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vita

(59 risultati)

107 o 109 anni? / Un signore neoclassico. Gillo Dorfles secondo Lea Vergine

Le volte che ho incontrato Gillo Dorfles, oltre naturalmente alle mostre o a qualche presentazione di un volume, è stato a casa di Lea Vergine. A colazione, come dice Lea, che è una signora napoletana, oltre che una straordinaria scrittrice d’arte. Così a pranzo c’era Gillo, e si conversava di tutto con lui. In genere i suoi erano racconti di esposizioni appena viste, libri appena letti, persone incontrate da poco. Insaziabile, era dappertutto e vedeva tutto. Aveva già superato i novanta, ma sembrava, nonostante l’aspetto, un ragazzo per via della curiosità. La cosa che colpiva era il suo abito. Sempre perfetto, sempre impeccabile: camicia, cravatta, giacca, calzoni. Tutto in tinta. Come poteva essere diversamente? Si è occupato d’arte nei suoi libri. All’usato avevo comperato anni prima di incontrarlo Modi & Mode, edito da Mazzotta nel 1979, ma i suoi libri sono disseminati di notizie e riflessioni su quella che è oggi l’arte dominante; di più: il motore estetico, e quindi politico, del contemporaneo. Nelle conversazioni a tavola con Dorfles mi colpivano i rari giudizi che formulava. Sempre ponderati, quasi freddi. Detti in modo scientifico. In fondo era un medico. Si era...

Tempo di libri - donne / Appunti per una rivista di giovani

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.   Vita e non ombra di vita. «Concetto di attualità considerato inesistente», secondo la parola di Hofmannsthal. E in luogo della solita retta lanciata nell'infinito, la forma che si ricerca sia il cerchio. Ricondurre alla totalità del tempo, al ritmo ciclico del tempo, un pubblico ciecamente perduto in quella retta. Concetto di attualità sostituito dal concetto di presenza, con tutte le responsabilità che esso implica. Presenza significa attenzione, unica via per realizzare e...

Letteratura necessaria / Perché le storie ci aiutano a vivere

Può sembrare un’iperbole editoriale, di quelle che da qualche tempo vanno di moda in Italia, ma il titolo del nuovo densissimo libro di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere (Raffaello Cortina, 33€), indica perfettamente il risultato a cui perviene la sua ricerca: narrare non è un’attività con finalità eminentemente estetiche. Prima di essere arte il narrare è una necessità dell’uomo, un suo bisogno originario, una sua prerogativa fondamentale, come per altro indica il sottotitolo del libro: “la letteratura necessaria”.   Ma di che necessità si tratta e quale aiuto danno le narrazioni alla vita?   Per rispondere a questa domanda l’autore si toglie il gusto di far provare al lettore di antica (e probabilmente antiquata) tempra umanistica, ignaro delle numerose implicanze antropologiche della letteratura, una serie di salutari e stranianti confronti con quella che potremmo chiamare la physis del narrare, la sua radice biologica e la sua funzione evolutiva nella lunga storia della specie umana. Così facendo introduce da subito un concetto che si è fatto recentemente disciplina e su cui poi gravita l’intero impianto argomentativo del suo saggio-trattato,...

Progetto Jazzi / Ma che cos’è un albero?

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Gli Jazzi (da iacere, giacere) erano dimore temporanee, giacigli per il ricovero di animali da pascolo, punto di connessione tra tratturi e paesi: luoghi dell’indugio, della presa di contatto con le cose. Il progetto intende recuperare questo modo di abitare la natura, raccontando percorsi da attraversare con lentezza, riappropriandosi di spazi e luoghi e della loro storia, rinnovando esperienze – come l’osservare le stelle o il nascere del giorno – capaci di ripristinare il contatto con la natura, con il ciclo delle cose e delle stagioni. La sfida è anche quella di produrre innovazione e rigenerazione sociale, recuperando strutture e architetture rurali, mettendo in moto un circolo virtuoso di ospitalità diffusa che si nutra delle realtà esistenti e delle reti di relazione con i ‘nuovi viaggiatori'.   Stanotte una tempesta si è abbattuta furiosa contro le case. Ha piovuto fortissimo e tirato vento: mulinelli d’acqua, quasi delle piccole trombe. Oggi sono...

