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sguardo

(39 risultati)

Uno sguardo straniero / L’occhio è visionario

“Il nostro occhio è portato a vedere le cose e non ciò che le rende visibili, vede oggetti illuminati dalla luce ma non la luce che li illumina, né il tono delle ombre che avvolgono la loro superficie, né quello dei riflessi che rimbalzano su di esse; vede che l’erba è verde, le ciliegie sono rosse e il cielo è azzurro, ma non isola il fenomeno cromatico dalla cosa in cui si manifesta, vede cioè cose colorate e non il colore delle cose.”   Con queste parole Giuseppe Di Napoli ci introduce al suo studio: “Nell’occhio del pittore. La visione svelata dall’arte” stabilendo fin da subito che l’uomo comune non guarda il mondo alla stessa maniera del pittore.   Nonostante l'evoluzione della specie umana, il nostro occhio, infatti, guarda ancora come faceva ai primordi, selezionando rapidamente gli elementi che sono utili per la sopravvivenza (distinguere in fretta le cose nocive o pericolose da quelle innocue; quelle velenose da quelle commestibili; i predatori dalle prede etc.) lasciando in secondo piano tutto il resto. I pittori, invece, con il loro “sguardo straniero”, tendono ad isolare i dettagli, a cogliere i colpi di luce su un oggetto, su un volto, o su paesaggio...

Goethe Institut Turin / Il terrore contemporaneo

Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Maurizio Guerri per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Nelle ultime settimane le immagini che hanno aperto tutti gli organi di informazione sono quelle relative ai brutali sgozzamenti di James Foley, Steven Sotloff e David Cawthorne Haines da parte dei membri dell'Isis in una zona imprecisata tra Iran, Iraq e Siria. Questi video e le immagini estrapolate coinvolgono gli organi di informazione di tutto il mondo, con particolare incidenza, ovviamente, per gli Stati Uniti, l'Europa, il Medio Oriente. È facile intuire che le immagini scelte dai giornali e telegiornali, dalle riviste, dalle testate on-line per aprire la prima pagina sono particolarmente significative dell'importanza che...

Intervista a Mario Cresci / Fotografia del no

Attendo Mario Cresci in una stanza della GAMeC di Bergamo, dove sta allestendo la sua mostra antologica. Giungo nella sala espositiva più piccola e intima del museo. Qui sono collocate, agli angoli, due grandi fotografie: Campo riflesso e trasparente (1979). Al centro della sala divengo un punto d’osservazione tra due opere collegate concettualmente. Guardo la reale lunghezza di un metro da muratore che prolunga la sua misura nella superficie di uno specchio. Alle altre due pareti sono appesi ulteriori campi riflessi, scatti che documentano un lavoro site-specific fondato sui diversi spostamenti e gradi della percezione. E qui penso che Cresci, nel suo articolato percorso di ricerca, ha compiuto spostamenti continui al di là dei consueti recinti disciplinari, con una metodologia basata sull’intreccio tra vari linguaggi. Pur privilegiando il medium della fotografia ha innescato anche sperimentazioni extra-fotografiche, migrazioni di ipotesi e di verifiche. Con il coraggio di chi dà molta importanza all’onestà intellettuale e al desiderio di scoprire nuove vie e intuizioni, ha spesso messo in discussione i suoi risultati formali, andando incontro anche alla prossimità del...

I buoni siamo noi

La lettura mi ha tirato fuori tutto quello che in questi mesi, in questi anni, avevo nascosto in fondo a me stesso. Ha acceso un riflettore da un'altra angolazione (non la mia) e ha messo in luce quel cono d'ombra che ho vissuto, ma mai guardato e affrontato, riletto, analizzato. Quelle cose con cui avrei dovuto fare i conti e che invece ho preferito nascondere, nel tentativo di dimenticarle. Sento la necessità di parlarne, con chi era con me in quel periodo, con gli amici di una vita e con i conoscenti, con tutte quelle persone che per oltre tre anni mi hanno visto assente, profondamente impegnato in quello che facevo, e senza altro tempo per altro e per altri. Troppo spesso in quel periodo mi sono sentito dire oppure ho sentito dire: "Daniele non c'è, deve salvare il mondo!". Non ho salvato nessuno. Io sono salvo, ma vinto, e ho bisogno di raccontare quello che è successo […]   [status Facebook di Daniele R., 17 maggio 2014, in seguito all'uscita de I buoni di Luca Rastello, 133 “mi piace”, 21 condivisioni]   Poi, un giorno, capita che parta un ultimo giro di telefonate, messaggi, whatsapp, e...

