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Identità

(79 risultati)

Tommaso Ariemma. Il mondo dopo la fine del mondo

La fine del mondo è giunta. Questa affermazione, solo apparentemente paradossale o provocatoria, ha condensato e fatto gravitare attorno a sé le fondamentali riflessioni di sempre più numerosi pensatori, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Le questioni spalancate dalla presa in carico di un simile assunto sono a tal punto radicate che sarebbe probabilmente più chiaro e prezioso formularlo altrimenti: la fine del mondo era giunta. Dal preciso istante in cui si assume il mondo come finito, emerge prepotente l’interrogativo su cosa resti, su cosa sia del mondo dopo la fine, oltre la fine.   Da questo affaccio iniziale si profila il panorama tratteggiato da Tommaso Ariemma, un orizzonte che fa il suo esordio con la realizzazione che affermare la fine del mondo non significa e non può significare che esso sia cessato: cosa sia diventato Il mondo dopo la fine del mondo (Et al. edizioni, 2012, pp. 116, € 11,00), cioè dopo il “momento in cui si è raggiunta un’equivalenza tra mondo e informazioni sul mondo”, è questione di cui Ariemma ricerca le tracce in questo...

Fichés

Ha fatto in tempo Ando Gilardi a visitare Fichés. Photographie et identification du Second Empire aux années soixante, la mostra agli Archives Nationales di Parigi chiusa a fine gennaio di quest’anno? E in caso positivo, cosa ne ha pensato, lui che in Wanted! (Bruno Mondadori 2003) ha ripercorso la storia della fotografia segnaletica, mostrando come questa corra parallela alla storia della fotografia tout court e giunga ininterrotta fino ai giorni nostri? La visita di Fichés mi ha lasciato con tante domande aperte, di più, mi ha scosso e persino emozionato. Quel giorno di gennaio mi è mancato un compagno di visita come Gilardi, un privilegio che avrebbe dato un’altra coloritura alle impressioni che seguono.   Entro agli Archives Nationales con le idee molto chiare su cosa aspettarmi dall’esposizione Fichés: come recita il sottotitolo, tratta di Photographie et identification du Second Empire aux années soixante. Fichés, ovvero schedati, ripercorre la creazione, la diffusione e la definitiva affermazione della fotografia segnaletica, giudiziaria e criminale. In questo modo mostra la saldatura...

Roberto Cuoghi. La caricatura dell’identità

Identità ribaltata, deformazione, esplorazione del singolare. Leitmotiv che ormai conosciamo bene se pensiamo ai lavori di Roberto Cuoghi. Considerato uno dei più interessanti esponenti della ricerca artistica italiana, Cuoghi si è affermato creando un linguaggio artistico molto personale e riuscendo a lavorare con tecniche diverse, dalla fotografia al video, passando per pittura, disegno, fino al suono.     L’investigazione dell’identità è un tema che appartiene alla società di questi ultimi decenni e l’arte, come spesso accade, se ne fa portavoce. Riuscire a indagare la propria individualità nelle sue forme molteplici è un’impresa labirintica che a volte genera lavori affascinanti e a volte lascia perplessi. Il concettualismo che regola l’arte di Roberto Cuoghi è sicuramente molto denso, finanche serio e, forse, fin troppo analitico e cerebrale.   Probabilmente il suo lavoro più famoso è la scelta, all’età di ventiquattro anni, di trasfigurarsi nella persona di suo padre, modificando le sue sembianze con barba e capelli grigi oltre...

