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Roma

(215 risultati)

Libreria Griot / Afro-letture per l'estate!

Uno, due tre… dieci! È stato difficile scegliere, ma anche quest'anno le libraie di GRIOT, libreria romana dedicata all'Africa e al Medio Oriente, hanno una lista di imperdibili afro-letture per l'estate! Un viaggio nello spazio e nel tempo, da nord a sud del continente, dal passato coloniale al presente, accompagnati dalle parole di scrittori e scrittrici che rendono sempre più complesso e variegato il panorama letterario africano. Buona lettura!   Hisham Matar Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (Einaudi, 2017)     Abbiamo amato questo libro da tempi "non sospetti", prima che si aggiudicasse meritatamente il premio Pulitzer 2017 nella sezione biografie. Un'etichetta – quella di biografia – che sta decisamente stretta a un'opera che è al tempo stesso romanzo e diario, cronaca giornalistica e thriller, resoconto storico e poema in prosa. Protagonisti un figlio, l'autore, e un padre, Jaballa, uomo d'affari, intellettuale e attivista libico, per decenni implacabile oppositore del regime di Gheddafi e per questo punito con l'unica pena peggiore della morte: la scomparsa. Il libro è il racconto di una ricerca durata decenni e di fatto mai conclusa, che ha...

Jeeg Robot non ha posto fine al degrado / Un Colosseo in marmo a kilometro 0

Chi ha una certa età forse si ricorderà del comico Gino Bramieri nello spot televisivo Moplen: “E mò? E mò e mò, Moplen! […] signora guardi ben che sia fatto di Moplen!”. Siamo negli anni Sessanta in pieno boom economico e il polipropilene isotattico, commercializzato con il nome Moplen, entra nelle nostre case. L’industria sforna i suoi prodotti e gli Italiani sono invitati a consumare, insieme agli oggetti di plastica indeformabile e infrangibile, anche il loro “patrimonio” culturale e artistico.   L’artista Pop romano Tano Festa dichiara nel 1965: “un americano dipinge la Coca-Cola, come valore per me Michelangelo è la stessa cosa nel senso che siamo in un paese dove invece di consumare cibi in scatola consumiamo la Gioconda sui cioccolatini” (dal catalogo della mostra Roma Pop City 60-67). Lo stesso si può dire del Colosseo miniaturizzato riprodotto in plastica per essere venduto come souvenir ai turisti.     A Roma è in corso la mostra Colosseo. Un’icona, allestita presso l’Anfiteatro Flavio fino al 7 gennaio 2018. Nel titolo è implicito il richiamo alla Pop Art romana degli anni Sessanta che assume l’immagine del monumento comefeticcio della cultura italiana...

Il Colosseo come immagine / Monumento continuo

Un gigante in tenuta da miliardario – cravatta a pois, ghette, cilindro – afferra con mani rapaci un Colosseo che minuscoli operai tentano freneticamente di assicurare al suolo. Così il caricaturista Oliver Herford ritrae nel 1912 John Pierpoint Morgan, figura emblematica dell’ascesa economica e politica degli Stati Uniti tra Otto e Novecento e dell’inestinguibile bramosia collezionistica che la accompagnò. Il Colosseo è qui in forma comica il simbolo di qualcosa che neppure la grande ricchezza di Morgan sarebbe riuscita ad acquistare: il valore storico del monumento più imponente della Roma imperiale non è quantificabile né negoziabile. Nella vignetta, l’Anfiteatro Flavio “resiste”, come cercherà di resistere, lungo tutto il corso del“secolo breve”, al fascismo e alla guerra, alle radicali trasformazioni dell’ambiente urbano circostante, alla strumentalizzazione ideologica e alla soffice metamorfosi pubblicitaria, sempre stupefacente, ostinato, ingombrante, salvo ritrovarsi infine ridotto al ruolo irrevocabile di smisurato spartitraffico con cui sopravvive nella distratta epoca contemporanea.   Oliver Herford, John Pierpont Morgan, 1912   Presenza grandiosa e insieme...

