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Giuseppe Berto

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Una donna, un uomo, Venezia / Giuseppe Berto, Anonimo veneziano

In questi anni, la casa editrice Neri Pozza è alle prese con un’operazione profondamente meritoria: restituire all’attenzione della comunità dei lettori l’opera completa di Giuseppe Berto, uno degli autori più schivi e meno amati della seconda metà del Novecento. Un autore in realtà importante, anzi a dirla sinceramente uno tra i più importanti della sua generazione, data l’originalità della sua scrittura, il vis-à-vis che essa impone con temi come la gloria, la lotta dell’uomo contro se stesso e contro l’antico terrore della fine, il male radicato nell’essere prima ancora che nel corpo.  E così, dopo Il male oscuro (2016) e il trittico Guerra in camicia nera, Oh Serafina!, La gloria (2017), ecco che quest’anno viene ridato alle stampe un piccolo gioiello dolorosissimo e lucente: Anonimo veneziano, con un’introduzione al testo di Cesare De Michelis.    Un libro, questo, che inizialmente nacque come sceneggiatura per un film che Enrico Maria Salerno voleva realizzare da regista, e che uscì nelle sale nel 1970, quattro anni dopo l’inizio della collaborazione con Berto. Un testo dunque che, un anno dopo, fu pubblicato da Rizzoli in forma di dialogo diretto. E che...

Gesù e Giuda / La gloria di Giuseppe Berto e il trauma del tradimento

Nel suo romanzo più conosciuto e fortunato, titolato Il male oscuro, pubblicato nel 1964, Giuseppe Berto, scrittore scomodo e scontroso, pone al centro della scena della sua tormentata autobiografia psicoanalitica, come si legge sin dalle prime righe, la sua “lunga lotta con il padre”. Un padre esigente e padronale, espressione di una Legge sacrificale e inflessibile, schiaccia il figlio sotto il peso di una colpa antica: quella di non aver mai corrisposto alle sue attese, di essere stato una delusione cocente, un figlio deludente. Il corteo di sintomi che invade il corpo del soggetto traduce questa sentenza paterna in sofferenza: infiammazioni delle vertebre, disturbi gastrico-intestinali di ogni genere, nausea, angoscia, depressione, emicranie pervicaci. Questa colpa è destinata a dilatarsi smisuratamente quando il figlio, diventato ormai un uomo adulto, abbandona il padre ammalato di un tumore allo stomaco (“tremenda montagna di morte”) e in preda ad atroci dolori che lo condurranno presto alla morte.   Diversamente dal mito di Enea, qui il figlio non solo non soccorre il padre morente, ma latita, si rende assente, pensa solo a se stesso. Di fronte all’odore acre della...

Longanesi editore a sessant’anni dalla morte / Libri giallo paglierino con la carta di Vittorini

«Purtroppo arriva in ritardo per piazzale Loreto». Devono essere state queste le parole che Leo Longanesi rimestava fra le sue labbra guardando dal finestrino del treno il lento avvicinarsi della stazione centrale di Milano. In quella giornata di fine 1945, sulle banchine si assiepavano frotte di profughi che finalmente potevano tornare alle loro case e partigiani col fucile in spalla. «Purtroppo arriva in ritardo per piazzale Loreto»: la frase si riferiva a lui, ed era comparsa quella mattina stessa su “L’Italia Libera” in un articolo che annunciava il suo arrivo. Tra la folla riconobbe l’amico e allievo Indro Montanelli, che era andato a prenderlo, e prima ancora di scendere dal treno stimò prudente affacciarsi al finestrino e chiedergli, indicando un gruppetto di uomini col fazzoletto rosso al collo: «Aspettano me?».   Longanesi con Italo Balbo e Paolo Balbo. Longanesi era stato infatti un fascista della prima ora, sebbene riconoscesse come tra le camicie nere si raccogliessero «gli iscritti senza troppi preconcetti: ecco i facinorosi, i violenti, gli spossati, gli ammazzasette, ecco quei vaghi fanatici che s’agitano senza sapere il perché, più per un naturale bisogno...

