contesto, risultano amplificate: l’ampia...

Goethe Institut Turin / Il Grande Vecchio ovvero La guerra delle immagini

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Oliviero Ponte di Pino per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Si spara e si muore, tra le colline, nei deserti, nelle foreste. Si muore nelle città e nei villaggi. Si muore sulle mine e sotto il mirino dei droni. Si muore davanti alle telecamere, sgozzati da un ragazzino. Si muore falciati da un kalashnikov su una spiaggia. Sono sofferenze indicibili. Una violenza insensata, disgustosa, inaccettabile. Sta togliendo vita e dignità a decine di migliaia di esseri umani. È impossibile trovare le parole per questo dolore, per queste sofferenze.   Ma le guerre, oggi più che mai, non si combattono solo con le armi. Una delle guerre più lunghe e profonde, in atto da millenni, vede fronteggiarsi parole e immagini. Parole...

Harry Parker, Anatomia di un soldato / Attraversare la guerra. Mondo in pezzi

Chi scampa a una guerra parla di continuo del pericolo scampato, oppure si chiude a chiave dentro il silenzio. Primo Levi sosteneva fossero i due istinti di chi sopravvive: chiedere alle parole di aggrapparsi al corrimano di chi è ancora vivo, o viceversa lasciare che, dentro la testa, le parole facciano scempio di tutti gli altri pensieri. Salvo eccezioni, dopo la seconda guerra mondiale vinse la reticenza. Chi sopravvisse pensò che portare il silenzio a tavola, a cena, fosse il modo migliore per proteggere i figli. Il teatro di guerra tenne in cartellone l’orrore solo per loro: fece repliche continue nei sogni, fece urlare gli ex combattenti contro il cuscino. Le donne li abbracciarono sperando passasse, e fu istinto di madre più che di moglie. Quanto ai figli, quando i padri poi morirono provarono a sollevare il macigno di quel silenzio di protezione e si accorsero di quanto era pesante non sapere nulla, avere il niente come unico ricordo del padre. Alcuni dei figli furono salvati dai bambini: anche i più silenziosi dei reduci spaccarono la reticenza davanti ai nipotini. E fu così che trasformarono l’orrore in avventura: aprirono le porte del teatro e fummo tutti meno soli....

Definire la guerra

“Gli uomini sono nati per uccidere, ma portano il distintivo della pace in testa”, dice il soldato Joker in Full Metal Jacket di Kubrick, indicando icasticamente il duplice e paradossale ingrediente che sembra connotare la natura e la storia dell’umanità fino ad oggi: aggressività e solidarietà, violenza e tolleranza, civiltà e barbarie, guerra e pace. In nome della famosa “legge di Hume”, ovviamente, constatare per l’ennesima volta che sia così, non significa che debba essere così o che non possa non continuare ad essere così. Nulla ci autorizza a scivolare dal piano della descrizione a quello della previsione e addirittura della prescrizione, magari fornendo una giustificazione ad atteggiamenti fatalistici, cinici o pseudo-realistici. Può essere utile, invece, come ci aiuta a fare Giangiuseppe Pili,  con il suo prezioso e corposo lavoro, appena dato alle stampe (G. Pili, Filosofia pura della guerra, Aracne, Roma 2015), reinquadrare, con un approccio filosofico, una serie di questioni che tornano ad assillarci: come definire la guerra?   La guerra è una possibilità, che quindi l’uomo può non scegliere, o è inevitabile? Cosa causa una guerra? Cosa fa aumentare le...

Come parlare della guerra in casa / L'Isis e i bambini

Io ho visto in televisione che c’era la guerra, ho sentito parlare della guerra nel telegiornale, io ho sentito alla tv che facevano la guerra. I piccoli captano segnali, intercettano sguardi, spiano le smorfie sui volti dei grandi per decidere se è il caso di allarmarsi oppure si può stare tranquilli. I recenti attentati terroristici possiedono la particolarità delle cosiddette “nuove guerre” degli anni Novanta del Novecento, tutte indissolubilmente legate alla loro rappresentazione mediatica ed estetica. Il contatto con il Male avviene sullo schermo, “focolare virtuale” che mette in comunicazione nostre e altrui identità. In ogni momento e a ogni latitudine è possibile l’“irruzione dell’imprevisto catastrofico”: dopo l’11 settembre 2001 la guerra invisibile è diventata un filo che penetra sottotraccia, rimescolando pensieri, shakerando emozioni. Le vittime e i carnefici, i “valori” dell’Oriente e dell’Occidente, la politica e la violenza sono sprofondate insieme nel cratere di Ground Zero. Le due torri gemelle infuocate e spezzate ormai stanno lì, ficcate nel nostro immaginario di adulti, gli ultimi attentati suicidi nelle capitali europee amplificano la guerra psichica, che...

