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Enzo Mari

(17 risultati)

24 ottobre 1907 / Bruno Munari. Creatività

Nel 1971, in piena temperie contestativa, subito dopo il Sessantotto, Bruno Munari dà alle stampe presso l’editore Laterza un libretto dal titolo indicativo: Artista e designer. Quella e di congiunzione è anche una e di disgiunzione; meglio: potrebbe essere una o di scelta (Artista o designer), se non fosse che Munari non è mai esclusivo, bensì sottilmente inclusivo. Anche quando critica, come fa in questo libretto dedicato al processo creativo, non mette mai fuori gli aculei, non ferisce o punge, bensì ironizza. L’obiettivo polemico del suo libro, che è tutto un inno alla professione di designer, è appunto l’artista: la figura romantica per eccellenza che sembra ritornata in auge dopo le barricate di Parigi nel maggio ’68, ovvero “l’artista romantico (che una volta si ubriacava e oggi si droga) esiste sempre”. A lui oppone “il designer oggettivo” che “ha come meta l’estetica come tecnica pura”. Il problema dell’artista nasce secondo Munari dalla separazione della figura classica dell’artista da quella dell’artigiano che lavorava “su regole pratiche nate dall’esperienza professionale”.   Munari non potrebbe essere più esplicito di così. Nel corso della sua esposizione – il...

Sul design per imparare

Le scuole riaprono le porte alle nuove leve di alunni, alla fine delle ferie d’estate: secondo abitudine si consuma il rito stagionale, angoscioso e lieto, delle generazioni che seguono le generazioni ripetendo gli stessi gesti come fossero i primi, in aule abitate ora come un tempo da schiere di umani cuccioli chini su sudati supporti di scrittura. O di Pinocchi pigri della giovanile indolenza di chi – si scherzava – sta lì piuttosto a scaldare il banco. Che fosse un oggetto pensato, prodotto da qualcuno, quel banco, e frutto di precise scelte (o non scelte) politiche e economiche, ce lo ricorda una piccola mostra comasca sul Design per la scuola, appendice di quella sull’architettura degli edifici scolastici che Triennale Extra propone. E per un caso curioso, che è anche coincidenza da pensare, la piccola mostra si è chiusa al momento giusto – metà settembre – per dar l’idea di continuarsi là fuori, nelle vive frequentazioni dell’Italia delle scuole.   Il design per la scuola, veduta della mostra   Negli spazi contigui di via Natta gli oggetti-progetti destinati alle aule...

CUCULA- Refugees Company for Crafts and Design, Berlin

Dal divano di casa a cui Enzo Mari lamenta di essere inchiodato da ormai un paio di anni, le sue invettive e le sue parole caustiche non smettono di risuonare e di ispirare progetti radicali e visionari. Dopo anni di militanza e di critica programmatica verso un mondo del design che – a dispetto delle lotte politiche degli anni ’60 e ‘70 – si è drammaticamente convertito ai diktat di un mercato onnivoro e ha tristemente ridotto la figura del designer da filosofo-creatore a semplice esecutore delle tendenze e dei trend del momento, nel 1999 Mari stendeva e firmava il Manifesto di Barcellona, in cui dichiarava l’urgenza e la necessità di tornare a quella "tensione utopizzante delle origini del design", dichiarando quanto l’etica dovrebbe essere il fine primo di qualsiasi progetto di design. "Tutti dovrebbero progettare per evitare di essere progettati”, diceva allora e continua a ripetere oggi. Perché “la creazione è un atto di guerra, non un armistizio con la realtà”[1].   È sullo spunto di queste parole di Mari che vorrei qui introdurre l’esperienza e la...