Being Luigi Ontani

Il 27 maggio si chiude alla Kunsthalle di Berna la mostra “BernErmEtica”, terza incarnazione ­ dopo il Castello di Rivoli e Le Consortium di Digione del progetto “CoacerVolubilEllittico” curato da Andrea Bellini. Per le edizioni JRP Ringier di Zurigo è appena uscito il catalogo curato da Marianna Vecellio, dal quale riproduciamo il testo di Andrea Cortellessa.     Quella della dischiusura, cui invita Andrea Bellini col suo progetto delle Scatole viventi, mi pare l’immagine più calzante per tentare di definire quella strana cosa che pratico ormai da quindici anni senza mai averci riflettuto, temo, a sufficienza. Parlo della critica. E non è un caso che questo stimolo venga da una “situazione” per me, per così dire, extraterritoriale: dall’ambito delle arti visive, cioè, e non da quello in cui mi sono formato – che è la letteratura. Come se muovendoci in un territorio che non ci è famigliare non potessimo evitare di interrogarci su quanto in esso vi sia in comune con casa nostra – oltre che, com’è ovvio, su quanto ne differisca (secondo la...

Italia 2

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     Cosa accade oggi in Italia?, questa era la domanda che ci ponevamo cinque anni fa presentando il numero 8 di «Riga» dedicato alla creazione artistica, visiva, letteraria, teatrale, saggistica nel nostro Paese. Allora, nella primavera del 1995, si era al culmine dell’ennesima moda che affermava l’avvento di una nuova generazione letteraria e artistica. Quasi non si parlava d’altro. Per questo, usando le parole di Amleto – personaggio in cui ci pareva di identificarci per il suo continuo interrogarsi –, ci domandavamo le effettive ragioni di tutta quella agitazione intorno ai «giovani». Lo facevamo in positivo, attraverso...

Mano

Si protendono e svolazzano, si applicano e staccano, si aggrappano e si liberano, piangono e cantano: dove si fa musica regnano le mani. Il direttore d’orchestra guida con il gesto, lo stile di un interprete è nella posa delle sue mani. A casa mia, dove tutti eccetto me sapevano suonare, la cosa che contava era l’estensione della mano. Se era ampia, se le dita erano lunghe e affusolate, ecco già pronto uno strumento da imparare. A Milano, negli anni settanta, i miei fidanzati potevano pure essere perdigiorno rivoluzionari, l’importante era che fosse bella la loro mano.   A Zagabria, negli anni cinquanta, dove gli usi e costumi erano quelli di una società ancora pregna dell’eredità di un mondo contadino, la mano curata era un ideale, il segno della possibilità di una rivoluzione sociale. Il baciamano un’abitudine anziana che evocava l’ossequio borghese, la rappresentazione di un certo femminile e di un certo maschile. Il baciamano raccontato dallo scrittore Dževad Karahasan condensa la nuda vita di Sarajevo sotto assedio:   “La giovane attrice porge in modo civettuolo la mano per...

Francesca Woodman: forever young

All’improvviso, Francesca è ovunque. Quasi trent’anni di onorata fama, prima timida, poi sempre più crescente presso gli addetti ai lavori, gli studiosi d’arte, gli artisti; infine, da qualche anno, il nome Woodman si sta ritagliando un suo spazio prominente nella cultura di massa, diventando noto presso consumatori più generici di immagini.     Un breve riepilogo: nel 2010 viene proiettato al Festival Internazionale del Cinema di Roma il documentario di Scott Willis The Woodmans, uno sguardo a tutto tondo sulla famiglia di artisti – padre fotografo e pittore, madre ceramista, fratello videoartista – nel quale Francesca, morta suicida a soli 22 anni, iniziò la sua brevissima, precoce attività di fotografa. In pochi anni si succedono, solo in Italia, da Milano a Siena passando per Roma varie mostre monografiche e non sull’artista americana, le cui immagini iniziano a comparire anche su riviste e giornali ad ampia tiratura.     Da qualche giorno, si è aperta al Guggenheim Museum di New York la prima grande retrospettiva con più di centoventi fotografie, video...

Ando Gilardi. Wanted!

