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New York

(109 risultati)

Conversazione con Valeria Orani / Organizzare teatro tra l’Italia e NYC

Valeria Orani è una delle figure più intraprendenti dell’industria culturale italiana. Dopo aver lavorato per alcuni anni come producer e organizzatrice teatrale per varie istituzioni artistiche pubbliche e private, fonda nel 2003 la 369gradi, un centro di produzione, promozione e distribuzione della cultura contemporanea, che ha sostenuto e sostiene artisti della scena d’innovazione eccellenti come Punta Corsara e Lucia Calamaro. Poco più di tre anni fa si è trasferita a New York dove ha fondato Umanism NY, una società di servizi dedicata all’export culturale, che offre sostegno organizzativo, burocratico e promozionale ai talenti creativi (non solo del mondo delle performing arts ma anche di artigianato, moda, design, cucina) che vogliano accedere al generoso quanto complesso mercato della Grande Mela. Il primo progetto promosso da Umanism è stato Italian Playwrights Project, un format a cadenza biennale dedicato alla diffusione della drammaturgia contemporanea italiana negli Stati Uniti, attraverso la selezione, traduzione e pubblicazione dei testi ritenuti più interessanti da una commissione di esperti statunitensi. Dopo l’edizione pilota il format si è evoluto in Italian and...

Un'opera senza tempo / La linea infinita di Wacław Szpakowski

Disegni nel turbine della storia   Wacław Karol Szpakowski? Pochissimi sanno di chi si tratta, e pochissimi conoscono la storia di questo artista, architetto e ingegnere polacco. Nato nel 1883 in Polonia, nel 1897, a 14 anni, lascia la Polonia e si trasferisce con la famiglia a Riga. Qui trascorre l’adolescenza, studia architettura, suona il violino nell’orchestra giovanile e s’interessa ai fenomeni atmosferici. Tiene un quaderno di appunti su tempeste, uragani e cicloni, e raccoglie fotografie di architetture dalle forme lineari. Custodirà gelosamente questi quaderni malgrado gli eventi bellici e diversi traslochi forzati. Così si spiegano i lunghi intervalli d’inattività: in molte circostanze, la preoccupazione maggiore era la mera sopravvivenza (l’artista perderà un figlio, l’unico maschio, durante la guerra). Szpakowski, non dimentichiamolo, fa parte di quella generazione che ha vissuto le due guerre mondiali. Ora, nel corso delle sue lunghe traversate tra Lituania, Russia, Lettonia e Bielorussia, non perde occasione per prendere appunti e disegnare, incuriosito dai fili del telegrafo o dall’invisibilità della corrente elettrica. Gli bastava poco, un foglio di carta e...

Leica Galerie / Michael Ackerman. Watermark

Le immagini di Michael Ackerman esposte alla Leica Galerie sembrano le pagine di un album, una mappa silenziosa. Ricordano l’atlante di Aby Warburg, sono istantanee di “forme” del pathos. Molte non hanno cornice, stanno semplicemente sospese. È lo sguardo dello spettatore che deve generare un riquadro, che cerca, nel loro silenzio, nello spazio indefinito in cui si perdono, di creare una narrazione che le tenga legate. Alcune sono puntate con degli spilli, altre disposte intorno a un’immagine centrale, da cui si parte e a cui si torna dopo aver percorso un cerchio con lo sguardo, come quando si ruota la testa, la si muove, e ad occhi chiusi si cerca di ricordare qualcosa che in quel momento sembra perdersi in un tempo fuori dal tempo stesso.    Forse Michael Ackerman vuole suggerire proprio questo: che lo sguardo si perda nelle forme, che il disorientamento sia la condizione ideale in cui ogni sguardo può davvero incontrare la propria forma. O forse è anche paradossalmente il tentativo di narrare la forma stessa del disorientamento, la possibilità di perdersi in uno spazio dentro la propria esistenza, poiché qui l’immagine fotografica riesce davvero a possedere un’...