Di una certa cucina dello sfrido

È un’arte domestica e parca quella che cucina e serve in piatti nuovi gli avanzi del giorno prima; che sminuzza e mette insieme i resti ancora buoni dentro impasti saporiti, aggiungendo il poco che basta a rifarne la consistenza, a ricostruirne la forma e la testura, per offrirle come cose grate all’occhio e al palato. Il design del tempo della crisi ne ricalca i passi, o cerca di farlo, ne riprende da vicino i gesti e le attitudini, come se le ragioni intime del progetto rispondessero volentieri al richiamo di quella disposizione parsimoniosa, di una premura contraria allo spreco: e qui, secondo antiche ricette di massaia, va provando nuovi modi di produrre cose con le cose rimaste, di far progetti e prodotti con i residui della produzione.   Fernando e Humberto Campana, poltrona Favela   Non è tanto il recupero delle cose dismesse – di ciò che, prodotto, ha già finito di soddisfare nell’uso e negli sguardi gli appetiti di un’utenza inquieta, o la voracità delle mode. Non è nemmeno la salvazione dei rifiuti, nel lavoro di Sisifo che proponeva didatticamente Enzo Mari con Ecolo (1995):...

Sul riappropriare il progettare, il produrre

Esiste anche una nausea del design, che è il sentimento latente di rifiuto per il patinato disegno delle cose, per l’incanto greve del nostro dir di sì allo sfavillio delle immagini, quando infiniti oggetti si accalcano diversi e sempre più indifferenti sugli scaffali del mercato globale, a sedurci e lasciarci qui non meno abbagliati che confusi. È un sintomo buono, che può accompagnare il risveglio dalla ubriacatura del moderno, dalle certezze obbligatorie delle sue favole di produzione e consumo cui abbiamo troppo a lungo creduto. Perché questo malessere accompagna l’insorgere di qualche dubbio su un progettare inteso come imbellettamento completo del mondo, dove il designer starebbe a guidare la danza e il banchetto mercantile, spargendo aceto balsamico su tutte le pietanze. Economica, ecologica, strutturale la crisi presente ha messo a nudo la fragilità di un sistema solo falsamente immutabile, imponendo l’urgenza di un ripensamento del ruolo e della figura del designer, dentro le implicazioni complesse che stabilisce con l’intorno abitabile cui è chiamato a dar forma – per necessit...

Ugo La Pietra, il disequilibrista

La mostra dedicata dalla Triennale a Ugo La Pietra, mi piace leggerla come celebrazione del carattere ‘contro’, militante, critico e sovversivo radicato nella tradizione del design italiano che ha sempre espresso accanto alla produzione di manufatti una fittissima produzione sperimentale, magari meno conosciuta, ma rivelatrice di un’attività libera, antagonista, testarda, ribelle, impegnata a registrare ogni segnale emesso da territori sfuggiti al controllo della rigida disciplina dettata dalle istituzioni, dalla tecnocrazia.     Insomma l’attività di registrazione di segnali sommersi svolta nel corso degli anni da La Pietra con curiosità e grande generosità (si parla di più di mille progetti/reperti), pone anche la questione di come dare corpo a questo poderoso flusso di rilevamenti: prende forma e si fissa, infatti, in una molteplicità di espressioni mutevoli. Disegni, pitture, fotografie, collage, sculture, ambienti, interni, riviste, filmati, performance, fumetti, ceramiche… appaiono tutti come grandi e piccole mappature che tentano di mettere in luce le possibili relazioni di queste...

L'albero della progettazione

“Progettazione” è il termine ormai quasi desueto che si usava in Italia prima che s’imponesse al suo posto il termine “design”, ma rispetto a quest’ultimo aveva un’accezione inconfondibilmente diversa da come è inteso oggi il design. Nell’Italia dove fino agli anni ’80 del Novecento non esisteva nelle università o in accademia una facoltà di Design, ad occuparsi di design erano quasi tutti architetti, con un ricco bagaglio anche di conoscenze umanistiche. Con la loro capacità di giudizio critico su cultura, economia, politica e società, essi osservavano attentamente l’ambiente vitale dell’uomo e cercavano il suo miglioramento (questo, talvolta, prima ancora dell’arricchimento delle imprese) attraverso collaborazioni con vari professionisti e seguendo tutte le diverse fasi del lavoro in modo integrale. In questo modo progettavano da un cucchiaio fino a una città. Questa era la “progettazione”, e chi se ne occupava era il “progettista”. Quando Achille Castiglioni diceva che “il design (progettazione) non è una disciplina...

