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solitudine

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14 giugno 1837 moriva a Napoli / La luna leopardiana

Molti anni fa aprivo il libro Il demone dell’analogia (Feltrinelli, 1986) con un saggio dal titolo La luna leopardiana. Cercavo di leggere le presenze lunari nei Canti, secondo il ritmo del loro meraviglioso accamparsi via via nei versi, in rapporto alla riflessione leopardiana sulla luce, sul notturno, sull’esplorazione interiore e sulla ricordanza. Lo scritto si chiudeva con alcune pagine intitolate “Pulchra ut luna”: postilla sugli attributi lunari, nelle quali ripercorrevo le fonti e le forme dell’analogia tra la luna e il femminile. Qui vorrei solo aggiungere un margine a quel lontano saggio. Un margine con due brevi passaggi: uno legato a un ricordo, l’altro relativo ad alcuni versi del Canto notturno. Sarà accaduto anche ad altri. Per me il legame con Leopardi, e la stessa scelta di passare molto tempo all’ombra dei suoi scritti, ha origine dall’apprendimento a memoria nella prima adolescenza del Canto notturno, e dalla sovrapposizione dei suoi versi alle contemplazioni della luna che sorgeva nella campagna o che tramontava nel mare. Osservare la luna che si levava sopra il manto di ulivi e via via prendeva campo nel cielo facendosi nitida o velandosi dietro nuvole...

La libertà deve essere nell’uguaglianza / Scrittore o intellettuale? Intervista a Javier Cercas

Javier Cercas ha appena pubblicato Il sovrano delle ombre (Guanda), tradotto ottimamente da Bruno Arpaia,  romanzo dedicato a Manuel Mena, un giovane spagnolo  morto diciannovenne nella battaglia dell’Ebro durante la guerra civile il 21 settembre 1938. Era lo zio della madre, un falangista che combatteva nelle file dell’esercito di Francisco Franco. Manuel, come Javier, era nato a Ibahrnando, un piccolo paese dell’Estremadura, regione poverissima della Spagna, da cui lo scrittore se n’è andato da bambino per trasferirsi con i genitori a Gerona. Si tratta di una vera e propria inchiesta storica, la ricostruzione della vita di questo giovanotto che ha combattuto dalla parte sbagliata della storia, e si è immolato per valori come la Patria, la famiglia, la solidarietà. Cercas ha posto sotto il titolo del suo libro la parola “romanzo”. Ed è davvero un romanzo, nei modi e nello stile che lo scrittore spagnolo ci ha resi consueti con Anatomia di un istante, dedicato al fallito colpo di stato del colonnello Tejero, un capolavoro, e L’impostore, romanzo dedicato alla figura di Enric Marco, un uomo che si è finto deportato in un campo nazista ed è diventato uno dei...

Da domani in libreria / Cedi la strada agli alberi

La poesia è un mucchietto di neve In un mondo col sale in mano.   La poesia è amputazione. Scrivere è annusare la rosa che non c’è.     Il naufragio della letteratura   Una volta c’era la letteratura e poi c’erano gli scrittori. Immaginate un mare con i pesci dentro. Adesso ci sono solo i pesci, tanti, di tutte le taglie, ma il mare è come se fosse sparito. È successo in poco tempo, e non ce l’ha comunicato un esperto. Ce ne siamo accorti incontrando un poeta da vicino, parlando con un narratore al telefono. Abbiamo sentito che qualcosa non c’era più. Ognuno ha i suoi libri, le sue parole, sono sparite le strade che mettevano in comunicazione uno scrittore con l’altro, tra chi muore e chi vive non c’è alcuna differenza, non c’è differenza tra chi lotta e chi è vile. Oggi tra gli scrittori regna una pacata indifferenza e lo spazio vuoto che c’è tra quelli che scrivono accresce lo spazio tra chi scrive e chi legge. La letteratura è una barca che ha fatto naufragio e ognuno coi suoi libri lancia segnali di avvistamento che nessuno raccoglie perché ognuno è impegnato a farsi avvistare. Le voci non si sommano e non spiccano. La letteratura fa pensare a un’arancia...