Progetto di restauro digitale del patrimonio sonoro di Nuto Revelli / La memoria come ritorno

C’è un modo per tornare, riguardare il mondo tradizionale contadino e i suoi territori – nella fattispecie quello della Provincia Granda del Cuneese fissato nelle testimonianze raccolte tra gli anni Sessanta e Ottanta da Nuto Revelli – attraverso un’interrogazione, ogni volta nuova, della sua memoria. L’occasione è offerta dal progetto della Fondazione a lui dedicata di dare una voce inedita all’archivio orale delle testimonianze del Mondo dei Vinti e dell’Anello forte digitalizzando l’archivio sonoro con un percorso interno di indicizzazione e “taggaggio” dei molteplici percorsi tematici interni al migliaio di ore di racconti orali: dalle guerre al partigianato, certo, ma anche alimentazione, religiosità e credenze, medicina popolare, sessualità… Un progetto avviato in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino, che attraversa orizzontalmente diverse discipline: dalla storia all’antropologia culturale (tra i nostri consulenti ci sono il dialettologo Tullio Telmon dell’Università di Torino e gli antropologi Lucia...

Madama Cristina e la Divina Provvidenza

Quando la storia accade, non la si percepisce. Siccome c’era l’oscuramento, che chi non l’ha vissuto non saprà mai che cos’era, la gente di Torino che si affollava sui tramvai non poteva neppure sapere dove si trovava. Per via dei bombardamenti, non c’erano più i lampioni, i vetri dei tram erano di cartone marcio, salvo quello del guidatore che così sapeva solo lui dov’era all’incirca il tram immerso in quell’inchiostro. Arrivato all’ignota fermata, terminato il solito stridio dei freni sull’acciaio delle ruote e delle ruote sull’acciaio delle rotaie, spalancava con la manovella le porte e litaniava il posto dove, secondo il suo parere, ci si era venuti a fermare nel buio e i passeggeri tendevano le orecchie invisibili per capire se dovevano scendere o restare. “Mada-amacri-istina” salmodiava il tramviere, risparmiandosi per rispetto della metrica il sostantivo “Piazza”. Siccome però in Piazza Madama Cristina c’era l’edicola dei giornali all’angolo con via Berthollet con dietro la filiale della Banca d’Italia con un bassorilievo in bronzo che raffigurava le api per incitare al risparmio etc., dato che la padrona di quell’edicola si chiamava Cristina, quando sentiva la...

Il poeta che ama la pace / Tibullo

C’era un attore spagnolo un tempo molto noto, il quale aveva dichiarato che la sua fortuna era cominciata facendo il morto. Ossia: era così abile nel recitare questo ruolo, così veritiero, così vivo o così defunto il cadavere da lui impersonato in non so quale film, che da quel momento vari registi lo notarono e gli affidarono parti rilevanti (non solo funebri) nelle loro opere.L’attore in questione mi pare fosse Fernando Rey. Anche Tibullo, questo delicato poeta elegiaco amico di Orazio e Ovidio nonché contemporaneo di Augusto, ama rappresentarsi in pose mortuarie. Ed è anche lui davvero bravo e calato perfettamente nella parte: nel testo che apre il primo libro delle sue poesie descrive con dettagli commoventi il suo futuro funerale: ci saranno ragazzi e ragazze ad accompagnarlo e nessuno potrà trattenere le lacrime (illo non iuvenis poterit de funere quisquam / lumina, non virgo sicca referre domum); ma soprattutto ci sarà lei, Delia, il suo amore (non l’unico, a onor del vero): lui, Tibullo, morendo, le avrà tenuto la mano cui, poco a poco ma inesorabilmente, verrà meno la presa (et teneam moriens deficiente manu). Delia non dovrà trascurare di rendere il dovuto...