È morto Ando Gilardi uno dei personaggi più significativi della fotografia italiana, autore di libri davvero straordinari, fotografo lui stesso, direttore di riviste, giornalista, fotoreporter, e altro ancora; oltre che fondatore della Fototeca storica nazionale.   I suoi libri sono stati riediti negli anni da Bruno Mondadori, l’ultimo ha come titolo Meglio ladro che fotografo (2007). Michele Smargiassi ne ha tracciato un bel profilo su La Repubblica di lunedì 6 marzo, e lo ricorda nel suo blog; lo voglio qui ricordare con un pezzo scaturito dalla riedizione di Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria uscito nel 2003 (Bruno Mondadori, Milano, pp. 210).     Il viaggiatore che entra nel territorio degli Stati Uniti, munito di regolare passaporto e visto d’ingresso, deve sottoporsi a una doppia pratica: posare le dita della mano su uno scanner elettronico che registra rapidamente le impronte, mentre un’altra macchina, anch’essa digitale, ritiene istantaneamente l’immagine del viso e probabilmente anche quella della sua iride. In questo modo presso la...

Speciale Ai Weiwei | L’arte contemporanea cinese nel dilemma della transizione

In Cina, l’arte contemporanea è stata apertamente accettata dalla società e negli ultimi anni è diventata molto nota al pubblico. I “miglioramenti” del clima culturale sono avvenuti non grazie all’approvazione ideologica dell’arte contemporanea da parte di una nazione comunista, ma come risultato del processo di apertura e riforma e del trionfo della cultura materiale e dello stile di vita occidentale in questa terra antica. Questi miglioramenti derivano anche dal graduale recupero della fiducia in sé da parte di un popolo che spera di mettere alla prova il proprio prestigio tra le culture contemporanee del resto del mondo. Ciononostante, e dopo anni di mostre e discussioni, il pubblico dell’arte moderna è limitato ai circoli degli artisti e a pochi altri piccoli gruppi.   Mancando di una base nella cultura e società politica contemporanea, l’arte contemporanea è stata etichettata come “inquinamento spirituale borghese”, e considerata per vari decenni un prodotto della corrotta ideologia occidentale. Al-lo stesso modo, l’arte e la cultura cinese non giocavano un...

Le mani di Zoff e il tricolore

C’è un’immagine che traduce in emblema la vittoria italiana ai Mondiali di Spagna, nel luglio del 1982, ed è quella che ritrae su un francobollo le mani del capitano della nazionale, il portiere Dino Zoff, mentre innalzano, tutta d’oro scintillante, la Coppa del Mondo. Il modello è la fotografia che all’indomani di quell’11 luglio apre fatalmente i quotidiani: la firma è di un pittore grande e discusso, senatore comunista nientemeno, Renato Guttuso, il quale si compiace di ignorare il tricolore e lascia viceversa trapelare solamente l’azzurro e il giallo oro. Eppure, per la prima volta, il tricolore sta occupando e persino travestendo le piazze italiane in delirio: la bandiera che pendeva afflosciata dagli uffici pubblici, appannaggio semmai dei neofascisti e della cosiddetta maggioranza silenziosa (gli ultimi sbandieramenti erano stati nel ’54 per Trieste italiana) diviene di senso comune e si presenta addirittura in forma di tatuaggio, come per quei giovani tifosi, nello Stadio “Sarrià” di Barcellona, ripresi mentre esultano, dopo la tripletta di Paolo Rossi al Brasile, seminudi e...

Mona Hatoum, Measures of Distance

Un anno prima della caduta del muro di Berlino, data che chiude simbolicamente la stagione del bipolarismo Urss-Usa, e da cui emerge una mappa geopolitica variegata quanto mutevole, Mona Hatoum firma il video Measures of Distance (15’26”, Western Front Video Production, Vancouver).   Nata a Beirut nel 1952 da una famiglia palestinese costretta a emigrare, e dal 1975 londinese di adozione, Mona Hatoum potrebbe essere il prototipo di artista postcoloniale ante litteram, includendo in questa definizione tanto le rivendicazioni identitarie extraoccidentali, quanto le rivisitazioni critiche o ironiche, didascaliche o narrative dei rapporti fra l’Occidente e il resto del mondo. In altre parole, appropriandosi, generalizzando e risignificando forme e metodi di quello che Edward Said ha definito, in un testo ormai classico, Orientalismo (1978).     Measures of Distance (1988) – complice la plasmabilità dell’immagine elettronica – si caratterizza per una sapiente mescolanza di elementi biografici e politici. Immagini, voci e lingue, grafie e tempi si intrecciano nel video, costituito paradossalmente dal susseguirsi di...

