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Resistenza

(54 risultati)

Dioniso e la nuvola / Il discorso critico 2.0

C’è ancora spazio per la mediazione culturale?   La critica deve oggi svolgere la sua mediazione in un panorama che vede agire vecchi e nuovi media, in un regime a volte di concorrenza, a volte di collaborazione. Il meccanismo di cui siamo protagonisti e insieme vittime tende ad abbattere mediazioni e gerarchie. Rende difficile la sostenibilità economica di imprese giornalistiche e culturali indipendenti, sia le tradizionali testate con una vita ormai centenaria, che rischiano di essere spazzate via, sia i blog e le start up, che solo in rari casi sono riusciti a garantirsi la redditività sufficiente alla sopravvivenza.   Sono cambiati anche i destinatari: soggetti “liquidi”, che costruiscono la propria identità anche sulla base dei consumi culturali, in uno scenario caratterizzato da un’offerta sempre più massiccia e variegata sia di prodotti sia di informazioni. Lo sviluppo tecnologico, la competizione globale, il mercato del lavoro rendono necessaria una formazione permanente.   Non è solo un problema di selezione critica. I prodotti culturali rappresentano un’eccezione, come già aveva notato l’economista Alfred Marshall (1842-1924) alla fine dell’Ottocento: “...

La storia di un partigiano e di chi gli sparò / Quando la nonna ha ucciso il nonno

«Non hanno perso quello che avevano trovato allora, e forse non lo perderanno per molto tempo. Sono vivi, attivi, tirano su muri diroccati, si sposano, fanno all’amore, cercano tutti i modi possibili, senza pigrizia e senza lamenti, di guadagnare la vita, di migliorarla e, con una incredibile rapidità, si sono dimenticati della guerra, della paura, del sangue, della servitù, del moralismo, della falsa santità, degli stati e delle leggi, e di tutte le menzogne e le atrocità degli anni passati».   Così Carlo Levi, ne L’orologio (1950), descrive l’esplosione di vita e attivismo febbrile seguito alla fine della guerra, che la liberazione aveva inoculato nel tessuto sociale della ricostruzione, nel tentativo di cancellare o esorcizzare le ferite inferte alle vite di uomini e donne. Di questo essere “ferocemente vivi” e del suo legame con la Resistenza scrive Rosa Mordenti nel suo Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise, riportando alla luce le tracce di una storia di partigiani romani comunisti: una vicenda dai tratti generazionali in cui la lotta di Liberazione innesca progetti di emancipazione esistenziale e rottura degli...

La libertà deve essere nell’uguaglianza / Scrittore o intellettuale? Intervista a Javier Cercas

Javier Cercas ha appena pubblicato Il sovrano delle ombre (Guanda), tradotto ottimamente da Bruno Arpaia,  romanzo dedicato a Manuel Mena, un giovane spagnolo  morto diciannovenne nella battaglia dell’Ebro durante la guerra civile il 21 settembre 1938. Era lo zio della madre, un falangista che combatteva nelle file dell’esercito di Francisco Franco. Manuel, come Javier, era nato a Ibahrnando, un piccolo paese dell’Estremadura, regione poverissima della Spagna, da cui lo scrittore se n’è andato da bambino per trasferirsi con i genitori a Gerona. Si tratta di una vera e propria inchiesta storica, la ricostruzione della vita di questo giovanotto che ha combattuto dalla parte sbagliata della storia, e si è immolato per valori come la Patria, la famiglia, la solidarietà. Cercas ha posto sotto il titolo del suo libro la parola “romanzo”. Ed è davvero un romanzo, nei modi e nello stile che lo scrittore spagnolo ci ha resi consueti con Anatomia di un istante, dedicato al fallito colpo di stato del colonnello Tejero, un capolavoro, e L’impostore, romanzo dedicato alla figura di Enric Marco, un uomo che si è finto deportato in un campo nazista ed è diventato uno dei...

Tre pièce per il 25 aprile / Resistenza!