La storia di un partigiano e di chi gli sparò / Quando la nonna ha ucciso il nonno

«Non hanno perso quello che avevano trovato allora, e forse non lo perderanno per molto tempo. Sono vivi, attivi, tirano su muri diroccati, si sposano, fanno all’amore, cercano tutti i modi possibili, senza pigrizia e senza lamenti, di guadagnare la vita, di migliorarla e, con una incredibile rapidità, si sono dimenticati della guerra, della paura, del sangue, della servitù, del moralismo, della falsa santità, degli stati e delle leggi, e di tutte le menzogne e le atrocità degli anni passati».   Così Carlo Levi, ne L’orologio (1950), descrive l’esplosione di vita e attivismo febbrile seguito alla fine della guerra, che la liberazione aveva inoculato nel tessuto sociale della ricostruzione, nel tentativo di cancellare o esorcizzare le ferite inferte alle vite di uomini e donne. Di questo essere “ferocemente vivi” e del suo legame con la Resistenza scrive Rosa Mordenti nel suo Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise, riportando alla luce le tracce di una storia di partigiani romani comunisti: una vicenda dai tratti generazionali in cui la lotta di Liberazione innesca progetti di emancipazione esistenziale e rottura degli...

Conversazione con Enzo Cucchi / Il primato del segno

La meraviglia provocata da un segno. Così potremmo definire il lavoro dell’artista Enzo Cucchi che nel segno trova la propria ragion d’essere nonché la fonte prima di emozione. Si tratta di un segno che sovente prende la forma di teschio o di fuoco fatuo; talvolta di animale o di creatura umana ingigantita, rimpiccolita, stilizzata, oppure ridotta a specifiche parti anatomiche; altresì di zona d’ombra o di paesaggio collinare privato delle tradizionali coordinate spazio-temporali e pertanto disorientante, onirico. Tuttavia, pur sembrando alludere alla dimensione onirica, il segno di Cucchi non reifica né un sogno junghiano teso a rivelare le leggende collettive dell’umanità, né un sogno freudiano volto a visualizzare l’inconscio individuale di chi lo ha delineato sul foglio o sulla tela. Il segno non è un racconto, né un’illustrazione, né una descrizione: non è sogno, ma tautologicamente solo e soltanto segno. “L’importante è segnare”; “nei segni deve depositarsi qualcosa che ha a che fare con la storia, la responsabilità, l’etica”, afferma l’artista: quel qualcosa è una disciplina (la disciplina dell’arte) che, attraverso le regole dell’armonia, della proporzione e della...

Una mostra e un libro per il centenario della nascita / Steno: futilità e segreti

Ho raggiunto S. a Roma per visitare insieme a lei la mostra Steno, l'arte di far ridere, aperta al pubblico (ancora per poco) presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Vi si accede tramite un'entrata laterale, non lontano dal bar della Galleria. All'ingresso, si è accolti da un grande cartello giallo: sopra, nera e in corsivo, la firma elegante e al tempo stesso essenziale di Steno.     A pensarci bene, la collocazione quasi defilata della mostra sembra rispecchiare la posizione di Steno nel cinema italiano: “laterale” appunto, sempre un po' in disparte. Eppure Stefano Vanzina (il nom de plume era un omaggio all'autrice di feuilletons Flavia Steno) era tutt'altro che un uomo di seconda fila. Nato ad Arona un secolo fa, il 19 gennaio 1917, da una unione a dir poco romanzesca – lui, Alberto Vanzina, piemontese, giornalista del Corriere; lei, Giulia Boggio, romana, di famiglia aristocratica – Stefano perde il padre in tenera età. Dopo che la madre, rimasta vedova, ha dilapidato nel gioco d'azzardo buona parte del patrimonio famigliare, si trasferisce con lei nella Capitale, dove viene allevato da una zia. Liceale modello, Stefano s'iscrive a giurisprudenza, coltivando...

Costruttori di cattedrali / Oltre il museo e la funzione autore

Il museo dopo il museo. Il museo è il figlio prediletto della modernità. Più esattamente di quella particolare concezione del tempo che si è andata strutturando come secolarizzazione dell’escatologia ebraico-cristiana dandosi come proiezione «futurologica» nella doppia versione progressista e rivoluzionaria. «Domani accadrà», ripete la canzone moderna, e a quel domani ci arriveremo, progressivamente appunto, poco a poco, o con un salto rivoluzionario che scardina il continuum della storia, ma comunque ci arriveremo. Nel frattempo, mentre la colonizzazione del futuro si organizza, il presente può attendere, lo si può sacrificare in virtù di un domani migliore, e il passato invece occorre conservarlo. Certo per salvarlo dalla tempesta della storia che tutto travolge e dimentica, ma conservando il passato si finisce anche per neutralizzarlo. È così che nasce il museo – da questa particolare concezione del tempo al di fuori della quale non si sarebbe dato come istituzione culturale – e con questa particolare missione sociale: conservare il passato, tesaurizzarlo, e controllarne la memoria. Farne «monumento» da ammirare e contemplare. Ed è così che il passato diventa un’ossessione...

