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Tempo

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Archivi di domani / Ricorda il tuo futuro

L’esperienza ci induce a pensare che passato e futuro siano differenti e che le cause precedano gli effetti. Il passato quindi non possiamo cambiarlo e il futuro è legato allo spazio aperto delle possibilità, all’incertezza, alla sorpresa, o all’azione del destino. Il flusso della memoria universale, però, certe volte giunge a suggestionare le menti degli individui meno anestetizzati con nuovi dubbi, inedite questioni, o ulteriori intuizioni. Parafrasando un frammento del filosofo presocratico Anassimandro immaginiamo che passato e futuro si trasformino l’uno nell’altro secondo necessità “e che si rendano giustizia secondo l’ordine del tempo”.   Ma Einstein ci ha insegnato che esistono innumerevoli tempi diversi, uno per ogni punto dello spazio, che le cose evolvono in tempi locali, e che i tempi locali evolvono uno rispetto all’altro, come in una rete di eventi che si influenzano vicendevolmente. Come si fa a creare un archivio utile e credibile quando si è sottoposti a questi spostamenti continui tra molti tempi e spazi diversi?   Proviamo anche a pensare come archiviare le zone vuote, quelle indefinibili, e a immaginare che siano accadute o che avverranno. Ci...

La reinvezione del tempo / Carlo Rovelli: le cose non sono, accadono

La mattina era fresca e il cielo terso, il 21 luglio 1969 alle ore 02:56, quando Neil Armstrong mise piede sul suolo lunare. Maria Grazia, contadina irpina del sud Italia, guardando il primordiale schermo televisivo chiedeva ai nipoti se l’avessero, allora, portata sull’aia, tra i covoni di grano della recente mietitura, la luna, quella palla lucente. Se avessero aspettato che fosse costruita per intero dal momento che secondo lei la luna veniva fatta e disfatta ciclicamente da quel Marcoffio che, nella sua cosmologia, era l’artefice di quella piccola palla. E il tempo per la covata delle chiocce si sarebbe calcolato avendo lo strumento di misura finalmente vicino e a disposizione. Così come non ci sarebbe stato più il problema di coprire le patate nascondendole ai suoi raggi, visto che, se no, se ne andavano di luna. E lo stesso valeva per la gravidanza delle mucche e persino per i cicli mestruali. Finalmente, insomma, divenivamo padroni del tempo, non più esposti ai capricci della luna.   Sacra è l’acqua, sacra è l’aria, sacra è la terra. A renderle tali è il nostro modo di viverle nel tempo: in quell’attimo che separa il prima e il dopo e esalta e inghiotte ogni...

Costruttori di cattedrali / Oltre il museo e la funzione autore

Il museo dopo il museo. Il museo è il figlio prediletto della modernità. Più esattamente di quella particolare concezione del tempo che si è andata strutturando come secolarizzazione dell’escatologia ebraico-cristiana dandosi come proiezione «futurologica» nella doppia versione progressista e rivoluzionaria. «Domani accadrà», ripete la canzone moderna, e a quel domani ci arriveremo, progressivamente appunto, poco a poco, o con un salto rivoluzionario che scardina il continuum della storia, ma comunque ci arriveremo. Nel frattempo, mentre la colonizzazione del futuro si organizza, il presente può attendere, lo si può sacrificare in virtù di un domani migliore, e il passato invece occorre conservarlo. Certo per salvarlo dalla tempesta della storia che tutto travolge e dimentica, ma conservando il passato si finisce anche per neutralizzarlo. È così che nasce il museo – da questa particolare concezione del tempo al di fuori della quale non si sarebbe dato come istituzione culturale – e con questa particolare missione sociale: conservare il passato, tesaurizzarlo, e controllarne la memoria. Farne «monumento» da ammirare e contemplare. Ed è così che il passato diventa un’ossessione...

