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Caravaggio

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La morte del pittore / Tra le nature vive di Wolfango

La notte tra il 15 e il 16 gennaio, nella sua casa bolognese di via Santo Stefano, è morto il pittore Wolfango Peretti Poggi. Aveva novant’anni, e la prima mostra l’aveva allestita a sessanta. Non volendo staccare le tele e arrotolarle, per portare i suoi enormi quadri nella chiesa sconsacrata di Santa Lucia fu costretto a tagliare i muri di casa. Lo storico dell’arte Eugenio Riccòmini, che propiziò l’evento, da quando ha scoperto quelle opere non ha mai smesso di considerarlo «il più abile pittore d’Europa». Omaggi altrettanto impegnativi gli hanno tributato Federico Zeri, Vittorio Sgarbi, Guido Armellini, e prima ancora Momi Arcangeli, che purtroppo non fece in tempo a scriverne. Negli ultimi anni, poi, i lettori del Foglio vedono apparire ogni tanto qualche minuscola riproduzione di un Wolfango nel box della “Piccola posta”, la rubrica di Adriano Sofri, che stava per girare una trasmissione televisiva su di lui quando scoppiò il caso Marino-Calabresi. Eppure il nome di questo pittore è quasi sconosciuto, persino tra gli intenditori d’arte; e la sua fama resta “municipale”, per usare l’aggettivo che l’Espresso affibbiò a Roberto Roversi appena decise di ritirarsi dal mercato...

Ma a che gioco sta giocando il narcisista? / Narcisismo

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Narciso.   Sarà forse la dismisura, ancora una volta, il carattere peculiare del narcisismo? Quella proiezione eccessiva con la quale ci attribuiamo più di quello che siamo, diventando superfici autospecchianti per evitare di andare in profondità? Per poi andare in frantumi non appena, specchio o stagno che sia, l’impianto mostra di non tenere? Camminiamo e ci muoviamo negli spazi spesso in stato di autocontemplazione. Indifferenti e insensibili attraversiamo sovente gli altri con i nostri sguardi autocentrati, come se loro non esistessero. Costruiamo campane di vetro insonorizzato intorno a noi, investendo per curare con ossessione la nostra immagine e farcela bastare. Lo stagno che ci riflette diventa il mondo intero e in esso ci esauriamo illudendoci di esaudirci. In quell’acqua stagnante affoghiamo ritenendo di essere il massimo immaginabile. Replichiamo così William Blake: “Chi non cambia mai idea è come l’acqua stagnante, alleva rettili nella testa”.       Il mito di Narciso ci dice che si tratta di qualcosa che viene da lontano: ergersi su se stessi e considerarsi, ha prodotto in noi “homo sapiens” qualcosa di...

Il commento al Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda / Gadda. Sfogliare il carciofo

Gran parte della critica gaddiana ha dovuto affilare le sue armi all’estero, soprattutto in Svizzera. A lungo svolse il suo magistero all’università di Friburgo Gianfranco Contini, a cui si deve nel 1934 il primo saggio sul pastiche linguistico in Gadda. Dante Isella, curatore delle Opere nell’edizione Garzanti, per lunghi anni fu docente a Zurigo; la preziosa edizione commentata della Cognizione del dolore (Einaudi, 1987; una nuova se ne annuncia per Adelphi) è opera di Emilio Manzotti, che insegna a Ginevra. In Scozia, Federica Pedriali ha dato vita all’Edinburgh Journal of Gadda Studies, un sito ricchissimo che include la Pocket Gadda Encyclopedia, dove decine di voci ricostruiscono per frammenti il multiverso del Gaddus. A dirigere a Basilea il dipartimento di Italianistica è Maria Antonietta Terzoli, che ci consegna ora il mirabile commento a Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana, due volumi di 1200 pagine, per l’editore Carocci. Apparso una prima volta a puntate sulla rivista “Letteratura” nel 1946 e composto in contemporanea al pamphlet anti-mussoliniano Eros e Priapo, il Pasticciaccio è edito in volume nel ’57, con notevoli varianti e dopo un faticoso lavoro di...