Abbiamo lasciato Auschwitz cantando / Etty Hillesum. Lo scandalo della bontà

Deportata ad Auschwitz Etty Hillesum ha con sé, nello zaino, la Bibbia e una grammatica russa, lingua della madre. L’ultima cartolina postale, indirizzata all’amica Christine van Nooten, è datata 7 settembre 1943: la giovane donna la lascia cadere dal treno diretto al campo. “Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Misha. Viaggeremo per tre giorni. Arrivederci da noi quattro”. Muore ad Auschwitz due mesi dopo, il 30 novembre 1943. Muore che non ha ancora trent’anni.   Etty Hillesum trascorre l’adolescenza a Deventer, studiando nel liceo dove il padre insegna Lingue classiche. Prima di ottenere il lavoro nella Sezione di Assistenza sociale ai deportati nel campo di smistamento di Westerbork, svolge controvoglia un impiego amministrativo presso il Consiglio Ebraico, ad Amsterdam, dove si trasferisce nel 1932. Lavorare nel Consiglio esenta Etty dall’internamento a Westerbork; è lei stessa tuttavia a chiedere di andare al campo per occuparsi dei malati nelle baracche dell’ospedale: “mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo”. Da Westerbork, ogni martedì mattina, parte un treno carico di uomini, donne e bambini...

L'oro nero dell'Isis

In seguito all’abbattimento di un velivolo dell’aviazione militare russa al confine tra Siria e Turchia, i rapporti tra Russia e Turchia si sono deteriorati. Il presidente della Federazione Russa Putin accusa il presidente del governo turco Erdoğan di acquistare petrolio a basso costo dall’Isis. La Turchia è “il consumatore principale di questo petrolio rubato ai proprietari legittimi della Siria e dell’Iraq”, ha comunicato in una conferenza stampa il vice ministro russo della Difesa Anatoly Antonov, aggiungendo che il presidente Erdoğan e la sua famiglia sono direttamente coinvolti in questa attività criminale. L’attività estrattiva, che costituisce la maggiore fonte di finanziamento dell’Isis, oltre ad avere un rilievo economico ne ha anche uno simbolico.   Conferenza stampa del viceministro della difesa russo Anatoly Antonov   L’invenzione matriarcale dell’agricoltura avvenuta nella mezzaluna fertile porta con sé l’idea di sacrificio, inteso come risarcimento dovuto alla terra per la violenza che l’uomo le infligge coltivandola. Anche l’attività...

Star Wars. I padri, i figli, l’America, la storia

Dichiaro subito di non essere un esperto di cinema e neppure un fan sfegatato di Star Wars. Guerre stellari. Ho visto la prima trilogia varie volte. La prima fu al cinema, sullo scorcio di un anno, il 1977, in cui eravamo troppo dentro gli scontri politici italiani per distogliere lo sguardo e esercitare una prospettiva storica (almeno io). Entusiasmò molti di noi, perché vi sentivano comunque un’eco dei tempi; altri li lasciò diffidenti, nel vedere trasformata in grande spettacolo la lotta che contrapponeva bene e male (allora ben definiti, identificabili). Ho rivisto i tre vecchi film con mio figlio piccolo, sull’antico supporto del VHS, tante, tante volte. Del prequel ricordo poco. Sono andato in questi giorni (con mio figlio ventiquattrenne) a vedere Il risveglio della Forza e sono stato folgorato. Prima di tutto dalle reazioni della sala, una multi piena soprattutto di ragazzi. Applausi a scena aperta, alla riapparizione degli eroi della prima serie (la chiamo così). Ovazioni quando il Millennium Falcon ricompare come un rudere sepolto dal tempo, un oggetto di archeologia industriale. Erano battiti di mani giovani, leggere, timide all...

Aristide Rossi in Borgo Paglia

Aristide Rossi aveva ventiquattro anni, compiuti giusto da qualche giorno, quando fu freddato Oltretorrente dagli ultimi fuochi dei fascisti alla macchia e dei tedeschi in fuga. Era il 24 aprile 1945: ancora poche ore e Aristide, come tanti suoi compagni partigiani, avrebbe potuto vedere coi suoi occhi la libertà, votare al referendum costituzionale, costruirsi la vita giovane dopo aver contribuito a liberare il proprio Paese. Combatteva con la brigata Parma Vecchia, tra le prime a costituirsi in città l'indomani dell'armistizio con gli angloamericani. Lo ricorda una lapide in borgo Paglia, mentre la stele apposta al sacrificio del giovane Volontario per la Libertà sta all'angolo tra strada Bixio e via Benassi, i colori un po' erosi dal tempo, muta testimone di ignari aperitivi e schermaglie liceali.

