Categorie

Elenco articoli con tag:

ebraismo

(7 risultati)

P. M. A. Cywiński, Non c’è una fine. / Trasmettere la memoria di Auschwitz

A oltre quindici anni dalla legge istitutiva del Giorno della memoria la nostra conoscenza di cosa diciamo quando diciamo Auschwitz si fa sempre più ampia, anche per il grande numero di ricerche, pubblicazioni e riflessioni sul tema; allo stesso tempo più aumenta la conoscenza della galassia che ruota attorno ad esso – per profondità, vastità, dettagli – più si staglia nitida dallo sfondo la domanda che, in qualche modo, il libro di Piotr Cywiński pone con pacata urgenza. Che significato ha questa memoria, quando ci attraversa, e soprattutto, come la usiamo? Non c’è una fine è stato scritto del direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau (in carica dal 2006), edito nel 2012 in polacco e inglese con il titolo Epitafium / Epitaph, ora in italiano per i tipi di Bollati Boringhieri, con cura, postfazione e traduzione di Carlo Greppi (dall'inglese e riscontri dal polacco). Ed è la meditazione, sempre aperta e a tratti dolente, di un quarantenne, che da dieci anni dirige il museo più difficile del mondo.   Delle tanti antifrasi che Auschwitz porta in sé, con il rovesciamento dei significati della vita e dell'umanità nei suoi opposti, c'è anche questo: un museo che non...

Fuoco nero, fuoco bianco / Derrida e la Qabbalah

Che esista uno stretto rapporto fra alcuni aspetti del pensiero di Jacques Derrida e la tradizione ebraica è un fatto ormai assodato, e su questa problematica esistono vari studi d’assieme. Si tratta di analisi che andrebbero prolungate, ma in quest’occasione ci interessa affrontare un compito più modesto, ossia proporre un minimo esercizio di lettura in rapporto ad alcuni passi del saggio derridiano La dissémination. Ricordiamo che il testo costituisce un’ampia disamina, assai poco tradizionale, di un’opera letteraria a sua volta innovativa, ossia Nombres di Sollers.   In questo romanzo, i numeri non figurano solo nel titolo, ma esercitano anche un ruolo essenziale nella costruzione del libro. Come ha ricordato Guido Neri, «Nombres si presenta come un “dispositivo” nettamente programmato nella sua struttura e nel suo funzionamento. Sono 100 capitoletti, numerati in ordine progressivo dal principio alla fine e inoltre in serie successive di 4 (100 è insieme il quadrato della somma 1 + 2 + 3 + 4 e la somma dei cubi di questi numeri)». Non mancano, nell’opera, figure geometrico-numeriche con funzione esplicativa, così come – sul versante più propriamente linguistico – abbonda...

Romano Màdera. L’opera al rosso / L’eredità junghiana come individuazione

“Questa, dunque è la mia strada; qual è la vostra? Così rispondevo a coloro che mi da me vogliono sapere la strada. Questa strada infatti non esiste!” “Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand'ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco importante. Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra.   F. Nietzsche.     Vietato imitare. Il titolo del primo capitolo del libro nel quale Romano Màdera traccia la sua personalissima maniera di raccogliere l’eredità terapeutico-culturale dell’opera junghiana ci conduce immediatamente al cuore del problema: l'unico modo per restare fedeli all'insegnamento di un maestro che amava dire che grazie a Dio non era junghiano, è rigettare ogni tentazione di assumerlo a modello da imitare. Per raccoglierne davvero l'eredità occorre, scrive Màdera, "abbandonare la via dell'imitazione a favore di quella dell'individuazione". È lo stesso Jung, del resto, a suggerirci di muoverci in questa direzione quando, in Ricordi, sogni e riflessioni, prende le distanze dal...

Memoria e identità ebraica / Bruno Schulz. Nel nome del Padre e del Messia

Con il poetico titolo di Le botteghe color cannella sono raccolti, e noti in tutto il mondo, i ventotto racconti de Le botteghe color cannella (1934) e Il sanatorio all’insegna della clessidra (1937), dello scrittore e pittore polacco Bruno Schulz (1892-1942). Se non fosse stato trucidato, perché ebreo, dai nazisti e il suo romanzo illustrato, Il Messia, non fosse andato misteriosamente perduto, assieme a gran parte delle carte, la sua importanza e la fama sarebbero oggi forse pari a quella di Franz Kafka. La singolarità di Schulz consiste non soltanto nella sua fatasmagorica prosa, che spesso sembra una sorta di poesia continuata in forma di racconti, ma anche nella straordinaria, e rara, simbiosi che operò tra i suoi scritti e i suoi misteriosi e inquietanti disegni. Schulz viveva immerso in una sorta di mondo fantastico, dove la natura era animata di una bizzarra vita propria e le tradizioni religiose dei suoi antenati lo riportavano continuamente indietro nel passato.   Bruno Schulz era nato a Drohobycz, nella Galizia orientale (oggi Ucraina): un cittadino di lingua polacca, e di nazionalità ebraica, dell’Impero austroungarico. Era figlio del mercante di stoffe...