Mostre in corso / C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile

“C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile”: lo sosteneva Simone de Beauvoir molti anni fa e possiamo confermarlo noi nel presente, soprattutto per quanto riguarda l’attività newyorkese dedicata all’arte contemporanea. “Yes We Can” non è solo lo slogan coniato da Barak Obama a seguito delle primarie in New Hampshire, né soltanto la traduzione inglese del motto “Si Se Puede” della lotta degli anni Settanta condotta dal sindacato dei braccianti United Farm Worker. Sembra piuttosto la convinzione o la forza motrice di ogni attività di ambito culturale che nasce e trova sviluppo a New York. Musei dalle enormi dimensioni con collezioni vaste e diversificate, nonché con una programmazione di mostre temporanee e di eventi ricchissima; ma anche fondazioni private volte alla conservazione dell’opera dei grandi maestri del contemporaneo, così come centri per il supporto dei talenti emergenti provenienti da tutto il mondo; infine molteplici gallerie d’arte private, spazi no profit, centri culturali, lofts destinati a residenze d’artista; biblioteche specializzate; graffiti e installazioni urbane site-specific: questa e molto di più è l’arte contemporanea nella città di...

Al MoMA dal 21 maggio al 17 settembre 2017 / Robert Rauschenberg: Among Friends

In un 2017 già ricchissimo di eventi espositivi imperdibili, da documenta (14) alla Biennale di Venezia fino ad Art Basel, il MoMA ha da poco inaugurato una delle più belle mostre attualmente in corso. Si tratta di Robert Rauschenberg: Among Friends, la prima retrospettiva del XXI secolo dedicata all’artista, nato a Port Arthur (Texas) il 22 ottobre 1925 e scomparso a Captiva Island il 12 maggio 2008 a seguito della decisione personale di staccare il respiratore dopo un arresto cardiaco.   Veduta espositiva di Robert Rauschenberg: Among Friends. The Museum of Modern Art, New York, 21 maggio – 17 settembre 2017. Foto: Jonathan Muzikar; © 2017 The Museum of Modern Art   La retrospettiva, anticipata in parte alla Tate Modern di Londra (1 dicembre 2016-2 aprile 2017), approfondisce i sessanta anni di attività dell’artista e sarà visitabile al MoMA dal 21 maggio al 17 settembre 2017, per poi essere trasferita al Museum of Modern Art di San Francisco, dal 18 novembre 2017 al 25 marzo 2018. Organizzata in collaborazione con la Tate Modern, riunisce oltre 250 opere di varia natura – dipinti, sculture, disegni, stampe, fotografie, opere sonore, filmati relativi a performances...

Avrei preferenza di sì / Hanne Darboven

A casa con le capre   Più che un flâneur o, meglio, una flâneuse, l’artista tedesca Hanne Darboven (1941-2009) è stata réceptrice (Jennifer Krasinski, “The Village Voice”, 31 gennaio 2017). Nata in una famiglia borghese di Monaco, di formazione pianista prima di seguire la vocazione artistica, il padre riforniva le forze armate tedesche della sua propria marca di caffè. Nelle vene della Wehrmacht scorreva caffeina Darboven. A metà degli anni sessanta passa due anni a New York dove frequenta anime affini che ibridano post-minimalismo e arte concettuale quali Sol LeWitt, Joseph Kosuth, Carl Andre, Mel Bochner, Lawrence Weiner, e ancora i critici-curatori Lucy Lippard e Seth Siegelaub, i galleristi Leo Castelli e Konrad Fischer. Vi resta finché scompare il padre, a cui la figlia finirà per somigliare in modo perturbante in tarda età, arrivando a indossare le sue camicie su misura e a tagliarsi i capelli così corti da ricordare a qualcuno quelli dei deportati nei campi di concentramento. Abbandonata l’America, torna nella casa di famiglia ad Am Burgberg, nei dintorni di Amburgo, la città rasa al suolo nel 1943 dopo otto giorni di bombardamenti.   Darboven con Mickey, ph...