Convivere con il terrore

Lutti politicamente corretti     Il giorno dopo l’11 settembre 2001, una mia amica docente universitaria, comunista da sempre, mi dice con una certa spavalderia che per lei tre ragazzi palestinesi morti in uno scontro con la polizia israeliana proprio quel giorno la avevano impressionata molto di più delle migliaia di morti sulle Twin Towers a New York. È quel che si dice “avere due pesi, due misure”. Si ripete questa accusa dei due pesi e delle due misure ogni volta che qualche massacro in Occidente impressiona profondamente la nostra opinione pubblica. La si è tirata fuori, ovviamente, anche a seguito dell’eccidio del 13 novembre a Parigi. Si è detto: “Perché piangiamo tanto i 130 morti di Parigi e non gli oltre 40 morti di Hezbollah ammazzati qualche giorno prima a Beirut? Perché non siamo ugualmente scossi dai 224 passeggeri russi uccisi nell’esplosione dell’aereo sul Sinai l’8 novembre scorso? Eppure gli assassini sono più o meno gli stessi. I morti non sono tutti eguali?”   No, i morti non sono mai tutti eguali. La morte non ha lo stesso significato...

L’ultima utopia. Gli jihadisti europei

Renzo Guolo insegna Sociologia dell’Islam all’Università di Padova e da trent’anni si occupa di islamismo politico nelle sue diverse varianti. Pochi giorni prima degli attentati di Parigi è uscito il suo ultimo lavoro dal titolo L’ultima utopia. Gli jihadisti europei (Guerini e Associati 2015).           Professore, nel testo lei traccia una distinzione tra le diverse generazioni di jihadisti. Quali sono queste generazioni e che caratteristiche ha quella degli attentatori di Parigi? Il “panislamismo combattente” non è un fenomeno recente, negli ultimi tre decenni è successo più volte che volontari occidentali siano andati in teatri di guerra per rispondere alla chiamata dello jihadismo. La prima generazione di combattenti è quella formatasi in Afghanistan contro i sovietici passando poi per Bosnia, Algeria, Filippine ed Egitto. Vi sono poi i qaidisti di Bin Laden e infine la terza generazione: i “siriani” di Al Baghdadi che combattono nelle piane mesopotamiche dopo essere passati per Al Nusra (gruppo affiliato ad al Qaeda). In Siria dal 2011 vi è poi...

Intervista a Ettore Mo

  Ettore Mo, decano dei giornalisti italiani, da 50 anni al Corriere della Sera, prima all’ufficio di Londra poi a Milano nella sezione spettacoli. Dal 1978, inviato speciale. Ha raccontato storie da tutti i continenti, seguito guerre e avvenimenti internazionali e vinto più di 40 premi. Considerato da molti un maestro o un esempio da seguire e forse uno degli ultimi grandi inviati. Ma lui, nella sua freschezza e semplicità, si considera un cronista, fedele alla regola insegnatagli da Egisto Corradi: “Per raccontare una storia bisogna consumare la suola delle scarpe”. Inizia a interessarsi alla scrittura e ai libri dopo le scuole medie. Soprattutto a come scrivevano gli altri. Poi si iscrive all’università di Cà Foscari a Venezia e, durante le estati, gira l’Europa: Svezia, Francia, Spagna, Inghilterra. È proprio qui, a Londra, che alla fine degli anni ‘50 trova un posto come cameriere sulle navi da crociera che fanno il giro del mondo. Abbandona la facoltà di lingue a Venezia e fa tre giri del mondo sulla nave. Ogni giro durava sei mesi. Ma l’idea di scrivere e di diventare giornalista non l’abbandona. Cosicché prima del suo terzo lungo viaggio lascia alcuni suoi scritti...

Terrorismo e videogiochi

Anche nell'attacco a Parigi, i videogiochi. La tipica inquietudine che genitori, educatori e frettolosi commentatori provano nei confronti dei videogiochi, da quando questi ultimi sono nati, oggi prende proporzioni abnormi. Questo perché si è saputo che i reclutatori di Daesh attirano e addestrano terroristi con giochi come Call of Duty e l'organizzazione comunica anche attraverso le chat delle Playstation, efficienti e difficili da intercettare. L'ansia per l'adolescente di famiglia, la sua possibile dipendenza dal joystick e il possibile scambio fra vita virtuale e vita reale, si amplifica a dismisura, diventa una questione politica e militare di livello planetario. È la Realtà tutta, che oramai teme il proprio Game Over.   Nell'intervista che un invero riluttante Daniel Pennac ha concesso per Repubblica a Fabio Gambaro (19/11/2015) riecheggiano le argomentazioni contro i videogiochi che normalmente, e da decenni ormai, seguono certi violenti casi di cronaca. Parlando dei terroristi, Pennac dice: «Nelle loro azioni omicide c’è la ricerca di sensazioni estreme ai limiti dell’estasi, come nello...

