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pittura

(28 risultati)

Un'opera senza tempo / La linea infinita di Wacław Szpakowski

Disegni nel turbine della storia   Wacław Karol Szpakowski? Pochissimi sanno di chi si tratta, e pochissimi conoscono la storia di questo artista, architetto e ingegnere polacco. Nato nel 1883 in Polonia, nel 1897, a 14 anni, lascia la Polonia e si trasferisce con la famiglia a Riga. Qui trascorre l’adolescenza, studia architettura, suona il violino nell’orchestra giovanile e s’interessa ai fenomeni atmosferici. Tiene un quaderno di appunti su tempeste, uragani e cicloni, e raccoglie fotografie di architetture dalle forme lineari. Custodirà gelosamente questi quaderni malgrado gli eventi bellici e diversi traslochi forzati. Così si spiegano i lunghi intervalli d’inattività: in molte circostanze, la preoccupazione maggiore era la mera sopravvivenza (l’artista perderà un figlio, l’unico maschio, durante la guerra). Szpakowski, non dimentichiamolo, fa parte di quella generazione che ha vissuto le due guerre mondiali. Ora, nel corso delle sue lunghe traversate tra Lituania, Russia, Lettonia e Bielorussia, non perde occasione per prendere appunti e disegnare, incuriosito dai fili del telegrafo o dall’invisibilità della corrente elettrica. Gli bastava poco, un foglio di carta e...

Una conversazione / Gillo Dorfles. I paesaggi e i personaggi della sua vita

Conoscere Gillo Dorfles di persona e avere la possibilità di dialogare con lui nella sua abitazione milanese è un’esperienza impossibile da dimenticare. Innanzitutto perché si ha la sensazione di essere a colloquio con la Storia: nato a Trieste il 12 aprile del 1910, ha visto susseguirsi almeno quattro generazioni; ha assistito a entrambe le guerre mondiali; ha visto il passaggio della sua città natale dall’essere austroungarica all’essere italiana; ha partecipato alla ricostruzione del nostro Paese avvenuta dopo il 1945 ed è stato testimone e promotore di molti dei più importanti snodi culturali e artistici del ventesimo secolo.   Laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria, fin dai primi anni Trenta si dedica a una pittura influenzata dall’antroposofia di Rudolf Steiner. Nel 1948 è tra i fondatori del MAC-Movimento per l’Arte Concreta, nato a Milano quale contrapposizione al realismo politicamente impegnato e agli influssi irrazionali dell’informale. Dal 1956 decide di passare dalla pratica pittorica alla critica d’arte per poi riprendere a esporre i suoi dipinti solo nel 1986, in occasione della personale tenuta allo Studio Marconi di Milano. Professore di...

Uno sguardo straniero / L’occhio è visionario

“Il nostro occhio è portato a vedere le cose e non ciò che le rende visibili, vede oggetti illuminati dalla luce ma non la luce che li illumina, né il tono delle ombre che avvolgono la loro superficie, né quello dei riflessi che rimbalzano su di esse; vede che l’erba è verde, le ciliegie sono rosse e il cielo è azzurro, ma non isola il fenomeno cromatico dalla cosa in cui si manifesta, vede cioè cose colorate e non il colore delle cose.”   Con queste parole Giuseppe Di Napoli ci introduce al suo studio: “Nell’occhio del pittore. La visione svelata dall’arte” stabilendo fin da subito che l’uomo comune non guarda il mondo alla stessa maniera del pittore.   Nonostante l'evoluzione della specie umana, il nostro occhio, infatti, guarda ancora come faceva ai primordi, selezionando rapidamente gli elementi che sono utili per la sopravvivenza (distinguere in fretta le cose nocive o pericolose da quelle innocue; quelle velenose da quelle commestibili; i predatori dalle prede etc.) lasciando in secondo piano tutto il resto. I pittori, invece, con il loro “sguardo straniero”, tendono ad isolare i dettagli, a cogliere i colpi di luce su un oggetto, su un volto, o su paesaggio...

