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Africa

(76 risultati)

Arte Contemporanea Africana, questione di etichetta?

English Version   Quando mi è stato chiesto di lavorare per una nuova galleria d’arte contemporanea che avrebbe trattato in prevalenza artisti africani, la mia prima reazione è stata ovviamente di grande gioia, non solo perché il lavoro era molto vicino a ciò che avevo da sempre desiderato, ma anche perché quell’aggettivo “africana” accostato all’universo arte contemporanea per me evocava una serie di idee, riflessioni, sensazioni che proprio in quel periodo andavo concependo. Intanto perché si parla di arte “africana”? Non si tratta di un aggettivo prettamente geografico in quanto viene in genere associato anche alle opere realizzate da artisti di origine africana, ma nati e/o residenti in altri Paesi in tutto il mondo, frutto della cosiddetta Diaspora. Inoltre si tende, per esempio, a far categoria a parte dell’arte Nordafricana con le sue influenze “arabe” e “islamiche” spesso più marcate. Dunque non è una questione geografica, ma non si tratta nemmeno di una vera e propria categoria perché non esistono cifre stilistiche o tematiche o tecniche proprie solo dell’arte africana.   C-Gallery, Room 1, Maimouna Guerresi – Kimathi Donkor - Mary Sibande - Robert Pruitt ,...

Contemporary African Art: A question of label?

Italian Version   When I was asked to work with a new contemporary art gallery focusing specifically on African artists, my first reaction was, of course, one of joy and excitement, not only because this was the kind of job I had always longed for, but also because the word “African,” associated with contemporary art, triggered a number of ideas, thoughts and impressions on which I had been reflectingfor a while. First of all, why do we talk about“African” art? This is not a merely geographical designation, as this label is also used to indicate works by artists of African descent born and/or based in other countries, as a consequence of the so-called “diaspora.” Besides, North African art is usually regarded as a category of its own, due to its “Arab” and “Islamic” influences. Therefore, “African” art is neither a geographical label nor a category in itself, as there are no stylistic, thematic or technical features that can univocally be attributed to it.   C-Gallery, Room 1, Maimouna Guerresi – Kimathi Donkor - Mary Sibande - Robert Pruitt , courtesy of C-Gallery and the artists.   Yet, most of the 2017 spring cultural events in Paris were about “contemporary...

Notes on a Talk and an Exhibition / Art, Africa, Revolution

From left: Marco Scotini, artistic director of FM Centre for Contemporary Art, Milan; Adama Sanneh, Fondazione lettera27’s program director; Simon Njami, writer, curator, and artistic director of the Dakar Biennale in 2016 and 2018.   Italian Version   What is the purpose of art? This is a question I often ask myself, as a non-artist, a non-curator, and a woman who puts social engagement at the very top of her value list and is both attracted to and intimidated by visual arts. It is a question to which I finally managed to find a convincing answer (although partial and non-definitive), also thanks to Simon Njami, Adama Sanneh and Marco Scotini, who gave a talk on art, Africa and African representations at Frigoriferi Milanesi on April 1, 2017.   Talk with Simon Njami, Adama Sanneh and Marco Scotini held on the occasion of the exhibition The White Hunter. African memories and representations, FM Centre for Contemporary Art, Milan. In the background: William Kentridge, Office Love, 2001, Laura and Luigi Giordano Collection.   Behind the speakers was a tapestry by William Kentridge. From my position I could see an installation by Yinka Shonibare:...