Brian Friel tradotto da Daniele Benati / Il gran teatro delle illusioni

Brian Friel (1929-2015) è stato uno dei più grandi drammaturghi di lingua inglese, le cui opere sono state regolarmente rappresentate nei maggiori teatri del mondo, quasi sempre partendo dall’Abbey Theatre di Dublino, per poi approdare al London’s West End e a Broadway. Dopo i primi successi in Irlanda, il pieno riconoscimento internazionale arriva con Philadelphia Here I Come (1964), a cui seguono, tra le altre, Lovers (1967), The Freedom of the City (1973), Faith Healer (1979) e Translations (1980). Dal suo Dancing at Lughnasa, del 1990, vincitore di tre Tony Awards tra cui miglior opera, il regista Pat O’Connor ha tratto il celebre film omonimo, con Meryl Streep. Friel è stato il fondatore, insieme all’attore Stephen Rea (vi aderirà poi anche Seamus Heaney), della Field Day Theatre Company, una compagnia di teatro itinerante che si proponeva di creare uno spazio di unità per gli irlandesi, in risposta alle lotte intestine tra cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti che hanno insanguinato l’isola fino ad anni recenti.   È uscita ora per Marcos y Marcos la raccolta di racconti Tutto in ordine e al suo posto, traduzione e cura di Daniele Benati, autore anche di una...

Mobilità mentale / Vecchi

Quando si comincia a parlare di vecchiaia si ha sempre e subito la tentazione di ficcarsi nel fitto bosco delle magagne che essa porta, a partire da quelle del corpo. Il flash mentale che immediatamente si accende è quello dell’avvizzirsi della pelle, del piegarsi della postura, del ralentie dei passi. Ma non è corretto, quelle sono le conseguenze, per così dire, della vecchiaia, sono gli esiti ultimi di un cammino che ha un punto di inizio, un momento in cui tutto comincia. Da questo, credo, vale la pena partire per circoscrivere il tema e collocarlo negli ambiti che gli sono propri.   C’è bisogno di sintesi, di qualcuno che tiri le fila del mondo, ma purtroppo nessuno ce la fa, il panorama delle cose è sempre più frastagliato e scivoloso, si naviga nella tempesta e non si riesce più a gettare facilmente l’ancora per fermarsi da qualche parte a capire, a ragionare: questo è il sentimento di tutti gli individui che invecchiano. Non è il grido di disperazione per il pianeta che ribolle di tensioni paurose, per i diritti e le coscienze finiti alle ortiche, per i politici matti che prendono il potere, no, è il sentire comune di un sostanziale progressivo disorientamento in cui...

Oggi al Goethe Institut Torino / Warburg e l’etica delle immagini

  Oggi a Torino si innaugurano i due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero propone qui una riflessione di Marco Belpoliti intorno al tema per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Aby Warburg è diventato con il passare degli anni un personaggio mitico. Nato nel 1866, e morto nel 1929, il suo nome è legato alla nascita dell’iconologia oltre che alla prestigiosa biblioteca da lui messa insieme in cambio della rinuncia all’eredità di una ricchissima famiglia di banchieri tedeschi. Disposta secondo il criterio del buon vicinato, e seguendo una sequenza originale e inconsueta, la biblioteca si è salvata in Inghilterra diventando la fonte essenziale per successivi studi. I due più famosi esponenti dell’Istituto Warburg, suoi successori, sono Ernst H. Gombrich e Erwin Panofsky. Il primo è stato per lungo tempo il più celebre...

Oggi Orhan Pamuk all'Accademia di Brera / Il museo reale

Ho scritto un libro in cui descrivo la mia idea di collezione nel contesto contemporaneo, cioè da un lato di artisti che negli ultimi decenni hanno esposto collezioni come loro opere a tutti gli effetti e dall’altro di collezionisti che non seguono più i modelli storici e cercano altre modalità di raccolta fino a fare a loro volta della loro collezione un’opera. Ho sintetizzato tale trasformazione dicendo che la collezione è diventata una “forma”, cioè un modo di raccogliere e tenere insieme, di mettere in relazione dei “pezzi”, come vengono chiamati anche dai collezionisti, e che questa forma mi sembra corrispondere bene al ripensamento a cui siamo chiamati dopo la modernità. A differenza del museo come istituzione, che ha fini conservativi, didattici e prescrittivi, la collezione ha altre finalità e perciò modalità, non riempie caselle stabilite, istituisce altri accostamenti, non risponde a un progetto prestabilito ma lo costruisce nel suo svolgimento, creando con ogni nuovo oggetto una combinazione nuova.   Ho provato a confrontare a questa mia idea l’impresa di Pamuk. La mia impressione è che esse siano del tutto distanti tra loro, ma credo che la mia idea possa...