Per una filosofia e una politica oltre l’individuo / Non si dà vita vera se non nella falsa

Fin dal sottotitolo La vita comune. Per una filosofia e una politica oltre l’individuo (DeriveApprodi, Roma 2016, pp. 106) di Paolo Godani si presenta come un pamphlet propositivo di un intreccio indissolubile tra pensiero filosofico e azione politica e, come ogni pamphlet, parte da una presa di posizione radicale e traccia le linee introduttive di una teoria e una pratica da fare. Il riferimento più costante del testo, quello da cui prende le mosse e con cui non si abbandonerà mai il confronto, è senza dubbio il frammento di Walter Benjamin che prende il nome di Capitalismo come religione.   In esso Godani trova gli strumenti d’analisi per rendere conto della situazione esistenziale contemporanea segnata da un’atomizzazione atta a formare degli individui in solitudine e del tutto incapaci di una vera comunicazione, anche se occupati tutti nelle stesse attività, da un lato; e dall’altro la totalizzazione di un senso della vita individuale che trova in un compimento destinale e teleologico la propria conclusione. Entrambi questi aspetti, che sono strettamente legati, presentano un correlato al contempo genealogico ed esistenziale rispettivamente in ciò che Benjamin chiama «le...

Archeologia della mente / Comanda la paura

Trasformati dall’urto della storia, arranchiamo atterriti dalla paura. Ne abbiamo di motivi per avere paura, ne abbiamo tanti e ne abbiamo sempre avuti. Tanto è vero che con l’evoluzione abbiamo selezionato riguardo alla paura una delle principali aree delle nostre emozioni di base. D’altra parte sono gli emotivi che interagiscono col mondo, che sono sensibili. Sentire o provare, come si dice, le emozioni rende noi stessi strumenti, nel senso che cambiamo, costruiamo, nascondiamo, intensifichiamo direttamente le emozioni.   L’antropologo William M. Reddy ha intuito, in accordo con i risultati delle più recenti scoperte su come siamo fatti e come funzionano le nostre emozioni, che c’è una dimensione interiore nelle emozioni che non è del tutto e semplicemente rappresentata da dichiarazioni o azioni. Siamo di fronte al necessario fallimento di ogni sforzo di rappresentare un sentimento che dovrebbe coincidere con la nostra adattabilità. Insomma le emozioni non sono semplicemente resoconti di stati interiori. Un’emozione come la paura, fondamentale per la nostra sopravvivenza e la nostra storia evolutiva, non è solo un carattere di individui e gruppi sociali, ma media tra...

Santo Stefano Belbo, 22, 23, 24 luglio e 5 agosto / Ho creduto che l'isolamento fosse la felicità

  Nelle pagine dei suoi romanzi e racconti , nel diario, nelle lettere Pavese ha disegnato immagini di luoghi- Santo Stefano Belbo, le Langhe - e ha ritratto figure umane che in quei luoghi erano di casa o che da essi si erano allontanati per poi ritornarvi. Questi luoghi e quelle facce appartengono ormai alla nostra memoria, hanno assunto tratti quasi mitologici; Pavese, come è accaduto ad altri grandi artisti, vive oggi nelle riscritture degli scrittori che sono venuti dopo di lui o nelle creazioni in altre forme espressive, nella musica ad esempio, nella canzone d’autore, nella musica elettronica. La sua voce ricompare nei reading di poeti, narratori e attori. In occasione della rassegna di iniziative pavesiane Con gli occhi di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo,  22, 23, 24 luglio e 5 agosto) doppiozero ripercorre alcune tracce di questo effetto Pavese, di questa strana corrente magnetica che attraversa le generazioni e sedimenta un senso di appartenenza ad un mondo spesso solo immaginato ma forse proprio per questo più vero di quello reale.   ALLA SORELLA MARIA, TORINO [Brancaleone,] 2 marzo [1936]     Cara Maria, Quando un uomo invece di scrivere...