Carteggi dal naufragio / Hannah Arendt e Walter Benjamin, vita precaria

La pubblicazione postuma di carteggi privati può facilmente incorrere in una deriva scandalistica oggi particolarmente diffusa, per la quale parrebbe essere legittimo frugare negli angoli bui di un’esistenza, rendendo pubblico ciò che appartiene all’intimità di un autore scomparso. Tuttavia, il quadro complessivo che si ricava dalla ricostruzione biografico-teorica presentata nel volume Hannah Arendt, Walter Benjamin. L’angelo della storia (Giuntina, 2017) e curata da Detlev Schöttker e Erdmut Wizisla esula da questo genere di preoccupazioni.   Si tratta, invece, di una composita raccolta di scritti – un’introduzione dei curatori, il saggio di Hannah Arendt su Walter Benjamin, le Tesi di filosofia della storia, lettere e documenti – che traccia una linea di continuità tra il pensiero di Benjamin e le vicende storiche e politiche che hanno segnato tragicamente la sua vita. Tutta l’opera filologica dei curatori è animata dalla necessità di mettere a nudo quella connessione delle piccole cose, che Benjamin stesso ha sempre ricercato nel corso della sua elaborazione teorica. Le connessioni costruiscono una trama di involuzioni ed evoluzioni, che si disvela nel tortuoso...

Il cavallo e il pronome in terza persona / Algirdas Greimas. Del senso in esilio

Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana, poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.   Ragionamenti così, incongrui ed evidenti al contempo, erano pane quotidiano per questo studioso assolutamente sui generis di cui nel 2017 si sta celebrando il centenario della nascita, con incontri di studio, seminari, pubblicazioni, rammemorazioni e commemorazioni varie, e...

«Una roba da ricchi, come l’amore» / Giovanni Giudici. La responsabilità del poeta

Giovanni Giudici è un «poeta senza miti». Lo ricorda così Alfonso Berardinelli nella raccolta saggistica La poesia verso la prosa (1994), come un vero intellettuale che nel gioco della sopravvivenza «si autodenigra, addirittura finge di denigrarsi», si fa piccolo nelle vesti di copywrtiter della direzione Pubblicità e Stampa della Olivetti, tra i nuovi doveri degli umanisti e l’etica specialistica dell’industria degli anni Settanta. È dura l’esistenza dell’artista che vuole considerarsi impegnato nella «trasformazione» e, allo stesso tempo, pretende di sopravvivere nella sua personale società (di parole) non trasformata. Del resto, anche nelle liriche de La vita in versi (1965), risultava evidentissimo il contrasto tra l’accettazione formale e sociale della realtà e il pressante desiderio di uscirne: le «giornate bianche» di cui Giudici parla non sono altro che il ripetersi del costante ritmo di accettazione di una vita che non può essere semplice, perché è divenuta somma dei ruoli di chi, ormai senza storia, occupa le città e si adegua con «guasta coscienza» ‒ e senza troppa consapevolezza ‒ al «civico decoro».   È un interesse episodico, il suo, per il rapporto...

Autoritratto di una ritrazione / Carla Lonzi. Un’arte della vita

Il mito si alimenta di storie frammentate. Nasce dalla narrazione lineare di una vita, che si dipana intorno a eventi puntiformi collegati tra loro come da un tratto netto: ecco la storia, ne vedi i contorni? Silenti, davanti allo spettatore, i segni compongono un’immagine: la vergine dagli occhi a mandorla splendente d’oro, una Marylin dal sorriso fluorescente. Figure-create dalla cui bidimensionalità divinizzata la storia fatalmente ancora si emana, a nutrire il mito. Figure-create la cui voce si perde nella bidimensionalità iconica, affinché nella distanza del vedere si fondi il mito. L’icona offre una faccia e si lascia parlare, studiare, dall’alto della sua distanza.   Proprio per questo primato della distanza, della visione, della personalizzazione risulta paradossale pensare che accanto alle vergini bizantine e ad alcuni miti pop anche Carla Lonzi abbia rischiato una sorte simile. Archetipo incarnato dell’anti-mito – lei che abbandona la produttività dell’autrice per riparare lontano dagli sguardi da sotto in su che l’autorità produce– Lonzi si presta bene, con le sue tracce sparpagliate (scritti, fotografie, relazioni) e i suoi modi non convenzionali (registrazioni,...