Letargo / Elisabetta Benassi. Alla ricerca del sonno perduto

THEY LIVE WE SLEEP: così «suonava» l’opera esposta da Elisabetta Benassi alla Quadriennale del 2008. Suonava perché era questa la frase ripetuta – in quella che ai nostri orecchi risultava una cacofonia priva di significato – da tante voci sfalsate fra loro, emesse da centocinquanta megafoni. Ma suonava, anche, perché – incomprensibile all’udito – la si poteva invece leggere, una volta che ci si fosse solo allontanati un po’, disegnata sulla parete del Palazzo delle Esposizioni dalla disposizione delle fonti sonore. In quel caso, come in diversi altri lavori dell’artista romana, la latenza del significato – condizione comune a tutta l’arte di matrice concettuale – ingenerava e insieme era contrassegnata da uno stato stuporoso, una sorta di sonnambulismo. Capiamo e insieme non capiamo; forse siamo destinati a capire solo a posteriori. Forse il vero oggetto del lavoro – il suo significato più pregnante – non è altro che questa latenza, questa sospensione. Che corrisponde alla forma della vita che conduciamo.   Il torpore che avvolge le nostre menti non è che il residuo incerto, brumoso e lattescente, di un’esistenza alla quale proprio il sonno, in effetti, è stato sottratto....

Vendetta spiegazione consolazione / Il terremoto e la memoria degli Appennini

In questi giorni successivi al tragico terremoto del 24 agosto tutti siamo stati immersi in un eccesso di spiegazioni. Spiegazioni non sull'evento in sé – che resta imprevedibile – ma sui danni, sulle conseguenze, sui rimedi, sui costi, sui programmi, sui progetti... E questo è accaduto specie per i canali all news che hanno nella ripetitività delle tragedie il loro lato oscuro. Nati per il mondo globalizzato della finanza in cui il minuto e il secondo hanno valore, oggi riguardano ogni settore della vita umana, anche quelli in cui l'aggiornamento "in tempo reale" non sarebbe necessario. La notizia viene amplificata, sezionata, ripetuta, replicata. Dopo le prime ore in cui gli aggiornamenti sono anche servizio sociale, la notizia non è più tale e insieme alle ripetizioni subentrano i particolari (ma può una tragedia essere aggiornata? può essere aggiornato il suo senso?), le storie minute, le notizie di contorno quando non di colore, la presenza e il protagonismo di esperti e politici; almeno nei canali all news e in quel tempo fatto di "solo presente" l'evento, la notizia, diventa una cronaca particolareggiata di spiegazioni... È un tempo ripetuto, circolare e distorto dove...

Serres, Calvino, Ulisse / Sentieri lenti

«Mi attenevo in questo all’esempio dei viandanti che, smarriti in una foresta, non devono andare in giro errabondi, ora in una direzione e ora nell’altra, o, peggio che mai, fermarsi da qualche parte, ma devono camminare sempre diritto, per quanto è possibile, in una direzione, e non cambiarla senza un buon motivo … ». La seconda regola della morale provvisoria di Cartesio obbedisce anch’essa ai criteri suggeriti dal metodo; quest’ultimo (letteralmente, la via, odos, per) indica il cammino ottimale, segue il percorso più breve, come fa esemplarmente la traiettoria della luce. La Razionalità classica e la sua strategia dell’efficacia rispondono ad un principio di economia: è questo, ha osservato Michel Serres, il fondovalle (talweg) della cultura della modernità. Si tratta di risparmiare tempo, di conseguire il risultato massimo con il dispendio minimo, di procedere velocemente verso l’uscita dall’oscuro labirinto, dalla tenebrosa foresta dell’ignoranza. La via metodica si muove nell’uniformità di un deserto: riduce a zero le deviazioni, ricaccia nell’insignificanza le differenze, fonti di distrazione. Il metodo segue gli estremi, procede per massimi e minimi: accoglie...