Il design italiano oltre la crisi

La settima edizione del Museo del Design Italiano è una bellissima e sofisticata collezione di opere, alcune poeticissime e assolute, che, accanto ad altre di minor peso, hanno il potere di trascinare il racconto portando la storia, nel suo svolgersi, ad aprire molte direzioni, altre storie. Penso che il lavoro di Beppe Finessi (aiutato da Cristina Miglio), del direttore Silvana Annicchiarico e di Italo Lupi sia un capolavoro di cura e sensibilità capace di contagiare nel profondo chi attraversa il bellissimo percorso disegnato da Philippe Nigro e di procurare sensazioni di gioia e bellezza.   Alessandro Mendini, Poltrona di Paglia, 1975   Va detto però che il discorso si concede molte deviazioni e sconfinamenti e che per il desiderio di accontentare un po' tutti, di includere grandi maestri e raffinatissimi ricercatori rimasti nell’ombra, di accennare a tante storie magari non sempre centrando il capolavoro o l’opera contestuale, per lo sfizio di mettere in luce il minore, la cosa a latere, per poi alzare il volume con l’opera del grande maestro... alla fine del viaggio lasciano un po’ la sensazione di una massa...

La Emme delle meraviglie

Anche se nel febbraio 1972 non ero alla Rotonda della Besana per seguire “Milano dagli 8 ai 12”, una manifestazione dove l'arte era spiegata ai bambini da Giuliano Briganti – d'altronde avevo solo 7 anni – crescere in quella Milano è stato bellissimo. Non credo sia solo nostalgia, è anzi un sentimento condiviso da molti coetanei e il ricordo è diventato un incitamento ai tempi della riforma Gelmini, per chi tra noi era genitore, a non mostrarsi troppo passivi, a dimostrare perché non si perdessero diritti così faticosamente acquisiti.   Ci siamo allora ricordati che negli anni Settanta i nostri genitori – nati negli anni del fascismo, cresciuti nei tempi bacchettoni della chiesa di Pio XII – si erano riconosciuti ribellandosi a molte istituzioni che avevano ereditato fino a quel momento senza troppe discussioni. A scuola era il tempo dei decreti delegati e dell'introduzione del tempo pieno, in casa c'era spesso baruffa, ma per noi figli era una pacchia: gli ordini non erano più perentori, le nonne erano finalmente un po' in disparte, anche se al momento giusto non rinunciavano...

Il linguaggio visuale di Iela Mari

I libri di Iela Mari sono considerati dei classici della letteratura per l'infanzia. Comparsi per la prima volta negli anni Sessanta sono stati letti da generazioni di bambini e adulti di tutto il mondo. La caratteristica di questi oggetti è di essere affidata totalmente al potere narrativo delle immagini. I primi esiti editoriali videro Iela Mari al lavoro con Enzo Mari. La mela e la farfalla, edito da Bompiani nel 1960, fu il primo frutto di questa ricerca. L'uovo e la gallina, pure in corso di progettazione mentre viene dato alle stampe La mela e la farfalla, uscì vent'anni dopo per Emme Edizioni. Anche quando i due designers smisero di lavorare a quattro mani, l'assenza di parole scritte rimase un tratto distintivo delle edizioni firmate Iela Mari. Raccontare per sole immagini è universalizzante, dal momento che non servono traduzioni e che ciascuno, nella propria lingua, sa leggere le figure.     Tutti i libri di Iela Mari sembra partano da zero per dare forma solida alle figure della mente, in particolare quella dei bambini. Il palloncino rosso esce nel 1967 nell'ambito di una casa editrice storica, nata nello...