Breve viaggio nei romanzi di Mario Benedetti / La solitudine e la mediocrità

Questa storia comincia nell’estate del 2013, la nostra estate, ma comincia nell’inverno uruguaiano, a Montevideo. Comincia quando Anna, la mia compagna, fa in quella città un breve viaggio. Comincia con una foto che Anna scatta sul Rio de la Plata, mentre lo attraversa da Buenos Aires a Montevideo. Questa storia comincia con Anna che su Skype mi racconta questa strana città, me ne comunica il fascino. Comincia con me che immagino e penso e invidio, e ricordo Anna in altri luoghi con me, con le sue macchine fotografiche analogiche al collo. Comincia con una profonda nostalgia, qualcosa di bello dolce e strano, che influenzerà molto di quello che ho scritto da allora in poi. Questa storia continua con un nome, Mario Benedetti e con un titolo, Grazie per il fuoco. Anna mi racconta di questo libro incredibile e mi parla incantata del suo autore, mi accenna a un altro romanzo, La Tregua, di cui ancora non sappiamo della ristampa italiana che verrà. Mi dice che devo leggerlo, perché io di Benedetti Mario, più volte candidato al Nobel, non ho mai letto nulla. E allora, aspettando che Anna ritorni, io cerco i libri di Mario Benedetti. La solitudine e la mediocrità nei personaggi di...

Visita a Testaccio

Tempo fa, a Testaccio, mentre languivo in macchina alle pendici del monte dei Cocci, passò una carrozza trainata da un cavallo, e udii la voce del cocchiere che borbottava: “Daje che nella prossima vita io so’ er cavallo e tu er vetturino”. Il cavallo era schiantato dalla calura, e in quel momento il pungolo del padrone dev’essergli sembrato l’unico conforto. Per tratteggiare con una battuta una scena che si svolge in un’era futura di reincarnazione, dove cavallo e vetturino si scambiano i ruoli in una forma di compensazione delle fatiche terrene, ci vuole un dialogo delicato, una teatralità tutta romanesca, nutrita da scherno, affetto e sapienza popolare. La romanità in questo è molto simile alla napoletanità, con una sola, sostanziale differenza: il teatro della romanità non prevede un pubblico. E in effetti il cocchiere testaccino pronunciò la sua battuta dal sedile della botticella da cui non poteva vedere me, che me ne stavo rinchiuso in macchina, e insomma, a eccezione di me e del cavallo, nessuna creatura vivente era in grado di assistere alla commedia, il che depone a favore della sua...

La staffetta di Nanni Moretti

I. Danke per Danco   Sono le 14,15 di lunedì 13 aprile. Tra poche ore, al cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti, verra presentato alla stampa l’ultimo film del regista: Mia madre. Perché, allora, scrivere queste righe prima ancora di vederlo? Il motivo è semplice: ritengo importante segnalare adesso, alla vigilia della nuova pellicola, ciò che per me costituisce un piccolo, significativo evento. Proprio ieri sera, alle 22 30, sono difatti andato al Nuovo Sacher per vedere N-capace, opera prima di Eleonora Danco, prodotta dalla Bibi Film di Angelo Barbagallo in collaborazione con Rai Cinema e insignita della menzione speciale giuria al recente Torino Film Festival. Ebbene, Moretti ha talmente apprezzato la pellicola (visibile in contemporanea anche alla Cineteca di Bologna e presso il gruppo Anteo di Milano), che ha deciso di programmarla per ben due volte al giorno, da giovedì 19 aprile fino a oggi stesso, con ultima visione alle ore 16,30. Dunque, se ho pensato di parlare di N-capace appena poche ore prima del film che il regista romano proietterà nella medesima sala, è perché questa curiosa contiguità spazio-temporale mi sembra rappresenti il segno più evidente di quanto...