Trenta persone strette in due file di sedie in una grande mansarda intorno a un tavolo. Su di esso una zimarra di prete, una stola viola, un libricino, qualche foglio vergato con vecchia calligrafia.   Una basilica francescana bombardata due volte durante la guerra e ricostruita, nella navata centrale. Immagini astratte, terrose, baluginanti, suoni, sirene ricostruiscono l’emozione, l’orrore, del bombardamento, la guerra portata scientemente tra i civili per sgretolare il fronte interno. Una scena di colonne spezzate tra le quali si aggirano cinque persone che verrebbero definite disabili, per rievocare l’olocausto nazista dell’eugenetica. Lenz quei suoi interpreti li chiama invece attori sensibili.  Tre spettacoli, due a Bologna, uno a Parma, tre modi per rivivere la Resistenza, lontano dalla retorica, nelle sue pieghe meno epiche, mitiche, fondative, più umane; per smontare le troppo rassicuranti narrazioni di un tempo, ormai chiamate al banco di interrogazione della storia. Quando la storia marcia e, in relazione a tempi nuovi, per certi aspetti migliori per altri no, muta i propri criteri di analisi e giudizio. O semplicemente le proprie domande.   Un...

Goethe Institut Turin / Il Grande Vecchio ovvero La guerra delle immagini

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Oliviero Ponte di Pino per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Si spara e si muore, tra le colline, nei deserti, nelle foreste. Si muore nelle città e nei villaggi. Si muore sulle mine e sotto il mirino dei droni. Si muore davanti alle telecamere, sgozzati da un ragazzino. Si muore falciati da un kalashnikov su una spiaggia. Sono sofferenze indicibili. Una violenza insensata, disgustosa, inaccettabile. Sta togliendo vita e dignità a decine di migliaia di esseri umani. È impossibile trovare le parole per questo dolore, per queste sofferenze.   Ma le guerre, oggi più che mai, non si combattono solo con le armi. Una delle guerre più lunghe e profonde, in atto da millenni, vede fronteggiarsi parole e immagini. Parole...

Rete di relazioni, rete di significati / Claudio Pavone. Uno storico "in rete"

Nell’intera parabola culturale di Claudio Pavone, venuto a mancare un giorno prima del suo novantaseiesimo compleanno, si leggono in controluce le grandi potenzialità, così come le tensioni e le torsioni, che la ricezione del discorso storico, nel suo confrontarsi con le stagioni politiche della nostra Repubblica, ha raccolto dal momento in cui assume la natura di giudizio di senso comune. L’intenso, laborioso e vivace lascito di Pavone, non a caso, ci offre un peculiare angolo visuale per riflettere sulle dinamiche odierne della Public History. In maniera spesso forzata, senz’altro per via di un’interessata coazione a ripetere, la stampa nostrana lo sta ricordando esclusivamente come lo studioso che avrebbe riabilitato (o “sdoganato”, come si suole affermare adesso) a sinistra il tema della Resistenza in quanto “guerra civile”. Una banalizzazione a tutti gli effetti, tanto più grave laddove poi interviene l’aggravante di un latente e implicito rimando, ancorché in sé inconfessabile, a quelle suggestioni che promanano dal substrato della lettura neofascista, la scrittura dei “vinti”, che del periodo a cavallo tra l’8 settembre del 1943 e i primi di maggio del 1945, declina il...

Buon compleanno Natalia / La qualità della vita

Per festeggiare il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, nata a Palermo il 14 luglio 1916, pubblichiamo alcuni articoli apparsi sulle pagine dei quotidiani e non ancora riproposti nelle raccolte dei suoi saggi, introdotti da Maria Rizzarelli.   Posta di fronte alle urgenze della cronaca o ai casi giudiziari più complessi, Natalia Ginzburg ha tentato, sempre, di scioglierne le trame aggrovigliate, facendo chiarezza, provando a ricostruire dentro di sé la fisionomia dei fatti e degli attori coinvolti (Le vittime di Lucca, «La Stampa», 11 gennaio 1984). Una volta convinta dell’innocenza di qualcuno, non ha esitato a prendere posizione in sua difesa: ora urlando i suoi dubbi sulla sentenza di condanna di Panzieri (Dubbio su una sentenza, «Corriere della Sera», 10 marzo 1977), ora vedendo «offesa la verità» (Un antico sdegno, «La Stampa», 21 novembre 1971) nella persona di Valpreda, ora riconoscendo all’indomani della prima sentenza di condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani «l’accento della verità e dell’innocenza» risonante, «limpido e cristallino» (L’errore, «Il Manifesto», 15 febbraio 1997) nelle parole di Sofri, fino a schierarsi apertamente a favore dei...