"La nostra attitudine era: fanculo" / È morto Alan Vega

All'inizio c'è il ritornello di 96 Tears (? And The Mysterians, 1966), una delle canzoni rock definitive: un infinito bordone di organo suonato con un solo tasto e un solo dito – ricorda Lester Bangs. A pensarci bene non è un caso se nel 1977, Martin Rev e Alan Vega aprano un loro show al CBGB's con quel pezzo, totalmente trasfigurato. 96 Tears viene sezionata, decostruita. Ne resta solo un brandello: alla solarità dell'originale si sostituisce una specie di trance psicotica. Alan di cognome fa in realtà Bermowitz, Martin invece per l'anagrafe è Reverby, ma che importa quando battezzi la tua band ispirandoti a Satan Suicide, titolo di un'edizione del tuo fumetto preferito, Ghost Rider? I Suicide bazzicano per le strade di New York dai primi anni '70. Quando si sono incontrati, al Project Of Living Artists, un laboratorio-spazio per artisti di SoHo, Vega lavorava a sculture, Rev era assorbito dalla scena avant-jazz. Da allora si sono intrufolati nelle gallerie d'arte e nelle poche sale da concerto aperte, seminando guai.   Frequentano il Mercer Art Center insieme alle New York Dolls. Che li temono. A vederli, sembrano due teppisti arrivati da un altro pianeta. Tutti ne sono...

Gli insopportabili newyorkesi di Noah Baumbach / Mistress America

Parla la nostra lingua, Mistress America, e c’è qualcosa nei suoi personaggi, nella loro goffa vacuità, che è un totale fallimento, e forse una mezza speranza. Noah Baumbach lo sa di essere terribilmente, insopportabilmente newyorchese, di girare film con personaggi insopportabili e newyorchesi, o forse insopportabili proprio perché newyorchesi. Lo sa perché li racconta e li mette in scena come figure ridicole, meccaniche, che più che discutere parlano con se stesse, che più che vivere assumono modelli di comportamento e provano a metterli in pratica, fallendo. Parla la nostra lingua, Mistress America, perché parla una lingua universale e contemporanea: la parola diretta e piatta della comunicazione tutto intorno a noi; la parola superficiale che insegue senza posa la profondità e l’autenticità del racconto, rispondendo al desiderio di trasformare ogni evento, anche il più banale, nel tassello di un mosaico, nella figura di una storia.   Non parla della realtà, Mistress America, ma di come la parola, oggi, agisca sulla realtà. I suoi personaggi si incontrano, conoscono e frequentano per diventare semplice materia da romanzo, tasselli di una continua, onnipresente operazione...

Ripubblicato il classico di Sally Price, "I primitivi traditi" / Picasso copia gli africani

A venticinque anni dalla sua prima traduzione italiana, il saggio di Sally Price Primitive Art in civilized Places è una conferma in più di come mutati paradigmi culturali, con i conseguenti mutati scenari della riflessione interdisciplinare, portino un testo, che era manifesto di denuncia e di rottura nel 1989, a essere ora fortemente storicizzato, per un verso acquisito, per un altro oggetto di distanziato ridimensionamento. A iniziare dal titolo, dove quella definizione di arte primitiva, o di arte tribale che ricorre all’interno, è ormai fonte di un imbarazzato disagio, scansata in una sequenza di successivi eufemismi, da arte extra-europea a arte primaria a arte etnica, fino ai recenti casi di omissione tout court del termine, in favore di più caute indicazioni geografiche. Così è accaduto per il Musée du Quai Branly a Parigi, dove l’indirizzo, seguito dall’attributo “où dialoguent les cultures”, sostituisce una definizione scomoda, o accadrà per lo storico Museo di Tervuren a Bruxelles, che, similmente ristrutturato, riaprirà i battenti fra un anno, conservando del passato la sola intestazione, quale Musée Royale pour l’Afrique centrale. Il libro di Price era uscito a...

