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polizia

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#piazzadellabattagliadeimigranti / Garde à vue

Adesso che il 4 agosto ha ottenuto l'asilo, adesso che l'8 agosto, al mio ritorno dalla Svizzera, l'ho trovato ad aspettarmi alla Gare de Lyon, provo a raccontare di quella volta che non ce l'ho trovato.   Il 19 luglio sono arrivata a Gare de Lyon con il TGV delle 19:50 e una torta di compleanno per S., e in testa al binario S. non c'era. Mi sono innervosita, quella rabbia mista a paura che pervade gli abbandonici al minimo segnale di assenza. Ho passato in rassegna tutto quello che si muoveva con l'unico occhio buono mentre l'altro, ancora acciaccato dall’operazione, cercava il numero, anzi i numeri di S. in rubrica. Ho chiamato sul samsung ed era staccato, ho chiamato sul nokia, dove S. tiene la scheda lyca mobile per comunicare con tutto il Sudan, e suonava a vuoto. Ho lasciato un messaggio in segreteria: – S., dove sei!, dai, cazzo, non si fa! Ho chiamato Eléonore, che meno abbandonica di me, e quindi più spaventata, ha detto: – Merda, – a bassa voce, stava facendo baby sitting, – merda, è strano. Non il ritardo, il fatto che non ti risponda. Ho chiamato F., l'amico inseparabile di S.: – He is in Gare de Lyon. – No F., non è qui. – Te lo assicuro, eravamo a République...

Queer British Art 1861-1967, Giacometti, Soul of a Nation / Arte a Londra. La stagione estiva 2017

Londra, divisa tra lo stress da Brexit e le tentazioni di ritorno in Europa, rimane uno dei luoghi delle esposizioni, in Europa. La stagione estiva 2017 è inaugurata da Queer British Art 1861-1967, una mostra assai importante alla Tate Britain, intesa a celebrare la depenalizzazione dell’omosessualità nel Regno Unito, avvenuta nel 1967. Come racconta benissimo (e con una scrittura di grande efficacia) Quentin Crisp nel suo classico memoir The naked civil servant, uscito nel 1967, in terra di Albione la polizia aveva la mano pesante. Il suo caso era esemplare: veniva arrestato tutte le volte che, da solo o con amici, decideva, sfidando la sorte, di uscire in drag a Piccadilly Circus e in altri luoghi di massima frequentazione. Un comitato scientifico allargato, guidato da Clare Barlow, che cura anche l’ottimo catalogo edito dallo stesso museo, punta su una visione per temi, che superi i manifesti e le dichiarazioni pride.   Il punto è stabilire come e quanto il mondo queer ha contribuito, in tutti i suoi molteplici aspetti, a nutrire la cultura britannica. Il primo ambito è dedicato ai Coded desires, ossia quei desideri cifrati che il chiuso mondo vittoriano non avrebbe mai...

La forza anonima del rifiuto

Nelle strade in fiamme di Atene, nell’inverno del 2008, qualcuno dipinse con rabbia: “Fuck May ’68. Fight now!”. Nelle mobilitazioni a Barcellona contro la riforma universitaria europea (“Piano Bologna”), un professore disse in diretta alla televisione, mentre la polizia caricava brutalmente i manifestanti: “Siamo una minoranza e non cambieremo il mondo. E allora?”.   Quelle del nostro tempo sono rivolte effimere che riescono appena a modulare la propria voce e il cui rifiuto lascia soltanto segni invisibili sulla pelle del mondo. Il mondo globale, insediato in una nuova “morte politica”, ci dichiara incapaci di fare qualsiasi cosa che sorpassi l’ambito della gestione della nostra vita personale e di apportare qualsiasi soluzione al mondo. Con le sue minacce permanenti (di guerra, di crisi, di malattie, d’inquinamento…) ci invita a proteggerci, a rassicurarci, a isolarci nell’indifferenza verso tutto e nella distanza di comunicazioni immateriali e personalizzabili. Da questa prospettiva, che senso può avere per noi oggi esporci?   Per rispondere a questa domanda, ci pu...

Io e mio figlio Federico Aldrovandi

Nonostante l’aria condizionata, fa ancora molto caldo qui dentro, nell’aula del tribunale. E non riesco a pensare a niente. Sono passati due anni dalla prima udienza del processo, è il 6 luglio 2009. Il giudice Caruso è in camera di consiglio da cinque ore. Sono quasi le sette di sera, dovrebbe uscire da un momento all’altro. In tutti questi anni non sono stata in grado di leggere dietro quella sua espressione immobile, che ha sempre mantenuto in aula. Non sono riuscita a cogliere un’emozione, una smorfia, un trasalimento anche piccolissimo che mi permettesse di intuire i suoi pensieri. Nulla.   Sta uscendo con un foglio tra le mani. La sentenza. Colpevoli. 
Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto sono condannati a una pena di tre anni e sei mesi di reclusione per eccesso colposo in omicidio colposo. Sono colpevoli.
   Piango rido, rido piango. Stefano e Lino sono qui, accanto a me che rido e piango. Piange e ride anche Lino, abbraccio Stefano. Piangono anche i nostri avvocati, mi cercano i giornalisti, si avvicinano per avere una dichiarazione.  
«È giusto.» Riesco a dire solo questo...