Camille Paglia: imparare a guardare

“George Grosz rifiutava con fermezza l’astrazione. ‘La grande arte deve essere comprensibile da chiunque’, diceva”.     Può non essere il libro di una storica dell’arte, ma è certamente un libro sulla storia dell’arte. Provvisto di una filosofia dell’arte, un’istanza patriottica e una teoria critica saldamente radicata in una prospettiva democratica.   In Seducenti immagini Camille Paglia si pone un problema educativo. Ciò che conta, afferma, è “imparare di nuovo a guardare”. La sua preoccupazione si volge soprattutto ai piccoli e agli adolescenti. Come potranno sopravvivere al caos visivo? E interessarsi al mondo là fuori, “con i suoi doveri e i suoi dilemmi morali”? Legioni di immagini sollecitano quotidianamente la nostra attenzione ammiccando dagli schermi di cellulari e monitor, dalla TV, dai cartelloni pubblicitari. Può sorprendere che una agit-prop si distolga dalla militanza di gender per interessarsi a problemi pedagogici o storiografici. Ma è così: dall’intero libro traspare un allarme. “La cultura...

Arte e religione: una storia finita?

"Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sottoterra" (Es 20, 2-4). Dio si rivolge con queste parole al gruppo di discendenti di Abramo, fuggiaschi riluttanti guidati da Mosè – anche lui inizialmente ben poco entusiasta dell'incarico –, che ha convocato ai piedi del monte Oreb/Sinai affinché ascoltino la sua proposta di alleanza. A queste parole si fa risalire anche la proibizione di rappresentare Dio con immagini di qualunque genere. Rispettata rigorosamente ancora oggi sia dall'Ebraismo che dall'Islam, essa non ha impedito, invece, al Cristianesimo di colmare le chiese di dipinti e, più tardi, di sculture, raffiguranti personaggi biblici, scene evangeliche e Dio stesso, cosicché si può dire che l'arte occidentale è stata per molti secoli soprattutto arte sacra. Come si è arrivati da questa divina proibizione...

Da Caravaggio a Masterchef

Cosa ci sia dietro l'interesse generale e diffuso per il cibo che sembra aver pervaso tutte le società occidentali è domanda che meriterebbe attenzione ancor prima che possibili risposte. Serge Latouche – l'economista e filosofo sostenitore della decrescita economica e tra i massimi fustigatori del presente modello di sviluppo e dello stesso concetto di sviluppo – ci direbbe probabilmente del peso che la pubblicità riveste nella nostra società e della sua capacità nel generare bisogni e conseguentemente consumi. Sì, consumi, perché l'interesse verso il cibo prima ancora che il cibo, sembra diventato un consumo fine a se stesso.   Certamente negli ultimi anni l'alimentazione è diventata qualcosa di più di quello che è sempre stato e qualcosa di profondamente diverso dai bisogni esistenziali: biologici, dietetici, affettivi, rituali, religiosi, oppure quelli semplicemente legati alla sopravvivenza, orizzonte esistenziale peraltro ancora unico per la maggior parte della popolazione mondiale.   Così, se di pubblicità si può parlare, verrebbe da pensare...

Arthur Danto in memoriam

Poco dopo aver ricevuto la notizia della dipartita di Arthur Danto e l’invito a scriverne qui, scusatomi di essere in viaggio e di non poter far fronte alla richiesta, entro in visita al Convento dei Cappuccini di Via Veneto, a Roma. È la prima volta e, confesso, non so che cosa mi aspetti, per cui, immerso in pensieri di “morte dell’arte”, di determinati percorsi e teorie dell’arte, tesi fondamentale di Danto, mi trovo in quel luogo di fronte a due aspetti opposti, per me entrambi scioccanti, di riflessione sulla morte.   Il primo incontro, in ordine di percorso nella visita, è il San Francesco in meditazione del Caravaggio. Lo shock consiste in questo: lo vedo solo io, è una mia proiezione, o i buchi e le pieghe sulla manica del santo disegnano un volto, un po’ deformato e grottesco ma senza essere anamorfico? Non è questo volto a cui il teschio sembra rivolto – stavo per dire: che sta guardando, se mai un teschio può possedere uno sguardo (Lacan, dove sei? E Giacometti...?) – a sua volta fissato da san Francesco in una triangolazione inattesa (e secondo me ribadita dalla particolare...