Transformers

Per il secondo anno consecutivo, doppiozero organizza a Roma un ciclo di incontri in collaborazione con il MAXXI - Museo delle Arti del XXI secolo. Il ciclo Potenziali di trasformazione chiama critici, studiosi, artisti a riflettere insieme su come la rete sia capace oggi di offrire nuove opportunità alla creazione letteraria e artistica, di produrre nuovi luoghi di partecipazione, critica e commento, esplorando le diverse forme di scrittura che rigenerano e trasformano lo sguardo sul mondo contemporaneo.   In occasione del primo apppuntamento, Come si diventa indipendenti (oggi pomeriggio alle 18 presso la Galleria 3 del MAXXI), pubblichiamo un estratto dal testo di Hou Hanru pubblicato nel catalogo Transformers, edito da Corraini Edizioni, che ci è stato gentilmente concesso.   Didier Faustino, Body in Transit     La nostra epoca è piena di cambiamenti, addirittura mutazioni. Non solo la nostra percezione del mondo si sta spostando dalla “realtà analogica” alla “realtà virtuale”, ma il mondo reale in cui viviamo si sta rapidamente trasformando in una nuova realtà, in cui...

Il copyright del male, il copyright dei morti

Cosa sta accadendo intorno a noi? Qualcosa che nella sua radicalità estrae dal comune sentire le onde più profonde dell’ovvietà. Un’ovvietà che fa fatica ad applicarsi a tragedie, a terribili avvenimenti, ma che una volta trovato lo spiraglio è inarrestabile. Lo si vede nei commenti su quella fogna che è ormai diventata Facebook, lo si vede però anche nei discorsi, negli scambi di battute. È l’Occidente che viene fuori, mai come adesso, anche nelle più remote periferie dell’Impero. E che riafferma con forza di “sapere”. Quando centinaia di migliaia di messaggi in occasione dei fatti terribili di Parigi si concentrano sulle “colpe dell’Occidente”, quando ci si indigna che si notino i morti parigini ma non quelli di Beirut, tutto questo manifesta l’idea che la gestione del male mondiale è e deve essere ancora nostra. Ogni terrorista e ogni organizzazione terrorista è “chiaramente” pilotata dall’Occidente, ogni fatto luttuoso in Europa o negli Stati Uniti fa parte di una “strategia della tensione” di cui i terroristi...

René Girard: la voce inascoltata della realtà

Ci si può chiedere che senso abbia la discussione intellettuale di fronte all’atrocità di eventi come quelli occorsi a Parigi ieri notte. L’impotenza del pensiero di fronte all’atto conclusivo, definitivo e violento. Crediamo in realtà che l’imperativo in questi momenti drammatici sia proprio quella di capire quali siano gli strumenti per descrivere e capire la complessità delle forze in gioco. Le insidie che si nascono dietro all’angolo in un mondo che sta affrontando conflitti inediti. In questo senso, se c’è un pensatore che ci può aiutare a radiografare le metamorfosi della violenza, questo è proprio René Girard.      È sempre difficile ricostruire il profilo intellettuale di un pensatore. In modo particolare se si tratta di qualcuno che come René Girard ha seguito un percorso poco convenzionale, improntato a una libertà esistenziale e di riflessione non comuni, in bilico fra due continenti e fra diversi campi di discussione disciplinare, senza mai tentare di aderire a un profilo accademico propriamente definibile.   Nonostante i...

Somiglio alle mie scarpe

Me ne sono accorto oggi (che giorno è? È settembre). Ho guardato le pedule morbide, ormai al (viale del) tramonto, con la loro scritta dietro il tallone, discreta e anche evocativa, perché no? Modello "renegade". Le ho guardate bene: "l'ultima volta avevamo detto che era la fine. Avevamo scelto un grande luogo selvaggio. Ricordate? Poi ce l'avete fatta, mi avete indossato anche questa volta..." Loro due mi hanno guardato così intensamente, intrise di quell'umidità assorbita nelle ore tra foreste, pinnacoli e pascoli solitari, camminando come se nuotassi nell'Oceano Tetide. È così che all'improvviso ho visto il mio volto nel loro: la stessa espressione pensosa. Assomigliavo a loro.   Anzi, io ero le mie scarpe.   E ho pensato, che le scarpe non mentono mai. Ero partito al mattino presto per fare ordine nel tumulto di rifiuti mediatici che ogni giorno dobbiamo elaborare. Ma la risposta era lì, nelle mie scarpe: che consumandosi ti dicono della tua postura. Cioè raccontano come sta il tuo corpo. Ovvero, il corpo racconta come sta la mente e anche la tua psiche. S...