Torino 1943-1945 / Carlo Greppi, Uomini in grigio

24 ottobre 1945: la Corte straordinaria d’assise di Torino condanna a dieci anni di detenzione il quasi cinquantenne Antonio M., originario di Paternò. Una sentenza che, come molte altre, è annullata un anno dopo dagli effetti dell’amnistia Togliatti. Prima della Liberazione Antonio M. è stato un brigadiere dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana, autista e – forse – addetto alla persona del maggiore Gastone Serloreti, anima nera della caserma di via Asti, sinistro simbolo della violenza del fascismo repubblicano a Torino. Dopo l’8 settembre 1943, Antonio M., appartenente alla Milizia, ha disertato, si è dato malato ma, arrestato, al principio del 1944 ha accettato di servire la Repubblica sociale nella Gnr. Durante il dibattimento gli specifici capi d’accusa a suo carico – avere arrestato due partigiani, Carlo Pizzorno, poi fucilato, e Pierino Cerrato, deportato a Dachau e sopravvissuto – si rivelano fragili. Per contro si accerta che, senza volere compensi, ha dato aiuto ad alcuni suoi coinquilini perseguitati, in un caso addirittura nascondendo uno di essi, ebreo, in casa propria. Eppure, Antonio M. ha continuato fino alla fine a...

Fenoglio, Calvino, Meneghello / La prova partigiana

Quando in Una questione privata il partigiano Milton sta già affannosamente cercando un scambio per l'amico Giorgio, necessario a che sia liberato dai fascisti e gli possa rivelare dei suoi rapporti con Fulvia, si preoccupa del giudizio del suo comandante. Leo lo aveva sempre considerato “un classico”, ma evidentemente ai propri stessi occhi Milton stava perdendo tale qualità. La classicità è stato un cavallo di battaglia del fascismo, ma certo l'eroe di Fenoglio non ne dava la stessa interpretazione. Se l'8 settembre porta a maturazione il distacco dal Regime attraverso un evento dirompente e capace di mettere di fronte ciascuno ad una decisiva scelta individuale, ne consegue il problema di trovare per sé una nuova forma, uno stile. Cominciamo col dire che i tre romanzi principali della Resistenza – Il libro di Johnny, Il sentiero dei nidi di ragno, I piccoli maestri – hanno per protagonisti degli studenti, come del resto studenti erano Fenoglio, Calvino e Meneghello tra il 1943 e il 1945. Da un lato sappiamo storicamente che la scuola, luogo d'elezione per l'indottrinamento fascista, nei suoi gradi superiori, nelle organizzazioni e nelle manifestazioni culturali quali il GUF e...

Memoria e prove di futuro per il centenario della rivolta di Pasqua / 24 aprile irlandese

Il 24 aprile in Irlanda e il 25 aprile in Italia sono date dal valore simbolico enorme e piuttosto simile. Innanzitutto entrambe indicano un’insurrezione: la rivolta di Pasqua (Easter Rising) contro corona e impero inglesi sull’Isola di Smeraldo, la Liberazione dal nazi-fascismo sulla nostra penisola. Inoltre, alla luce degli sviluppi politici successivi, esse rappresentano l’alba, il momento fondativo delle rispettive repubbliche. Ma se la memoria formale di entrambi gli eventi è celebrata dai più alti profili istituzionali, la memoria sostanziale delle stagioni di cui quelle rivolte sono l’emblema – la guerra d’indipendenza come compimento del processo di decolonizzazione da una parte, la Resistenza con cui si pose fine al ventennio fascista e alla tragedia della guerra mondiale dall’altra – continuano a contendersela letture diverse e in conflitto. Si tratta di un conflitto talora aperto (si pensi ai sindaci che durante le commemorazioni vietano alla banda di suonare “Bella ciao” o all’ANPI di leggere un comunicato), più spesso celato sotto la patina retorica e normalizzante dell’ufficialità. Per cui le contrapposizioni, mai sopite poiché di natura politica e culturale, dunque...