Nome

  Lo stuoino sulla soglia di un appartamento milanese si chiama Home. L’uomo sul trattore che attraversa i colli dell’Istria porta una maglietta con la scritta Calvin Klein. Il termine inglese valorizza, immette il locale nel globale, ci rassicura che abitiamo tutti nel glocal. Nell’era delle moltitudini il nome fa la differenza, dice la provenienza, racconta dell’appartenenza, contiene le possibilità dell’apparenza. Fammi entrare / nella tua eterna danza /fammi entrare fammi entrare fammi entrare /non lasciarmi qui, dentro un nome /dentro un piccolo cognome dice un verso di Mariangela Gualtieri.   Giorgia e Graziella sono due in una, la prima è la donna emancipata che lavora solo, saltabecca da Londra a Shanghai, l’altra è la figlia che non può confessare indoor la vita di fuori. Cambiare l’indirizzo email, firmare con il doppio nome è un coming out che promette integrazione. Il nickname permette il gioco delle proprie identità, è un ideale biglietto da visita che si offre al pubblico virtuale. L’intimità, come nei film di Chéreau, è una...

Pedro Almodóvar. La pelle che abito

È piuttosto tipico, nel cinema di Almodóvar, che gli elementi principali del racconto filmico, siano essi personaggi, oggetti, situazioni o risvolti della trama, divengano, all’improvviso (o gradualmente) qualcosa di diverso, arrivino, cioè, a trasfigurarsi, a mutare aspetto e a divenire altro da sé. In tal senso non fa eccezione nemmeno La pelle che abito, pellicola che già dal titolo pare rivestirsi di sfumature e rimandi concettuali tutt’altro che incidentali.   Con una perfetta assonanza con l’originale spagnolo, infatti, il termine “abito” si può leggere con la doppia accezione di abitare nel senso di occupare, risiedere o possedere, o quella di abito inteso come vestito, ovvero come qualcosa che si indossa e del quale, eventualmente, ci si può spogliare. E come potrebbe essere altrimenti in un film in cui protagonisti sono i corpi ancor prima dei personaggi? Corpi che si trasformano, che cambiano pelle, che dispongono gli uni degli altri ma che non si riconoscono in se stessi, non comunicano, non possiedono identità. E allora se l’abito non fa il monaco ancora meno lo fa il...

Alessandro Mari

Alessandro Mari vive in incognito, come un personaggio di Thomas Pynchon, a cui ha dedicato non per caso la sua tesi di laurea. Prima di esordire con quello che per l’ennesima volta con la consueta fantasia i giornali hanno indicato come romanzo-rivelazione, Troppo umana speranza, saga della difficoltosa costruzione di identità del Risorgimento italiano, si dedicava alla nobile (quanto diffusa, anche se di rado ammessa) arte del ghostwriting, scrivendo per interposta persona, per soddisfare personalità diverse tra loro, ma tutte accomunate da una stessa brama: la pubblicazione. Come se fosse una trama parallela del delizioso incanto apocalittico de L’incanto del lotto 49, le storie si dipanano, secondo i desideri di terzi, nel momento in cui il fantasma con la penna riveste di un corpo di parole la frustrazione di chi non possiede i mezzi della scrittura e ha invece lo statuto ambiguo di “personaggio”, mediatico o da condominio poco importa.   Nel frattempo il nostro tra una mentita pagina e l’altra covava l’epopea, visto che non concepisce di firmare libri che siano meno di trecento pagine, siglando una mappa del mondo...

