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Guy Debord

(21 risultati)

Violenza, ribellione e mercato / L'mmaginario videomusicale contemporaneo

Attraverso una sapiente costruzione “a scatola”, il videoclip Out of Control che il videomaker Wiz realizza nel 1999 per i Chemical Brothers evidenzia come la narrazione della guerriglia urbana e dell’opposizione all’autorità sia stata assorbita e fagocitata dal linguaggio pubblicitario, dimensione alla quale l’ambito della videomusica appartiene per sua stessa natura.          Il continuo capovolgimento narrativo a cui assistiamo evidenzia un paradosso irrisolvibile connaturato all’attuale orizzonte massmediale; come afferma Bruno Di Marino, «I massmedia – dunque anche il videoclip stesso – non fanno altro che confondere vero e falso, politica e consumismo, rendendo qualsiasi messaggio ambiguo […] La contraddizione di una forma espressiva che da un lato vende qualcosa, dall’altro critica ciò che vende, da una parte persuade e dall’altra ci mette in guardia dagli imbonitori». Tale paradosso è restituito su più piani anche dalla dimensione formale: la fotografia adottata nella varie fasi dell’impianto narrativo conferma la spirale dialettica, dal momento che nel finale «tutto il livido gelo di riprese freddissime e concitate […] creano un formidabile...

Si tratta anche di te / Non si deve studiare la Ferrante all’Università

Il 7 aprile 2017 si è tenuta all’Università di Napoli Federico II una giornata di studio dedicata a Elena Ferrante, dal titolo «“di Napoli non ci si libera facilmente”: per Elena Ferrante». È stata la prima celebrazione della Ferrante nell’Università della città in cui sono ambientati i suoi romanzi, in particolare la tetralogia dell’Amica geniale che le ha dato un successo planetario. La giornata napoletana ha fatto seguito alla pubblicazione di un’inchiesta della rivista «Allegoria», sempre attentissima alle dinamiche del contemporaneo, sulla stessa Ferrante. L’Università inglese era arrivata prima, come spesso in questi casi, con panels dedicati alla Ferrante ai convegni della Society for Italian Studies a Oxford nel 2015 e a Dublino nel 2016, più seminari, conferenze e tavole rotonde a Londra, Durham, Leeds, Brighton e altrove. È anche appena uscito un interessante volume in inglese: The Works of Elena Ferrante: Reconfiguring the Margins, edited by Grace Russo Bullaro and Stephanie Love, Palgrave Macmillan, 2016.     Va tutto benissimo, perché la Ferrante è un caso commerciale, che merita discussione e approfondimento; perché il suo nome è femminile e fa gioco alla...

Due nuovi libri sui media / Il capitalismo ci renderà stupidi?

I tempi di lettura si accorciano progressivamente. Le persone dedicano sempre meno tempo a leggere i libri e gli editori di saggistica negli ultimi anni si sono adeguati, riducendo via via il numero delle pagine. Ora c’è chi è arrivato più o meno alla lunghezza di un articolo accademico. È il caso dell’editore Castelvecchi, il quale, dopo aver superato alcune difficoltà economiche, si trova attualmente in una fase di rilancio e ha creato la nuova collana Irruzioni. L’ultimo volume di tale collana, tolte le pagine bianche e quelle che hanno solo dei titoli, conta 35 pagine. Il che non sarebbe in sé un problema. Il sociologo Georg Simmel con il saggio La moda e l’economista Piero Sraffa con Produzione di merci a mezzo di merci hanno dimostrato che poche decine di pagine sono sufficienti a rivoluzionare il pensiero umano. Ma i testi della collana Irruzioni di Castelvecchi non sembrano paragonabili a queste fondamentali opere. Sono piuttosto testi minori, preparati per conferenze o qualcosa di simile. Certo l’obiettivo che l’editore sembra essersi posto con questa collana è meritorio: provocare, lanciare un sasso nello stagno, stimolare la nascita di nuove idee. Per poterlo...