Mantide Religiosa

Quella mattina in periferia la mantide si aggirava sulla pista ciclabile. Accovacciatomi davanti ad essa, si bloccò immobile fissandomi. Poggiai la macchina fotografica a terra, tra noi c’era un metro di distanza esatto; l’ho potuto leggere nella scala metrica impressa sul pomellino che regola il movimento avanti-indietro dell’obiettivo. Un metro è la distanza minima che devo tenere tra la mia fotocamera e un qualsiasi soggetto affinché possa metterlo a fuoco. Fu essa ad accorgersi dell’uomo sul fondo in arrivo verso di noi, girando la testa e rimanendo piantata col corpo nella posizione iniziale. La mantide lo seguì con lo sguardo, lo stavo sperimentando in quel momento. Fu allora che scattai l’ultima foto a disposizione nel rullo di pellicola. Riuscii anche a fotografarla tre volte mentre ancora fissava me.   Gli antichi diffidavano del suo sguardo. Rimando però a chi voglia, di leggere altrove le leggende su questo insetto. Così come le letture sul Tang Lang Quan: lo stile del kung fu che prende ispirazione dalla sua postura e dal colpo micidiale che sferra con le zampe anteriori; così come...

La madre di tutte le danze

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English version     Questo testo è dedicato alla memoria di Didier Schaub     “Perché l’Africa?” Davanti alla domanda, il primo impulso è stato quello di imitare l’attore americano che recita nella pubblicità del caffè, e rispondere: “What else?”. “Cosa, altrimenti?” Sono figlio di Lydia e Simon, due eroi bassa. Sono il prodotto di questi due esseri...

Anne-Karin Furunes: Shadows

Incontri Shadows è una mostra composta da diversi elementi. Non ci sono solo gli artisti, i volti, le immagini ma anche un intreccio di spazi, tempi, luci e ombre. Gli artisti si chiamano Anne-Karin Furunes e Mariano Fortuny y Madrazo. Lei vive in Norvegia. Il suo studio, ricavato in un edifico che ospitava bambini malati di tubercolosi, si trova su un pendio che scende verso un fiordo. Funziona come una “camera lucida”, spiega l’artista, cattura “il volume di aria e di luce lungo il braccio del fiordo”, l’ideale per realizzare le sue opere perforate, soprattutto nelle giornate nuvolose.       Anne-Karin Furunes nel suo studio   Mariano Fortuny non ha bisogno di presentazioni. È un eclettico: scenografo, architetto, pittore, stilista, nato nel 1871 e morto nel 1949. Anche lui nutre una forte passione per la luce: inventa un apparecchio ingegnoso, il “ciclorama emisferico” per riprodurre l’illusione di un cielo infinito nelle scenografie teatrali e una lampada, la famosa lampada Fortuny, che impiega la medesima tecnica di luce indiretta: un fascio luminoso viene proiettato su un...

Alpe Adria: un paesaggio

Alpe Adria senza (Editore Beit Maqom Haze, Trieste, 2014), fin dal titolo sospeso, è un racconto dal tono laconico anche se, in realtà, scorrendo la collezione di brevi testi (e di fotografie) di Pietro Valle, ne viene fuori una geografia di luoghi e di ambienti ricca, contraddittoria e articolata. Il “senza” risuona, durante la lettura, come un ammonimento o un interrogativo. Ambiente geografico a cavallo di più nazioni, condizione periferica e di frontiera, l’Alpe Adria (che comprende il Friuli ma anche porzioni di Austria, Slovenia e Croazia) è anche una sezione di paesaggio europeo abbastanza unica, che va dalle Alpi al Mediterraneo, che si snoda su più lingue, scandita nel tempo da continui mutamenti dei confini e che è, in un certo senso, una sorta di microcosmo di come il novecento europeo ha modificato il territorio e lo ha messo “al lavoro”.   Il libro è un resoconto composto da una quarantina di brevi testi e da fotografie, che Pietro Valle, architetto, con studio a Udine e formazione cosmopolita, ha raccolto nell’arco di circa 25 anni (i primi testi sono datati 1990). Non...