Quattrocento elettroshock / Janet Frame: la vita negli oggetti

La vita della scrittrice neozelandese Janet Frame è diventata molto nota al grande pubblico grazie al film Un angelo alla mia tavola che la regista Jane Campion, anch’essa neozelandese, negli anni ’90 ha tratto dall’omonimo libro della Frame. Un angelo alla mia tavola non è solo un’autobiografia e non lo è tutta la sua prosa: i suoi sono libri in cui compare sempre la scrittrice come rifratta in cento altre Frame protagoniste perché lei, ancor più che in Virginia Woolf, è stata un’autrice prigioniera della sua biografia.   Si potrebbe raccontare la sua vita attraverso gli oggetti che appaiono nella sua prosa: sono oggetti desueti che possono dividersi in oggetti reali o creazioni della sua mente. Più che oggetti potremmo chiamarli cose per la carica simbolica e affettiva che hanno, cose come persone, affetti, visioni talvolta, non di rado feticci dal potere spirituale. Nella letteratura del Novecento di molti paesi alle cose sono riservati lunghi elenchi, come nella poesia di Borges o in Neruda, la loro presenza è massiccia. In Frame compaiono solo alcune cose con una rilevanza di correlativo affettivo.   Frame nasce nel ’24 in una famiglia molto povera, il padre...

Il volto di tutti i volti / Come si può arrivare a Dio?

"Mio nonno era credente, praticante, viveva in una fede che mi è sempre parsa pesante. Ma non ne parlava, non la esplicitava mai; la posava sulla tavola e la tavola scricchiolava sotto il suo peso."   Inizia così Il volto di tutti i volti (Edizioni Qiqajon), un piccolo libro a metà tra narrazione e saggio, biografia e meditazione, vincitore del premio Spiritualités Aujourd'hui 2015, in cui l'autore, lo scrittore francese Alexis Jenni (vincitore nel 2011 del Premio Goncourt con il suo romanzo d'esordio L'arte francese della guerra, tr.it. Mondadori) ripercorre la propria esperienza di fede.     Jenni racconta di essere cresciuto in una famiglia permeata, da un lato, dalla religiosità del nonno, toccato dal dubbio una sola volta in tutta la vita e poi pervicacemente tornato alla sua fede pesante come un "blocco di ghisa", fonte di "prescrizioni, divieti, precetti di vita inderogabili", e dall'altro segnata dalla silenziosa contestazione della madre (la figlia di quel nonno), "né atea, nemmeno agnostica… semplicemente riservata". Attraverso la figura materna si forma l'impressione che la religione sia ancora un peso, ma questa volta "un peso che non diceva nulla". Da...

Noi gli ebrei e anche gli altri / Aldo Zargani, In Bilico

Aldo Zargani è legato per noi a un libro indimenticabile, Per violino solo. La mia infanzia nell’aldiqua, un libro struggente, nutrito di umorismo raro nelle nostre lettere, tragico e delizioso, che ha avuto un successo che ha valicato le frontiere del nostro paese. In Bilico (noi gli ebrei e anche gli altri), Marsilio 2017, sta in parte nei suoi immediati dintorni e in parte si allontana perché lascia l’infanzia e ci introduce nelle storie da adulto dell’autore. Per entrare in questo suo mondo nulla di meglio che partire dal suo microcosmo, un brevissimo racconto che s'intitola “Berlinesi”, che potete leggere qui.     La prima parola che mi viene per definire i sentimenti che mi ha suscitato è commozione, una commozione che apre a un grumo di oscurità e insieme a lampi di comprensione non razionale. Tutto è raccontato per bene in un ottimo italiano narrativo, sino a quello finale folgorante (probabile stravolta reminiscenza deamicisiana), che apre sul passato in una sorta di ossimoro che oppone l’infamia al pianto, ma insieme lo genera. Ma come possono essere infami quattro innocenti? E come un infame può piangere la sua infamia? La parola infamia raduna...