Progetto Jazzi / Piero Gilardi: la natura come paradosso

Un nuovo contributo a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   Si è aperta il 13 aprile al MAXXI la mostra Nature Forever, curata da Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini, e dedicata a Piero Gilardi. Profondamente influenzata dal pensiero critico di Michel Foucault, Gilles Deleuze e Felix Guattari, e tra gli esempi italiani più interessanti di impegno attraverso l’arte in questioni quali, l’ambiente, l’ecologia, il nucleare, la speculazione edilizia, la ricerca di Gilardi è stata tra le prime a interessarsi del rapporto tra uomo e natura, a utilizzare materiali industriali e tecnologici, per proporre una reinvenzione di luoghi, relazioni e paesaggi, convertendo l’evento artistico in un rito collettivo dalla caratterizzazione sociale e politica. Con questa mostra – ricca di opere e documenti – e il suo catalogo (Nature Forever. Piero Gilardi, a cura di Anne Palopoli, Quodlibet) il MAXXI rende omaggio a una delle ricerche più coerenti e impegnate dell’arte italiana, indirizzata a ribadire le energie creative e critiche del...

Bisogna bruciare Siti?

«“Mettermelo in culo”, disse, con tranquilla innocenza, Ernesto»: così risponde un ragazzino sedicenne, nella Trieste del 1880, a un uomo adulto che gli ha fatto capire le sue intenzioni erotiche e gli ha dichiarato, in dialetto, e usando un rispettosissimo pronome di terza persona, «non sa cosa mi piacerebbe tanto farle?». La forza eversiva, scandalosa, della battuta, circondata da un’aura che si percepisce ancora oggi, composta dalla magica rarefazione del dialogo, della situazione imbarazzante, della differenza di classe (Ernesto è colto, di famiglia medio borghese, il bracciante è povero, usa quasi sempre la lingua del popolo), non sta certo nel termine usato e nell’atto che presuppone. Nell’Italia del 1975, quando esce il romanzetto di iniziazione scritto da Umberto Saba durante un soggiorno in clinica più di vent’anni prima, e mai pubblicato, il termine e il verbo hanno di sicuro perso forza e peso. E qualcuno potrebbe sempre rifarsi allo stesso atto che Lawrence mette in scena tra la consueta e ormai desueta Connie Chatterley e il guardiacaccia, oppure contare quanta frequenza ha lo stesso atto in una pagina di Sade, dove, come insegna Barthes, il coito anale ha uno...

La scomparsa di un grande critico / Alberto Boatto: 1929-2017

Nell’autunno del 1964 Alberto Boatto giungeva a New York per incontrare gli artisti che in quegli anni stavano radicalmente trasformando pratiche e significati della creazione artistica. Le visite negli studi di Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, la visione ravvicinata delle opere di Andy Warhol, George Segal, Jim Dine e altri ancora, formeranno le esperienze da cui Boatto trarrà il suo libro più noto, Pop art in U.S.A. (1967; nuova edizione Laterza 2015), un’opera che rimane ancor oggi un modello di lettura tempestiva e originale, sorretta da autentica curiosità intellettuale e da una sottigliezza d’analisi che ha resistito ai giudizi frettolosi o dogmatici emessi da molti critici del tempo nei confronti della pop art, e ha dimostrato nel tempo la sua lungimiranza. Tracciando a caldo un giudizio dotato già di prospettiva storica, muovendosi all’indietro sino all’avanguardia di inizio Novecento e impegnandosi in una riflessione sulla modernità riletta attraverso Benjamin e Baudelaire, Boatto univa infatti all’analisi della costellazione pop e dei maestri del new dada una riflessione sul destino dell’arte nell’epoca del consumo universale e della...