Lo giuro

Nessun rimorso, dice il brief. E prosegue: Raccontate a Doppiozero le vostre storie di azzardo, di rischio. Nel momento in cui, al principio di questo articolo, adopero la parola brief, subito me ne pento. Lemma troppo feriale, screditato dall'uso storpiato che ne fece a suo tempo Nicole Minetti (brieffare), rubato al business english e poi trascinato in contesti d'uso impropri, secondo un borioso utilizzo dell'anglismo che circola qui a Milano. Ma soprattutto questa circostanza mi è prova di come un piccolo pentimento, e un minuscolo rimorso, siano presenti ogni istante, mimetizzati nei fluidi del pensiero.   Qual è stata la volta in cui, invece, non mi sono per nulla pentito di qualcosa che ho fatto? E c'è qualcosa che ho fatto di cui possa sentirmi addirittura or-go-gli-oso? Si sono verificati nella mia biografia eventi noti, episodi che hanno trasgredito le regole, ma hanno permesso un cambiamento positivo? La risposta è sì ed è custodita dentro un periodo della vita che risale ormai a molti anni fa. Primi anni '90. Un postino, un giorno, mi recapitò un rettangolino di cartone. Color verde acquamarina...

Vecchi cani

I vecchi cani acquistano nello sguardo quanto perdono nel movimento. E’ uno sguardo capace di molte variazioni, che sa esprimere sentimenti e volontà diversi, che sa richiedere, che sa aspettare. Si direbbe uno sguardo con esperienza delle cose e soprattutto degli uomini. I vecchi cani ci conoscono bene, sanno tanto delle nostre abitudini, delle nostre manie, delle nostre paure. Non bisognerebbe mai dimenticarlo, i cani ci hanno visto come nessun altro. E, nonostante gli occhi velati, continuano a guardarci, anche quando siamo noi a non farlo più perché ormai abituati alla loro presenza, o, perché, soprattutto quando il cane non è il nostro, se è vecchio è spesso anche brutto. La raccolta di disegni di Giovanna Durì (“Vecchi cani”, edizioni Nuages) funziona come un richiamo all’attenzione. Leggere lo sguardo di quei cani – quasi tutti piccoli, zampe corte, un orecchio su e l’altro giù, movimenti rallentati, pedigree nullo, cani marginali, cani da canile – significa per l’osservatore trovare e ritrovare.            ...

Antoine D’Agata

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     ANTOINE D’AGATA, ANTICORPS, 2013   Le Bal, Paris  

Todd Hido

Entrare in una galleria o in un museo per vedere una mostra, fermarsi davanti a un oggetto, distrarsi e poi camminare attraverso le stanze, far scivolare il proprio sguardo da un punto a un altro incrociando gli altri visitatori, soffermarsi anche sui loro movimenti e i loro corpi che ostacolano o interagiscono con la visuale, decifrare la struttura degli spazi e i piccoli contrasti determinati dalle uscite di sicurezza e dai cartelli esplicativi. Con Ti guardo Talos Buccellati tenta di indagare con il solo mezzo fotografico gli imprevisti e le interferenze che segnano lo sguardo durante una visita a un’esposizione.     TODD HIDO la galerie particulière Paris

Vivian Maier. I am a camera

 “I am a camera, camera, camera” (Yes, Into the Lens)     La storia di Vivian Maier sembra una favola. Schiva, riservata, incurante della celebrità, questa fotografa scoperta da poco, e per caso, ha tutti i requisiti per rendere la sua biografia e il suo lavoro interessanti non solo a chi si occupa di fotografia. Una mostra recente alla Galleria dell’Incisione di Brescia fino al 15 novembre – la prima in Italia – offre la possibilità di un iniziale contatto con le sue opere, già esposte in numerose mostre a Chicago, Londra, Oslo, Monaco, Amsterdam.   Sconosciuta fino al 2009, anno della sua morte, Vivian Maier viene casualmente scoperta da John Maloof, un agente immobiliare che sta scrivendo la storia di Portage Park, il quartiere dove vive a Chicago e durante un’asta è convinto di acquistare materiale utile alle sue ricerche. In realtà diviene l’erede di un tesoro, gran parte del patrimonio artistico appartenuto alla fotografa: un numero imprecisato di rullini, alcune delle sue macchine fotografiche, un’infinità di ritagli di giornale e da quel momento...