6quellagiusta / Jonathan Safran Foer, essere ebrei nella globalizzazione

6quellagiusta è la password che Isaac Bloch si è scelto per alleggerire il carico delle tensioni provocate dalla rivoluzione digitale.  Se uno trovasse una password altrettanto semplice – e facile da ricordare – per decodificare il sistema-ebraismo sarebbe magnifico, ma nessuno è riuscito né riuscirà a trovarla. Questa è la prima cosa che s’impara leggendo Eccomi (trad. it. I. A. Piccinini, Guanda, 2016, p. 666, € 22), un romanzo-saggio di Jonathan Safran Foer sui modi di essere ebrei nell’epoca della globalizzazione. Nessuna delle possibilità in circolazione (sionismo, ortodossia, riforma, libero pensiero sciolto da dogmi) pare vincente. Non è lecito – ci dice Safran Foer – celebrare il trionfo dell’una o la capitolazione dell’altra. Se Washington piange, Gerusalemme non ride (di Roma e Milano non parliamone, anche se Safran Foer celebra i fasti culinari del Belpaese).       Alla domanda “sei un ebreo religioso?” Jacob non sa rispondere. Non appartiene a una sinagoga, non mostra attenzione alle regole alimentari, non ha mai dato per scontato che avrebbe cresciuto i propri figli con un qualche grado di pratica ebraica, ma al tempo stesso sa benissimo che “una...

Fuoco nero su fuoco bianco / Talmud e miti ebraici

Se dovessi riassumere in una frase la peculiarità della cultura ebraica, sceglierei questo versetto: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (Sal 62, 12). L'ebraismo si è costruito su una parola detta, ascoltata e trasmessa; è una cultura di dialogo e ascolto, di racconto e relazione. Nel versetto di poche parole che ho citato – solo cinque nella lingua originale – sono racchiuse sia l'essenza della fede su cui si è fondata la cultura ebraica, sia il metodo con cui si è sviluppata e tramandata: il Dio vero e unico parla, gli idoli non possono farlo, e dalla sua bocca esce una sola parola che, dice la Bibbia, è sempre «verità e grazia». Ma quella parola alle orecchie dell'uomo arriva molteplice, perché è sua la responsabilità dell'interpretazione. Dio non vuole lavorare da solo. Dalla sua bocca alle orecchie dell'uomo la parola si arricchisce di sfumature. Agli uomini è lasciato spazio per interrogare, comprendere, dialogare. La fede d'Israele è dialogo con Dio; il suo compito, che è allo stesso tempo gioia, onore e responsabilità, è trarne fuori l'infinita ricchezza così che, attraverso le voci umane, Dio possa continuare a dire la sua unica, inesauribile verità.   La...

Un bizzarro funerale

“Zechenah Jolanda Aschenazi Valabrega”, ripeteva il Rabbino. La cantilena ebraica lo vincolava a chiamare più volte per nome e cognome, da nubile e maritata, la zia che veniva sepolta. Ma, prima di invocare, con raccapriccio, il nome proprio, s’interrompeva e alzava il mento per rivolgere la barba rosso-iraconda a me, proprio a me, come se fossi io il colpevole: Yoh-lan-dah suona infatti assai male in ebraico. Lui non era in grado di connettere quella cacofonia alla… Figlia del Corsaro Nero, figuriamoci poi alla principessa degli esotici Savoia, la nostra indimenticabile casa regnante alla quale mio nonno, uomo del Risorgimento, era stato fedele, ma era morto nel 1934, prima che diventasse così famigerata. Il Rabbino comunque, dopo aver qualificato la zia “zechenah”, cioè vecchia – e su questo aveva ragione perché se n’era andata a novantadue anni e la morte in vecchiaia costituisce un merito per il giudaismo, un grande merito, tipo “valoroso caduto per la Patria” – mi si rivolgeva con un ringhio. E io allargavo le braccia sconsolato: “No, il nonno un secondo nome ebraico non lo diede a nessuno dei suoi dieci bambini, non era ancora in uso all’epoca del sogno dell’assimilazione...