I linguaggi della conoscenza storica / Raccontare la Resistenza

Esistono strategie narrative seduttive che incidono sul senso comune e sul sapere storico diffuso, e arrivano a proporre un passato liofilizzato, esangue, senza spessore. Ma non basta criticare questo tipo di narrazioni: bisogna competere con loro, appropriandosi delle loro seduttività: gli storici devono scendere in quell'arena e trasmettere i contenuti delle loro ricerche, altrimenti rimangono fine a se stesse, si esauriscono in una retorica monumentale e non incidono nello spazio pubblico. Ripercorrendo settant'anni di dibattito storiografico si rimane colpiti dalla congruenza tra i vari linguaggi che hanno raccontato la Resistenza e ciò che gli storici parallelamente hanno detto e scritto sullo stesso tema: i paradigmi di riferimento sono cambiati e cambiano sulla base della sensibilità e della cultura politica del momento.   La primissima fase che possiamo individuare è quella che va dal 1945 al 1948. Pensiamo al neorealismo italiano, ai film Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Il sole sorge ancora (1946). Sono opere nelle quali la narrazione della Resistenza è tutta costruita sulla sua spontaneità. Certo, i partiti ci sono, ma non appaiono decisivi: quello che è...

Antropologa, deportata, attivista politica / Ritratto di Germaine Tillion

Nel secolo dell’estremo, alcune figure esemplari hanno cercato di contrastare il male senza ricorrere alla violenza, ma trasformando valori morali in virtù politiche. Sono le figure su cui si sofferma Tzvetan Todorov in Resistenti (Garzanti, 2016), Gandhi e Mandela, Pasternak e Solzenicyn; e se il primo capitolo spetta a Etty Hillesum, il secondo è dedicato a Germaine Tillion, entrambe non hanno lasciato che l’odio avesse l’ultima parola di fronte alla barbarie nazista. È attraverso i libri di Todorov che in Italia abbiamo cominciato a conoscere la straordinaria voce dell’etnologa scomparsa nel 2008, varcato il secolo di vita. In Memoria del male, tentazione del bene (Garzanti, 2000), Todorov poneva Germaine Tillion accanto a Primo Levi, a Romain Gary, a Vasilij Grossman, a Margarete Buber-Neumann, a David Rousset: tutti avevano attraversato il male facendosi lucidi testimoni delle tragedie del Novecento ed insieme conservando il senso profondo della dignità degli esseri umani. Todorov aveva anche curato la prefazione di Alla ricerca del Vero e del Giusto (tradotto dalle edizioni Medusa nel 2006), raccolta di saggi che consentiva di conoscere l’intero cammino, di studi teorici e...

Predappio / Contro il Museo del fascismo

Introduzione: Predappio o Fossoli? Predappio è un luogo di pellegrinaggio, non solo perché vi sorge la casa natale di Benito Mussolini, ma perché dal 1957 vi si trova la cripta in cui è sepolto il “Duce”. È molto difficile se non impossibile decostruire o neutralizzare uno spazio che ha assunto agli occhi di fascisti, neo-fascisti e nostalgici l’aura di un luogo sacro e pare doveroso chiedersi se un domani vorremmo portare lì, in visita al futuro museo nazionale del fascismo, le scolaresche di tutta italia. A pensarci bene, questa visita, parrebbe quasi una vignetta dalla vita quotidiana del Ventennio – stile Una giornata particolare – eppure è quello che i sostenitori e promotori del museo sembrano immaginare, oppure non hanno realizzato di stare di fatto costruendo. Ammettiamo che la Casa del fascio di Predappio possa divenire un centro studi internazionali sul fascismo, e prescindendo dalla casa natale di Mussolini che periodicamente già apre i suoi battenti: che cosa si farà della tomba di Mussolini, méta di decine di migliaia di pellegrini nostalgici, o anche solo di curiosi, ogni anno? I ragazzi delle scolaresche ci verranno portati in processione o verrà loro...