Brian Friel tradotto da Daniele Benati / Il gran teatro delle illusioni

Brian Friel (1929-2015) è stato uno dei più grandi drammaturghi di lingua inglese, le cui opere sono state regolarmente rappresentate nei maggiori teatri del mondo, quasi sempre partendo dall’Abbey Theatre di Dublino, per poi approdare al London’s West End e a Broadway. Dopo i primi successi in Irlanda, il pieno riconoscimento internazionale arriva con Philadelphia Here I Come (1964), a cui seguono, tra le altre, Lovers (1967), The Freedom of the City (1973), Faith Healer (1979) e Translations (1980). Dal suo Dancing at Lughnasa, del 1990, vincitore di tre Tony Awards tra cui miglior opera, il regista Pat O’Connor ha tratto il celebre film omonimo, con Meryl Streep. Friel è stato il fondatore, insieme all’attore Stephen Rea (vi aderirà poi anche Seamus Heaney), della Field Day Theatre Company, una compagnia di teatro itinerante che si proponeva di creare uno spazio di unità per gli irlandesi, in risposta alle lotte intestine tra cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti che hanno insanguinato l’isola fino ad anni recenti.   È uscita ora per Marcos y Marcos la raccolta di racconti Tutto in ordine e al suo posto, traduzione e cura di Daniele Benati, autore anche di una...

La leggenda privata di Michele Mari

“Io mi chiamo Roderick Duddle!” “Ti conosco io, non sei il figlio di Iela ed Enzo Mari?”. Così, con il sogno del protagosta, finiva il precedente lavoro di Michele Mari, a dire che le reinvenzioni iperletterarie di Rosso Floyd o di Fantasmagonia, per limitarsi alle ultime prove, sono sempre state nutrite dalla biografia dell'autore. Certo con l'appena uscita Leggenda privata, un romanzo familiare nero, la percentuale delle componenti vita-letteratura viene ribaltata. Ciò con grande piacere dei lettori affezionati, che hanno amato soprattutto Tu, sanguinosa infanzia oppure Euridice aveva un cane, e che però si trovano qui nella posizione un po' vergognosa dei voyeurs, se non, quando critici e recensori, in quella scomoda dell'Accademia dei Ciechi, tirannici e mostruosi committenti di tale horror autobiografico. A questi “raffinatissimi e marci”, l'autore, regredito ai propri terrori infantili, per frammenti e grazie anche a un ricco corredo fotografico, offre, ora con pietas più spesso spietatamente, i ritratti del padre e della madre; nonché una filogenesi di sé, figlio dell'“amplesso abominevole”, del raptus su tavolo di carpenteria.   All'interno della cornice...

Harry Parker, Anatomia di un soldato / Attraversare la guerra. Mondo in pezzi

Chi scampa a una guerra parla di continuo del pericolo scampato, oppure si chiude a chiave dentro il silenzio. Primo Levi sosteneva fossero i due istinti di chi sopravvive: chiedere alle parole di aggrapparsi al corrimano di chi è ancora vivo, o viceversa lasciare che, dentro la testa, le parole facciano scempio di tutti gli altri pensieri. Salvo eccezioni, dopo la seconda guerra mondiale vinse la reticenza. Chi sopravvisse pensò che portare il silenzio a tavola, a cena, fosse il modo migliore per proteggere i figli. Il teatro di guerra tenne in cartellone l’orrore solo per loro: fece repliche continue nei sogni, fece urlare gli ex combattenti contro il cuscino. Le donne li abbracciarono sperando passasse, e fu istinto di madre più che di moglie. Quanto ai figli, quando i padri poi morirono provarono a sollevare il macigno di quel silenzio di protezione e si accorsero di quanto era pesante non sapere nulla, avere il niente come unico ricordo del padre. Alcuni dei figli furono salvati dai bambini: anche i più silenziosi dei reduci spaccarono la reticenza davanti ai nipotini. E fu così che trasformarono l’orrore in avventura: aprirono le porte del teatro e fummo tutti meno soli....