Appunti intorno a una conversazione e a una mostra / Arte, Africa, Rivoluzione

Da sinistra: Marco Scotini, Direttore artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea; Adama Sanneh, Direttore dei programmi di Fondazione lettera27; Simon Njami, Scrittore, Curatore, Direttore artistico della Biennale di Dakar 2016 e 2018.   English Version   A che serve l'arte? È una domanda che mi faccio spesso, dalla mia posizione di non-artista, di non-curatrice, di donna che ha messo l'impegno sociale al primo posto nella scala personale dei valori e che dalle arti visuali è attratta e al tempo stesso intimidita. È una domanda a cui ho trovato una risposta convincente (seppur parziale e non definitiva) anche grazie a Simon Njami, Adama Sanneh e Marco Scotini, che lo scorso primo aprile erano ai Frigoriferi Milanesi per parlare di arte, Africa e rappresentazioni africane.   Talk con Simon Njami, Adama Sanneh e Marco Scotini all’interno della mostra Il Cacciatore Bianco / The White Hunter. Memorie e rappresentazioni africane presso FM Centro per l’Arte Contemporanea, Milano. Sullo sfondo: William Kentridge, Office Love, 2001, Collezione Laura e Luigi Giordano.   Alle loro spalle un arazzo di William Kentridge. Dalla mia postazione posso scorgere un’...

Settant'anni fa / Ennio Flaiano. Tempo di uccidere

Il dattiloscritto del romanzo che Leo Longanesi ricevette da Ennio Flaiano nel marzo del 1947 si intitolava Il coccodrillo, animale emblema di un momento fondamentale della trama. Emblematiche erano pure altre ipotesi di titolo volute dall’autore: Il dente e La scorciatoia. Eppure, tutte quelle proposte non convincevano, soprattutto Il coccodrillo. L’editore aveva infatti già pubblicato La vita del camaleonte di Fernand Angel e Parliamo dell’elefante dello stesso Longanesi, il quale allora chiese a Flaiano di ripensarci: altrimenti «facciamo un giardino zoologico». Ventiquattro ore dopo, il nuovo titolo: Tempo di uccidere. «Un po’ troppo allusivo e letterario per un libro che è invece chiaro e senza letteratura», scriveva Enrico Emanuelli su “Europeo”.   È la storia di un tenente dell’esercito italiano in Abissinia, durante la campagna del 1936; un’Africa «di cartapesta» che da subito assume contorni fantastici e simbolici. Snodo principale, l’incontro e il conseguente rapporto intimo con una ragazza indigena che il protagonista ucciderà per errore. Da quel momento, e dalla scoperta che il turbante da lei indossato è il possibile segno di distinzione dei lebbrosi, il tenente...

Palazzo Lucarini Contemporary, Trevi (4 marzo – 25 aprile 2017) / Biografia plurale. Virginia Ryan 2000–2016

English Version   Se il mondo non è stato creato per finire in una mostra, possiamo però tentare di partire da una mostra per capire qualcosa di più del mondo: si tratta non solo di guardare all’arte, ma di guardare attraverso l’arte. Questa è stata l’ambizione del progetto curatoriale che a Palazzo Lucarini espone l’opera di Virginia Ryan, artista che dal 2000 al 2015 ha vissuto fra Ghana e Costa d’Avorio. Quindici anni sono un periodo considerevole nella vita di una persona; Virginia non è l’artista globetrotter che fa progetti site-specific mordi e fuggi, ma non è neppure un’artista stanziale, che mette radici in un luogo: come lei stessa dice, la sua è la vita di una “nomade riluttante”.   Australiana di origine irlandese, Virginia ha vissuto in Scozia, si è sposata in Italia e si è trasferita poi – con il marito ambasciatore – in Egitto, Iugoslavia e Brasile, per arrivare infine in Ghana e Costa d’Avorio: il suo è un viaggio che dura una vita, un soggiornare nel viaggio. Esistenza singolare, ma non unica, la vita di Virginia può essere vista come una biografia culturale che incrocia e condensa, con la forza simbolica della sua opera, il carattere diasporico...