Per voce sola: I passanti di Laurent Mauvignier

Al lettore italiano il nome di Laurent Mauvignier suona ancora spesso – troppo spesso – sconosciuto. A fissarne il nome nel pantheon dei contemporanei non è bastata l’ottima stampa di cui ha goduto anche in Italia Degli uomini, romanzo pubblicato da Feltrinelli nel 2010 e da più parti considerato come un pugno allo stomaco per la società francese, troppo disinvolta nel rimuovere i momenti neri della storia dalla propria coscienza collettiva.   Un intreccio sapientemente costruito intorno alla memoria cava e sanguinante di chi prese parte all’eccidio di soldati e civili algerini negli anni che in Europa chiamiamo del dopoguerra e che forse dall’altra parte del Mediterraneo hanno un altro nome. Una storia d’invenzione, senz’altro, ma capace di toccare corde sensibili attraverso l’incrocio di una buona documentazione storica e di un’incredibile padronanza delle tecniche stilistiche nel riprodurre il profilo altimetrico della psicologia, dell’emotività e della moralità “degli uomini”, appunto.   Storia di un oblio, pubblicato due anni dopo sempre da Feltrinelli,...

Su un’allucinazione di Wittgenstein

Immaginiamo che le città siano costruite come il linguaggio. Che vi sia una corrispondenza perfetta tra lo spazio urbano e il mondo dei segni, tra l’architettura metropolitana e la struttura del linguaggio. Una corrispondenza tra strade, palazzi e piazze da una parte ed elementi fonologici, sintattici e semantici dall’altra. Questo parallelo è suggerito da Ludwig Wittgenstein nelle Osservazioni filosofiche (§18): “(E quante case o strade ci vogliono perché una città cominci ad essere città?) Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: Un dedalo di stradine e piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi” (su queste righe ragiona tra l’altro Hubert Damisch in Skyline. La città Narciso). Sembra l’inizio di Blowin in the Wind di Bob Dylan. Perché una città cominci ad essere città: dov’è che Wittgenstein ha elaborato quest’idea affascinante? A Vienna o a Cambridge dove insegnava? O altrove...

Bernardo Bertolucci. Io e te

Doppiozero dedica un piccolo speciale al nuovo film di Bernardo Bertolucci, Io e te, attraverso le recensioni di Pietro Barbetta e Margherita Chiti.       Potremmo inserirlo nella trilogia romana di taglio psicologico con La luna (1979) e L’assedio (1999). Due figli rifugiati in una cantina, nascosti sottoterra come accadeva a ebrei e dissidenti durante il nazismo, come ai sequestrati che s’innamorano dei sequestratori, come in un sogno: “ero nascosta nella grande casa del Padre, qualcuno mi stava braccando, mi cercava, sentivo il suo respiro; ma io ero in un luogo sicuro, sapevo che non mi poteva trovare”.   Così Lorenzo, figlio quattordicenne di una madre preoccupata, decide di marinare la gita sciistica della classe e rifugiarsi presso la cantina di casa.   Il ragazzo si presenta alla prima azione nello studio dello psicoanalista, un Pippo Delbono in sedia a rotelle. Che cos’è la normalità? Poi arriva a casa e trova la madre che parla al telefono di lui, di come abbia deciso da solo di andare dallo psicologo e di come lei sia contenta. Il figlio che va dallo psicologo per conto...

Ivano De Matteo. Gli equilibristi

Ivano De Matteo ha fatto un film importante. Ovvero: ha trattato un “argomento” importante, ha portato l’attenzione su una realtà difficile e ancora troppo ignorata, ma non ha fatto un film che passerà alla storia per la sua “importanza” cinematografica. Questo no. E un po’ dispiace che non abbia trovato, appunto, un equilibrio di merito tra la forma e il contenuto.   La storia è forte e paradigmatica: una famiglia con due figli e due stipendi medio bassi può faticosamente farcela, perché l’unione fa la forza, ma con formula identica ed opposta, la separazione è debolezza. Si sopravvive in due, si muore separati: “il divorzio è per ricchi, non per i poveracci come noi”, sentenzia un compagno di sventure del protagonista. Ed è proprio così: con 1.200 euro al mese di stipendio il matrimonio non è più una scelta ma una galera, dalla quale non si può più uscire, pena la discesa negli inferi della povertà. Una volta pagati gli alimenti non resta molto. Ricominciare, dignitosamente, non è possibile, così Giulio...