Ritratto di una leggenda / Franco Vimercati

La prima volta che ho sentito parlare di Franco Vimercati è stato da parte di Mario Gorni, direttore di Care/of, allora a Cusano Milanino, quasi in confidenza, come se ne dicesse solo a chi pensava che potesse apprezzarlo. Ne parlò come di una figura semileggendaria di artista chiuso in casa da dieci anni che fotografa un unico oggetto, una zuppiera, come una specie di monaco zen che l’aveva scelta quale oggetto di meditazione. La cosa mi aveva colpito, ma poi non lo sentii mai più nominare e passarono anni finché seppi che una nuova galleria, quella di Raffaella Cortese a Milano, ne aveva fatto una mostra personale. Anche quella galleria era nuova, aveva aperto appunto con quella mostra, che però era ormai finita. Volli andare a chiedere, per vedere finalmente le opere di questa leggenda. Fui accontentato con premura. Raffaella e la sua segretaria di allora – ricordo ancora il suo nome, Ornella – andarono a prendere una scatola e, facendomi indossare i guanti – una sorpresa per me, segno della cura che prestavano a quegli oggetti –, mi lasciarono maneggiare le opere.   Monforte d'Alba, Pettinatrice, 1973, Courtesy Galleria Raffaella Cortese, Milano (C) Eredi Franco...

Abbiamo soltanto la vita / Quando ho visto Nel corso del tempo

    Ricordo solo vagamente dove ho visto per la prima volta Nel corso del tempo. Ma ricordo bene che ero andato al cinema con una donna separata dal marito proprio in quei giorni, molto nervosa, che trovava tutto insopportabile. Ho capito subito che non era il film  per lei. Infatti quando siamo arrivati alla scena dove Rüdiger Vogler va sulla sponda d’un fiume a defecare all’aperto, e si vede la merda uscire dal suo culo, lei si è alzata dicendo: “Io ne ho già abbastanza della vita", poi ha infilato la porta e ho dovuto inseguirla. Voleva dire, credo, che ne aveva abbastanza della vita nei suoi aspetti meno edificanti, come quelli che stava affrontando col marito. La sua frase mi è rimasta in mente perché nel film di Wenders trova una risposta, quasi come una morale: “Abbiamo soltanto la vita”.   La seconda volta che ho visto Nel corso del tempo ero da solo, e il film mi ha assorbito in una lunga rimuginazione. Mi ero fissato sulla scena con Rüdiger Vogler e Lisa Kreuzer nel cinema di provincia, a tarda notte. Lei racconta che in quel cinema un uomo e una donna facendo l’amore erano rimasti incastrati: la donna aveva avuto uno spasmo vaginale e avevano dovuto...

L’istante eterno dei nuovi media / Tempo

Il tempo dei media elettronici presenta una natura estremamente differente da quello della scrittura e della stampa, che era lineare, strutturato e fortemente connesso con i ritmi tipici dell’era industriale e moderna. Si caratterizza infatti per il suo deciso orientamento verso l’istantaneità. I mezzi di comunicazione contemporanei chiedono cioè in continuazione agli individui di essere connessi in cambio della possibilità di condividere un’esperienza che si sta svolgendo nello stesso momento in cui il medium sta comunicando. Ed essere sempre connessi implica che il tempo tenda a disgregarsi. Che cioè non abbia più una vera e propria struttura, ma diventi fluido e malleabile. Anche perché essere sempre connessi implica l’esposizione degli individui a una enorme quantità di stimoli che spingono inevitabilmente verso una intensa moltiplicazione e liberalizzazione dei punti di riferimento impiegati. Ne risulta che il tempo dei media elettronici in apparenza potrebbe sembrare lineare, ma in realtà è frammentato, composto cioè di un gran numero di istanti intensi separati da degli intervalli. Si tratta dunque di un insieme di punti, quel tempo tipico della contemporaneità che il...