Palazzo Lucarini Contemporary, Trevi, Italy (March 4 – April 25) / Plural Biography. Virginia Ryan 2000–2016

Italian Version   If the world was not created to end up in an exhibition, we can turn to an exhibition to understand more about the world: it is not about looking at art, but looking through art. This was the aim of a curatorial project presented at Palazzo Lucarini, focusing on the works by Virginia Ryan, an artist who spent the years from 2000 to 2015 between Ghana and Ivory Coast. Fifteen years are a considerable amount of time in a person’s life. Virginia Ryan is neither a globetrotting artist focusing on short-lived site-specific projects, nor an artist rooted in one single place. She describes herself as a “reluctant nomad.”   An Australian of Irish descent, she spent part of her life in Scotland, got married in Italy and moved with her ambassador husband to Egypt, Yugoslavia and Brazil, and then to Ghana and Ivory Coast. Her life is a never-ending journey, a life spent in travel. Her singular but not single-faceted existence can be regarded as a cultural biography that symbolically evokes and reflects the diasporic nature of our present lives. It is a plural biography, one and multiple at the same time, intersecting the lives of others. Her art derives from an...

Ripubblicato il classico di Sally Price, "I primitivi traditi" / Picasso copia gli africani

A venticinque anni dalla sua prima traduzione italiana, il saggio di Sally Price Primitive Art in civilized Places è una conferma in più di come mutati paradigmi culturali, con i conseguenti mutati scenari della riflessione interdisciplinare, portino un testo, che era manifesto di denuncia e di rottura nel 1989, a essere ora fortemente storicizzato, per un verso acquisito, per un altro oggetto di distanziato ridimensionamento. A iniziare dal titolo, dove quella definizione di arte primitiva, o di arte tribale che ricorre all’interno, è ormai fonte di un imbarazzato disagio, scansata in una sequenza di successivi eufemismi, da arte extra-europea a arte primaria a arte etnica, fino ai recenti casi di omissione tout court del termine, in favore di più caute indicazioni geografiche. Così è accaduto per il Musée du Quai Branly a Parigi, dove l’indirizzo, seguito dall’attributo “où dialoguent les cultures”, sostituisce una definizione scomoda, o accadrà per lo storico Museo di Tervuren a Bruxelles, che, similmente ristrutturato, riaprirà i battenti fra un anno, conservando del passato la sola intestazione, quale Musée Royale pour l’Afrique centrale. Il libro di Price era uscito a...

Contemporary photography in Benin

Italian Version. The first edition of the Mois de la Photographie, recently held at the Institut Français of Cotonou, has showcased the work of four Beninese and French photographers – Laeïla Adjovi, Léonce Agbodjelou, Jean-Jacques Moles, and Catherine Laurent – all focusing on contemporary Benin. The exhibition shed light on a little-known scenario, less established and thriving than that of other countries, such as neighboring Nigeria, but increasingly aware of its striking potential (as clearly emerges from the pictures showcased and other projects). Art and culture in Benin are significantly supported by the Institut Français, the French government agency for the promotion of French culture overseas , and Fondation Zinsou, a local foundation operating in the visual arts field and committed to broadening access to reading through a network of mini-libraries spread across the country. Placed next to each other, the works of these four photographers – exhibited in Cotonou from January to March, 2016 – sketch out the image of a country caught between past and future, between the certainties of traditional community life and the challenges of individual freedom, between...

Un paese in bilico tra passato e futuro / Fotografia contemporanea in Bénin

English Version. Si è da poco conclusa la prima edizione del Mois de la Photographie a Cotonou, dove negli spazi dell'Institut Français è stato presentato il lavoro di quattro autori beninesi e francesi accomunati dalla tematica del Bénin contemporaneo: Laeïla Adjovi, Léonce Agbodjelou, Jean-Jacques Moles, Catherine Laurent. L'esposizione ha riguardato una scena ancora poco conosciuta, a paragone con quelle più note e consolidate di paesi come la vicina Nigeria, e soltanto ultimamente sulla via di una presa di coscienza delle proprie (notevoli, a giudicare dalle immagini in mostra e da altri progetti) ricchezze e potenzialità. Sul piano generale delle arti e della cultura, a questo processo contribuiscono in maniera importante l'Institut Français, storica rappresentanza della cultura d'Oltralpe all'estero , e la locale Fondation Zinsou, la quale, oltre che nel campo delle arti visive, opera nella promozione della lettura attraverso un sistema di biblioteche anche ambulanti disseminate in tutto il paese. Accostati e incrociati, gli sguardi dei quattro fotografi – in mostra a Cotonou tra gennaio e marzo di quest'anno – restituiscono l’immagine di un paese in bilico tra...