Clare Island. L’isola senza faro

ISOLA DI UN’ISOLA. “Ma che ci fai con la cintura di sicurezza?”, ripeto in silenzio a me stesso. Furtivamente porto la mano in basso, la slaccio, vigilo affinché si riavvolga lentamente e il conducente non si accorga di niente. Non solo lui non ha la cintura, ma qui le macchine non sono assicurate, non hanno la targa. Chi guida spesso o non ha la patente o non ha l’età per averne una. E non c’è polizia né alcuna forma di controllo – è una piccola comunità autarchica. La mia residenza estiva comincia così con l’espiazione dei peccati metropolitani. Quello della cintura non è l’unico: in una terra afflitta dal vento provo a usare l’ombrello con risultati disastrosi. Hai presente Mary Poppins?, mi chiede divertita una signora del posto. Benvenuto a Clare Island, Clew Bay, costa occidentale dell’Irlanda. L’isola di un’isola, un altro universo rispetto alle isole della terraferma o alle isole di una penisola come la nostra. Me ne rendo conto dalla confusione che regna nelle conversazioni quotidiane: chi vive a Clare Island dice di andare sull’isola...

Michela Murgia. L’incontro

Nonostante il titolo (L’incontro, Einaudi, pp. 112, € 10) l’ultimo libro di Michela Murgia è un susseguirsi di scontri: scontri culturali, scontri fisici, emblematici e verbali. Il protagonista è Maurizio, un ragazzino che vive in una sperduta campagna sarda, i cui giochi solitari di anno in anno vivono una dispiegante e liberatoria parentesi estiva nella casa di paese dei nonni, a Crabas. Lì i coetanei, le bande, le corse in bicicletta, le amicizie profonde danno sollievo alle costrizioni di una vita in solitudine. Il primo incontro-scontro è linguistico e sarà lo scheletro dell’intero racconto: l’“io” di Maurizio, del bambino “educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di se stesso”, si frantuma di fronte alla potenza del “noi” di Crabas, “una parola che tutte le bocche declinavano in continuazione come fosse la spiegazione stessa del mondo”, e da cui Maurizio si fa placidamente invadere. “Non ci diamo proprio per vinti, eh?” gli aveva detto una volta Giulio mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l...

Giorgio Boatti. Sulle strade del silenzio

Chi si occupa di spionaggio e servizi segreti prima o poi si imbatte nei libri di Giorgio Boatti, giornalista, scrittore, testimone attento delle vicende più aggrovigliate della nostra storia recente e meno recente nella quale potere, denaro, politica ed economia stringono legami inconfessabili con soggetti oscuri. Abilissimo nell’esporre questioni complicatissime mettendo a frutto le qualità migliori del giornalismo italiano, con sguardo limpido, capacità di ascolto, duttilità di mente, scava fino a rendere evidenti le fondamenta del fenomeno e poi sale man mano a rintracciarne il disegno e le finalità, dopo di che procede all’analisi delle relazioni e dell’impatto di quel fenomeno con l’ambiente.   Piazza Fontana, lo spionaggio militare e quello industriale, i rapporti di corruzione che legano gli uomini di potere a un sottobosco di malaffare e di criminalità. Storia recente dunque, di cui l’autore ha messo in chiaro le origini storiche che fanno data dalla nascita del regno d’Italia, raccontando una storia parallela del Paese, la storia che da Rubattino porta dritti dritti all’oggid...

Il mio ritratto, domani

Monica, la protagonista del film di Marina Spada Il mio domani, frequenta un corso di fotografia, i partecipanti devono imparare a realizzare un autoritratto. La cosa è tutt’altro che semplice, non basta infatti mettersi davanti alla macchina fotografica, appoggiarla su di un cavalletto e aspettare l’automatismo dello scatto. Farsi un autoritratto significa desiderare che si realizzi un’effettiva immagine di sé, significa scegliere una posa, dare un’espressione al volto, decidere magari un ambiente o un abbigliamento particolari che ci rispecchino al meglio. Nella frazione di un secondo, ma con una forza che ha in sé qualcosa di definitivo, si deve condensare quello che siamo, deve apparire un’immagine che rifletta nello sguardo degli altri come ci dovrebbero effettivamente vedere o come vorremmo che ci ricordassero. Ma un’immagine di questo tipo in realtà non esiste, è soltanto un’idea, le immagini di sé riflesse nelle fotografie sono soltanto fantasmi di quello che non siamo mai stati.   Monica infatti non riesce a realizzare il proprio autoritratto, ogni volta che si predispone a...