Tempo, spazio e immortalità in Gino De Dominicis / Contro l'ideologia del progresso

È la mattina dell'8 giugno 1972 quando, in occasione dell'inaugurazione della 36° Biennale di Venezia, un istante di eternità e immortalità irrompe nel tempo e nello spazio della laguna. In una delle sale veneziane Paolo Rosa, un giovane affetto da sindrome di down, è seduto su una sedia, davanti a lui ci sono il perimetro di un quadrato bianco disegnato per terra, una palla di gomma e una pietra. Si tratta della Seconda soluzione di immortalità (l'Universo è immobile), l'opera che Gino De Dominicis ha preparato per l'occasione, composta appunto da Paolo Rosa e altre tre opere: Cubo invisibile (1967), Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1968-69), e Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra (1969), opere già esposte in precedenza in occasione della sua prima personale a L'Attico di Fabio Sargentini nel 1969. Pochi giorni dopo la sala verrà chiusa e l'artista e il suo assistente Simone Carella saranno denunciati alla Procura della Repubblica per sottrazione d'incapace, e poi assolti nell'aprile del 1973 perché «il fatto non sussiste». L'opera dello...

Orologio

Narra Jules Verne che nella Ginevra del Medioevo, su di un’isola in mezzo al fiume Rodano, in una casa sospesa su palafitte, viveva mastro Zacharius, orologiaio. In ogni mirabile strumento costruito aveva messo parte della sua anima, regolandolo sulle pulsazioni del suo cuore. La vita stessa era per lui un meccanismo ingegnoso di cui diceva di aver scoperto il segreto: la misteriosa unione di anima e corpo non era che il sincrono oscillare di bilancieri. Avendo così assoggettato il tempo a leggi esatte, Zacharius si era convinto di esserne diventato signore e dunque di non dover morire. Ma gli orologi si guastano uno dopo l’altro, e un vecchietto malefico, incarnazione del Tempo, pone fine all’illusione d’immortalità dell’orologiaio.   L’anno del racconto di Verne è il 1854. Da poco, Sadi Carnot aveva osservato che le trasformazioni in natura avvengono spontaneamente verso una direzione, quella del maggiore disordine, annuncio dell’entropia, termine che Rudolf Clausius introduce nel 1864. La seconda legge della termodinamica ricorda l’inevitabile degrado di ogni sistema chiuso, la freccia che indica la...

Richard Sapper: oggetti resistenti al tempo

Due note: un MI e un SI. Fuoriescono dal beccuccio appena il vapore comincia a diffondersi. Avvisano che l’acqua bolle nel contenitore d’acciaio, nome: 9091. Le ha volute Richard Sapper, l’uomo dei dieci Compassi d’oro, uno dei designer più premiati, e insieme meno noti al grande pubblico, anche se i suoi oggetti sono nelle case di molti. Le note gli ricordavano i vaporetti fluviali della sua giovinezza, in Germania, dove era nato nel maggio del 1932. Quando all’inizio degli anni Ottanta ha proposto ad Alessi questo oggetto, Sapper voleva mettere fuori gioco lo sbuffo ansiogeno dei vecchi bollitori, il loro richiamo imperioso, e non certo melodioso. I bollitori sono nell’Est dell’Europa, ma anche nei paesi del Nord, l’equivalente delle caffettiere dei popoli mediterranei; un oggetto quasi sacro, una di quelle “cose” che creano la casa e la rendono abitabile. Il designer, scomparso qualche giorno fa, il 31 dicembre, all’età di 83 anni, ha progettato entrambi gli strumenti. Riservato, chiuso, gentilissimo, aveva studiato filosofia, ingegneria ed economia; teutonico, ma anche friendly, come la sua arte...

Accelerare per competere

Tutti conoscono la parola “accelerazione”; ne facciamo esperienza ogni giorno. Tutto accelera attorno a noi. Anche noi stessi. Chi si ferma è perduto. Correre, correre, correre: questa sembra la parola d’ordine che governa la nostra vita quotidiana. Per quanto nella lingua italiana esista da tempi remoti la parola “celere” per indicare “svelto”, termine latino dotto, “accelerare” è entrato nell’uso comune molto tardi. Lo usa tra i primi Machiavelli, che per quanto allontanato dalla politica attiva, ha cominciato a ragionare a metà del Cinquecento sui cambiamenti – il muoversi sempre più rapidamente – di quella che poi abbiamo chiamato “modernità”. Oggi l’accelerazione è un fenomeno comune, tanto è vero che esiste una branca della sociologia che la studia in rapporto alle nostre esistenze individuali. Hartmut Rosa, un quarantenne che insegna Scienze politiche a Jena, ha scritto una serie di volumi su questo fenomeno. Il più recente, Accelerazione e alienazione (Einaudi), ci aiuta a ragionare su cosa è accaduto nell’uso del...