Lea Vergine e Milano

«Scrivendo ho sempre cercato di privilegiare il lettore che nei riguardi dell’arte ha nutrito diffidenza, perplessità, curiosità e speranza. Non ho mai praticato la scrittura come un resoconto elettorale ma neanche come colonna sonora liturgica. Ho prediletto le gioie insolenti dell’intelligenza. Tra i miei desideri c’è sempre stato quello di fare con la scrittura quello che mio padre faceva con il pianoforte. La scrittura è come il piano: bisogna sempre perfezionare i suoni. Non mi sono mai sentita critico, ma una persona che scriveva di cose che non erano manifestamente, ma che potevano essere.»   Con queste parole Lea Vergine parla del suo lavoro di critico d’arte, in occasione della cerimonia per la laurea honoris causa conferitale dall’Accademia di Brera lo scorso 11 dicembre. Milano è infatti la città che l’ha vista costantemente presente sulla sua scena culturale: vi si è trasferita da Napoli a metà degli anni Sessanta, ed a Milano vive tuttora. Qualche giorno dopo sono andata ad intervistarla nel suo studio in via Sant’Agnese, attiguo al suo...

Dove i libri si possono sporcare

Le mostre di libri sono sempre un po’ noiose: si vedono tante copertine, qualche pagina aperta ma quasi mai è possibile fruire del libro, sedersi in un angolo a divorare le pagine di una nuova scoperta, cogliere l’occasione per confrontare autori, soluzioni formali e temi …   Chi solitamente esce con qualche insoddisfazione da questo tipo di mostre può andare a visitare lo spazio dell’Associazione Bruno Munari (via Benvenuto Cavalieri 6, 20121 Milano) dove, fino al 15 dicembre, Beba Restelli ospita una scelta di libri d’artista per bambini, provenienti dall’archivio O.P.L.A! di Merano. Troverete i libri sparsi nello spazio, sul pianoforte, sugli scaffali e tutto intorno a un grande tavolo dove i più preziosi, per esempio le prime edizioni di Munari (Mondadori 1945), sono protetti da un plexiglass: anche questo, però, si  può sollevare e, indossando guanti bianchi, sfogliare le preziose sorprese.   Milton Glaser   Non si tratta di una mostra, ma di un laboratorio: un ambiente di gioco nel quale bambini e adulti posso leggere e guardare i libri d’artista scelti, ma sono...

Tavoli | Lea Vergine

Matita, gomma, Nazionali Esportazione senza filtro, pacchetto verde. Con questo lavora Lea Vergine. Col temperamatite affina il lapis, con le sigarette spunta la bella voce arrochita, che poi le serve per scrivere. Dopo aver composto, tagliato e incollato una bozza di testo, la corregge ancora dettandola. “Ho bisogno della fisicità dello scrivere, il gomito deve andare lì, ho bisogno della carta, qualunque essa sia, anche la più schifosa.” La scrittura come pratica che flette insieme corde e muscoli personali, allenati febbrilmente. Del resto, il titolo del suo libro sulla Body Art, uscito nel ’74, era Il corpo come linguaggio. Come souvenir, a parete, una foto di quell’anno dell’artista Urs Lüthi. Con dedica sentimentale: “Le cicatrici sul mio viso dalle ferite nel mio cuore. Per Lea”. Che ci scherza su, con la consueta sprezzatura: “Era fermato regolarmente dalla mia portinaia. Che in pugliese stretto mi diceva: C’è un maschio vestito da donna, ma davvero può salire?” Non sorprende che tra le eroine di Un altro tempo, la recente mostra su Bloomsbury, modernismo e dintorni...

Le affinità elettive: Lisa Ponti

Incontrare e scrivere di persone come Lisa Ponti è un privilegio che va di pari passo alla difficoltà di sottrarsi a un’ovvia ma meritata celebrazione, soprattutto quando si ha a che fare con chi la rifugge con sincera modestia. Figlia di un gigante dal nome pigmeo, la vita di Lisa è inscindibile da quella del padre Gio, grazie al quale intraprende una lunga avventura scandita da tanti incontri e affinità, le due parole chiave per riassumere la sua esistenza. Dagli anni ‘40 ad oggi, da Stile a Domus, Lisa è stata una compagna di viaggio per gli artisti di almeno quattro generazioni. I suoi modi, la sua eleganza e il suo umorismo sono tipici di quella borghesia milanese illuminata oggi svanita. Gli scritti di Lisa sono il ritratto dei suoi incontri, irradiati dalla luce della poesia e dell’arte e imbevuti del linguaggio degli artisti, non della critica.La sua modestia l’ha portata a fare la sua prima mostra come artista a soli settanta anni. Ancora oggi, la novantenne Lisa disegna scrivendo e scrive disegnando su fogli A4 con risultati mirabili. La brillantezza del suo pensiero e la sua generosità intellettuale...