Arti decorative e identità africana / Echi del passato, iscrizioni del presente

English Version   In un salone elegantemente affrescato di Villa La Pietra, sede fiorentina della New York University, vi è un pregevole manufatto che ritrae una donna con una tunica marrone chiaro adornata da foglie di fico dorate, un colletto d’oro e bottoni e stivali in tinta. Sul suo viso d’ebano è disegnato un ampio sorriso e il suo corpo è semi-genuflesso. Le braccia aperte accolgono i visitatori, come a suggerire un invito: “Datemi i vostri guanti, le sciarpe, i cappotti”. Dall’altra parte della stanza vi è una statua simile, che ritrae una figura maschile. Le sue sembianze sono quelle di un paggio del XVIII secolo. È un giovane africano dalla splendida chioma ricciuta, adornato da stemmi marroni e dorati, raffigurato con un corno o una tromba sottobraccio, su un piedistallo a gradino, in un gesto di riverenza nei confronti degli osservatori. Queste opere appartengono a un genere di arte decorativa dell’Europa occidentale di cui fanno parte oggetti d’arredamento, sculture, dipinti e arazzi raffiguranti personaggi di origine africana nelle vesti di domestici, soldati, servitori e custodi di...

Complotti veri e falsi, teorie persecutorie, paranoia / A pensar male ci si indovina

Dall'epidemia al marketing Converso con un giovane somalo che lavora nel campo audio-visivo, un uomo di cultura, e accenno all’epidemia di ebola. Il mio interlocutore fa un gesto che esprime il fastidio di dire cosa ovvia, dato che – mi dice – ormai tutti in Africa lo sanno: che il virus dell’ebola è stato diffuso volutamente in certi paesi africani da “loro”. Chi sono “loro”? La loro identità non è univoca, è allo stesso tempo diffusa e omogenea – il potere euro-americano, idra dalle varie teste. Il “loro” fine è sterminare gli africani. Non perdo tempo a chiedergli perché questi persecutori avrebbero interesse a sterminare gli africani. Questo pronome personale – “loro” – appare spesso nei discorsi della gente, e, a seconda delle preferenze, questo posto può essere occupato dal governo americano, dalle multinazionali, dalla CIA, dai poteri finanziari e bancari, da poteri politici, dagli ebrei, dai massoni…Alla fine degli anni ’80 si disse che il virus dell’AIDS era stato prodotto nei laboratori di sperimentazione della CIA, e che per errore (o volutamente?) alcuni esemplari erano fuoriusciti dai laboratori diffondendosi tra la popolazione. Non appena si diffonde un’...

Tracing Emerging Contemporary Art Practice in Ghana

Versione Italiana   From Ghana to Venice and back   All the World’s Futures, curator Okwui Enwezor’s conspicuous project for the2015 Venice Biennale, certainly served up content-rich, social and political commentary. In one way or another it painted or rather – in true Enwezor fashion – documented a myriad of complexities facing our rapidly globalising planet. And, with Enwezor operating as the first-ever curator from the African continent, it’s no surprise then that many of the press discussions surrounding the biennale took on an African dimension.  Consequently, it felt apt to hear the news that Ghanaian artist El Anatsui was presented with a Golden Lion for Lifetime Achievement –  a deserving recognition for one of the great artists of our time. Yet, Anatsui’s achievement was also an opportunity for me to once again turn my attention towards the arts and culture scene in Ghana. Throughout the biennale proceedings I was repeatedly reminded of one particular thought from an interview earlier this year with ACCRA[dot]Alt’s Sionne Neely. “We are seeing more artists [in Ghana] now thinking...