5 giugno 1927 - 5 giugno 2017 / Emilio Tadini, Picasso. L’immortale da vivo

La generazione degli anni difficili è il titolo di un volume del 1962 in cui Ettore Albertoni, Ezio Antonini e Renato Palmieri raccolgono i testi di un’inchiesta condotta tra il 1959 e il 1960 per la rivista «Il Paradosso». L’inchiesta era mossa dalla necessità di comprendere le scelte e le posizioni di fronte alla Storia da parte di «coloro che l’ultima guerra sorprese […] nell’età dei primi ripensamenti e delle maturazioni giovanili», e che alla fine degli anni Cinquanta si presentavano, volenti o nolenti, come «la spina dorsale della nazione». È la cosiddetta “generazione di mezzo” di cui fanno parte Italo Calvino, Oreste del Buono, Rossana Rossanda, Franco Fortini o Fulvio Papi: intellettuali nati negli anni Venti, che alla chiamata della Storia hanno risposto non con il ragionamento e la volontà di una scelta politica matura, ma sulla spinta degli “astratti furori” di gioventù. E alla fine della guerra si ritrovano troppo grandi per demandare ai fratelli maggiori le responsabilità della ricostruzione, ma anche troppo giovani per incaricarsi senza tentennamenti di tracciare la rotta per le generazioni a venire. Sono intellettuali che vivono con profonda sofferenza l’urgenza...

Conversazione con Enzo Cucchi / Il primato del segno

La meraviglia provocata da un segno. Così potremmo definire il lavoro dell’artista Enzo Cucchi che nel segno trova la propria ragion d’essere nonché la fonte prima di emozione. Si tratta di un segno che sovente prende la forma di teschio o di fuoco fatuo; talvolta di animale o di creatura umana ingigantita, rimpiccolita, stilizzata, oppure ridotta a specifiche parti anatomiche; altresì di zona d’ombra o di paesaggio collinare privato delle tradizionali coordinate spazio-temporali e pertanto disorientante, onirico. Tuttavia, pur sembrando alludere alla dimensione onirica, il segno di Cucchi non reifica né un sogno junghiano teso a rivelare le leggende collettive dell’umanità, né un sogno freudiano volto a visualizzare l’inconscio individuale di chi lo ha delineato sul foglio o sulla tela. Il segno non è un racconto, né un’illustrazione, né una descrizione: non è sogno, ma tautologicamente solo e soltanto segno. “L’importante è segnare”; “nei segni deve depositarsi qualcosa che ha a che fare con la storia, la responsabilità, l’etica”, afferma l’artista: quel qualcosa è una disciplina (la disciplina dell’arte) che, attraverso le regole dell’armonia, della proporzione e della...

Al Mudec di Milano / Dentro il colore: Kandinskij

«Per anni e anni ho cercato di ottenere che gli spettatori passeggiassero nei miei quadri; volevo costringerli a dimenticarsi, a sparire addirittura lì dentro». Queste le parole di Vasilij Kandinskij che hanno ispirato la mostra ora al Mudec di Milano: entrare dentro il quadro e ripercorrere il viaggio del pittore russo nella regione di Vologda alla ricerca delle tracce pagane dei Zyriane di Komi, una popolazione finnica orientale. Nel 1889 Kandinskij vi si era recato come studente di diritto per svolgere una ricerca antropologica, aveva visitato in solitudine le isbe di quei villaggi sperduti ed era rimasto affascinato dagli oggetti d'uso quotidiano, dai mobili colorati, dalle stoffe, dai giocattoli dipinti a tinte vivaci e, in particolare, dai lubki, immagini popolari che narravano le storie dei santi e degli eroi russi, nei quali i colori della stampa strabordavano dai limiti delle figure.   V. Vasilev, Lubok (ultimo terzo del XIX secolo). All'ingresso della mostra, in alto, sopra gli oggetti esposti – mestoli, conocchie, battitappeti, stampini, tessuti, costumi, tutti coloratissimi, provenienti in gran parte dal Museo Panrusso delle Arti Applicate e dell'Arte Popolare...