Il nuovo volume della collana Supernovae / Incontri Internazionali d’Arte. Una storia da raccontare

Si presenta oggi  al MAXXI di Roma alle 18:30 (Sala Graziella Lonardi Buontempo) il libro di Luigia Lonardelli Dalla sperimentazione alla crisi. Gli Incontri Internazionali d’Arte a Roma, 1970-1981, nuovo titolo della collana Supernovae edita da doppiozero. Introdotti da Margherita Guccione, direttore del MAXXI Architettura, intervengono l’autrice assieme a Stefano Chiodi e a Maria Grazia Messina.   Ugo Mulas, Vitalità del negativo nell'arte italiana, 1970   Sin dalla sua fondazione, a Roma nel 1970, e per più di tre decenni, l’associazione Incontri Internazionali d’Arte ha rappresentato al tempo stesso un’eccezione e un modello più volte imitato nel campo della produzione e dell’esposizione dell’arte contemporanea. Un’eccezione rispetto a un panorama che nei primi anni Settanta appariva ricchissimo di fermenti e novità sul piano creativo quanto carente su quello delle istituzioni; musei pubblici e spazi di esposizione tradizionali rimanevano sostanzialmente estranei alla produzione artistica più recente, sia pure con qualche felice eccezione, specie dopo la rottura al tempo stesso culturale e generazionale verificatasi intorno al 1968. Un modello, d’altro canto...

Una mostra d'arte contemporanea a Roma / Esercitare il classico: «Par tibi, Roma, nihil»

Si è inaugurata nei giorni scorsi a Roma la mostra Par tibi, Roma, nihil, allestita in un settore dell’area archeologica del Palatino (la Domus Severiana, lo Stadio Palatino e la Domus Augustana) riaperto al pubblico per l’occasione. Video e installazioni di artisti contemporanei provenienti dalla collezione della Nomas Foundation – tra cui quelle realizzate appositamente per l’occasione da Kader Attia, Daniel Buren e Sislej Xhafa – vi sono messe a confronto diretto con alcune delle rovine più illustri della città antica, in prossimità fisica con la scala monumentale delle architetture romane e in relazione problematica la loro contraddittoria sopravvivenza. Se il titolo scelto dalla curatrice Raffaella Frascarelli – “nulla è pari a te, o Roma”, citazione da un componimento latino di Hildebert de Lavardin, il vescovo di Tours che visitò l’Urbe nell’XI secolo – riecheggia la fascinazione che le rovine hanno esercitato su generazioni di visitatori, gli artisti sembrano oggi in realtà assai poco impressionati, o nel caso intimoriti, dal confronto con la grandezza e la decadenza del mondo antico, visto casomai attraverso i filtri della sensibilità politica del nostro tempo, dell’...

L’arte a vapore sui muraglioni del Tevere / L’Italia di Kentridge

Una processione. Niente di più italiano. Italiani, un popolo di credenti, nonostante tutto, un popolo di romantici e nostalgici. E per fortuna. Qualcosa ancora c'è rimasto. La nostra memoria, storica e attuale, la nostra cultura, ciò che vivifica ancora oggi il senso comune.   A ricordarcelo è William Kentridge, un artista sudafricano ormai noto in tutto il mondo che l'Italia la ama e che risiede ora nella capitale per seguire i lavori del suo Triumphs and Laments: un progetto per Roma, un'opera urbana di cui si parla da tempo, voluta e ideata da più di tre anni grazie all'invito rivoltogli dall'Associazione Tevereterno. Maestro della tecnica e delle tecniche, sperimentatore indisciplinato che passa dal disegno all'animazione, dalla scultura al teatro, questa volta Kentridge è invitato da un'altra artista, Kristin Jones, direttore artistico dell'associazione e del progetto, ad adottare una nuova tecnica, già nota ai graffitisti più "bio", l'arte del vapore, sì, proprio come la vaporella che si usa sui vetri di casa... solo su grandi, grandissime dimensioni, per mezzo di stencil alti fino a 12 metri.   Con questa tecnica una squadra di volontari, che ha prima ripulito...