A Yi: un inizio

È difficile parlare delle persone. Chi sono, cos’hanno in testa, o nel cuore, nel fegato, nella cistifellea (il demonio, secondo medioevali intuizioni?). Più facile dire che A Yi è considerato da molti il migliore della sua generazione: gli autori nati negli anni ’70.  Io però voglio andare più in là di una semplice intervista (quante volte gli avranno fatto le stesse domande? Quanti automatismi ha introiettato per difendersi, per nascondersi?).   Eccolo, A Yi: ci guardiamo negli occhi. Seduti al tavolino uno di fronte all’altro, l’interprete sa metterci in contatto con discrezione, scompare, insomma siamo io e lui e nel suo sguardo vedo un Thomas Milian (occhi a mandorla, certo…): altro che timido. Eravamo al Bookworm: vino, tè, e libri sugli scaffali tutt’intorno.   Ma la memoria mi ha preso la mano: inganna.  Mi tiene fermo su un solo sguardo, un momento solo dentro a un lungo colloquio. Perché è su quello sguardo che io e A Yi abbiamo inaugurato un’amicizia. Parola grossa? Diciamo che ci siamo intesi.   Invece era arrivato timido,...

Undici anni fa era Genova

Io alla fine a Genova non ci sono nemmeno entrato. Avevamo organizzato una serie di azioni situazioniste ai margini della città, tirando in mezzo anarcosurrealisti, raver, ex pornostar, punk e transgender. Dicevamo che il G8 era un cul de sac, e che dovevamo ignorare gli appuntamenti fissati dal potere per cercare nuove forme di liberazione libidinale. Ma dopo aver visto quello che era successo venerdì ci era un po’ passata la voglia di godere.   Abbiamo fatto tutta l’autostrada intorno a Genova guardando la città che bruciava. C’erano colonne di fumo che salivano ovunque. I. ci telefonava per dirci: hanno ammazzato una persona, no due, no tre, no due, non entrate in città che sparano. Quando abbiamo visto le immagini di Carlo Giuliani la prima volta, la mia ragazza di allora - C. - ha pianto, ed ha continuato a piangere ogni tanto nei giorni successivi. Alla prima manifestazione di Milano c’era una ragazza con il viso distrutto dalle botte, tutta gonfia. Non avevo mai visto una cosa del genere.   I miei amici che sono andati a Genova se la sono cavata abbastanza bene, quasi tutti. Qualcuno si è...

Daniele Vicari. Diaz

Quando un film si propone come rielaborazione di fatti storici che, per quanto attutiti dalle intermittenze della memoria mediatica, bruciano ancora nel presente, entra di peso nel discorso pubblico, con tutto il peso specifico di quella macchina di finzione e persuasione che è il cinema e, dunque, con le relative responsabilità. Soddisfare insieme le esigenze di un’analisi storica rigorosa e la funzione di sintesi memoriale che gli è più o meno esplicitamente attribuita non è compito facile, anche perché, quando si interrogano le responsabilità del cosiddetto cinema civile, si tende spesso a chiedere troppo o troppo poco. Se andiamo a guardare alcuni commenti comparsi all’uscita di Diaz, ritroviamo questa oscillazione fra chi rimprovera al film approssimazioni e reticenze sospette, rispetto al proposito di attenersi agli atti dell’inchiesta, e chi lo celebra convinto che le sue immagini forti e necessarie possano colmare quello che per dieci anni è rimasto un opprimente fuori-campo della memoria e auspicando che questa visibilità possa “sanare una ferita”.     Ora,...

Dopo la rivolta

Lei ha di recente pubblicato un libro, La rivolta (Cronopio), tradotto immediatamente anche in Francia, in cui ipotizza che l’età delle rivoluzioni abbia lasciato il posto a quella delle rivolte. Le pare che gli avvenimenti degli ultimi anni e soprattutto mesi le diano ragione, dalle banlieue ad Atene, da Londra a Roma?   Naturalmente ogni rivolta esprime una propria peculiarità con elementi differenti che non vanno minimizzati. Premesso ciò, credo sia possibile individuare un filo rosso che lega le rivolte che stanno ciclicamente infrangendo la normale esistenza del mondo. Si tratta, per dirla in breve, di un rifiuto politico della politica che emerge con il collasso dei tradizionali centri di governo dell’esistenza ed il fallimento sociale dell’architettura neo-liberale. Il contagio delle rivolte, la loro diffusione a catena, il tratto esemplare che ognuna di esse esprime, mi sembra confermare il carattere politico di queste insorgenze. Nel volume cui lei fa riferimento, in questo senso, cerco di pensare un fondamento onto-antropologico delle rivolte: il declino complessivo del progetto politico moderno, lascerebbe spazio alla...

New York. Occupy Wall Street

Domenica 9 ottobre, a mezzogiorno, “ il filosofo marxista Žižek Slavoj”,  come ha detto il telegiornale di RAI International, parla ad OccupyWallStreet. Arrivo con la metro a Fulton street, giro sulla Broadway e in cinque minuti sono a Zuccotti Park, ribattezzata Liberty Plaza dal movimento che l’ha occupata il 17 settembre. È la prima volta che ci vengo e mi aspetto che le tre settimane di campeggio libero abbiano ridotto male sia il posto sia gli occupanti. Il primo presagio dell’occupazione è un rullo continuo di tamburi, come è immancabile in queste situazioni che sembrano esercitare una forte attrazione sui percussionisti. La piazza sarà un duecento metri in lungo e cento in largo: al centro un giardino pubblico, sui lati lunghi due stretti controviali occupati uno dai mezzi della polizia di New York, l’altro da televisioni e media vari. I poliziotti hanno anche costruito un torretta di avvistamento, come quelle che ci sono nei campi di prigionia, per la sorveglianza dall’alto.     Da lontano Liberty Plaza sembra un bivacco di barboni. Non è permesso montare tende e...