Tra pensiero e visione / L’immagine metafisica

Un’immagine non è che un insieme di stratificazioni. Guardarla significa saper passare da un livello all’altro; saper distinguere, senza distruggerli, tutti gli infiniti strati che la compongono. Se nel pensiero metafisico classico comprendere ha significato andare al fondamento, a ciò che “sta sotto” e regge l’intera struttura dell’essente, nell’immagine metafisica vedere significa saper conservare ogni singolo strato; passare da uno strato all’altro senza nulla distruggere. Ogni strato, sovrapponendosi e compenetrandosi agli altri, costituisce il visibile. Non si dà scavo verso l’origine, ma coappartenenza di piani temporali e spaziali sulla superficie stessa del visibile.   Così, se il Novecento ha creduto, con buone ragioni, che per raccogliere l’eredità di un pensiero metafisico in rovina occorresse un’opera di destruktion (Heidegger) o déconstruction  (Derrida), a noi oggi, nel mondo delle arti figurative, nel senso più ampio dell’espressione, o, se si preferisce, nel campo delle visual cultures, occorre un sapere, un sapere figurativo, capace di sfogliare l’immagine, di saper, cioè, cogliere la sua stratificazione senza nulla distruggere né decostruire:...

Easy virtue in mostra a Amsterdam / Prostituzione e arte

Nel 2011 Bertrand Bonello presentò a Cannes un film memorabile e poco o niente distribuito da noi: L’Apollonide, in cui si narravano le vicende, a colori foschi e contrastanti, di un bordello parigino, di cui il regista ricostruiva in modo analitico il meccanismo economico e le potenzialità evocative di uno spazio per eccellenza censurato, eppure sempre presente nell’immaginazione collettiva. Easy virtue (il titolo è tratto da una celebre play di Noël Coward del 1924), una mostra notevolissima e molto fortunata, in scena al Museum Van Gogh ad Amsterdam, proveniente dal Musée d’Orsay (dove l’esposizione si intitolava balzacchianamente Splendeurs et misères), dove ha riscosso altrettanto successo, punta i riflettori su un tema inedito: il contributo, tutt’altro che piccolo, che le prostitute hanno fornito all’arte in Francia, specialmente nell’epoca tra ‘800 e ‘900, quando a Parigi le “belles de nuits”, definite con termini sempre più fantasiosi (ma non per questo meno dispregiativi) erano figure in vista, dotate di un loro preciso appeal.   Geesjekwak, Universiteitsbibliotheek leiden.    Le cortigiane più celebrate potevano, come nuovi mecenati, determinare un...

Jheronimus cinquecento anni dopo / Bosch. Visioni di un genio

’s-Hertoghenbosch, 9 agosto 1516. Nella chiesa di St. John si svolge la cerimonia funebre per il pittore Jheronimus Bosch. La funzione ha luogo nella nuova cappella della Confraternita di Nostra Signora (Lieve Vrouwe Broederschap), di cui Bosch è membro. La messa Requiem è disposta dalla confraternita che ne sostiene i costi, come è l’uso. Il librone dei conti, perfettamente conservato, è materiale prezioso: dalle spese sostenute si deduce che questo è il tributo finale a un uomo importante, altamente rispettato. Doveva avere circa 65 anni, la sua data di nascita non è nota (1450-55).   Per festeggiare il cinquecentenario della morte dell’artista, Charles de Mooij, direttore di un piccolo museo del Brabante del nord mette in moto, dieci anni fa, un progetto molto ambizioso: riportare a casa, a ’s Hertoghenbosh, città natale di Jheronimus Bosch, oggi detta anche Den Bosch, tutta l’opera del pittore più immaginifico della storia, per la più grande retrospettiva a lui dedicata. L’opera di Bosch è sparsa in mezzo mondo: 25 musei, giganti quali Louvre, Metropolitan e Prado, in dieci paesi diversi. E Charles de Mooij, dal Noordbrabants Museum, non ha un solo dipinto da offrire in...