La lapide di Toni Giuriolo

Il modo migliore per scoprire lapidi e cippi è andare in bicicletta. Questa lapide dedicata a Toni Giuriolo si trova sulla strada provinciale 66 che da Maserno (provincia di Modena) porta a Lizzano in Belvedere (provincia di Bologna). È una strada meravigliosa, una strada blu, pochissimo trafficata e che dona una vista sul crinale appenninico stupefacente. La lapide si trova in località La Corona, prima di Querciola. Toni Giuriolo, ricordato da Meneghello nel settimo capitolo di Fiori italiani e da Daniele Lucchetti nel film I piccoli maestri, con Marco Paolini nella parte di Capitan Toni, muore qui assassinato dai tedeschi il 12 dicembre del 1944 mentre cerca di recuperare i cadaveri di due partigiani morti. Il corpo è trovato da un suo compagno tra la neve con una bomba fissatagli sulla gamba dai soldati tedeschi. Accanto alla lapide c’è una fontana. Di solito d’estate ci sono piante di fiori intorno. È bello fermarsi con la bici a riempire la borraccia e starsene in silenzio a osservare la strada. E scoprire che esistono strade dell’anima. Le strade dell’anima hanno una compostezza candida, non svaniscono nei...

Arte contemporanea in Sud Africa

Dopo il focus sull’Angola proseguiamo la collaborazione con Another Africa con il secondo articolo tratto da Tracing Emerging Artistic Practice e dedicato alla scena artistica del Sud Africa.  Buona lettura.   lettera27 English Version         Houghton Kinsman   Da quando è partito il progetto per la realizzazione del Museo Zeitz di arte contemporanea africana e Johannesburg è stata annoverata tra le dodici Art Cities of the Future selezionate dalla casa editrice Phaidon Press, vi è grande fermento creativo intorno al Sudafrica. Eventi come questi hanno contribuito a portare al centro del dibattito la scena artistica del Paese, che vanta uno dei mercati d’arte più affermati del continente, come testimonia il titolo di capitale mondiale del design conquistato da Città del Capo nel 2014.   Daniella Mooney, Fool’s Gold, 2013. Per gentile concessione dell’artista e della Galleria Whatiftheworld, Città del Capo   Uno degli aspetti più interessanti emersi nel dibattito critico è il contributo sempre più decisivo dei giovani artisti all...

L'eco di uno sparo allo specchio. Due lettori, un libro

Nulla sapevo di lui. Sono stato abituato a imparare – o, meglio, imparare a dimenticare – quell'uomo nel silenzio familiare, tramite rare foto, discorsi assenti. So come la sua non presenza abbia avuto un riflesso profondo nella mia educazione, quindi nella mia vita. Due cose sole possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di più, prima di questo libro.   Per bilanciare questo niente ho lasciato passo all'attrazione magnetica per quei colpi di pistola del febbraio 1944 e seguito la loro eco lungo un paio di secoli. Ho dovuto capire dove sono nati, quei colpi, chi li ha generati, dove sono andati a rimbalzare, che cosa hanno smosso, smurato, prodotto. Ho dovuto scovare tracce seminate e sepolte, frugare da dilettante negli archivi che tutto conservano e tutto confondono, respirare polvere antica, macchiarmi di inchiostri, decifrare scritture impossibili, toccare carta infastidita dalla luce con il timore di vederla rompere. E poiché scrivere è un...

