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Alessandro Leogrande

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Un ricordo e una storia / L'omissis di Alessandro Leogrande

Ci sono la vita e la morte, e non c’è nient’altro. Questa è l’unica verità, ma è una verità inutile, è impossibile aggrapparsi a lei perché non è vera: ci sono l’amore e l’odio, l’amicizia e i fallimenti, la contentezza e la disperazione, scrivere e cadere, sfiorarsi e perdersi o il contrario di tutto questo. Siamo niente più che una parola in un aforisma di Gesualdo Bufalino: “Biografia: nacque, omissis, morì”; ecco, per raccontare l’omissis di Alessandro Leogrande non basteranno mille scrittori e cento vite. Dal giorno dopo la sua morte parenti, colleghi, amici hanno cominciato a parlare di lui, di quel modo preciso, gentile, forte e integro che aveva di stare al mondo. Alessandro Leogrande era un intellettuale, lui l’avrebbe messo tra virgolette, come Sciascia, per schermirsi, ma noi possiamo fare a meno dell’ironia: il suo nome discende da Gaetano Salvemini, Alexander Langer, Carlo Levi. Loro riempivano le giornate di Alessandro, che intanto si dava da fare per buttare giù le frontiere e i naufragi, il caporalato e l’ignoranza, la malafede e le ingiustizie.   Alessandro Leogrande aveva quarant’anni, li aveva compiuti a maggio al Salone del libro di Torino dove era...

Oggi a Fahrenheit lo ricordano Marino Sinibaldi e Nicola Lagioia / Alessandro Leogrande, scrittore che amava gli ultimi

Aveva solo quarant’anni, Alessandro Leogrande. È scomparso all’improvviso a Roma. Un comunicato parla di aneurisma. Era un intellettuale finissimo, di quelli che guardano la realtà, specie quella sociale, e sono capaci di raccontarci come funziona, cosa nasconde e cosa rivela. Trovavo in lui una somiglianza fisica con Piero Gobetti, e una statura intellettuale che mi richiamava il grande intellettuale torinese: interessi vasti, prima di tutto politici, sociali, sociologici, una capacità unica di analizzare, scrivere, rintracciare tendenze sotto i fatti. Come Gobetti era innamorato del teatro, che recensiva, occasionalmente, sempre attento a cogliere i risvolti politici e sociali degli spettacoli. Di recente questa passione lo aveva portato a scrivere testi per la scena, in un attivismo che era dialogo, dal vivo, con i fenomeni, con le persone, con i movimenti.   Era nato a Taranto quaranta anni fa. Si era formato nell’ambiente cattolico, come scrive in un pacato e commovente ricordo il padre; era stato scout da giovanissimo, poi impegnato nella Caritas della città dei due mari, poi in Albania. Scrive ancora Stefano Leogrande: “come giornalista e scrittore si è impegnato in...

Scrittori in fabbrica

La dismissione è un crollo, l’assenza è tempo libero, i cicli di produzione diventano esperienza autobiografica slegata da ogni vincolo di classe all’interno del generale appiattimento determinato dal precariato. La classe operaia non esiste più, si sa; ma gli operai resistono tra una chiusura e l’altra e raccontare le loro storie spesso significa attraversare un deserto di senso dentro cui non ha più alcun valore la razionalità alienante dell’organizzazione, del lavoro e di quella che una volta era la dura vita di fabbrica.   Oggi di duro è rimasta la vita tout court al cui centro non domina la dignità del lavoro e della lotta sindacale, ma la malattia: ultimo e unico residuo di una cultura ormai tutta rinchiusa nel Novecento (almeno in occidente) che prometteva emancipazione e benessere. Promesse in parte certamente mantenute, ma al prezzo in primis della vita stessa di chi oggi si ritrova reduce di una sterminata folla di compagni (così ci si chiama in fabbrica, al di là dei credi e delle tessere: i colleghi sono quelli con i colletti bianchi) uccisi sul lavoro e dal lavoro e al...

Marsiglia 2013: la danza utopica di Virgilio Sieni

Davanti a tutti c’è Aulo, artigiano alabastraio di Volterra, 82 anni, con cappellino di carta, sgorbi, ceselli, lime. Virgilio Sieni con lui ha portato a danzare a Marsiglia sogni santarcangiolesi e arlecchini picassiani, signori baresi e ragazzine di undici anni, contadini di Pezze di Greco (Puglia) con i loro pomodori e orecchiette, madri e figlie di vari paesi e colori, non vedenti italiani e catalani, donne nate e cresciute sotto le esalazioni micidiali dell’Ilva di Taranto, anziane signore di San Gimignano, di Firenze, di Marsiglia e Catalogna, un boxeur maghrebino di Marsiglia, giovani neri dai corpi di dei residenti in Toscana, il coro di Carpi.     Un popolo, composito, fatto di più di centocinquanta persone, che danzano o semplicemente mettono in scena i loro gesti antichi o contemporanei. È la conclusione del progetto itinerante Art du geste dans le Méditerranée, che ha visto il coreografo fiorentino muoversi per alcuni anni a scolpire danza dai movimenti quotidiani tra Italia, Francia e Spagna, in un lavoro sulla memoria e sul futuro di spessore unico.   Per Marsiglia 2013 capitale europea...