Il falsario come vittima del sistema / Troppo veri per essere falsi

Dei veri falsi Nel buio pesto una torcia elettrica illumina la superficie di antichi dipinti, di quelli che hanno fatto la storia della pittura: così comincia l’ultimo documentario di Luciano Emmer (Bella di notte, 1997), che si aggira per la Galleria Borghese appena riaperta e, in una rêverie notturna, ci mostra le opere come se le vedessimo per la prima volta. Così comincia anche il documentario Un vrai faussaire di Jean-Luc Leon, appena uscito nelle sale francesi. Solo che qui non siamo alla Galleria Borghese ma al tribunale di Créteil e i 150 quadri conservati sono legati con lo spago, messi sotto sequestro e destinati a essere distrutti in quanto falsi. L’autore è Guy Ribes, acciuffato nel 2005. Questa disgrazia è stata la sua fortuna: la sua identificazione ha reso possibile il documentario che gli sta dando celebrità. Già, perché un falsario vive nell’anonimato ed è conosciuto solo a una cerchia ristretta di attori del mercato dell’arte. In fondo i falsi che conosciamo e di cui si ha notizia sono giocoforza dei cattivi falsi. I falsi ben riusciti non li conosce nessuno, esposti nelle sale dei musei, delle gallerie e delle collezioni private, illustrati nelle...

I clichés di Balthus

La nuvola Balthus   L’opera di Balthus – il pittore più crudelmente anacronistico del XX secolo – vive di una prodigiosa imbalsamazione. Le adolescenti dei suoi dipinti sembrano provenire da un mondo senza vita, la loro natura esangue non stemperata dalle pose maliziose. Le superfici sono trattate come fossero un affresco, con quell’impasto di olio, calce e caseina steso prima di applicare il colore. Ancora, il conte Balthasar Klossowski de Rola ha avvolto la sua pittura e la sua figura in un alone di mistero creato ad arte, opposto ma complementare all’aura di Andy Warhol: la reclusione del primo e la forsennata esposizione del secondo, il silenzio spocchioso e la fenomenale logorrea, il kimono o la rustica lana e la parrucca o il giubbotto di pelle, il Castello e la Factory e così via. Balthus e Warhol: due artisti abilissimi nel mantenere viva l’equivocità riguardo al senso della loro opera, due maschere dell’arte del XX secolo, due irresistibili “impostori”.       Un’ultima patina è stesa infine dalla letteratura critica: Artaud e Rilke, Pierre Klossowski e...

Alberto Giacometti: "Non può esserci riuscita"

Sono trascorsi cinquant’anni dalla morte di Alberto Giacometti. Pubblichiamo, per ricordarlo,  una conversazione con Jean-Marie Drot, trascrizione dal film Giacometti un homme parmi les autres trasmesso il 12 novembre 1963, realizzato da Jean-Marie Drot, pubblicata sul numero 11 della collana «Riga» a lui dedicato (a cura di Marco Belpoliti e Elio Grazioli, 1997). Traduzione di Elio Grazioli.   Giacometti nel suo studio, ph. Ernst Schei     Giacometti, entrando nel suo atelier si è al tempo stesso infastiditi e rassicurati. Si teme di disturbarla. Si sente chiaramente che è lo studio di qualcuno che si nasconde un po’. E poi, rassicurati, perché dato che lei continua a lavorare anche in nostra presenza, allora questo un po’ rassicura.   Io non mi nascondo; non mi nascondo in particolare, no, ma per quel che riguarda il lavorare in vostra presenza, ne approfitto, e mi serve tanto più perché comincio, riprendo un lavoro che non avevo ripreso in mano da tempo. Non so perché, il fatto di essere filmato mi riporta a questo lavoro, dunque ne approfitto. In ogni caso sono io che ne...

Insegnare arte con la filosofia

Nell’anno scolastico 1979-80, cominciai all’ISA l’insegnamento di Storia del pensiero scientifico, che poi tenni fino all’85. Fra le mille difficoltà di una disciplina da inventare, ebbi la fortuna di incontrare “maestri” e colleghi che mi costrinsero a restare studente e ad apprendere (chiedo perdono a tanti altri se mi limito a ricordare Nanni Valentini). Si trattava per me di pensare la filosofia non tanto come luogo dei fondamenti, come custode delle garanzie epistemologiche, ma come fattore di scambio, di comunicazione: si trattava di gettare ponti fra le discipline, fra il sapere umanistico e quello scientifico, superando il vecchio conflitto fra le due culture. Ed i ponti, mi insegneranno anni dopo le pagine di Primo Levi, sono il contrario delle frontiere.  L’organizzazione della didattica per linguaggi, adottata dalla sperimentazione dell’ISA, era obliquamente attraversata dalla centralità della dimensione visiva. In questo la mia formazione filosofica mi forniva qualche aiuto.   Mi ero da poco laureato con una tesi dedicata alla Filosofia della Matematica in Ludwig Wittgenstein, uno degli autori...