Un film né capolavoro né fallimento / Vinyl, Città in fiamme e Giorni di fuoco

È molto probabile che Vinyl non sia il capolavoro che tutti aspettavano. Al tempo stesso, è altrettanto probabile che non sia nemmeno quel fallimento da molti decretato dopo il pilot dello scorso 15 febbraio. In generale, poi, è forse ancora più probabile che la grande stagione delle serie tv, come ormai va di moda dire, sia in via di appiattimento su standard medi, e che, ancora, la serialità televisiva abbia in qualche modo tradito la speranza di diventare la nuova forma romanzesca dei nostro tempi. Tutto probabile. E forse ancora da dimostrare. Di certo, in questi primi mesi del 2016 si sono viste e lette alcune cose che, al di là delle riflessioni giuste e inevitabili sull’evoluzione di forme narrative popolari e mutevoli, confermano come la cultura americana sia da tempo ripiegata su due argomenti precisi: il passato e la città. Il passato: gli anni ’70 soprattutto, ma in certi caso anche decenni più vicini, come ad esempio i ’90. La città: New York, ovviamente. Ma anche Los Angeles, vista la sedimentazione di storia, immagini, parole e racconti che definisce le due metropoli.  Il...

Una superficie vuota e superiore

Si fatica ad immaginare i tesori di ingegnosità, di ingenuità o di impudenza cui il plagio sia suscettibile. Alcuni esempi: nel 1836 apparve una pièce intitolata Saint Thomas, preceduta da un invio che tal M. Champion Lajarry maggiore fa passare per una fantasticheria emanata dai suoi svaghi. Ora, la pièce è stata scritta da F.-G.-J.-S. Andrieux, che l'ha pubblicata presso Dabin nel 1802, dopo la morte di mademoiselle Chameroy. Dei 170 versi di Andrieux, uno solo è stato cambiato. Al posto di: Vestris, Miller, Delille, et caetera, si legge: Taglioni, Vestris, et caetera. Del resto, un episodio del Cagliostro di Nerval riprende quasi parola per parola un pamphlet del marchese di Luchet; Jean Richer, esegeta di Nerval, l'ha per questo rimproverato.   La questione del plagio è annosa. Fin dall'antichità. Come comportarsi al riguardo? Nei suoi Discorsi sull'arte Sir Joshua Reynolds poneva chiaramente la questione su un piano “allusivo” («Colui che prende a prestito un'idea da un artista del passato o persino da un artista moderno non suo contemporaneo e la adatta alla propria opera in modo tale da renderla parte di essa, senza che si noti una ricucitura o una giuntura,...

Travis senza parole

Per il quarantesimo compleanno di Taxi driver, chi ha le carte in regola dirà senz’altro quel che c’è da dire. Si celebrerà adeguatamente, almeno spero, il grande Bernard Herrmann, morto prima di poter verificare al cinema l’efficacia del suo melanconico sax e dei suoi crescendo ansiogeni, stridenti, che saturano la mente del protagonista ma restano indistinguibili dall’allarme oggettivo che pervade tutta New York. Si ricorderà Paul Schrader, e ci si tornerà a chiedere in che misura abbia proiettato sulla sceneggiatura il suo periodo di autodistruzione. Si citeranno i luoghi letterari con cui la critica caricò subito il film e il diario di Travis, gli esistenzialismi e i sottosuoli dostoevskiani tradotti nell’America calvinista di un ex marine insonne e solo, probabilmente reduce dal Vietnam, che oltre il vetro del taxi vede scorrere con lo stesso ronzio ovattato e gli stessi brulichii scomposti le campagne presidenziali e la violenza atomizzata dei marciapiedi, sognando il sogno puritano e purificatore del diluvio (pulire, ripulire, ripete al politico Palantine e a Iris, la prostituta bambina che vuol...

Smetti di pensare

Spingiti lontano   Nel 1967 Agnes Martin abbandona New York per attraversare gli Stati Uniti e il Canada a bordo di un furgoncino. Non si tratta di una tarda peregrinazione beat in fuga dalla metropoli: Martin (1912-2004) è allora una donna di cinquantacinque anni e, sebbene abbia intrapreso la carriera artistica a trenta, è una figura tutt’altro che marginale. Alle spalle ha l’apprendistato alla Columbia University, dove incontra Krishnamurti e D.T. Suzuki; tra i suoi amici si annoverano Mark Rothko, Barnett Newman e Ad Reinhardt; nella zona portuale e industriale di Coenties Slip nel Lower Manhattan, dove risiede, frequenta Jasper Johns, Ellsworth Kelly, Robert Indiana e Lenore Tawney; l’anno successivo la sua partenza, nel dicembre 1958, la galleria Betty Parsons organizza una sua mostra personale. Martin è insomma nell’occhio del ciclone dell’arte americana del dopoguerra. Eppure, viaggiando, deve realizzare quanto la “scena artistica” sia lontana dall’arte come la intende lei, “part of the structure of social human life”.   Dopo un anno e mezzo in giro, Martin decide di stabilirsi...