Il commento al Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda / Gadda. Sfogliare il carciofo

Gran parte della critica gaddiana ha dovuto affilare le sue armi all’estero, soprattutto in Svizzera. A lungo svolse il suo magistero all’università di Friburgo Gianfranco Contini, a cui si deve nel 1934 il primo saggio sul pastiche linguistico in Gadda. Dante Isella, curatore delle Opere nell’edizione Garzanti, per lunghi anni fu docente a Zurigo; la preziosa edizione commentata della Cognizione del dolore (Einaudi, 1987; una nuova se ne annuncia per Adelphi) è opera di Emilio Manzotti, che insegna a Ginevra. In Scozia, Federica Pedriali ha dato vita all’Edinburgh Journal of Gadda Studies, un sito ricchissimo che include la Pocket Gadda Encyclopedia, dove decine di voci ricostruiscono per frammenti il multiverso del Gaddus. A dirigere a Basilea il dipartimento di Italianistica è Maria Antonietta Terzoli, che ci consegna ora il mirabile commento a Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana, due volumi di 1200 pagine, per l’editore Carocci. Apparso una prima volta a puntate sulla rivista “Letteratura” nel 1946 e composto in contemporanea al pamphlet anti-mussoliniano Eros e Priapo, il Pasticciaccio è edito in volume nel ’57, con notevoli varianti e dopo un faticoso lavoro di...

Il sentimento del per sempre nel Teatro delle Ariette / Tutto quello che so del grano

In questi tempi di pornografia psico-filosofica, di stanca fame di realtà e di fuffe linguistiche, il Teatro delle Ariette sembra una zona franca in cui deporre incartamenti e livore.Inchiodati sul confine tra la resa e la voglia di trovare uno slancio, indecisi su cosa fare delle nostre vite e della nostra fiducia, su cosa pensare e sentire – se sia meglio vivere liberi o in coppia, se la carne faccia male o no, se convenga crescere i figli in campagna o in città, se sia bene leggergli solo favole gender friendly, se il biologico sia poco meno di una truffa, se l'arte e la storia siano morte col romanticismo o meno, se abbia ragione Heidegger o Bloch, se sia meglio il manicheismo o il relativismo, se il teatro sia parola, gesto, o tutte e due, o nessuna delle due... – guardiamo Stefano, Paola e Maurizio che in scena impastano, cuociono, tagliano, servono, mentre raccontano la loro biografia di uomini donne e artisti, dandoci la sensazione che sappiano esattamente cosa stanno facendo con le mani, e che qualsiasi cosa uscirà dal forno o dai pentoloni sarà sicuramente, incontrovertibilmente, straordinariamente squisito e sano. E noi li guardiamo, appunto, come profeti di una vita e...

Sul deserto delle nostre strade (Pigneto)

La notte che ha preceduto il giorno del mio giro al Pigneto mi è venuto qualche pensiero, perché il giro al Pigneto avevo deciso di non volerlo fare, perché del Pigneto non si può più scrivere né se ne può parlare, il Pigneto è come uno che gli è venuto un esaurimento nervoso e non sai mai come ti si presenterà all’appuntamento. È un problema che a me pare complicatissimo ma che tuttavia mi tocca affrontare se ho questa pretesa di mappare i quartieri di Roma.    Io ci vado spesso al Pigneto, ci vado la sera, come più o meno tutti, ne ho perciò una visione non già astratta, bensì pragmatica, ma comunque vagamente allucinata. È di questa morfina che devo sgombrare la mente. Perciò ho chiesto a N. di accompagnarmi, le ho detto: “Scegli un giorno un po’ meno sfavorevole”, e lei ha scelto un venerdì, le ho chiesto di supplire alle manchevolezze della cronaca e del costume e di mostrarmi il quartiere nella sua versione metafisica, ossia al mattino, e lei mi ha scritto: “Io purtroppo devo consegnare un pezzo entro la giornata, quindi non ho moltissimo tempo. Però sarebbe bello se venissi presto, appena lasciato tuo figlio a scuola. Insomma, alle nove”.  N. abita al...

V&C

Le vittime e i carnefici si somigliano, hanno gli stessi capelli, gli stessi miti borghesi. Così la pensava Pasolini, ed è la prima cosa a cui vien da pensare oggi, leggendo di questo nuovo episodio dell’orrore, l’omicidio di Luca Varani, talmente insensato e spiazzante da rimandare a un film, una serie tivù, un videogioco. E c’è difatti nelle sale il Jeeg Robot con Santamaria, rapinatore prima e poi pronto a “salvarli tutti” per la promessa fatta alla sua bella in punto di morte: intanto quanti ne ha massacrati, scazzottati, lasciati secchi dopo combattimenti all’ultimo schizzo di sangue. Sembra un film anche questo delitto, ennesimo dopo quelli che ogni mercoledì ripropone accanitamente Chi l’ha visto: il giovane Marco Vannini a cui spara proditoriamente e senza una ragione il suocero in una sera qualunque, i due fidanzati di Pordenone giustiziati dopo la palestra dagli amici fanatici, la professoressa di francese strangolata dall’ex studente: ti carichi di forza e poi colpisci e l’invulnerabilità è arbitraria, a volte dai un colpetto e stendi, altre volte devi colpire pi...