Emergenza continua di fronte al silenzio generale / Migrare

Arrivano: per mare e per terra, in treno e in bici, a piedi… Sono tanti, troppi, aumentano con progressione geometrica, travolgono i confini esistenti come quelli creati ad hoc. Occupano spiagge e giardini, costruiscono “corridoi” per uomini, attenti a evitare quelli delle mine, le vie delle armi e quelle della droga che si intrecciano con quelle del petrolio. Rischiano la nuda vita per poter continuare a vivere. Nell’estate del 2015 la vecchia Europa, vecchia alla lettera con un tasso di natalità che fatica a toccare il 2%, è stata pacificamente invasa da uomini e donne, in gran parte giovani e giovanissimi con tanti bambini. In fuga dalla guerra e dalla violenza, dalla miseria e dalla repressione. Hanno attraversato il Mare nostrum, nutrito con i loro cadaveri, hanno accumulato chilometri e polvere, scovato nascondigli nelle macchine e nei camion, hanno corso a perdifiato – un pellegrinaggio parallelo al viavai delle vacanze.  Con la forza della disperazione ci hanno raggiunti. La loro guerra è diventata la nostra, gli “effetti collaterali” di quanto accade nell’Altro mondo sono penetrati, in una estate rovente, con il peso specifico dei loro corpi che si possono...

Tutti corrono. Ma da cosa scappano?

Ha alle spalle il tour obbligato comune a tutte le centinaia di migliaia di fuggitivi che sbarcano sulle nostre coste. Per noi l’emergenza parrebbe essere l’arrivo dei migranti e non le guerre e gli orrori sperimentate da queste vite che hanno dovuto affrontare in ogni variabile la capacità umana di toccare il fondo dell’orrore, almeno quando decide di dare il peggio di sé.   A Tony, un ragazzo arrivato avventurosamente in Europa dal Congo con una traversata di frontiere e di terre che gli ha preso sette anni di vita, il paesaggio verdissimo e curato che attornia la cascina dove abito dice pochino. Sì, hai pari a spiegargli che il governo delle acque che ha sotto gli occhi, la rete di canali e rogge e cascate e chiuse che irrigano tutto e consentono quel prodigio produttivo che per secoli è stata l’agricoltura lombarda, è frutto del lavoro di generazioni e dell’ingegno di menti eccelse. – Leonardo, ha progettato quelle chiuse. Leonardo da Vinci, – gli dico. E aggiungo una domanda, perché mi è venuto un dubbio – Tony, mai sentito questo nome? – Ronaldo? Il suo volto si...

La fotografia e il potere delle immagini / Malgrado tutto

Il titolo lo leggo nel tardo pomeriggio di ieri sul “Guardian”, Shocking images of drowned Syrian boy show tragic plight of refugees, e i miei occhi saltano da “drowned”, a “boy” a “refugees” alla fotografia a fianco, clicco meccanicamente, per vederla meglio, certo, so che la posso vedere meglio. E lo faccio, e guardo, e leggo, ingoio anzi a pezzi l’articolo, Bodrum, la spiaggia, Turchia, Siria, la fuga, il mare, e guardo ancora, e poi clicco, ancora, guardo l’altra fotografia, l’immagine vera, brutale, inevitabile, quella che mi attira e mi stringe in un’oppressione fredda, quella che i lettori italiani, scoprirò più tardi, non vedranno, non subito almeno, non così facilmente, no, per il loro bene immagino, e intanto compio i gesti scontati, automatici, clic, seleziona, salva-con-nome. Ecco.     Un bambino morto annegato, un bambino di tre anni senza nome, senza altro ormai che queste poche immagini, affogate anche loro nella schiuma di gesti ripetuti, identici, di riquadri che si disegnano sugli schermi e poi spariscono, di clic, di colpi d’occhio e magari di secondi sguardi più lunghi, più attenti forse, o più avidi. Un’immagine cui non si può resistere e che non...