New York, l’anima nella fotografia

Se vi è capitato, come al sottoscritto, di raccontare a chi incontravate che presto avreste visitato New York, o magari di essere rientrati da un viaggio recente nella città che non dorme mai, avrete una misura della frequenza straordinaria con cui le conversazioni in merito attingano al contenitore marchiato dall’etichetta “Cinema”. Non occorre una riflessione granché eccezionale per asserire che, del resto, il mondo cinematografico (e, negli ultimi anni, quello delle serie tv che, in molti casi, al cinema stanno rubando il mestiere) si sia dedicato con tanta dedizione a New York City da formare il nostro immaginario a essa relativo, in altre parole: quando andiamo a New York – leggi: Manhattan – ci aspettiamo di riscoprirci al centro del centro del mondo per come ce l’hanno raccontato i grandi film. Eppure, gli esempi del fatto che New York sia probabilmente la città più fotografata sul pianeta sono innumerevoli e privi di soluzione di continuità, come raccontano la raccolta, curata da Marla Hamburg Kennedy, New York: a photographer’s city (Rizzoli USA 2011) o il recente lavoro di Gabriele...

Bob Noorda Design

Se c’è una cosa davvero italiana, è la grafica. Esiste un Italian Style, inequivocabilmente elegante, efficace, moderno. Come nella moda. Ma a ben guardare lo stile grafico italiano degli ultimi sessant’anni è una sintesi di stili diversi. Dopo l’epoca delle avanguardie storiche, del Futurismo, l’Italia ha ricevuto e rielaborato una serie d’influssi provenienti da tutta Europa e anche dall’America.     Da sinsitra: Bob Noorda Design, doppia Corporate identity per Agip, 1971-1982; Packaging per Olio Cuore, Chiara & Forti. Archivio Bob Noorda, Milano   Senza il Bauhaus tedesco e poi americano, la Scuola di Chicago, senza la grafica svizzera di Max Huber, l’attenzione ad altri luoghi del mondo di Albe Steiner, non ci sarebbe questo stile, che è sintesi originale. Non a caso uno dei più eccellenti grafici italiani della passata generazione è un olandese di nome Bob Noorda. Venuto a Milano nel 1954, attratto come altri della città in piena effervescenza, con aziende quali Olivetti, Pirelli, Eni, o le piccole fabbriche della rinascente filiera del mobile, Noorda ha...

Grete Stern: sogni, fotografie e altre storie

Nel 1871, il 13 maggio, Arthur Rimbaud scriveva al suo professore George Izambard “JE est un autre” e lo ribadiva due giorni dopo all’amico Paul Demeny: “io è un altro. (…) Io assisto allo schiudersi del mio pensiero: io lo guardo, l’ascolto (…) il primo studio dell’uomo che voglia essere poeta è la propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la scruta, l’apprende”. E poco dopo aggiungeva: “Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, e l’uomo – finora abominevole – le avrà concesso il suo congedo, sarà poeta anche lei! La donna troverà l’ignoto! (…) Troverà strane cose, insondabili, ripugnanti, deliziose”. Le stesse cose “ripugnanti e deliziose” che nel 1948 Grete Stern metterà in scena nei suoi Sueños, fotomontaggi esposti in una retrospettiva che il MoMA a New York (fino al 4 di ottobre), dedica all’artista e al suo compagno Horacio Coppola, considerati due pionieri della fotografia...