Letizia Battaglia. Spiazzamenti

Roland Barthes chiamava punctum, quel mistero in bilico tra razionalità e mistero che rende ogni fotografia unica e irripetibile. A volte pare che anche le immagini ne siano consapevoli, sembra che dicano: “Io sono questo: un corpo, un occhio, uno strumento. Io mi chiamo Francesca Woodman, io sono Letizia Battaglia”, come si può udire dalle fotografie delle due artiste, esposte nella mostra in corso presso la galleria di Massimo Minini a Brescia.   Se è quasi impossibile scindere l’opera di Francesca Woodman dalla sua sorte, silenzioso segreto che resta intimo e illeggibile, con Letizia Battaglia ho parlato. O meglio è stata lei a parlare con me. Io ho saputo dire solo il mio nome. Poco prima di uscire dalla galleria con un catalogo e la sua firma, mi ha detto: “Inizia a fotografare. Non per gli altri, per te stessa”.   Letizia Battaglia, Il gioco del killer, Palermo 1982 e Rielaborazione (Il gioco del Killer, Palermo 1982), 2012.   È così che ho cominciato a cercarla nelle sue immagini: fra i muri con i segni dei proiettili, tra i visi delle madri in lacrime ai funerali dei loro...

Igort, o del testimoniare per immagini

Un segno, tracciato su un foglio, può farsi segno di molte cose: può dare vita a un volto e costruirgli intorno una storia, può intagliare un marchio o definire un progetto grafico. E dietro il packaging di un prodotto può esserci lo stesso lavoro che c’è dietro una copertina del New Yorker. Disegnare, ovvero, può dirsi in molti modi. E l’impero dei segni e dei disegni, per strizzare l’occhio a Roland Barthes, ha confini frastagliati, che separano e allo stesso tempo mettono in contatto mondi molto diversi tra loro: l’illustrazione, la grafica editoriale, il fumetto. Puntata dopo puntata cercheremo di esplorare questi territori, raccontandoli attraverso le parole e le immagini di quanti, in Italia e all’estero, si sono distinti come autori di graphic novel o di libri per ragazzi, come illustratori o grafici. Per tracciare la rotta, sempre in movimento, di alcuni dei più importanti protagonisti del disegno e contemporaneamente mettere insieme un piccolo atlante di questi mondi, divisi solo da un sottile filo di matita.     Illustratore, autore di fumetti, editore: Igort, al secolo...

Gli Appalachi di Shelby Lee Adams

Shelby Lee Adams è un fotografo americano che fin dagli albori della sua carriera, iniziata negli anni ‘70, si è sempre dedicato a ritrarre famiglie e piccole comunità montane dell’Appalachia, regione in cui è nato. Da qualche mese è disponibile il suo quarto libro fotografico Salt & Truth, pubblicato dall’editore statunitense Candela Books. Ho avuto modo di vedere alcuni degli ottanta scatti contenuti in questo volume durante un’esposizione nella bella Catherine Edelman Gallery di Chicago.                           Se si chiede a un americano “who are the Appalachian?” si può star certi di quale sia la prima reazione: una risatina, occhi che si abbassano e un inutile tentativo di ricomporsi. Alcuni poi si mettono a spiegare con tono serioso che gli appalachiani sono da sempre vittime di certi stereotipi denigratori. Povertà, ubriachezza, violenza. Si dice che si sposano tra fratelli e sorelle. Ma sono solo cliché che non vanno presi troppo sul serio, continua l...