Teatro Povero: un paese contro l’oblio

Il futuro è la costruzione di una festa carica di attesa. Oggi Gigino compie vent’anni e tutto il paese si stringe in un abbraccio di pietre e vento, di radici e rami. È l’ultimo rimasto di quell'età, con lui sorge l'ultima possibilità di sopravvivere nel cambiamento. Gli adulti sono disillusi da ciò che non hanno saputo realizzare, i vecchi si fanno forti di primavere che ricordano solo loro. Ma Gigino cosa ha deciso? Resta nel borgo di combattimento o va a lottare per sé altrove?   Non lo sappiamo, forse non lo sa nemmeno lui, sappiamo però cosa ha scelto la gente di Monticchiello nel 1967, 200 anime nel comune di Pienza, provincia di Siena, e cosa ha continuato a scegliere fino a ora, fino a Il paese che manca, ideato, discusso e recitato dagli abitanti attori sotto la guida e per la regia di Andrea Cresti: il Teatro Povero, l’autodramma, la drammaturgia partecipata, il racconto di una comunità che si racconta. Pensieri, dubbi, opportunità messe a tavola giornalmente dalle scelte di ognuno diventano, sulle tavole del palcoscenico, pensieri, dubbi, opportunità di tutti....

Vita e morte dei precari / Orgoglio precario. Stati impermanenti

Eccoci di fronte al rischio di una nuova notte nera in cui tutte le vacche sono nere: nel buio della crisi, sfumano i contorni e aumentano le complessità, mentre le speculazioni si fanno sommarie e si ingrandiscono le pretese di assoluto. Prendete il tema “precarietà”, peggio se declinato come “precarietà del lavoro cognitivo”: si noterà come oggi, di fronte a esso, tendano a prodursi strane generalizzazioni, rimozioni, riflessi del secolo scorso, giudizi schematici. Un concerto di critiche che raccoglie alleati distanti tra loro. Per chiarezza, e in premessa, aggiungo che nessuno intende negare le difficoltà oggettive che si riscontrano su questo fronte da un punto di vista dei processi di soggettivazione politica (organizzazione e rappresentanza) né da alcune nuove contraddizioni. Così, la lettura del libro Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli 2015) di Guy Standing, figura di spicco del pensiero economico eterodosso europeo, mi ha fornito l’occasione per provare a riflettere su questo rimescolamento, muovendo da alcune necessarie ricostruzioni. Fotografia di Alvin Langdon Coburn, 1910 RadiciAlla progressiva diffusione dei processi di...

Giovanni De Luna. La Resistenza perfetta

Come spiegare in breve ciò che accade nella storia italiana nei venti densissimi mesi tra il 1943 e il 1945? Come restituire la stratificazione di senso che assume quella vicenda complessa, che ha il suo prima nel fascismo e nella guerra e il suo dopo nella storia della Repubblica antifascista, di cui la Resistenza diviene anche mito fondativo e continua a essere il reagente della politica per settant'anni?   David Bidussa ha sintetizzato con efficacia il disagio attuale di chi si cimenta in questo discorso scrivendo che «il 25 aprile si conferma come una partita dove non c’è la storia, bensì l’uso politico del passato». Uscire dall'impasse che segna oggi la comunicazione dei valori della Resistenza, troppo spesso trasformata in monumento, oggetto antiquario o in storia scandalistica, è possibile se si torna a «raccontare i fatti», continua Bidussa, e «scavare negli atti, descrivere che cosa si fece, rintracciare i motivi e far emergere i sentimenti di chi agì», in altri termini «ricostruire storie».   Questo non significa accettare una moltiplicazione dei punti di...

Giacomo Verri. Racconti partigiani

«Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò». Così finisce Una questione privata di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1963, a due mesi dalla morte dell’autore.   Negli occhi di Milton le immagini svaniscono, perdono la loro consistenza, sono fantasmi, come il vento di pallottole che gli ronza vicino e non lo abbandona per tutta la sua corsa disperata. Egli non smette di correre, di fuggire, di combattere contro il suo destino. Tuttavia sembra non esistere la possibilità di varcare il confine che lo separa dalla vita, nessun futuro lo attende, al termine della sua fuga non ci sono lusinghe, ma solo un muro: alto, solido, impenetrabile.   Ci si chiede: che senso ha questo muro? La fine? Il tormentoso interrogativo di Milton (insieme a quello di un’intera generazione di scrittori) e la sua...