La fotografia ai tempi della rete

Ho incontrato Linda Ferrari a Brescia in occasione del suo workshop La fotografia ai tempi della rete, presso l'associazione culturale NESSUNO[press]. Alla fine di questa esperienza abbiamo deciso di approfondire alcuni aspetti del suo lavoro e dei rapporti tra fotografia e social network.  Linda Ferrari, Kalofer. Monument of Hristo Botev. Botev was a bulgarian poet and national revolutionary and is widely considered by Bulgarians to be a symbolic historical figure and national hero Linda, incarni una figura complessa e variegata, indice di un cambiamento antropologico: sei stata fotografa, blogger, formatrice. Raccontaci la tua esperienza e come ti sei avvicinata alla fotografia.Sono nata a Mantova e mi sono laureata in Psicologia del Lavoro presso l’Università di Padova. Dopo la laurea ho lavorato per un paio d’anni nella Formazione Continua (FSE e ECM), lasciata nel 2005 quando ho incontrato la fotografia: ho iniziato come producer per un fotografo di pubblicità, poi come photo-editor e fotografa di cronaca per un’agenzia fotogiornalistica nazionale, assistente di un fotoreporter, ricercatrice iconografica per un mensile e, infine, come fotografa di reportage per...

Dracula al museo. Su Chris Burden

Azione e protocollo Dal 10 maggio, giorno della scomparsa dell’artista americano Chris Burden, non ho smesso di compulsare i necrologi con un fastidio crescente. Della sua opera non restano altro che Shoot (1971) e Trans-fixed (1974), e la parte viene presa per il tutto. Riprendiamo da qui la faccenda.   Shoot. Il 19 novembre 1971 Burden – allora studente venticinquenne all’Università di California a Irvine – è alla Santa Ana Gallery, vestito in jeans e maglietta bianca, l’uniforme di Jackson Pollock nel suo atelier. Qui sfidò e sfuggì alla morte con una sorta di suicidio assistito: alle 19:45 chiede a un amico di sparargli sul braccio sinistro (sulle prime pensava alla cassa toracica) con un fucile calibro 22, a soli quattro metri e mezzo di distanza. Fu “come se un camion mi colpisse il braccio a 130 km/h”, ricordò, “In quel momento ero una scultura”; un incidente, dirà invece al pronto soccorso. Lo stesso anno Judy Chicago – che nel 1970 inaugura alla California State University a Fresno il Feminist Art Program – realizza una litografia in cui si mostra costretta...

New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

Un’altra repubblica. Palcoscenici con i disabili

Una danzatrice di fama internazionale danza assieme ai disabili   Natsu Nakajima è un’esponente importante della seconda generazione del mondo del Butoh, una dei diretti discepoli di Tatsumi Hijikata e di Kazuo Ono, i leggendari fondatori di questa disciplina d’avanguardia giapponese. Trasferitasi a New York prima di compiere 40 anni, per oltre dieci anni si è esibita attivamente sui palcoscenici di tutto il mondo. Ma nonostante i molti successi e riconoscimenti, dopo anni di attività artistiche dove la perfezione richiesta era unicamente sul piano estetico, si sentì svuotata e circa vent’anni fa ha fatto rientro in patria. Da allora, accanto alle sue ricerche coreografiche, ha cominciato a insegnare danza a persone portatrici di handicap.     Perché una danzatrice riconosciuta nel mondo si mette a lavorare con i disabili? In realtà scopriamo in questa sua scelta una sorprendente coerenza di ricerca corporea.   Una scena della lezione del Corso per la Mente e per il Corpo di Yotsuya. Nakajima sta dando indicazioni per la ginnastica delle dita. Tutto viene accompagnato da ritmiche parole...