Munch e Van Gogh, vicini lontani

“Sì, gli artisti vanno avanti passandosi la fiaccola, Delacroix agli impressionisti &c. Ma è tutto lì? -” si domandava Van Gogh in una lettera al fratello Theo dei primi di agosto 1888, a trentacinque anni, poco prima di dipingere i Girasoli. Siamo in Provenza, alla Casa Gialla, Lo Studio del Sud, il coronamento di un sogno che durerà poco. Molti anni dopo Edvard Munch riflette su Van Gogh che mai “lasciò spegnere la sua fiamma. Fuoco e braci furono i suoi pennelli nella sua breve vita, mentre si consumava per la sua arte”. È l’ottobre 1933, Munch ha settant’anni, da molto tempo vive appartato a Ekely, la tenuta sui fiordi acquistata nel 1916, non lontano da Oslo. “Ho pensato, e sperato, che alla lunga, con più denaro a mia disposizione, non lascerò, come lui, che la mia fiamma si spenga, e con un pennello di fuoco dipingerò fino alla fine.”   Ed è proprio la fiamma che animò entrambi che è al centro della grande mostra Munch:Van Gogh, aperta al Museo Van Gogh di Amsterdam fino al 17 gennaio 2016 e curata da Maite van Dijk, Magne Bruteig...

New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

Osiamo essere pigri

Non far nulla. Guardar crescere l’erba. Lasciarsi scivolare nel corso del tempo. Fare della propria vita una domenica... Roland Barthes parla della delizia della pigrizia.   La pigrizia è un elemento della psicologia scolastica. Lei come l’analizzerebbe?   La pigrizia non è un mito, è un dato fondamentale e come naturale della condizione scolastica. Perché? Perché la scuola è una struttura di costrizione e la pigrizia è un mezzo, per l’allievo, di prendersi gioco di questa costrizione. La classe comporta fatalmente una forza di repressione, non foss’altro perché vi s’insegnano delle cose di cui l’adolescente non ha necessariamente il desiderio. La pigrizia può essere una risposta a questa repressione, una tattica soggettiva per assumerne la noia, manifestarne la coscienza e così, in certo modo, dialettizzarla. Questa risposta non è diretta, non è una contestazione aperta, perché l’allievo non ha i mezzi per rispondere direttamente alle costrizioni; è una risposta sviata, che evita la crisi. In altre parole la pigrizia scolastica...

Paolo Volponi. Discorsi parlamentari

Scrittore e poeta, dirigente industriale, politico, Paolo Volponi è stato anche appassionato collezionista e intenditore di pittura. Meno conosciuto sotto questo aspetto, ha in realtà disseminato le sue opere maggiori di riferimenti a antichi maestri e artisti contemporanei, come Burri, Fontana e Schifano; e a critici d’arte come Brandi e Argan.   Desta dunque emozione trovarlo impegnato nel 1991, in Commissione cultura del Senato, nella difesa dell’Istituto centrale del Restauro, di cui appunto Brandi è stato direttore per lungo tempo; o ricostruirne l’intesa, negli stessi anni sempre in Senato, proprio con Argan, con cui condivide dirimenti istanze politiche e culturali.   Parlamentare dal 1983 al 1993 per il Partito comunista prima, Rifondazione poi, Volponi è un eterodosso nel vasto fronte della sinistra italiana del tempo, provvisto di competenze manageriali. Tagliente nei confronti delle grandi associazioni industriali, porta con sé la sua esperienza di uomo d’azienda e di umanista persuaso dell’importanza di quella che chiama “cultura industriale”.   “Nell’...