Gabriele Basilico, Marina Ballo Charmet: milanopiazzaduomo

Ha ragione Marco Belpoliti nel suo testo in catalogo, le fotografie di Gabriele Basilico per milanopiazzaduomo, la mostra in corso al Museo del Novecento di Milano, coniugano il vuoto sotto e l’infinito in cui sfuma l’orizzonte della città; tra il punto cieco, come anche lo chiama, e il desiderio di vedere tutto; tra la verticalità, forse l’abisso, il buco, e l’orizzontalità, la distanza, forse l’aura; tra la caduta e l’elevazione. Basilico le ha scattate per la maggior parte dalle guglie del Duomo, ma a guardarle una di seguito all’altra – e in ragione del loro taglio spesso obliquo – sembra quasi la sequenza di un volo, leggero, forse un sogno.   In realtà, oltre a vuoti e orizzonti, è anche evidente il ruolo dei passaggi, delle aperture – le strade laterali ai fianchi del Duomo che portano a Piazza Fontana o in San Babila, quella dell’Arengario che porta in Piazza Diaz, l’arco della Galleria Vittorio Emanuele… –, vie di scorrimento, forse di apparizione, da dove cioè ci aspettiamo che entri qualcosa, o forse di fuga, dalla piazza verso la citt...

Ritorno al futuro. Il futuro non è più quello di una volta

Che un soggetto rifiutato da più di quaranta Studios sarebbe potuto diventare uno straordinario successo commerciale e (rarissima combinazione) uno dei cult più famosi della storia del cinema, dovette sembrare abbastanza improbabile nel 1985. Zemeckis e il suo co-sceneggiatore Bob Gale, ad esempio, temevano che la trama del film fosse troppo infantile per gli adolescenti di allora (famelici della combo sesso e violenza sdoganata ormai da un po’) e al tempo stesso la consideravano troppo rischiosa per una destinazione disneyana, vista la sotto-trama del possibile incesto madre-figlio. Senza la tenacia del regista e l’aiuto provvidenziale di Spielberg nelle vesti di produttore, oggi non avremmo Ritorno al futuro, uno dei film più citati, parodiati e amati della storia recente.   Difficile stimare se anche in Italia come negli Stati Uniti la saga vanti la stessa quantità di fanatici ammiratori, o di nerd e geek che ne fruttano ogni elemento (arrivando a darsi pena di costruire una DeLorean con le lattine di Pepsi). Quel che è certo è che anche da noi il film conta infiniti passaggi televisivi ed è considerato pi...

Doppiozero al Festival della mente

Sembriamo ormai capaci soltanto di quella pigrizia che Roland Barthes definisce «imbronciata», carica cioè di tutto il senso di colpa di cui è permeato il nostro vivere. Vogliamo essere competitivi e al passo con il correre del mondo. Ma dove stiamo andando? Siamo ancora capaci di sostare senza percepire la sosta come una resa? Cosa abbiamo perso dopo aver abbandonato il piacere della dissipazione, del tempo e forse non soltanto di quello? Partendo da Roland Barthes, che ci descrive la delizia della pigrizia, e attraverso le parole di Peter Handke e le riflessioni che il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han dedica al tema della stanchezza, proviamo a ragionare su questi temi nella società contemporanea: il tempo e la pigrizia, l’indugio e la stanchezza, l’accelerazione, l’ozio, lo spreco, e il senso di un tempo senza finalità alcuna.   Evento n. 25 domenica 6 settembre 2015, ore 10.00 Approfonditamente Cinema Moderno 8   Festival della Mente, Sarzana 2015  