Essere al suicidio, perché far disperare paga

«Quella gente, invece di darti una mano, ti dà la sifilide. Non è vero, Boïeldieu?», chiede il proletario Maréchal. «Ah sì: una volta era un privilegio, ma ora si perde. Come gli altri. Tutto si democratizza: così il cancro, o la gotta, non sono malattie da operai. Ma il popolo ci arriverà, ve l’assicuro», risponde de Boïeldieu. Profezia puntualmente avveratasi (La grande illusione di Jean Renoir, girata nel 1937, finge una conversazione della prima guerra). Anche il suicidio, un tempo appannaggio dei pallidi popoli scandinavi e di qualche anima tormentata, grazie alla crisi finanziaria del 2008 è diventato un fenomeno di massa. Per chi ha fatto caso a questo fenomeno e se ne è lasciato incuriosire, può essere utile la lettura dell’ultimo saggio di Jean-Paul Galibert (Suicidio e sacrificio. Il modo di produzione ipercapitalistico, Stampa Alternativa, Viterbo 2015) che è una sorta di appendice nera alla Società dello spettacolo. Di Guy Debord Galibert condivide il pessimismo di fondo circa il mondo in cui ci è dato di vivere e lo stile secco, semi-...

Venezia 2015. Rimontare Il Capitale

È possibile fare di un’opera di critica dell’economia politica un’opera d’arte? Come può l’arte mostrare Il Capitale? Potrà mai Marx parlare la lingua di Joyce? Ottantotto anni fa, il regista sovietico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn si era confrontato con questi interrogativi, fornendo all’immaginario artistico mondiale le linee guida per adattare cinematograficamente Das Kapital.   2-3. IV. 1928. Notte. “Oggi ho definito la formula del contenuto del Capitale (la sua organizzazione). Insegnare all’operaio a pensare dialetticamente. Mostrare il metodo della dialettica”. 8. IV. 1928. “Il Capitale sarà ufficialmente dedicato alla II Internazionale […]. La parte formale sarà dedicata a Joyce”. Nelle note su “Come portare sullo schermo Il Capitale di Marx”, Ejzenštejn s’interroga anzitutto sulla possibilità di esibire un processo, un metodo (dialettico) attraverso il cinema. Portare sullo schermo Il Capitale non significa, dunque, illustrarne banalmente i contenuti, ma insegnare allo spettatore a “pensare dialetticamente...

Un favoloso giovane, Jerzy Grotowski

L’immagine del teatro? Un uomo che dipinge un ritratto. “L’attore è il suo braccio – e il suo cuore. Il regista è la sua volontà creativa. Lo scenografo il suo respiro – la sua possibilità di respiro. L’autore della messinscena è il cervello: la consapevolezza”. È il 1958, l’epoca di queste icastiche Conversazioni a Elsinore, e Jerzy Grotowski è un giovane Amleto che, nella Polonia prudentemente riformista di Gomulka, va cercando il Graal. La giovinezza, del resto, non può chiedere di meno, vuole rivoltare di sotto in su le convenzioni che affliggono la scena, che a quel tempo (e oggi no?) assumono due maschere: la reviviscenza naturalistica (Attore I) e la finzione consapevole (Attore II). Due bigottismi si contendono il dominio della scena rivendicando ciascuno la sacralità di un metodo, ma dimenticando il Motto. E il motto è “ritrovare il Graal – andare oltre la limitatezza e la fragilità dell’egocentrismo – verso gli altri esseri umani, verso la natura, consapevoli di questa unità universale la cui espressione più...

La marca Isis

Il concetto di marca è nato all’interno del mondo aziendale, ma oggi rappresenta una specie di “concetto passepartout”. Può essere rintracciato infatti in fenomeni sociali dalla natura molto differente. Questo perché il modello comunicativo e di marketing della marca, data la sua notevole efficacia, è stato adottato negli ultimi anni da parte di numerosi soggetti: dai partiti come dalle rockstar, dalle società di calcio come dalle università. Non deve sorprendere allora che anche un’organizzazione armata come l’Isis possa essere interpretata alla stregua di una vera e propria marca. Come questa, infatti, è un soggetto che compie una serie di azioni.   Nel caso di Isis, tali azioni sono prima di tutto di natura bellica e in questa sede verranno trascurate, perché non attribuiscono loro una particolare identità, in quanto, come la storia c’insegna, sono simili a quelle praticate in passato da molti eserciti. Altre azioni invece permettono di considerare Isis come una marca e si tratta delle attività di comunicazione sviluppate mediante i video che vengono periodicamente diffusi online: siano essi propagandistici, o con scene di decapitazioni di persone occidentali. Attività...