Arte contemporanea in Ghana

English Version   Dal Ghana a Venezia e ritorno   All the World’s Futures, l’importante progetto curato da Okwui Enwezor per la Biennale di Venezia 2015, ha certamente offerto molteplici spunti di riflessione sociale e politica, dipingendo – o meglio, documentando – nello stile tipico di Enwezor, le innumerevoli complessità che il nostro pianeta, nel suo rapido processo di globalizzazione, è chiamato ad affrontare. Essendo Enwezor il primo curatore della Biennale proveniente dall’Africa, non sorprende che gran parte del dibattito sulla rassegna abbia coinvolto l’intero continente africano. Ci è sembrata inoltre appropriata l’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera all’artista ghanese El Anatsui: un degno riconoscimento per uno degli artisti più grandi del nostro tempo. Il premio ad Anatsui è stato inoltre un’occasione per volgere ancora una volta la mia attenzione alla scena culturale e artistica del Ghana. Durante i lavori della Biennale, mi è tornato più volte alla mente un pensiero espresso da Sionne Neely, dell’organizzazione ACCRA[dot]Alt, in...

There is never just one story

Versione italiana     “- What are you reading? – Kelsey turned to Ifemelu. || Ifemelu showed her the cover of the novel. She did not want to start a conversation … - Is it good? - || - Yes. - || - It’s a novel, right? What’s it about? - || Why did people ask “What is it about?” as if a novel had to be about only one thing. Ifemelu disliked the question; she would have disliked it even if she did not feel, in addition to her depressed uncertainty, the beginning of a headache.” Americanah, Anchor Books Edition, 2014, pp. 232-233 Chapter 18, pages 232-233 of Americanah, by Chimamanda Ngozi Adichie; written and published in America in 2013, and translated into Italian by Andrea Sirotti for Einaudi in 2014 (the pocket-sized edition was released a few months ago). Chimamanda Ngozi Adichie was born in 1977 in Abba, Nigeria (a part of the former Biafra Republic), and grew up in the university city of Nsukka. She later left for the United States after gaining a scholarship. Americanah is her third novel, after Purple Hibiscus (originally published in 2003; Italian version by M.G. Cavallo, for Fusi Orari 2006, and Einaudi...

Non c’è mai una storia unica

English Version     «Kelsey si rivolse a Ifemelu: – Che cosa legge? || Ifemelu le mostrò la copertina del romanzo. Non voleva iniziare una conversazione. […] – È bello? || – Sì. || – È un romanzo, giusto? Di cosa parla? || Perché la gente chiedeva sempre “di cosa parla?” come se un romanzo “parlasse” di una cosa sola? A Ifemelu quella domanda non piaceva; non le sarebbe piaciuta nemmeno se, in aggiunta alla sua depressione da incertezza, non avesse avuto un inizio di mal di testa».   Siamo nel capitolo diciottesimo di Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie; scritto e pubblicato negli Stati Uniti (2013) e tradotto da Andrea Sirotti per Einaudi (2014; la citazione è a p. 180; da pochi mesi è uscita anche l’edizione tascabile). Chimamanda Ngozi Adichie è nata nel 1977 ad Abba, in Nigeria (nei luoghi che hanno fatto parte della Repubblica del Biafra), ed è cresciuta nella città universitaria di Nsukka, da dove si è poi trasferita, con una borsa di studio, negli Stati Uniti. Americanah è il suo terzo romanzo...

The year of the monkey

Versione italiana     The rules are now set and the game has become boringly predictable. Late in the night – generally between Thursday and Saturday – a white person of some repute, whom many, including blacks, had previously thought to be a more or less decent human being, suddenly loses it and goes hysterical. Hidden behind an open screen, and more often than not under the spell of some intoxicating substance, he or she records on Facebook, Twitter or any other available digital media platform an idiotic, repugnant and disjointed set of utterances. Most of these are often lifted almost verbatim from some of the crudest dictionaries of colonial racism. The coming out of closeted racists often takes the form of an exercise in vulgarity. This entails hurling profanities at black South Africans – or Africans whose humanity is thus put on trial and, as in the most recent past, thoroughly debased. This form of nano-techno-digital lynching is often indiscriminate and usually followed by all manner of apoplectic indignation. The dust usually settles once a reluctant apology has been extracted from the formerly disguised racist. But deep down, the...