Comics sotto l'ombrellone

Ultime battute d'estate. Niente di meglio dunque per godersi questo ultimo scampolo (o inizio tardivo) di vacanza, che tuffarsi nella lettura di un fumetto. Qui per voi alcuni fra i libri più belli e significativi usciti in questi ultimi mesi.       L'arabo del futuro, di Riad Sattouf Rizzoli Lizard 2015   Riad Sattouf è certamente un artista poliedrico: fumettista pluripremiato, regista cinematografico (vincitore ai Cesar con l'opera prima Les Beau Gosses), collaboratore di Charlie Hebdo fino al 2014 con la striscia La vita segreta dei giovani. Con il libro a fumetti L'arabo del futuro Sattouf decide di affrontare la propria storia personale. Nato nel '78 a Parigi da madre francese e papà siriano, Riad passerà la propria infanzia fra la Libia di Gheddafi, l'Algeria e la Siria. Il risultato di questo racconto in prima persona è un libro assolutamente straordinario, prima parte di un racconto destinato a proseguire, con una narrazione che mescola la naïveté del piccolo Sattouf, spaesato e sballottato al seguito del padre, che decide di diventare insegnante universitario in Libia...

Lo spirito universale della narrazione

Il titolo di questa comunicazione suona forse troppo enfatico. È quasi una citazione rubata a Thomas Mann. Lo "spirito della narrazione" è suo, ma confesso che l'aggiunta, così perentoria da risultare sfacciata, dell'aggettivo "universale", è mia. Tuttavia, prima di arrivare ad affrontare i termini "spirito" e "universale", vorrei dire qualcosa sulla parola "narrazione". Utilizzerò, non tanto per seguire la sua definizione di narrazione, ma per indicare il tema sul quale fare qualche variazione, un bel libro di un amico, Paolo Jedlowski, Storie comuni (Bruno Mondadori 2000), tutto dedicato alle narrazioni che si fanno nella vita quotidiana. Nonostante si tratti di un campo leggermente diverso, tuttavia mi interessa ritornare a questa prima dimensione dell'universalità della narrazione, a quel narrare che prende tutti, per vedere come si possa tentare di ascoltare lo spirito, che forse respira dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo raccontati.   Per Jedlowski "narrazione" significa "mettere storie in comune". Le storie sarebbero...

Giovani si diventa

Giovani si diventa è un film sul tempo. Sul tempo come simultaneità e sul tempo come successione di esperienze. Un film sull’orizzontalità e sulla verticalità, e sulla distanza fra queste divergenti impostazioni della vita. Ovviamente, è anche un film sulla giovinezza, sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo vissuta da ogni generazione. Giovani si diventa, forse, è soprattutto un film sulla percezione del tempo: su cosa resta di un mondo che si credeva solido, forte, anche giusto, in qualche modo concluso, quando ci si accorge che in realtà quell’idea di mondo è stata soppiantata da un’altra – e per di più in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse, grazie al semplice, inesorabile passare delle stagioni. Giovani si diventa è, prima di tutto, un film di sguardi: di come due quarantenni intellettuali, benestanti, senza figli, mediamente soddisfatti delle loro vite – lui, Josh, regista e insegnante di cinema, lei, Cornelia, produttrice cinematografica e figlia di un celebre regista militante degli anni ’60 – si accorgano di essere invecchiati...

Attese

Dovunque vado (ufficio postale, autobus, metropolitana, stazione ferroviaria, anticamera del medico, aeroporto, negozio di alimentari) e dovunque ci sia un’attesa, tutti hanno il cellulare in mano; sguardo rivolto al visore dello smartphone, pagina Facebook aperta i trenta quarantenni, o digitando a raffica in Wathsapp i ventenni (il crepitio adesso sul treno nel sedile di fronte: una ragazza). Nessuno, o quasi, legge un giornale o un libro, oppure guarda in giro, osserva il paesaggio o gli altri intorno a sé. Quello che mi colpisce non è però l’essere altrove di tutti, collegati ad altri che sono là, ma l’ansia verso lo spreco del tempo, un bene di cui siamo avarissimi, e che tuttavia ci manca sempre. Una cosa che mi riguarda. Per avere cura di me (e cultura-di-me), l’unica cosa che posso, e debbo fare, è perdere tempo. Un’attività difficilissima, quasi impossibile. Ci voglio provare. Senza misurare il tempo perso (altrimenti non sarebbe perso: cioè che non si può contare).