La nuova traduzione di “Io sono vivo, voi siete morti” / Emmanuel Carrère e Philip K. Dick

La prima volta che ho letto questo libro, da poco tradotto per Theoria con il titolo di Philip Dick. Una biografia (1995), è stato solo per Dick, e confesso, da frequentatore alquanto deficitario del genere biografico, di averlo letto volentieri ma un po’ disorientato, perché non aveva molto delle classiche biografie da una parte, ma nemmeno di una tradizionale monografia critica dall’altra: la vita mi sembrava troppo narrata, con intrusioni del narratore che peraltro non mi dispiacevano, mentre il discorso critico era troppo incline al biografico e alla psicologia, cioè a usare disinvoltamente il dato fattuale per l’interpretazione dei testi e viceversa i testi come materiale per la ricostruzione della complessa psiche dell’autore e dei suoi conflitti.   La seconda volta invece, pur senza trascurare quanto diceva di Dick anche alla luce di una conoscenza più estesa della sua opera, l’ho letto vari anni dopo per il suo autore, attento a quanto rivelava di Carrère, del suo modo di procedere, cioè di scrivere, pensare e proporsi: come se l’oggetto del libro fosse, sia pure indirettamente, lui, cioè una figura (persona, autore e personaggio) che nel frattempo avevo visto...

Ti scrivo. Oggi è domenica

Caro Pier Paolo,   come ci si rivolge a uno scrittore, letto e amato e mai conosciuto, se non con domande? Domande che rimbalzano sui testi, come rimbalzerebbero forse sulla tua attenzione, ché oggi avresti 93 anni, se potessi fartele, se potessi dirti che mi tormento ancora sui temi a proposito dei quali ti tormentavi tu, in quella nevrosi fra sentire e capire, fra conoscere e scegliere, fra pensare e agire che ti rendeva vero. Sull’aborto e sul divorzio, ad esempio, avevi ragione: erano i corollari dell’istituzione capitalistica della coppia consumatrice, mini cellula dell’onnivora società dei consumi, ma davvero avresti preferito l’ordine patriarcale, a tutto e solo vantaggio dei maschi? E davvero credevi che si potesse “imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista tutta una serie di liberalizzazioni ‘reali’ riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale ecc. ecc.”? Perché non solo poco si è fatto per imporre quelle misure, ma siamo addirittura regrediti al punto che il...

Poesia in forma di rosa

Poesia in forma di rosa Ho sbagliato tutto. Sbagliava, spaurito al microfono, con la prepotente incertezza del brutto,   dei soave poeta, quel mio omonimo, che ancora ha il mio nome. Si chiamava Egoismo, Passione.   Sbagliava, con la sua balbettante bravura, rispondendo a domande di amici o fascisti, Maciste magretto della letteratura.   Interlocutori di Teramo o Salerno, di Conselice, o Frosinone o Genova, quello là, che aveva tanta ragione,   sbagliava tutto.   Sceso giù da Parigi – una primavera uguale in tutta Europa, mestruo di fango e sole febbrile,   o che sui campi (ruggini con viola di prugna velato, e ovali verdi, con in fondo l’ombra della foresta romanza...   Watteau, Renoir – salnitri sotto lo strato di verde, barbarico) il sole di quella primavera spargesse prepotente dolore,   o su questi campi: ai piedi di pale d’altare, rosso apenninico e casupole di sottoproletariato latino –   ... io ho sbagliato tutto. Ah, sistema di segni escogitato ridendo, con Leonetti e Calvino,   nella solita sosta, nel Nord. Segni per sordomuti, con...

