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Kabul

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Palazzo Reale, Milano / James Nachtwey. Memoria

“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”, scriveva J.L. Borges. Cosa si delinea sul volto del fotografo James Nachtwey? Una mappa fatta di dolore, un viaggio senza ritorno nei posti peggiori della Terra. È questa la sua memoria, una linea del tempo infinita su cui si collocano conflitti, guerre e morte: una strada di Kabul invasa dalle macerie, il fantasma di una donna avvolta da un burka, i frantumi dell’11 settembre, il cecchino appostato nella stanza di una casa. E molto altro. C’è qualcosa di crudele nella memoria di Nachtwey. Non vi è traccia di riscatto religioso, politico o storico. Solo disincanto. Essa delinea un percorso dove la storia dell’uomo va disgregandosi anziché costruirsi nel suo cammino. La morte, la violenza e la miseria non smettono di esistere. La storia si fa ancora con le mine antiuomo e i machete. Il fotografo può solo attraversare il mondo facendo esperienza della sua precarietà e di quella della condizione umana: chi muore e chi guarda la morte.   James Nachtwey, La torre sud del World Trade Center collassa in seguito allo schianto dell...

Mattoni afgani

In un mondo in cui centri e periferie non sono più facilmente distinguibili, la relazione tra forze e processi di rilevanza planetaria e dinamiche locali si fa sempre più complessa. Se gli effetti esasperanti del neoliberismo in termini di instabilità dei mercati finanziari sono stati negli ultimi anni un fatto di cronaca, meno di frequente ci si sofferma sulle sovrapposizioni tra politiche globali neoliberali e forme locali di sfruttamento del lavoro e riduzione in schiavitù. Negli ultimi dieci anni, scavando per motivi di studio e ricerca sotto le macerie simboliche prodotte da interminabili guerre, mi sono spesso ritrovato a osservare “situazioni sociali” che non solo mi spingevano a mettere in seria discussione il processo di ricostruzione dell’Afghanistan iniziato nel 2001, ma gettavano ombre sullo stesso futuro della regione. I “mattoni afgani” rappresentano a buon titolo una di queste situazioni sociali.   Rirkrit Tiravanija, Untitled, 2015   Il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in Afghanistan ha attraversato i (bruschi) cambi di sovranità e regime che hanno segnato la storia del paese. A...

A (new) history repeating

La produzione artistica contemporanea sembra essere sempre più infatuata del passato. Non è un fatto nuovo, anzi è abituale che il presente dialoghi con il passato: la conoscenza è del resto basata sulla memoria, su qualcosa di anteriore quindi. Ciò che sorprende oggi è un rapporto con il passato non più mimetizzato nel processo di realizzazione dell'opera d'arte ma così predominante da diventarne il soggetto. Basti pensare al format del re-enactment e alla sua definitiva istituzionalizzazione in tutte le arti. Più singolare la scelta di quegli artisti che hanno deciso di interagire con il passato per renderlo presente, quindi significativo, non attraverso la semplice riproduzione o rappresentazione, ma con una rielaborazione più personale. Non considerando pertanto la storia come un corpo morto da riesumare, ma come un corpo vivo sul quale intervenire per modificarlo e modellarlo a piacimento. Tra i numerosi lavori esemplificativi di tale approccio ho selezionato quattro opere di altrettanti artisti: Adam Chodzko, Renée Green, Jonathan Monk, Mario Garcia Torres. Nel 1998, a 23 anni dall...