Museo del fascismo a Predappio: perché sì, perché no o perché forse?

La notizia di un “Museo del fascismo” in programma, lanciata da «La stampa» ha aperto un dibattito tra storici e addetti ai lavori di diversa formazione e generazione. Il fatto che Predappio sia da sempre luogo di devozione per i nostalgici del fascismo ha indotto il sindaco Giorgio Frassineti a proporre un progetto museale sul fascismo caratterizzato da rigore scientifico e documentario e da capacità comunicativa e didattica. Si tratta di un progetto educativo per fare i conti con quel passato a partire dalla maturità della dimensione valoriale della Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza. Fin qui è tutto semplice e condivisibile. Ma trasformare un luogo di memoria nostalgica in luogo di riflessione, in un paese attraversato da un mai sopito dibattito sull'antifascismo e sul postfascismo (di più, sull'anti-antifascismo e sul post-antifascismo) è una impresa che suscita, legittimamente, anche dubbi. In particolar modo sul come. La questione “sì o no al Museo del fascismo” pare mal posta e semplificatoria, inadatta alla complessità del tema. Diversi sono gli interventi di...

Una raccolta di scritti sull'arte di Tommaso Pincio / Le carte del caso T.P., ovvero come si diventa se stessi

Come è ormai d’obbligo in questi casi, devo qui premettere un disclaimer: dei fatti, delle persone, dei luoghi di cui si tratta in Scrissi d’arte di Tommaso Pincio, mio peraltro coetaneo, sono stato testimone e in alcuni casi anche complice. Mai imparziale comunque. Ma se questo potrà rendere al mio punto di vista la sua implicita dose di partigianeria, resta che da questo libro riemergo con una netta sensazione di sorpresa. Ero pronto a una lettura piuttosto conciliante – un’autoantologia di scritti dispersi, dedicati a un ambito, l’arte visiva, tutto sommato tangente al dominio letterario in cui Pincio è oggi saldamente acquartierato (si veda, uscito nel 2015, il più recente suo romanzo, Panorama) – e invece eccomi a riferire di quella che Andrea Cortellessa chiama nel risvolto “un’autobiografia per interposta quadreria”, una narrazione dove l’arte degli altri, scrive Pincio, diventa un’occasione per raccontare se stessi, e, aggiungerei, un tentativo di comprendere il carattere della propria generazione e più in generale quello di una Roma (e di un’Italia) colta a un tornante decisivo della sua vicenda recente.   Alighiero Boetti, Autoritratto (1993)   Ovvero, e solo...

La targa del “Pasticciaccio”

A Milano una ne ricorda la nascita, «nei pressi della casa del Manzoni»; a Firenze un'altra ne ricorda il decennale soggiorno, fra «anni bui» e «scelte amicizie»; ma a quanto mi dicono, nessuna targa è stata posta sull'ultimo domicilio di Gadda in via Blumenstihl 19, nella zona di Monte Mario a Roma: «luogo ameno e salubre», scriveva l'Ingegnere, «presso il manicomio di Nostra Signora della Pietà, che confido abbia pietà anche di me».   Esclusa la tomba al cimitero degli inglesi, per trovare una testimonianza di Gadda nella Capitale non rimane quindi che visitare il luogo dove volle ambientare il suo romanzo più celebre.   Poche settimane fa, durante una visita-lampo a Roma in compagnia di alcuni amici, decidiamo insieme di recarci al “Palazzo degli Ori”. Puntiamo sicuri verso il 219 di via Merulana: ci troviamo davanti un videonoleggio e una copisteria, ma nessuna traccia di lapidi o targhe. Percorriamo la strada in su e giù; qualcuno di noi rispolvera persino sepolte competenze storico-filologiche, ricordando che nella prima versione del...