Se il danno della famiglia si fa paese

Valeria Parrella esordisce nel 2003 con una raccolta di racconti intitolata Mosca più balena (Minimum Fax 2003) che attirò immediatamente l’attenzione sull’originalità di un talento che sembrava dare il meglio di sé nell’ambito breve e risolutivo della short story. Poco tempo dopo, nel 2005, esce un’altra raccolta di racconti, Per grazia ricevuta (Minimum Fax 2005). Quest’anno Einaudi pubblica la terza raccolta, Troppa importanza all’amore (2015), che riporta sul rivolto di copertina una dichiarazione dell'autrice che non lascia dubbi almeno riguardo alle sue preferenze in fatto di forme stilistiche: “Quando scrivo racconti sono sempre felice: mi sento in un territorio mio. Credo siano la misura giusta per i nostri giorni, il tempo tronco, caduco, veloce, rubato: leggere, e poi continuare la giornata”.   In dodici anni Parrella, oltre che scrivere per il teatro e l’opera, pubblica anche quattro romanzi. L’esordio come romanziera ha luogo nel 2008 con Lo spazio bianco (Einaudi). Il titolo si riferisce a quello spazio tra due blocchi di testo che prelude a un campo di silenzio il...

I documenti di Alejandro Zambra

“A volte la vita”, afferma Julio Ramón Ribeyro (1929-1994), “si compiace di offrirci compendi allegorici della realtà o, meglio, citazioni magnificamente scelte dal grande testo della storia che viviamo” (Scritti apolidi, La Nuova Frontiera, trad. a cura di Gina Maneri, p. 25). Qualche riga prima, in un altro dei frammenti contenuti in questo zibaldone che, per la sua unitarietà, pare un diario, scrive: “Dato che siamo imperfetti, la nostra memoria è imperfetta e ci restituisce soltanto quello che non può distruggerci” (p. 24).   In altre parole, di nuovo le sue, ma stavolta parafrasate: del dolore e del piacere si può avere il ricordo, tuttavia, non siamo in grado di ricostruire la sensazione di quel ricordo. Altrimenti, vale la pena aggiungere, ce ne andremmo in giro fino alla fine dei nostri giorni scorticati da stati di coscienza permeabili a qualsiasi stimolo esterno o interno capace di riportarci ogni volta a un daccapo che ha tutte le caratteristiche della tortura.   Scritti apolidi, Julio Ramon Ribeyro   Con il pudore sentimentale che contraddistingue le pagine del libro I...

Giovani si diventa

Giovani si diventa è un film sul tempo. Sul tempo come simultaneità e sul tempo come successione di esperienze. Un film sull’orizzontalità e sulla verticalità, e sulla distanza fra queste divergenti impostazioni della vita. Ovviamente, è anche un film sulla giovinezza, sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo vissuta da ogni generazione. Giovani si diventa, forse, è soprattutto un film sulla percezione del tempo: su cosa resta di un mondo che si credeva solido, forte, anche giusto, in qualche modo concluso, quando ci si accorge che in realtà quell’idea di mondo è stata soppiantata da un’altra – e per di più in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse, grazie al semplice, inesorabile passare delle stagioni. Giovani si diventa è, prima di tutto, un film di sguardi: di come due quarantenni intellettuali, benestanti, senza figli, mediamente soddisfatti delle loro vite – lui, Josh, regista e insegnante di cinema, lei, Cornelia, produttrice cinematografica e figlia di un celebre regista militante degli anni ’60 – si accorgano di essere invecchiati...