Giulio Questi. Il ritorno della letteratura partigiana

Giulio Questi ha avuto una vita lunga, piena di reincarnazioni, sprofondamenti ed emersioni. Prima tutta la Resistenza, dal primo all’ultimo giorno, nelle valli bergamasche in almeno un paio di bande piuttosto discusse; poi, a seguito della “smobilitazione morale” del Paese (per dirla con Nuto Revelli), l’avventura nella Roma del cinema. Nel frattempo aveva animato, con altri giovanissimi antifascisti, nei tempi ancora ricchi di fermenti del 1946-48, per cinquantatré numeri una rivista quindicinale di politica e cultura – «La Cittadella» – assai innovativa nel panorama provinciale dell’epoca. Tanto da aver avuto nove sedi esterne con responsabili quali Tullio Kezich a Trieste, Romolo Valli a Reggio Emilia, collaboratori come Bo, Cecchi, Contini, Malraux, René Clair magari solo per un articolo e, più diffusamente tra gli altri, Anceschi o Capitini, mentre Questi era il referente per la letteratura con recensioni (ad esempio sull’Antologia di Spoon River), riflessioni militanti e racconti quali La cassa. Quest’ultimo attirò l’attenzione di Vittorini, che gli mise a disposizione...

Fischia il vento

Il 25 aprile è il momento giusto per andare a letture obbligate per capire che cosa è successo in quegli anni.    

Linea gotica

Mentre si sta celebrando il 70esimo anniversario della liberazione d'Italia dall'occupazione nazista, un'occupazione militare che sarebbe stata impossibile o comunque molto più difficile senza la collaborazione dei fascisti locali; mentre insomma si sta tornando a discutere sulla natura e le conseguenze della guerra civile, è bene ricordare quanto il nostro Paese fosse anche teatro decisivo per le sorti della seconda guerra mondiale. Dall'agosto 1944 e fino alla seconda metà d'aprile del 1945 l'Italia è stata divisa in due da quella che i tedeschi chiamarono la Linea gotica (poi cambiarono il nome in Linea verde). Da Cinquale sul Tirreno, a due passi da Carrara, fino a Rimini le truppe naziste costruirono un sistema di bunker, trincee, trappole e ostacoli vari per rallentare l'offensiva degli Alleati.   Di quella parte della storia si parla poco, si predilige, e forse giustamente dal punto di vista della discussione su quella che è l'eredità e la lezione della Resistenza, concentrare il discorso sui partigiani, sulle scelte esistenziali e politiche che hanno fatto schierare la meglio gioventù...

Denis Peschanski. Memoria e resistenza in Francia

I fatti storici sono, per essenza, dei fatti psicologici.   Marc Bloch   La sera del 9 luglio 1942 a Parigi gli ispettori della Brigata Speciale di Vichy arrestano Dora Markowska, militante comunista. Durante la perquisizione del suo domicilio trovano una fotografia raffigurante Alexandre Peschanski in divisa delle Brigate internazionali: viene arrestato l'indomani. Nel novembre dello stesso anno i due, futuri genitori di Denis Peschanski, saranno deportati in Germania in quanto partigiani. Si può presumere che per lo storico francese la memoria di quegli anni abbia un significato particolare.   Ricercatore e poi direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (CNRS), Peschanski è stato impegnato in politica nel Partito socialista. Tra i primi lavori, che gravitano intorno al ruolo del Partito comunista francese durante il conflitto, si segnala Le sang de l'étranger (Fayard, 1989), scritto con lo storico Stéphane Courtois e il partigiano comunista Adam Rayski. Quest'opera, come la successiva Des étrangers dans la Résistance, ricorda come nella resistenza francese e in particolare...