L’anno della Scimmia

English Version     Le regole sono state fissate, e il gioco è diventato noiosamente prevedibile. Durante la notte – di solito tra il giovedì e il sabato – una persona bianca di una certa notorietà che tante altre persone, bianche e nere, consideravano un essere umano abbastanza per bene, all’improvviso perde completamente il controllo. Nascosto dietro un’identità nemmeno troppo fittizia, e di solito sotto l’effetto di qualche sostanza inebriante, lui o lei pubblica su Facebook, Twitter o un’altra piattaforma digitale una serie di affermazioni stupide, vergognose e sconclusionate, la maggior parte delle quali è tratta in maniera quasi letterale da alcuni dei più espliciti e osceni dizionari del razzismo coloniale. L’uscire allo scoperto di questi razzisti celati prende spesso la forma di un esercizio di volgarità, che comporta il lanciare improperi nei confronti dei sud-africani o degli africani neri, la cui umanità viene messa in discussione e, come nel passato recente, profondamente svilita.     Questa forma nano-tecno-digitale di linciaggio, spesso...

La questione della libertà artistica

English Version     Organizzato dal 3 al 5 dicembre 2015 presso il centro artistico Darb 1718, il workshop AtWork Cairo, condotto da Simon Njami, ha coinvolto studenti d’arte e giovani talenti creativi del luogo. Il workshop si è tenuto durante la Biennale Off del Cairo “Something Else”, da cui ha tratto il tema, ed è stato facilitato dalla docente d’arte della American University del Cairo, Heba Amin. Artista e attivista culturale, Heba è anche una degli ideatori dell’azione sovversiva condotta lo scorso autunno contro il razzismo della serie TV statunitense Homeland, che ha acceso sulla stampa internazionale un vasto dibattito sulla rappresentazione razziale nei media occidentali. Abbiamo chiesto a Heba di condividere con noi il suo pensiero sulla condizione dell’espressione artistica e creativa in Egitto e sul ruolo del workshop AtWork in questo contesto. Buona lettura. lettera27   Heba Y. Amin, ph. Martin Schwarz       Alla vigilia del quinto anniversario della rivoluzione del 25 gennaio, il governo egiziano ha espresso un chiaro messaggio politico attraverso una serie di...

The Question of Artistic Freedom

Versione italiana     On December 3-5th 2015 we held AtWork Cairo workshop at Darb 1718 artistic center, which involved local art students and young creative talents and was conducted by Simon Njami. The workshop took place during the Cairo Off Biennale “Something Else” and took its title after the event. AtWork Cairo was facilitated by the assistant art professor of American University in Cairo Heba Amin. Heba is also a visual artist, a cultural activist and one of the key figures behind the subversive action against racism of the US TV series Homeland this last fall, which caused huge international publicity and debate on race representation in the Western media. We have asked Heba to share her thoughts on the situation of artistic and creative expression in Egypt and on AtWork workshop within its context. Enjoy the piece below. lettera27   Heba Amin, photo by Martin Schwarz     On the eve of the 5th anniversary of the January 25th revolution, the Egyptian state has relayed a clear political stance through intimidation tactics. The recent government shutdown of the Townhouse Gallery, one of Egypt’s most active and...