Norman Manea. Il rifugio magico

Il nuovo romanzo di Norman Manea, Il rifugio magico (Il Saggiatore) offre al lettore una vertigine di stupore e intelligenza e al recensore regala anche la scelta della chiave di lettura da individuare. Si tratta infatti di un libro dalla complessa stratificazione tematica, in cui la biografia dell’autore e la sua profonda sensibilità si intrecciano con la storia contemporanea e con una vasta cultura letteraria; fin dall’esordio si entra al cospetto di un’opera di grande respiro che ha tutte le caratteristiche di un capolavoro.   L’autore, rumeno di origine ebraica nato nel 1936, è stato internato da bambino in un lager per poi essere perseguitato come dissidente dal regime di Ceauşescu. Nel 1986 la via dell’esilio lo porta negli Stati Uniti, dove, dopo una trafila di disagi, ottiene una cattedra di letteratura al Bard College di New York (in cui oggi è Professor of European Culture). Tutto questo gli ha inferto profonde ferite e al tempo stesso dato grande lucidità nell’analisi politica dei fenomeni totalitari, di cui ha offerto un ottimo saggio con la raccolta Clown. Il dittatore e l’artista (1999...

Gianluca e Massimiliano De Serio. Sette opere di misericordia

Anche per chi non rammenta (o non ha mai appreso) i precetti della dottrina cattolica, le Sette opere di misericordia del titolo potranno almeno evocare la celebre tela di Caravaggio: una scena di strada napoletana, corpi affastellati e scolpiti da squarci di luce che ne sbalzano crudamente alcuni dettagli (il seno di una giovane, i piedi di un cadavere, una schiena nuda e inarcata), mentre un gruppo sacro, composto da una Madonna con bambino e due angeli, irrompe precipitosamente dall’alto. Michelangelo Merisi ha spesso ricercato le figurazioni del divino in corpi umili e derelitti, immergendoli in un teatro contrastato di luci e ombre; i fratelli De Serio sembrano raccogliere questa ispirazione, facendo del loro primo lungometraggio di finzione un dramma di corpi e di luce, che sposta la scena da quell’affollato crocicchio a una periferia rarefatta e raggelata. È la periferia torinese in cui vivono i due autori, tratteggiata da frammenti di spazi qualunque (corridoi di un ospedale o di un ipermercato, lotti spogli invasi da rottami o da una baraccopoli), evocata da un tappeto rumoristico sommesso e opprimente: un lavoro di prosciugamento e astrazione...

Altopiano del Formicoso / Paesi e città

Il cielo sopra l’altopiano del Formicoso nasce a nord, alle spalle del Gargano. L’Adriatico fa lievitare l’impasto e la bora lo spinge verso sud. La foce è oltre la sella di Conza, un anello mancante tra la catena dei monti Alburni ad oriente e quella dei monti Picentini ad occidente. In questa terra ci sono tante chiese ma l’unica cattedrale è il paesaggio e l’altopiano è il suo altare dove decine di pale eoliche ruotano per crocifiggere il vento.     Sono un pattinatore. Perdere e ritrovare con continuità l'equilibrio è alla base del pattinare e vivere in bilico in un paese ai margini di un altopiano è un ottimo allenamento. Pochi posti sono accoglienti come l’altopiano del Formicoso per un pattinatore, anche quando l’inverno lo abbraccia con generosità. Lungo le strade statali 91 e 303 ho tracciato il mio percorso.                                          ...