Eco cinetico

Inaugura giovedì 8 novembre presso la Sala Archivi del Museo del Novecento di Milano, la mostra Programmare l’arte. Olivetti e le Neoaanguardie cinetiche a cura di chi scrive e di Marco Meneguzzo. La mostra arriva dal Negozio Olivetti di Venezia ma è stata completamente riallestita con molte opere in più e documenti inediti. Proseguirà fino al 3 marzo 2013 in un momento in cui Milano torna ad occuparsi di arte cinetica e neoavanguardie.   La mostra celebra i 50 anni dell’Arte Programmata di cui Umberto Eco fu il primo critico. Cinquant’anni dopo siamo andati a intervistarlo.   Il Gruppo T nel 1959   Genealogia di una mostra. Intervista a Umberto Eco     Opera aperta fu pubblicato nel 1962, lo stesso anno in cui fu allestita a Milano la mostra “Arte Programmata”, e alcuni degli argomenti affrontati nel suo libro si rispecchiavano nei lavori degli artisti. L’introduzione all’ultima edizione del volume ne ripercorre la genesi e ricostruisce il vivace dibattito critico che ne accompagnò la prima uscita. Ci pare molto interessante perché così...

Grafica italiana, lo stile della modernità

La grafica fa parte di quelle cose che tutti guardano senza davvero vederle. Eppure senza la grafica gran parte della comunicazione nel nostro mondo contemporaneo non esisterebbe: dai libri al computer, dalla pubblicità al packaging, dai quotidiani alle caramelle. I grafici, poi, sono considerati delle semplici appendici, strani operatori dell’immagine, che devono dare forma ai prodotti, oltre che ai sogni e alle ambizioni di scrittori, filosofi, editori, imprenditori, politici, e perfino contestatori. Tutti hanno bisogno dei grafici, ma nessuno li reputa davvero importanti. Forse per questo si è dovuta attendere la quinta mostra del nuovo museo del design della Triennale di Milano per vedere finalmente scorrere davanti ai nostri occhi un concentrato del “paesaggio dei segni”, che vediamo ogni giorno percorrendo in automobile le strade delle nostre città, oppure sedendoci su una panchina di un parco con un giornale o un libro in mano. Finalmente la grafica è entrata nel tempio del design e l’ha fatto in modo discreto eppure eclatante.   Il gran mascherone rosso di Leonetto Cappiello, che pubblicizza Oxo, brodo...

Parigi - L’intrepido fantino al Grand Palais

  Parigi è tante cose. Per molti, per i visitatori e per i turisti, è principalmente un giocattolo. A Parigi si gioca sulla Tour Eiffel, si gioca davanti alle vetrine dei gioiellieri di place Vendome e ai tavolini dei bistrot di Montmartre. Un po’ perché la retorica degli uffici del turismo francese ha trovato più facile raccontare la città in questo modo, un po’ perché niente è meglio del kitsch di cui Parigi è ben dotata per stimolare la fantasia infantile che si annida in ognuno di noi. Ma principalmente perché Parigi è una città demodé che difficilmente abbandona le proprie abitudini: piuttosto le accantona in attesa di farci qualcosa, come vecchi giocattoli non più buoni, ma di cui i nipoti sapranno certamente cosa fare.   La mostra Des jouets et des hommes, aperta in questi giorni al Grand Palais, è forse una delle più originali e riuscite esposizioni degli ultimi anni e allo stesso tempo è una mostra tipicamente parigina per tipologia - monumentale: oltre mille gli oggetti esposti - e per filosofia con il Grand Palais trasformato in...