Arte contemporanea nello Zimbabwe

Proseguiamo la collaborazione con Another Africa con il quarto articolo tratto da Tracing Emerging Artistic Practice e dedicato alla scena artistica dello Zimbabwe.  Buona lettura.   English Version         Houghton Kinsman     Dopo la lunga crisi economica che ha colpito lo Zimbabwe per buona parte degli anni Duemila, la scena artistica del Paese ha dovuto far fronte a una serie di importanti sfide infrastrutturali e finanziarie. L’instabilità del quadro economico, attenuatasi soltanto a partire dal 2009, ha portato alla chiusura di numerose gallerie, costringendo gli artisti a emigrare all’estero in cerca di nuove opportunità e maggiore stabilità.   Questo decennio di incertezza economica ha tuttavia agito da catalizzatore per la ricostruzione del panorama artistico del Paese. La necessità di una ristrutturazione ha infatti acceso i riflettori sulla scena artistica locale, dando vita a nuove iniziative come Village Uhnu, Voices in Colour e Njelele Station.   Gerald Machona, If You Travel East Far Enough You End up in the West and If You Go Far Enough West You End up in...

Tracing Emerging Contemporary Art Practice in Zimbabwe

We are continuing our collaboration with Another Africa with the fourth article from their Tracing Emerging Artistic Practice series dedicated to the artistic scene of Zimbabwe.  Enjoy.   lettera27 Versione italiana         Houghton Kinsman     Owing to almost a decade long financial crisis that characterised much of the 2000s, Zimbabwe’s local art scene has faced many significant infrastructural and monetary challenges. The turbulent economy-which only subsided in 2009- liquidated many of the local galleries and forced artists to move abroad in search of new, stable opportunities. However, this decade of economic uncertainty has recently become the catalyst for rebuilding the Zimbabwean artistic landscape. Through the necessary restructuring, there has been increased emphasis on Zimbabwe as an artistic locale. As a result, the country has been able to welcome new initiatives like Village Uhnu, Voices in Colour and Njelele Station.   Gerald Machona, If you travel east far enough you end up in the west and if you go far enough west you end up in the east, 2012. Courtesy of the artist and Goodman Gallery...

La sua Africa. Conversazione con Wole Soyinka

English Version     Dell'Africa si parla quasi sempre in funzione di ciò che è, o è stata, per l'Europa. Per alcuni l'Africa rimane un oggetto del desiderio, per altri una massa di terra indefinita in perpetua via di sviluppo, per molti una riserva inesauribile di risorse naturali ed economiche da sfruttare. Per quasi tutti, poi, ha assunto il volto dei migranti che attraversano il Mediterraneo e 'sbarcano' sulle nostre coste in cerca di rifugio, democrazia e una vita migliore.   Ma quante volte stiamo ad ascoltare quello che l'Africa e la sua gente ha da dirci? Intenti a raccontare solo una versione parziale della storia, la nostra, non troviamo il tempo di stare a sentire le tante voci di un continente variegato e complesso, formato da 54 stati-nazione e da un numero ben più elevato di popoli.   Una delle voci più potenti dell'Africa è quella di Wole Soyinka, nigeriano yoruba, classe 1934, artista poliedrico e intellettuale impegnato, primo premio Nobel africano per la letteratura, nel 1986. In occasione delle sue visite autunnali in Italia − al Festivaletteratura di Mantova,...

The Intimate Faraway (L’Intime Lointain)

Versione italiana     The story of Naama Asfari reads like a perverted fairy tale, one where cruelty and injustice would regularly have the upper hand against the protagonist. A renown Sahrawi Human Rights activist and jurist, Naama was condemned to a thirty-year prison term by a Moroccan military court in 2010, for having organized a peaceful demonstration for the right to self-determination of the indigenous Sahrawi people of Western Sahara (former Spanish Sahara), a territory militarily annexed by Morocco in 1975 and occupied by the Moroccan army ever since.   Naama Asfari is emblematic in his engagement in one of today’s most asymmetrical struggles, the fight of the Sahrawi people to obtain the right to self-determination through a referendum organized under the auspices of the United Nations in 1992. The procedure has constantly been put off by the Moroccan monarchy, which illegally controls the territory in violation of the principles of international law with respect to Non-Self-Governing Territories as defined by the United Nations. France has consistently defended Morocco’s invasion, occupation and spoliation of the Sahrawi lands and...