Miglior film 88ª edizione: Spotlight

La gestazione è durata all'incirca 14 anni. È il tempo che separa l'inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili di Boston dall'uscita di Spotlight, film di Tom McCarthy che quell'inchiesta racconta, la cui pubblicazione, avvenuta il 6 gennaio del 2002, innescò una reazione a catena i cui effetti si riverberarono nel resto del mondo fino a lambire piazza San Pietro: centinaia di vittime, infatti, trovarono il coraggio di denunciare gli abusi subiti da sacerdoti cattolici. Il Boston Globe diede loro voce pubblicando, nel corso del 2002, altri 600 articoli sull'argomento. A galla affiorò un sistema fatto di violenza, omertà e corruzione al cui vertice risiedeva il cardinale Bernard Law, uno degli uomini più potenti della Chiesa statunitense. 249 fra preti e frati dell'Arcidiocesi di Boston furono accusati di pedofilia. Mille furono le vittime stimate a Boston, una città grande come Palermo. Law cercò in un primo tempo di arginare la crisi pagando 30 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. Ma la maggioranza dei cattolici, secondo un sondaggio promosso dal Boston Globe, criticò il...

“Com’era nuovo nel sole Monteverde Vecchio”

Ho chiesto a T. di fare una passeggiata con me a Monteverde. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Torino sette mesi fa. Siamo andati a cena in un ristorante vicino alla stazione di Porta Nuova. Il cameriere ci portava le cose e ci diceva: “Grazie”. Noi provavamo a dire “grazie” prima di lui, ma il suo “grazie” era prevaricatore, era un “grazie” che non lasciava scampo. T. è uno scrittore. “Ci torniamo anche quest’anno”. Intende dire nel ristorante vicino a Porta Nuova. Intende dire durante i giorni del Salone del Libro. Lo dice mentre mi indica la strada. Sono passato a prenderlo in macchina a casa sua perché fa freddo e lui abitualmente si muove in motorino. È domenica mattina, e c’è il mercato di Porta Portese, ma T. conosce le scappatoie per raggiungere Monteverde senza restare intrappolati nelle deviazioni del traffico. “Cominciamo da via di Donna Olimpia?” dice, dove i ragazzi di vita di Pasolini passavano i pomeriggi “a giocare al pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che...

Il Vangelo di Pippo Delbono

All’inizio, sul palco del Teatro Argentina di Roma ci sono soltanto undici poltroncine foderate di rosso disposte sulla linea del proscenio (due ai lati, le altre nove al centro) e un grande pannello bianco alle loro spalle. Vuote e promettenti, aspettano i corpi che le devono occupare. In avanscoperta entra un uomo elegante, allure da maturo tanguero, che le sistema e le accarezza come un cerimoniere: è Pepe Robledo, uno degli attori storici della Compagnia di Pippo Delbono. Poi gli invitati arrivano, uomini in abiti da sera, donne con mise smaglianti e vistose, pettinature curate e parure di gioielli scintillanti, si siedono e osservano la sala incuriositi, sono tutti perfettamente in parte, anche Nelson Lariccia che, lunghi capelli rossi e un lampo di ironica follia nello sguardo, ricorda Peter O’Toole in un vecchio film che si chiamava La classe dirigente. È una perlustrazione muta e imbarazzante, un vuoto felice prima che irrompa la musica che negli spettacoli di Pippo Delbono sutura ogni intervallo, totalizza ogni durata, drammatizza ogni immagine accrescendone la temperatura drammatica o sgretolandola in un’euforica polvere di stelle....

Balduina, Roma. Che cosa sono venuto a cercare?

Due giorni fa mi ha scritto F.: “Ci vediamo a Belsito. C’è un’edicola, si chiama Lo Strillone, è in viale delle Medaglie d’Oro 429. Non ci sarà nessuno, sarà bellissimo”. F. è la mia guida, è cresciuta fra queste strade, ha insistito affinché ci vedessimo di domenica per fare il giro del quartiere: “A Balduina è una perenne domenica pomeriggio”. Belsito è la zona di piazzale delle Medaglie d’Oro che si affaccia sulle pendici del parco della Vittoria, rientra nella categoria dei toponimi confidenziali (Roma ne è piena: “piazza Quadrata”, “l’Esedra”, “la Rotonda”…), ossia è uno di quei nomi propri di luogo che fanno riferimento ad antiche definizioni sopravvissute al progresso, in genere chi ne fa uso tende a rimarcare la propria appartenenza territoriale. Ma F. non è tipo da “appartenenza territoriale”, il sentimento che prova verso il clima sonnacchioso che ammanta il quartiere è netto: “Qui l’atmosfera è da strage nella bifamiliare”.    ...