Lo spago della biancheria

Lo spago della biancheria sta sopra la nostra testa, lascia pendere mutande, reggiseni, camicie e camicette. Eppure in questi giorni, da come arrivano le notizie, è stato il pretesto di una strage. La notizia della vicenda di Secondigliano si aggiunge alle altre, senza neppure avere quell'intervallo di tempo, tra l'una e l'altra, per indignarsi, prima, e poi cercare di capire. Potremmo pensare alla devastazione sociale e urbana di quella zona, alla criminalità organizzata che mostra sintomi disorganizzati. L'impulsività in primo luogo, classico sintomo differenziale tra camorra e mafia.   Si potrebbe evocare l'opera di David Riesman, La folla solitaria [The Lonely Crowd, 1950], che descrive la tendenza all'isolamento dell'individuo delle culture metropolitane, profetica! O il film Il giorno della locusta [1975], di John Schlesinger, con la figura di Homer Simpson, interpretata da Donald Sutherland, impiegato sessualmente represso, potenziale gigante omicida. Opere a scarso gradimento, chi se le ricorda più? Tuttavia, fino a qualche anno fa, i gesti che producevano lacerazione nel tessuto sociale erano considerati rari...

Castiglioni maestri del design

In veste di designer   Tra le pagine del catalogo per un Museo del design italiano secondo Mendini, anno 2010, si trova un vestito a colori dalla foggia bizzarra: l’abito da designer di Achille Castiglioni. Come quello di un Arlecchino futurista, deperiano, è fatto di ritagli e sfridi ricuciti: càmice da lavoro che, derogando la serietà ingessata del professionista, funziona come astuccio esteso, a cingere, ad avvolgere il corpo di tasche e taschini, ed è capace di custodire addosso al designer, pronti all’uso, gli strumenti del mestiere. Capace anche – almeno idealmente, secondo un rituale non si sa quanto atteso – di introdurci allo spirito che gioiosamente dava il tono al lavoro nello studio-bottega; di inaugurare come spazio-tempo propriamente scenico – di teatro, di spettacolo meraviglia – quello che i designer abitavano come il luogo più proprio.   Il grembiule di Achille Castiglioni, design di A. Castiglioni e Max Huber Questa divisa a colori, disegnata da Achille con Max Huber in un uggioso pomeriggio d’inverno, è quanto di più rispondente alla questione che alla...

Morire felici?

Ogni libro di Hans Küng, teologo e sacerdote cattolico noto per le sue posizioni eterodosse, è destinato a suscitare discussioni e controversie. Non fa eccezione l'ultimo, pubblicato dalla casa editrice Rizzoli, intitolato Morire felici? Lasciare la vita senza paura (2015). Küng, da qualche tempo ammalato di Parkinson, è membro di un'associazione svizzera che accompagna i malati inguaribili a morire con l'aiuto della medicina o, per dirla in modo più diretto, con l'eutanasia attiva. Küng ha espresso più volte pubblicamente il desiderio di porre fine alla propria vita quando la malattia non gli consentirà più, intellettualmente, di essere se stesso. Una scelta opposta a quella di Giovanni Paolo II, che Küng critica con un'asprezza talvolta irritante ma di cui chi conosce i suoi duri e dolorosi contrasti col magistero papale può comprendere l'origine. Con questo nuovo libro, spiega nell'intervista posta ad apertura, vuole approfondire e chiarire ai suoi lettori i motivi di una decisione che ha provocato critiche e perplessità da parte sia di avversari che di amici e sostenitori....

Foto al buio

C’è una singolare malinconia che costituisce il respiro ritmato di questa immagine. La luce azzurra – anzi blue, come gli anglosassoni dicono dell’atmosfera triste, malinconica, appunto – sembra situare la scena all’apice di una pulsazione di tipo pneumatico, in un momento sospeso nella discontinuità tra inspirazione ed espirazione.   C’è una protagonista, perché c’è una scena. O, forse, assistiamo a una scena proprio perché non possiamo non identificare una protagonista. Come in certi anime giapponesi, dove gli individui della folla non possiedono nemmeno i tratti stilizzati del volto, poiché sono un mero e anonimo contorno alla presenza singolare e solitaria del personaggio principale. C’è il silenzio, sembra che nessuno parli, come in molti film orientali, come fanno i due amanti nel celebre Ferro 3.   C’è lo sguardo. L’occhio fotografico. Il nostro occhio. Lo vediamo, come altrimenti non potremmo, perché ci accorgiamo che quell’occhio, quell’organo vedente è a sua volta – e innanzitutto – un organo...