Genova / Paesi e città

Beati coloro che hanno un’identità. Che è come credere in Dio o giurare viscerale fedeltà al luogo in cui nascono, con forza ne avvertono il senso di appartenenza. Figli di una terra precisa, si sentono immigrati, emigranti, diversi, in un qualunque altro luogo che non sia quello di nascita identificandovi il punto del loro equilibrio psico-fisico. Perché il punto d’equilibrio, per loro, è riconoscersi in un dato punto geografico. Beato chi se ne va e poi torna, come insegnano le antiche narrazioni, secondo una circolarità di percorso, di disegno immaginario di una spirale. Certo che chi torna non si troverà mai allo stesso punto di partenza, lui e il luogo sono cambiati insieme. È l’andamento circolare del tempo, che vediamo inciso nei tronchi degli alberi.   Qualcuno ha definito il momento del ritorno come un “salto di ottava” (musicalmente parlando). E qualcuno, alludendo a questo salto, allude addirittura a un’altra dimensione, estrema – come quella traversata dal revenant che, se torna a raccontare, sa che mai potrà essere inteso. O finirà pazzo, come il...

Sciarà ovvero le parole dialettali intraducibili

La collaborazione tra doppiozero e il Festivaletteratura di Mantova con il progetto Sciarà.   Leggi le parole intraducibili> Suggerisci una parola> www.festivaletteratura.it Ci sono tante parole nei vari dialetti e nelle parlate locali che non hanno una traduzione precisa in italiano, parole che sono già un “mondo”, che veicolano visioni e valori, immagini: parole-baule. Abbiamo pensato di raccogliere queste parole con la loro possibile definizione per creare una sorta di dizionario delle diversità italiane, un gioco linguistico per dar forma alla nostra identità plurale. Nell’anno del 150mo dell’unificazione italiana, un esempio di diversità.   Il gioco delle parole inizia su doppiozero e su festivaletteratura.it e prosegue “dal vivo” a Festivaletteratura. Le parole arrivano dagli autori e dai lettori di doppiozero e di Festivaletteratura, da scrittori e lettori comuni. Lo spazio a disposizione è per una parola e la sua definizione di massimo 500 battute spazi inclusi. Durante il Festival Sciarà avrà una postazione con un computer in cui i visitatori...

Il sabato del villaggio / Addio confort

Con le scuole ormai chiuse, gli esami di maturità in dirittura d’arrivo, l’estate, tra alte e basse temperature, sembra essersi ormai avviata e si avvertono i primi timidi tentativi di fuga dalla città. Ritrovare la natura, lo spazio selvaggio, ma senza perdere i confort: una natura a misura d’uomo sembra essere il bisogno da soddisfare. Addio alla natura quindi, ma soprattutto un addio alla sua idea culturale e falsificante, questo l’auspicio contenuto già nel titolo dell’ultimo libro di Gianfranco Marrone recensito questa settimana da Marco Belpoliti e Franco Farinelli e su La Repubblica da Maurizio Ferraris in un ampio articolo. Uomo e natura, due conviventi che mal si sopportano, ma anche una corsa ciclistica, la Milano-Sanremo, tra le più affascinanti ed estreme del mondo. Un percorso vario ed imprevisto, un paesaggio naturale, sorprendentemente nel cuore di uno dei territori più urbanizzati d’Europa: ce lo racconta Igor Pelgreffi. Di tutt’altra natura la sparizione che si materializza sotto gli occhi di Giuseppe Montesano, ossia quella della spazzatura napoletana in parte spostata dalle...

