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lingua italiana

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Per capir lingua e esseri umani / L’imperfetto, inattuale e così umano

“Facciamo che io ero una principessa e che tu eri il mio cavaliere”: la formula stava e sta sulle labbra infantili. Cambiano i personaggi che la completano. Se “una principessa” e “un cavaliere” sono usciti dal novero dei menzionati, poco male. Bimbe e bimbi d’oggi sanno certo bene, giocando, chi “erano”: una influencer, per esempio, e un rapper.  C’è una dichiarazione di simulazione alla base di un gioco siffatto. L’accompagna una sospensione dell’incredulità: tacita, ma indiscutibile. In nuce e quasi per intero, ecco l’umano. L’imperfetto vi compare con naturalezza e non è l’insegnamento di adulti a suggerirvelo. Come mai? Cos’è l’imperfetto? Per le grammatiche, un tempo del passato. Così lo presentano nelle loro tabelle. E allora?   Con la lingua, gli esseri umani hanno una mirabile facoltà. Possono esprimersi anche a proposito di ciò che non è in atto. Ciò che non è in atto ha un numero indefinito di faccette. Il passato è solo una di esse, a sua volta sfaccettata. Passato è ciò che non è più in atto, che non è più attuale.  L’imperfetto è allora un modo (non il solo, del resto) per esprimere la non attualità di ciò di cui si sta dicendo. Dandosi il caso, quella...

Fare la fila, ascoltami bene e cose così / La lingua che parla

Ogni tanto in classe mi piace giocare con gli studenti usando le differenze più evidenti tra una lingua e un’altra. In particolare tra l’italiano e l’inglese. Una di quelle che metto subito in chiaro è collegata al detto “Si dice il peccato ma non il peccatore”. In Inghilterra fa così “Love the sinner, hate the sin”. Il significato vorrebbe essere simile ma le parole che lo esprimono sono in parte diverse e proprio ciò che cambia da una lingua all’altra diventa materia del nostro gioco.  La lingua inglese ci chiede chiaramente di amare il peccatore e di odiare il peccato. Ci chiede, attraverso due imperativi che esprimono due sentimenti contrapposti, non solo di non fare coincidere la persona con il suo peccato ma addirittura di abbracciare l’una e rifiutare con il sentimento più radicale l’altro.  In italiano nessuna traccia dei verbi amare e odiare. La nostra lingua ci prescrive chiaramente di non dire il peccatore. Non c’è nessuna relazione con il perdono o l’amore, basta non dire il nome di chi ha peccato, non identificarlo.    Quando chiedo agli studenti cosa c’entra con tutto questo la lingua inglese e le sue strutture grammaticali e sintattiche la prima...

Parola / La vera parola del momento

Ci si faccia caso, la parola del momento non è una delle tante gettate come petardi e mortaretti (in attesa magari di farsi bombe vere e proprie) che fanno tanto rumore e attirano l’attenzione. La parola del momento è parola, tema che si sta gonfiando con un uragano di parole. Non c’è nessuno che non abbia parole da dire e non c’è nessuno che non abbia da dire parole sulle parole. E le parole crescono sulle parole, in un contesto sempre più parolaio.   C’è chi dice parole cattive. Le dice e mentre le dice si guarda, compiaciuto. Mentre le dice, si ascolta soddisfatto. Non ci vuole molto a capire e del resto non nasconde di dirle anzitutto per vedere l’effetto che fanno: su se medesimo e sugli altri. Ma appunto non di nascosto. Apertamente. Guardarsi, ascoltarsi è un’attività sociale. Se non lo si fa sotto gli occhi di tutti, è come non farlo. Sembra narcisismo, ma non lo è. Del resto, bruttini e piuttosto avanti negli anni come complessivamente si è, chi avrebbe mai veramente il coraggio di specchiarsi? Ci si scorda sempre, quando si parla di narcisismo dilagante, che Narciso era carino. La circostanza non ebbe certamente scarso peso nella sua predilezione: magari ce ne...

Italiani per difetto / Non c’è italiano che non sia un provinciale

La maggioranza degli Italiani, anzi, a essere precisi, la totalità degli Italiani è fatta di minoranze. Proprio l’essere fatto di minoranze caratterizza l’intero che ne risulta e che qui sarà detto Italia: l’Italia (Italiani inclusi) come l’hanno fatta geografia e storia, con un lavorio appunto millenario. Si tratta di una compagine che va oltre la mera contingenza politica di quello stato unitario che, da meno di due secoli, prese la forma prima di un regno poi di una repubblica. Il valore più ampio ingloba naturalmente il meno ampio e non ne viene contraddetto. Ebbene, con tale valore, l’Italia è un intero interamente fatto di minoranze.   L’italiana non è del resto una nazione, come altre europee, ma un’ultra‑nazione. Il tratto è di lunga durata e fa ancora dell’Italia un’eccezione. Già a Dante la circostanza apparve chiara, come gli fu chiaro che la lingua del sì fosse la sua evidenza più lampante. Nelle sue forme che egli riconobbe come diverse e tutte particolari e in quella che, pur messa in uso, come egli appunto provò a fare, fu e resta sempre da costruire. D’altra parte, in modi mutevoli, la variazione è l’essenza degli Italiani, in quanto sì‑dicenti.   Durante...

Sopra una vicenda dei giorni nostri / Il parere di Dante

“A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano [cioè apprezzano e lodano] lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni”: comincia così l’undicesimo capitolo del primo trattato del “Convivio” di Dante, opera incompiuta che, nei secoli, ha inoltre avuto una fortuna molto ineguale. A Dante si possono attribuire tante qualità. Difficilmente si può però dire fosse un uomo accomodante o di buon carattere. O ancora che – così si dice al giorno d’oggi – le mandasse a dire. In proposito, quel capitolo è esemplare. Due rapide parole per inquadrarlo grossolanamente dalla prospettiva qui pertinente. E resa pertinente da recenti vicende di cronaca nazionale che hanno visto l’italiano fare da involontario protagonista.   Dante era un dotto ma, fatte poche eccezioni, i dotti del suo tempo gli piacevano poco. Del resto, dire “noi”, in funzione di una congrega qualsiasi, non fu da lui. Egli procurò di far sancire questo suo tratto umano da Cacciaguida. Succede nel diciassettesimo del “Paradiso”, quindi con ogni crisma. Decisivo pretesto, al riguardo, la politica: “sì ch’a te fia bello | averti...

Wallace all'italiana

Un discorso sullo stato attuale della lingua italiana potrebbe incominciare da uno scrittore che è venuto in Italia una sola volta. Era il suo primo e, salvo errore, è rimasto l'ultimo viaggio in un Paese della cui lingua non conosceva una sola parola. Si tratta dell'americano David Foster Wallace. David Foster Wallace era uno snob linguistico, membro di una famiglia di snob linguistici: non è una mia illazione, ce lo ha detto lui nel recensire un dizionario dell'uso linguistico americano. Una grande opera, voluminosa come un dizionario e - attenzione - normativa: dice quali forme è meglio usare e quali altre è meglio non usare. Il saggio di Wallace non è una piccola recensione: è molto più lungo della media dei saggi e, come è nello stile di Wallace, salta da osservazioni generali a racconti personali, con digressioni, incisi, punte di umorismo e affermazioni perentorie. Cos'è uno snob linguistico, o una famiglia di snob linguistici? Il padre di Wallace è un professore di filosofia, studioso di Wittgenstein; la madre, un insegnante di inglese. Sin dall'infanzia i loro figli sono...