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schizofrenia

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Della crudeltà clinica / Schumann in manicomio

Incipit “Nel 1845, il dottor Richarz elabora una terapia per la cura della psicosi-schizofrenica basata sull’isolamento.” (da Alessandro Zignani, Il richiamo dell’angelo. Cinque pezzi fantastici sulla follia di Robert Schumann, p. 7)   Come raccontare la storia della follia di Schumann? Un importante contributo arriva dalla pubblicazione italiana delle lettere tra la moglie Clara e Robert (1854-1856) e dalla memoria di Clara. Clara Schumann (1819-1896), notissima concertista, che sopravvivrà di cinquant’anni al marito, scrive di quei momenti: Sabato, il 4 arrivò! Oh Dio, la carrozza era di fronte alla nostra porta. Robert si vestì con molta fretta, entrò nella carrozza con Hasenclever (il medico) e i suoi due infermieri, non chiese di me, né dei bambini, e io me ne stavo seduta vicino alla signorina Leser immobile dal dolore e pensavo, ora soccomberò! Il tempo era splendido, almeno il sole l’ha accompagnato! Avevo consegnato al dottor Hasenclever un bouquet di fiori per lui, che poi gli diede in viaggio; l’ha tenuto a lungo in mano, senza pensarci, poi d’improvviso ne ha annusato il profumo e sorridendo ha stretto la mano al dottor Hasenclever! Più tardi ha regalato a...

Quattrocento elettroshock / Janet Frame: la vita negli oggetti

La vita della scrittrice neozelandese Janet Frame è diventata molto nota al grande pubblico grazie al film Un angelo alla mia tavola che la regista Jane Campion, anch’essa neozelandese, negli anni ’90 ha tratto dall’omonimo libro della Frame. Un angelo alla mia tavola non è solo un’autobiografia e non lo è tutta la sua prosa: i suoi sono libri in cui compare sempre la scrittrice come rifratta in cento altre Frame protagoniste perché lei, ancor più che in Virginia Woolf, è stata un’autrice prigioniera della sua biografia.   Si potrebbe raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che appaiono nella sua prosa: sono oggetti desueti che possono dividersi in oggetti reali o creazioni della sua mente. Più che oggetti potremmo chiamarli cose per la carica simbolica e affettiva che hanno, cose come persone, affetti, visioni talvolta, non di rado feticci dal potere spirituale. Nella letteratura del Novecento di molti paesi alle cose sono riservati lunghi elenchi, come nella poesia di Borges o in Neruda, la loro presenza è massiccia. In Frame compaiono solo alcune cose con una rilevanza di correlativo affettivo.   Frame nasce nel ’24 in una famiglia molto povera, il padre...

David Forgacs. Margini d'Italia

Coloro che (come l'autore di questa recensione) avvicinassero il testo di David Forgacs, Margini d'Italia (Laterza 2015), in cerca di "una storia alternativa, parallela ma secondaria a quella considerata ufficiale, che 'riscattasse' le persone dai margini o li 'salvasse'" resterebbe deluso. "Farlo," dice l'autore nella sua premessa, "in questo caso, avrebbe significato semplicemente riprodurre la logica della marginalità, rimettere in atto quei gesti di comprensione o solidarietà, dare sostanza alla fantasia che qualcuno possa essere simbolicamente tolto dai margini e dare credito all'idea che le persone osservate nei cinque casi che ho studiato fossero o siano davvero, in qualche modo, 'fuori' dalla società, o comunque veramente subalterni, secondari, meno importanti di quelli che si trovano al centro. Il mio obiettivo non è quello di raccontare la loro storia ma di illustrare come altri li hanno descritti e di dimostrare che la formazione dell'Italia moderna si è realizzata anche attraverso la creazione discorsiva di gruppi marginali e socialmente esclusi".  ...

Scrittura e follia di Louis Wolfson

«I libri veri, i libri profondi, sono forse e unicamente quelli che ci permettono di avvicinarci alla coscienza pura. (…) Ogni volta che uno di questi libri appare, così nuovo e così straordinariamente se stesso – uno di quei libri che non si leggono veramente, ma che si vivono – sembra allora che la letteratura nel suo insieme venga rimessa in dubbio. Il libro diventa in qualche modo un vendicatore implacabile e solitario che distrugge d’un tratto anni d’abitudini e di comfort letterario».   Il premio Nobel Jean-Marie Gustave Le Clézio presenta così uno di questi libri rari che spesso appartengono a una letteratura meno, quella «dei distrutti, dei vinti», che turba e inquieta, Le Schizo et les langues di Louis Wolfson. L’autore, nato a New York nel 1931, diagnosticato come schizofrenico, costretto dalla madre a molti ricoveri e infiniti elettroshock, è un ebreo americano che non tollera la propria lingua, «il famoso idioma inglese». Il rifiuto della madre si esprime nel rigetto della lingua materna, quel sistema lessicale usato da chi lo circonda, e dalla quale,...

Monditalia e Innesti: una dissociazione propositiva?

In psichiatria il termine “dissociazione” indica un disturbo tipico della schizofrenia caratterizzato dalla scomparsa dei normali rapporti associativi delle idee. Tale reazione è ciò che avviene all’interno della 14. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, quando, dopo aver visitato l’esposizione allestita all’interno delle Corderie – Monditalia - si accede al Padiglione Italia, dedicato al tema degli Innesti.   Le più interessanti esposizioni di Monditalia riescono a interpretare in modo intelligente tematiche e contraddizioni che hanno caratterizzato e attraversano il nostro Paese e che sono emblematiche di questioni che in realtà oltrepassano i meri confini italiani.   Lo studio Folder si domanda ad esempio qual è diventato oggi il significato della nozione moderna di confine; gli stARTT s’interrogano sui modi con cui l’economia e la politica europee influiscono sul destino di quel patrimonio pubblico su cui si è strutturato il modello urbano europeo stesso; Argot e Marco Biraghi mostrano invece attraverso la costruzione di Zingonia, lo scontro tra...

Le passioni di Artaud

“Il sole è una puttana!” Presidente Schreber citato da Freud   Diventare van Gogh   L’antro basso e buio dà accesso a una sala col soffitto a cupola, come se penetrassimo in una grotta piuttosto che nelle sale di Van Gogh/Artaud. Le suicidé de la société (al musée d’Orsay fino al 6 luglio). Sulle pareti e sul pavimento di questo interregno tra museo e mostra sono proiettate brevi concatenazioni di parole in cui riconosciamo presto il testo che Antonin Artaud scrisse su Van Gogh.   Forse un clin d’œil al visitatore: sì, siamo consapevoli che un’esposizione attorno a un solo testo è una trappola, che si rischia di riempire le pareti di citazioni, di rendere troppo letterali i richiami tra pittura e scrittura. Il testo di Artaud poi mal si presta a far da pannello esplicativo a una sala di quadri. Rompendo con il bellelettrisme della critica d’arte francese, è invece una scorribanda sciagurata, la reazione sclerata di un uomo che dai quadri di van Gogh si sente minacciato.   Pagine senza sviluppo narrativo che girano vorticosamente in tondo a un...