La bandiera attorcigliata

  Il 17 marzo 2011 sono stato a Marsiglia. Era previsto un incontro presso l’Istituto italiano di cultura. Sono partito la mattina presto da una Torino in piena ossessione tricromatica –le bandiere ai balconi, gli adesivi sulle vetrine dei negozi, oltre le vetrine i manichini abbigliati in bianco rosso e verde, nei banconi degli alimentari i cibi ugualmente armonizzati a tre colori, e ancora bandierine sparse sui tavolini dei caffè, in cartoleria le penne tricolore, in panetteria le focacce condite con mozzarella lattuga e pomodorini. In Galleria San Federico ho visto anche una cantante con una specie di turbante tricolore, e sulla superficie di una pozzanghera in piazza Carlo Alberto il residuo di cherosene non era al solito iridescente ma di un partecipe oleoso tricolore.   Durante il viaggio in treno ho letto Repubblica. Tra una notizia e l’altra comparivano le pubblicità. La maggior parte si collegava esplicitamente all’unità d’Italia. Le ho contate: ventisei su settantasei pagine. I salami Beretta sono fratelli d’Italia dal 1812, Superga è la scarpa degli italiani, Conad ha l’unità...

Italia tra parentesi

L’Italia come argomento. Che cosa rende questo paese così particolare tanto da divenire oggetto o soggetto di un’opera d’arte? Nessun paese al mondo è stato tanto ritratto quanto lo è stato nei secoli l’Italia. Non certo soltanto per i paesaggi, la storia o l’arte, ma anche e soprattutto per una materia costituita da una umanità che sfugge ad ogni definizione o categoria. Una materia umana creata dalla stratificazione e ibridazione di culture ed etnie diverse, risultato di scontri e integrazioni secolari, forzata alla coabitazione su un piccolo e vario territorio e che solo di recente ha cercato di immaginare una storia comune, alla ricerca di una possibile identità condivisa.   Laboratorio permanente dove si testano sino al limite le pulsioni più profonde dell’animo umano, tra tragedia e commedia, per gli artisti l’Italia rappresenta un principio di realtà, un territorio da cui nascono e si mettono alla prova etiche, poetiche ed estetiche. Un territorio in cui la realtà offre una infinità di trame, di storie, di situazioni, di personaggi tali da rappresentare gi...

Religioni della morte. I volti della Cultura di destra in Furio Jesi

Dopo quasi venti anni dalla seconda edizione torna nelle librerie Cultura di destra di Furio Jesi, mitologo, critico letterario, germanista e allo stesso tempo molto più di questo. Uscito per la prima volta nel 1979, l’anno precedente alla tragica scomparsa dello studioso torinese, il libro è uno dei suoi testi più profondi, luminosi e incandescenti, prova di una scienza della cultura situata al crocevia tra storia delle idee, antropologia, semiotica e narratologia e, per le polemiche che porta con sé a ogni pubblicazione, cartina di tornasole del dibattito sulla cultura di destra in Italia. La nuova edizione di Nottetempo, curata da Andrea Cavalletti, regala ulteriori elementi del cantiere jesiano presentando alcuni inediti di grande interesse, su tutti lo splendido Il cattivo selvaggio, un breve saggio sulle logiche implicite del razzismo, più che mai attuale.   Ma il punto è questo: che cos’è ‘cultura di destra’? Alla domanda postagli da «L’espresso» nel 1979 Jesi rispondeva: «la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si pu...

Sony segreto

Il 20 aprile di quest’anno il deposito informatico della Sony è stato violato. Visitatori non identificati sono entrati nel centro dati, situato a San Diego in California, e hanno portato via – ovvero copiato, come si dice oggi per il “furto” – i dati personali di tutti i clienti della Sony: settanta milioni di abbonati che scaricano musica, filmati e altri prodotti della casa giapponese. Sono stati sottratti referti personali, password, numeri di carte di credito, insomma tutto quello che serve per ottenere dalla casa madre “forme” che soddisfano il piacere auditivo e visivo (almeno per il momento) dei singoli consumatori.   I dati sono stati messi in vendita, così si trova scritto sui giornali dell’altro giorno, al mercato nero: informazioni “sensibili” sugli abbonati della Sony. Si vendono al miglior offerente indirizzi email, numeri delle carte, date di nascita, id e password. Il tutto alla spicciolata, per singoli pezzi, oppure per blocchi. Pare che nel mercato parallelo le informazioni della carta di credito (con data di scadenza e codice di sicurezza) valgano 70 dollari; mentre senza codici...