Andrés Barba. Agosto, ottobre

Tomàs è in vacanza con la famiglia al mare, il suo sarà un agosto torrido e complicato, fatto di nuove amicizie e brutali violenze, paure e improvvise fughe verso un’età adulta quale ultimo rifugio possibile. Nel tentativo di quietare le continue eccitazioni sessuali alternate a repentini sensi di colpa, Tomàs vive uno sdoppiamento tra la propria vita individuale complicata e ricca di sensazioni e la propria vita sociale pulsionale e inconsapevole: un nuovo gruppo di amici, la prima esperienza sessuale e l’appartenenza ad un branco come segno di una conquistata virilità.   Andrés Barba (Agosto, ottobre, Mondadori, 129 p., € 10,00, trad. di Matteo Colombo) delinea i caratteri di un adolescente contemporaneo con la consapevolezza che poco lo separa dagli adolescenti del passato. Una dichiarazione in tal senso è la forte somiglianza di Tomàs con il padre più volte ribadita nel testo, una somiglianza che lo imbarazza, ma anche lo rassicura come una strada già tracciata. La durezza della vicenda narrata tramite un uso puntuale e raffinato della lingua catapulta il lettore...

Santu Mofokeng: chasseur d’ombres

Vous rappelez-vous la perception de l’espace? Le sens de la distance et du temps que procuraient les voyages à l’époque de l’apartheid ? (…) Pour moi, voyager n’était pas une distance à parcourir mais une longue angoisse à supporter. (The Cry of Winnie Mandela, Njabulo S. Ndebele, in Chasseur d’ombres, catalogo della mostra)   Le danger avec la photographie documentaire, surtout avec la “photo victimaire”, c’est qu’elle risque de créer des victimes aussi bien que de les trouver. (Abigail Solomon-Godeau, in Chasseur d’ombres, catalogo della mostra)                                                                                       ...

Massimo Fusillo. Feticci

È un itinerario zigzagante, frammentario, pullulante di immagini e riferimenti quello che Massimo Fusillo ci propone nel suo ultimo libro dedicato al tema affascinante e complesso del feticcio (Feticci. Letteratura, cinema, arti visive, il Mulino 2011, pp. 224, € 20). Attraverso uno stile che dichiaratamente ricalca le caratteristiche dell’oggetto della sua ricerca, l’autore offre al lettore un ricco quadro di accostamenti che tiene insieme spezzoni di letteratura, arte e cinema, opere del passato così come del presente. Il tutto servendosi di una prosa che mescola volentieri la descrizione con la saggistica e la citazione.   Uno stile che richiama immediatamente quello di alcuni dei capolavori incompiuti del Novecento, primo tra tutti I Passages di Parigi di Benjamin, testo chiave, non a caso, come ricorda lo stesso Fusillo, per comprendere il ruolo che il feticismo svolge nella modernità. L’autore fa proprie alcune delle acquisizioni fondamentali di quella letteratura novecentesca che sfoceranno sul finire del secolo nella “svolta visuale” che contraddistingue molti degli studi culturali contemporanei. In cui il...

Chicago. Studio Malick

Malick Sidibé è un fotografo di Bamako, capitale del Mali, che grazie alle immagini scattate nel suo paese durante gli anni ’60-’70 ha raggiunto una notevole fama internazionale. Le fotografie ritraggono la società maliana finalmente libera dopo ottant’anni di colonialismo francese e queste gli sono valse riconoscimenti sovranazionali. Da allora la sua notorietà è cresciuta fino al conferimento d’importanti premi, quali il The Hasselblad Award del 2003, il Leone d’oro alla carriera della Biennale di Venezia del 2007, l’Infinity Awards del 2008. Negli ultimi vent’anni si sono susseguite mostre per tutto il mondo e in Italia va ricordata l’esposizione “Malick Sidibé. La vie en rose” ospitata dalla Collezione Maramotti di Reggio Emilia nel 2010.     A Chicago s’è appena conclusa la mostra “Studio Malick” nell’appartato spazio espositivo della DePaul University, una delle più grandi università cattoliche degli States. Su Malick ci sono capitata per caso. Il mio vero obiettivo era una serie di fotografie recentemente...