Edo Chieregato: La sfida di Canicola

Un dato è innegabile. Negli ultimi anni il panorama dell'editoria italiana dedicata al fumetto si è fatto sempre più ricco e frastagliato. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Edo Chieregato, fra i fondatori della bolognese Canicola, realtà fra le più significative sul piano non soltanto nazionale ma anche europeo e mondiale, che da dieci anni lavora con grande attenzione su artisti e proposte che sfidano convenzioni e generi.     Possiamo partire dal principio, dal quadro anagrafico e di contesto. Quando e come nasce Canicola ?   Dieci anni fa a me e Andrea Bruno è venuta la voglia di fare una rivista di soli fumetti che riunisse disegnatori laterali dalla forte personalità, distanti dalla parola d’ordine “graphic novel” e non ancora conosciuti (metà degli autori storici non avevano sostanzialmente ancora iniziato a fare fumetti). In quegli anni editori per lo più di area bolognese (Black Velvet, Coconino press, Kappa edizioni) stavano portando avanti un buon lavoro di traduzione di romanzi a fumetti, ma noi eravamo interessati alla dimensione del racconto breve e...

Sull’atelier. Dialogo tra Yves e John Berger

Emmanuel Che ruolo ha il villaggio di Quincy nella vostra vita e quale influenza esercita su di voi?   John Prima di tutto è importante osservare che non abbiamo lo stesso rapporto con questo luogo. Yves è nato a qualche gomena da qui e ci è sempre vissuto, mentre io ci sono arrivato che avevo cinquant’anni. È una differenza fondamentale, anche se non la so definire con precisione.   Yves Si tratta senza dubbio di una differenza legata all’infanzia. La mia è trascorsa interamente in questo villaggio o, per essere più precisi, in questa piccola vallata. Il mondo mi sembrava immenso, anche se si fermava alla cresta dei monti che mi circondavano. Senza sospettarlo percepivo il legame che unisce il locale al globale. Anche se oggi so che il mondo va molto al di là di queste montagne, la mia piccola esplorazione continua a compiersi entro questo perimetro minuscolo. Forse è l’idea di una monade: un’infinitesimale parte del mondo che contiene il mondo intero.   Quincy. L'atelier di Yves Berger. Foto Maria Nadotti   John Quando si parla di luoghi, si pensa d’istinto...

Emil Nolde, il Mago del Nord

Algida, come deve essere la mostra di un espressionista i cui turbamenti sono travolti dal colore, e graziata da un uso discreto delle luci, la retrospettiva che il magnifico Louisiana Museum of Modern Art – trentacinque kilometri a nord di Copenaghen, sullo stretto di Ooresund – ha organizzato per riassumere l’opera di Emil Nolde, si presta a rendere eclatanti, nell’immacolato rigore del suo allestimento, i travagliati contrasti di cui fu seminato il tragitto artistico e personale dell’artista tedesco. Divisa in undici capitoli tematici, che assecondano una cronologia volutamente approssimativa, la mostra consiste di centoquaranta lavori, tra cui prestiti da collezioni private e opere su carta mai esposte fuori da Seebüll, dove Nolde morì e dove è conservata gran parte della sua opera.   1912. Kerzentänzerinnen e The Nativity   Tutta l’esistenza dell’artista oscillò tra opposte polarità, non soltanto della fortuna ma delle scelte pittoriche e tematiche di volta in volta piegate a rendere conto dello iato tra ciò che la sua fama gli restituiva di sé e ciò che avrebbe...

Guido Ballo: idea per un ritratto

Come sempre, i centenari sono un’occasione per ripensare al lavoro e alla vita di qualcuno che si è distinto nel lavoro, nelle idee o nelle azioni. Sono il momento giusto per mettere dei punti fermi e ripercorrere, con l’obiettività della distanza storica, umana e temporale, fatti, idee, emozioni e risistemare ciò che negli anni è stato dimenticato, frainteso o semplicemente distorto. In questo, la storia che sto per scrivere forse non fa eccezione, ma la sua particolarità sta nei suoi due protagonisti, che sono davvero fuori dal comune, così come il loro lungo sodalizio umano e professionale: Guido Ballo e Lucio Fontana.   Guido Ballo con Mario Radice (in piedi) negli anni 80   Fontana aveva quarantasei anni, Ballo trentatre quando si erano conosciuti nel 1947. Fontana era appena rientrato da un lungo soggiorno di sette anni in Argentina e come bagaglio per l’Italia si era portato il Manifesto Blanco, ovvero le idee che era andato maturando con i ragazzi della scuola Altamira di Buenos Aires e che nel dicembre di quello stesso anno avrebbero trovato la giusta elaborazione nel Primo manifesto dello...