Tabulare. Scultura e scrittura in Carl Andre

If we fix the typing machine we also fix the life   David Cronenberg, Naked Lunch, 1991   I Le parole come le cose Language to Be Looked At and/or Things to Be Read. Linguaggio da vedere, cose da leggere: con questo chiasmo tra parola e immagine la Dwan Gallery di Los Angeles inaugurava una mostra collettiva nell’estate 1967. Nel testo di presentazione, breve ma concettualmente denso, non vi era alcun riferimento alle opere d’arte. Chiaro tuttavia il messaggio: il linguaggio non è qualcosa che si scrive ma qualcosa che si costruisce – e si costruisce in senso letterale e affatto metaforico. Le parole sono il materiale dell’architettura linguistica, da assemblare come mattoncini della Lego. Il testo portava la firma di Eton Corrasable, uno pseudonimo dietro il quale si nascondeva l’artista Robert Smithson, una delle menti più acuminate degli anni sessanta (dalla traduzione dei suoi scritti avremmo tutti da guadagnare).   Nel mezzo degli anni sessanta Smithson riflette sull’analogia tra scrittura e scultura, sul loro rispettivo processo di costituzione. La scrittura è paragonata a una stratificazione...

Mito e caduta dei Lehman Brothers

Trilogy. Trilogia: come la forma scelta da Eschilo per narrare della vicenda degli Atridi. Una vicenda che ha bisogno di dilatarsi in una struttura di monumentale grandiosità per raccontare il destino di una comunità intera. Anche quella dei Lehman, del resto, è la storia di un genos: una storia dai molteplici risvolti giuridici, etici, sociali in senso lato. Lo sa bene il drammaturgo Stefano Massini, laureato proprio in Lettere Classiche, e scelto da Luca Ronconi per la produzione di punta del Piccolo Teatro di questa stagione, Lehman Trilogy. È chiaro fin da subito che né a Massini né a Ronconi interessa uno sguardo documentaristico o da teatro civile: chi si aspettava una speculazione sulle ragioni del crack finanziario del 2008, corredata da nomi e numeri, non può che rimanere deluso.     I 160 anni della banca Lehman Brothers raccontano la trasformazione di un’epoca, non diversamente da come i Buddenbrook di Mann fotografano lo snodo tra Otto e Novecento; ma a differenza di quanto accade nel familienroman, in questa trilogia teatrale la dimensione simbolica, quasi trascendente, prevale sull’affresco...

#Mobile Art: people have the power?

Mai come in questo momento “tenere il mondo nel palmo di una mano”, significa tenere in mano una fotografia. Non un’immagine “cartacea”, l’oggetto fragile eppure tanto potente da essere considerato l’impronta del reale, un frammento spazio-temporale sottratto con un clic dal flusso infinito degli istanti, per divenire l’istante unico da conservare e ricordare. Non solo. La fotografia che teniamo nel palmo della mano è immateriale, fluida, composta da milioni di pixel e visibile su uno schermo. Iperfotografia la chiama Fred Ritchin e nella maggior parte dei casi lo schermo è quello di uno smartphone. Con la fotocamera incorporata al suo interno o meglio con l’“iPhone camera” ogni utente è in grado di mutarsi da consumatore passivo a produttore di immagini di “Mobile Art”, o meglio si può trasformare in un “iPhoneografo”, trasformando anche il medium, mai come oggi la fotografia diviene un mezzo espressivo democratico e diffuso. Cosa rende la fotocamera dell’iPhone uno strumento così potente? I fattori sono molteplici. Innanzitutto il fatto che lo...

Gibellina and Ground Zero

Mangrovia is the place where Roberto Casati and Goffredo Puccetti talk about design. This conversation has started in December 2013. We are interested in the intellectual intricacy of design. We keep our eyes open on good and bad design – equally important for us. Equally important are theory (mostly from cognitive science) and practice (mostly form communication and process design).     Mangrovia è dal dicembre 2013 la bacheca appunti di Roberto Casati e Goffredo Puccetti sul design. Il design ci interessa per la sua complessità intellettuale. Cerchiamo intorno a noi esempi di buono e cattivo design e ne parliamo prendendo spunto dalla teoria (soprattutto dalle scienze cognitive) e dalla pratica (soprattutto dalla comunicazione e dai processi di progettazione).     What can we expect from architecture? That it overwhelms emotionally? Countless visitors of the Taj Mahal in Agra, India, know what it is to be subjugated by the majestic beauty, elegance, and evocative power of a building. The Taj Mahal was built from 1630 to 1653 as a memorial for one single person, Arjuman Banu Begum, the wife of the Moghul Shah Jehan. It...