Robert Rauschenberg fotografo, anche

Basterebbe la fotografia riportata in copertina. Vi si vede una di quelle opere che Rauschenberg chiamava combine painting, la cui parte centrale è occupata da uno specchio in cui si vede riflesso l’artista dietro la macchina fotografica. Ebbene lo specchio, e perciò l’immagine riflessa, vi sono così bene integrati nella composizione d’insieme che la figura vi pare parte connaturata, come fosse lì da sempre, come se fosse una fotografia invece che un riflesso. Un effetto davvero particolare e riuscitissimo che dice tutto del combine e del painting che sono la formula dell’artista. Un autoritratto? Sì, in questo senso “combinato”, cioè sia dell’artista sia dell’opera.   Robert Rauschenberg, Untitled (self-portrait with Inside Out, early state), ca. 1962   Oppure si guardi la prima foto all’interno, di fatto impostata allo stesso modo: un bellissimo interno di carrozza foderata di tessuti, con le ruote sui lati – la ruota torna spesso nell’opera di Rauschenberg e in tante delle sue fotografie – e quel semplice piccolo cerchio al centro, equivalente...

Fichés

Ha fatto in tempo Ando Gilardi a visitare Fichés. Photographie et identification du Second Empire aux années soixante, la mostra agli Archives Nationales di Parigi chiusa a fine gennaio di quest’anno? E in caso positivo, cosa ne ha pensato, lui che in Wanted! (Bruno Mondadori 2003) ha ripercorso la storia della fotografia segnaletica, mostrando come questa corra parallela alla storia della fotografia tout court e giunga ininterrotta fino ai giorni nostri? La visita di Fichés mi ha lasciato con tante domande aperte, di più, mi ha scosso e persino emozionato. Quel giorno di gennaio mi è mancato un compagno di visita come Gilardi, un privilegio che avrebbe dato un’altra coloritura alle impressioni che seguono.   Entro agli Archives Nationales con le idee molto chiare su cosa aspettarmi dall’esposizione Fichés: come recita il sottotitolo, tratta di Photographie et identification du Second Empire aux années soixante. Fichés, ovvero schedati, ripercorre la creazione, la diffusione e la definitiva affermazione della fotografia segnaletica, giudiziaria e criminale. In questo modo mostra la saldatura...

Lo sguardo di Valentine

Ecco un dipinto del pittore svizzero Ferdinand Hodler. Quando tempo fa mi è cascato sotto agli occhi, grande è stato il mio disinteresse: un paesaggio spoglio e convenzionale, esteticamente scialbo, ancor più se considerata la data d’esecuzione, 1915. All’epoca c’erano già le avanguardie, i collages, il cubismo e sulla Svizzera stava per abbattersi la tempesta dada che spazzerà via l’idea di arte in voga sin dal Rinascimento. Nell’occhio del ciclone, Hodler non trova niente di meglio che piantare il cavalletto ai bordi del lago Lemano (o di Ginevra) e dipingere il sole che scompare dietro le montagne – un rigurgito impressionista mi viene da pensare, come una cartolina inviata dalla zia da un resort vacanziero. Un’opera marginale rispetto alla storia della pittura ma anche rispetto a quel poco che conosco dell’artista. Il mio conto con Hodler è presto chiuso.   Per caso o per serendipità qualche settimana fa ritrovo lo stesso dipinto. Identico il mio sentimento di sufficienza, ma questa volta guardo meglio e leggicchio qualcosa. È così che Coucher de soleil...

Invece di una fotografia

Una sorta di follia calma, assopita, introvertita: è seduto di fronte a me, le mani in mano, credo che si dica così, cioè una nell’altra riposte in grembo, non fa niente, ebete e pacato, guarda intorno senza alcuna agitazione né impazienza, anzi un po’ come al rallentatore, ma non veramente, solo pochissimo. Resterà sicuramente così fino alla fine del viaggio, fino a Bari (a proposito: al bigliettaio ha chiesto candidamente, con domanda che non aspetta veramente la risposta: “Va fino a Crotone questo treno?”. “No, queste carrozze solo fino a Bari. Lei dove deve andare?”. “A Bari”. Punto. Senza alcuna espressione, sottolineatura, commento...).   Non si capisce se si annoia, non è rassegnazione, è così, non so cos’è. Anche il suo sguardo è così: vede, certo, ma come se niente possa segnarlo. Puro sguardo? Cosa significa? Piuttosto uno sguardo calmo, lento, trattenuto, non che trattiene, “puro”, come l’acqua, trasparente come l’acqua, che lascia vedere dentro, e dentro non c’è niente da vedere. Non...