Cultura. Le parole da bandire

Che fare è stata una grande domanda politica. E in realtà lo è sempre. Si dice “fare cultura”, ma non ho mai ben capito che cosa volesse dire, perché la cultura non ‘si fa’, è o non è, c’è o non c’è. Però esistono le emergenze, che naturalmente sono politiche. In questi ultimi anni l’Italia ha fatto un capitombolo culturale da rompersi la testa, e forse se l’è rotta. Quando mi chiedevano, fino a poche settimane fa, che cosa, secondo me, bisognava fare per la cultura italiana, io dicevo: cambiare governo e classe dirigente. Ora che in parte è cambiato/a (vedremo fino a che punto), bisogna dire qualcos’altro. Ma che dire? La presenza e moltiplicazione di festival, fiere, ecc. secondo me ha poco a che fare con la cultura; semmai con due suoi aspetti minori: il divertimento e la passione per le star. La cultura è una cosa più profonda, comincia sottoterra, lì va piantata, e non saranno le cento o mille piccole iniziative a cambiare le cose. A cambiarle davvero è il mutamento che si produce per cause contingenti in modo...

La solitudine dell’architetto

Recentemente Stefano Boeri, per spiegare alcune sue prese di posizione in merito a diverse questioni riguardanti la città di Milano non in linea con quelle del sindaco Giuliano Pisapia e della sua giunta, ha avuto modo di affermare: “Nel modo in cui faccio politica ho portato molto del mio lavoro: un progettista lavora spesso in solitario”.   A prima vista l’affermazione può apparire paradossale, o forzata. Chi meno solitario dell’architetto? Ovvero, chi più dell’architetto è – verrebbe da dire “per antonomasia” – inserito all’interno di un tessuto relazionale, è immerso nel corpo vivo della società? Chi è più teso – e a volte addirittura conteso – tra committenti, amministratori, finanziatori, costruttori, esecutori, semplici cittadini, abitanti, utenti? Per non parlare dei suoi stessi collaboratori, degli eventuali allievi, ammiratori, lettori – uno stuolo di persone che, letteralmente o metaforicamente, affiancano pressoché in ogni circostanza l’architetto. Insomma, chi è più “pubblico” dell...

Intervista a Foster Wallace

Potrebbe sembrare paradossale ricondurre la scrittura di David Foster Wallace, così ossessivamente ripiegata sul dettaglio, a una autentica urgenza narrativa, eppure proprio di questo si tratta, di una necessità espressiva che sembra non conoscere le lusinghe del narcisismo, e non soltanto perché proprio questo vizio così diffuso tra gli scrittori lui stesso lo detesti e lo denunci in uno dei saggi che compongono il suo ultimo libro, Considera l’aragosta (Einaudi, traduzione virtuosistica di Adelaide Cioni e Matteo Colombo, pp. Euro 15,50) ma perché è evidente che, quasi suo malgrado, a esigere una tanto spasmodica concentrazione su quanto si offre alle sue facoltà percettive è una convinta devozione al realismo. Di qui si originano le famose digressioni dei suoi testi, che si aprono davanti ai nostri occhi come gli anelli concentrici generati da una moneta lanciata nell’acqua, obbligando lo sguardo a precipitare molte righe più in basso e a rimettere a fuoco il corpo tipografico che affonda nella pagina e si fa più minuto: non sono soltanto note a piè di pagina, ma avvertenze alle note...

Paolo Sorrentino. This must be the place

Il cinema di Sorrentino si confronta da sempre con la solitudine dell’individuo di fronte all’impenetrabile palcoscenico della realtà. Come un soggetto impazzito, va continuamente alla ricerca dell’immagine artefatta, del movimento perfetto, dell’espressione consapevole di uno sguardo che basta a se stesso, che straborda da se stesso, affidandosi ad un eccesso visivo che vanifica quasi del tutto la parola. Ogni film di Sorrentino è mosso da un bisogno ineluttabile, forse capriccioso, di colmare un vuoto, di coprire una distanza data per irrecuperabile che separa i personaggi dal mondo dal quale si sono esiliati.   L’ex rock star Cheyenne protagonista di This Must Be the Place è il suo ennesimo eroe impassibile che assiste allo spettacolo del mondo senza decifrarne il movimento. Come la scenografia del numero live di David Byrne, il momento di maggior consapevolezza del film, se non dell’intero cinema del regista, la realtà per Sorrentino segue percorsi imprevisti e indipendenti dai suoi protagonisti, cantanti, eroi, freak che restano soli al centro della scena come punti di riferimento squilibrati in un...