Martin Gayford. A Bigger Message

Un solo altro titolo poteva calzare altrettanto bene per A Bigger Message (Einaudi, Torino 2012) di David Hockney: ed era “Et in Arcadia Ego”. Il libro-intervista (a cura di Martin Gayford) mette in effetti in scena l’instancabile curiosità dell’artista per tecniche e materiali, la sua versatile attività, la gioia molteplice che lo sospinge, la compagnia di giro che lo segue nei numerosi spostamenti tra Londra, New York o Los Angeles, dove ha conservato l’ufficio, e Bridlington, piccola cittadina dello Yorkshire occidentale affacciata sul mare del Nord. Ma pur nell’affabilità del discorso, il libro non è aneddotico né di quelli che si dimenticheranno facilmente: e non solo per il meraviglioso dipinto dal titolo profetico (A Bigger Message, appunto), paesaggio cosmico di terre, acque, moltitudini e nubi concepito in omaggio a Claude Lorrain. No. Le “conversazioni” di Hockney sono rese memorabili proprio da ciò che il tono loquace e divagato nasconde: e cioè la smisuratezza del proposito, l’ambizione di eternità, la brama di museo per sé e le proprie opere....

Le ombre bianche

Nel nostro immaginario, e per quel che attiene alla nostra esperienza quotidiana, le ombre e i fantasmi costituiscono due polarità percettive: le prime ci appaiono sempre come veli scuri e intangibili che scivolano silenziosi sopra ogni cosa, mentre i secondi si “presentano” con un diafanico e lattescente biancore, la cui evanescenza li rende inafferrabili quanto i primi. Il fatto presenta più di una curiosità (i fantasmi non proiettano ombre scure e le ombre non possono essere più chiare della luce che le proietta)se si considera che al di là delle loro proprietà percettive, il bianco e il nero rappresentano una coppia di contrari la cui portata semantica include anche significati più universali, caratterizzati dall’impossibilità dello loro coesistenza: la presenza dell’uno nega l’esistenza dell’altro, e sono esemplarmente corrispondenti alla contrapposizione vita e morte, bene e male, bello e brutto… Ciononostante, le ombre e i fantasmi rappresentano due forme di presenza fenomenica, fisica la prima e psichica la seconda, di un’assenza: entrambe manifestano la visibilit...

L’immaginazione selvaggia: Pablo Picasso

Luglio 1967. Il fotografo Gjon Mili visita Pablo Picasso nella sua mas, un’antica fattoria trasformata in residenza a Notre-Dame-de-Vie nei pressi di Mougins, in Provenza, e lo ritrae nello studio al piano terra. Le sue fotografie, oggi visibili su Google Images, ci mostrano un Picasso ottantacinquenne dai gesti sempre vivaci, che siede, gesticola, ride, del tutto a suo agio in camicia (con firma “Picasso” ricamata), calzoncini ed espadrillas, lanciando verso l’obiettivo la sua l’inconfondibile, anche se a tratti appena velata, mirada fuerte – lo sguardo profondo e penetrante che è uno dei tratti più caratteristici della sua fisionomia e un ingrediente primario del suo mito.     Nelle istantanee a colori e in bianconero, di accento molto diretto, quasi colloquiale, assai lontane dalle più note arditezze sperimentali del fotografo americano, il vecchio artista si muove in uno spazio disordinato, una via di mezzo tra un classico atelier e un ambiente quotidiano, ingombro di piccoli mobili, tavolini, poltrone, libri, vasi, soprammobili, piccoli trofei, fotografie, souvenir, tra cui spicca, unica concessione al gusto del tempo, il bianco dell’iconica sedia Tulip di Eero...