Scicli / Paesi e città

Trovare e descrivere l’anima di una città è ripugnante. La creazione di un’identità sommaria alla quale sia quasi possibile credere – alla quale anzi si finisce per credere – è della moda, del capriccio, della ciarla. Lancia uno o più tratti e blocca lo sviluppo del corpo individuale. Dentro questa motriglia collettiva, dove il critico di paese, il politico, il dirigente e il ciarliero riposano in pace, giace Scicli.   Qui si fa ironia, si parla e si scrive diplomaticamente; non ci si firma, non ci si espone; se due parlano, altri due cadono dalle nuvole e riesci a coglierli con la coda dell’occhio posarsi obliqui, maledetti cucchi, e trattenere il respiro. Ventiseimila abitanti meno qualcuno, insomma, scorrono nella fogna incrostata dal cui foro primario e unico si determinano le naturali persecutorie (dicono loro) e disperate (diciamo noi) entrature. Ricorrenza di topi che la sfangano.   Che poi sia una cittadina (un paesazzo) bellissima non dovrà interessare a nessuno. La chiesa di San Matteo domina Scicli dall’alto, a destra S. Maria la Nova col Gioia, a sinistra S....

Mosaico di identità e identità-mosaico

Se dal punto di vista culturale oggi si ammette senza remore che la retorica risorgimentale, quella che avrebbe dovuto “fare gli italiani”, fu insopportabile, asfittica, decrepita già appena nata, piena di moralismo e ampollosità, vetusta nel linguaggio, nelle immagini e nei simboli, è pure vero che l’Italia ha trovato un’identità nazionale in primo luogo nella letteratura e nella lingua letteraria, con l’opera di Dante, Boccaccio e Petrarca fino a Bembo e poi Manzoni.     Il linguaggio è la casa dell’Essere, scrive Heidegger, e nella sua dimora abita l’uomo. Viviamo da sempre nel linguaggio, e la nostra capacità di costruire nuove interpretazioni dell’esperienza e di articolare le relazioni tra le parti di cui si compone si fonda sempre nel preliminare contesto linguistico e culturale nel quale ci troviamo situati. Il linguaggio, inoltre, è anche il mezzo grazie al quale veniamo a conoscere altre interpretazioni dell’esperienza. Così, nell’interpretare un segno, un testo, una cultura, contemporaneamente un soggetto interpreta anche se stesso....

Rosso d'Italia

Da sempre il cibo è tra gli elementi che delineano l’identità di una nazione. Cibo inteso come scelte alimentari, riti, consuetudini, cucina, tradizioni, come l’insieme di tutto quello che generalmente oggi chiamiamo cultura alimentare. Naturale che sia così; l’alimentazione di una comunità come di una popolazione ha sempre a che fare con la sua storia, così come con la geografia del territorio, con il clima e l’ecologia dei suoi ambienti, tanto più quando questi fattori erano al tempo stesso “risorse e condanne”, almeno per chi nasceva e viveva in un luogo, quasi sempre lo stesso.   Per tutta la lunga stagione preindustriale nel nostro paese – e in alcune regioni ancora fino agli anni quaranta del secolo scorso – l’alimentazione connotava gran parte della realtà materiale e culturale quotidiana, quest’ultima sempre che si vivesse sopra il livello di pura sussistenza, sempre che fame e carestia – ospiti temuti ed indesiderati – non fossero di casa: non può esserci infatti cultura alimentare ma solo sopravvivenza se il cibo diventa bisogno...