7 voti allo Strega del 1947 / Il cielo è rosso di Giuseppe Berto

Sul finire del 1946 il trentaduenne Giuseppe Berto viene informato dall’editore Longanesi che le bozze del suo romanzo d’esordio erano state corrette, e che il libro sarebbe stato presto messo in distribuzione. Quello che l’autore ancora non sa, però, è quale sia il titolo. L’urgenza con cui la neonata casa editrice milanese costruiva il proprio catalogo stava imponendo un ritmo di lavoro serratissimo, costringendo i redattori a non concordare con gli autori scelte di primo piano. L’unica certezza era che il titolo sarebbe stato di ispirazione evangelica, come esplicitamente richiesto dall’autore. Così La perduta gente divenne Il cielo è rosso nel momento in cui uno dei collaboratori di Longanesi aprì a caso la Bibbia e ne trasse un versetto: «Era un titolo bellissimo e astuto – ricorda negli anni Sessanta Berto – che magari aveva poco a che fare col testo ma restava immediatamente impresso in chi lo vedeva».   Il romanzo narra la storia di quattro giovani sopravvissuti al bombardamento americano di Treviso. Nello scenario degli ultimi mesi di guerra, questi ragazzi sono costretti a una crescita repentina, fatta di litigi e innamoramenti; di scelte e malattie. Un libro...

La depressione e la scrittura / Giuseppe Berto, Il male oscuro

Una volta, parlando di David Foster Wallace, un tale di mia conoscenza, con voce contrita, mi domandò: “Ma perché si è ucciso?”. Me lo chiese come se io fossi l’esecutore testamentario di David Foster Wallace, o il suo miglior amico, o – cosa ancor più improbabile – il suo psicanalista. “Immagino perché stava molto male”, furono le uniche parole che mi uscirono di bocca. Poi ci pensai un po’ e lo invitai alla lettura di Una cosa divertente che non farò mai più (in Italia è pubblicato da minimum fax con la traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo), il più comico, stralunato, angoscioso, farsesco reportage letterario moderno, la cronaca umoristica di una settimana di crociera ai Caraibi commissionata dalla rivista «Harper’s» in cui Wallace, attraverso l’osservazione della fenomenologia dell’industria delle crociere extra-lusso, arriva a toccare il cuore marcio dell’America e, con esso, il cuore marcio di tutti noi accoliti dell’internazionale dei depressi.    In realtà lo stesso Wallace, in Infinite Jest, aveva scritto: “La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si...

Libri in soffitta

Mi fa strada sulle scale, verso il solaio. Abbiamo già guardato insieme un armadio, uno di quelli antichi, grande, a due ante pesanti, con cinque ripiani pieni di libri d’arte, quelli che generalmente le banche spediscono a Natale ai loro clienti. Pittori locali, ma anche Man Ray e Van Gogh. Non mi interessano, ma al colpo d’occhio fanno una certa impressione tutti allineati e tenuti perfettamente.   Venga, dice, andiamo su. Mentre faccio per chiudere la porta, questo signore gentile, che si è presentato in negozio con due minuscoli libri di fine ottocento come campione, mi fa il gesto di lasciarla pure aperta, che tanto ormai nel palazzo ci abita solo lui. I proprietari ci metteranno dentro venti o venticinque abissini, di sicuro. Ma io spero di morire prima, dice. Davanti alla porta del solaio si gira a vedere la mia reazione alle sue parole. Sorrido, e mi vengono in mente solo frasi stupide, ridicole pezze da politicamente corretto. Taccio, perché so che i proprietari stiperanno in quello stabile, che una volta conteneva tre famiglie, almeno cinque famiglie di immigrati, stretti in camere anguste e con le finestre a un metro e mezzo dal...

Ho creato un incubo. Un caso studio di teoria letteraria applicata

“Ho creato un incubo”, lamentava il dottor Frankenstein sui ghiacciai di Chamonix, osservando la rivolta della sua creatura, “e morirò della sua mano.” “Ho creato un incubo”, piangeva fra i fumi di crack il Bret Easton Ellis di Lunar Park, perseguitato dal protagonista di un suo romanzo precedente, “e morirò della sua mano.” Anche io ho creato un incubo, mi sono reso conto l’altro ieri, leggendo Il Buon Inverno, il primo romanzo tradotto in Italia dello scrittore portoghese João Tordo – e della sua mano muoio. Questo testo – che è a metà strada fra l’autobiografia e la teoria letteraria, e si chiude con un sondaggio – è la storia del mio mostro di Frankenstein, che, curiosamente, è una classe narratologica nota come autofiction.   Una premessa teorica   L’autofiction è una categoria letteraria sviluppata negli anni settanta da Serge Doubrovsky, in polemica con la “morte dell’autore” sbandierata, negli anni precedenti, da una famosa e agguerrita coorte di pensatori capitanati – nella fama e nell...