Addio Rivoluzione, è tempo di Rivolta

Rivoluzione addio? Sì, il suo posto sembra sia stato preso dalla rivolta. Da Clichy-sous-Bois, nella banlieue parigina nel 2005, ad Atene nel 2008, all’assalto degli studenti londinesi nel 2010, alla discesa in piazza a Roma del corteo degli studenti, per passare alle rivolte della Primavera araba e a quelle in Turchia e in Venezuela, la rivolta sembra aver preso il posto delle forze rivoluzionarie. La rivolta non sembra aver progetto, non si proietta nel tempo futuro. Come ha sostenuto uno dei suoi teorici, il germanista e mitologo Furio Jesi, morto trent’anni fa, in Spartakus. Simbologia della rivolta, testo apparso postumo, “prima della rivolta e dopo di essa si stendono la terra di nessuno e la durata della vita di ognuno, nelle quali si compiono ininterrotte battaglie individuali”.   Evocando Rimbaud e la Comune di Parigi, Jesi affermava: “solo nella rivolta la città è sentita come l’haut-lieu e al tempo stesso come la propria città”; nell’ora della rivolta non si è più soli, ma si è nel flusso cangiante del Noi, entità provvisoria e labile, estatica e violenta....

Grillo e la crisi della democrazia

Nel 1975 Beppe Grillo lavora per una ditta di jeans, la Panfin. Vende calzoni e, come racconta a un giornalista del “New Yorker”, durante un ritiro aziendale imbraccia la chitarra, suona e narra barzellette ai colleghi e al padrone della Panfin. Qualche giorno dopo riceve una lettera di licenziamento: il boss ritiene che, se passa le serate alla chitarra e a far battute, non potrà certo vendere jeans dalle 8 del mattino. Grillo prende lo scatolone del campionario e lo getta dalla finestra. Undici anni dopo, diventato un comico di successo, racconta un’altra barzelletta in televisione. È il 15 novembre 1986. Si tratta della celebre battuta sui socialisti in Cina: Martelli chiama Craxi durante una cena in Cina. Ma senti un po’, gli dice, se qui sono tutti socialisti, a chi rubano? Un altro licenziamento per quello che Aldo Grasso ha definito “il monello della televisione generalista”. Non tornerà in Tv per un decennio e oltre. Come ha potuto in vent’anni a trasformarsi da comico al bando dal piccolo schermo nel fondatore e leader di un movimento politico che è in procinto di diventare il secondo partito italiano...

Giorgio Agamben: la democrazia è un concetto ambiguo

Cos’è la politica? Questo, con sguardo ottimista, Agamben suggerisce di chiedersi nell’intervista greca che presentiamo, a ridosso delle elezioni europee (22-25 maggio) in cui il radicale greco Tsipras sarà il candidato della Sinistra. Le questioni su cui il filosofo ci invita a riflettere sono molteplici. Il filo conduttore è rintracciabile in un richiamo a quei dispositivi che, pur assoggettando la materia biologica, investono la nostra capacità di attivare processi di soggettivazione che vi oppongano resistenza. La crisi che stiamo vivendo può allora diventare ricerca di nuove forme. Queste non sono né giuridiche, né morali, ma innanzitutto politiche. Sulla scia del migliore insegnamento foucaultiano, più che un gesto di liberazione, noi dobbiamo costruire una pratica della libertà, non un altro esistenzialismo ma un’etica del sé non ridotta a individualità. Che politica? è, peraltro, una domanda non posta in una dimensione statale. Il problema non è quello di liberare l’individuo dallo Stato – direbbe Foucault – ma di liberare noi stessi da esso e...

Lettere a Romeo Castellucci

Chi è Romeo Castellucci e perché Bologna gli dedica una rassegna che va da gennaio a maggio? Doppiozero chiede a organizzatori culturali, artisti, critici, pensatori, scrittori, spettatori di tratteggiare la figura di questo esploratore del contemporaneo (nel catalogo ebook di doppiozero segnaliamo il prezioso saggio di Oliviero Ponte di Pino Romeo Castellucci & Socìetas Raffaello Sanzio). E trae dagli archivi testimonianze di sguardi storici sul suo labirintico lavoro.   Tali “Lettere a Romeo Castellucci” saranno pubblicate sulla nostra rivista punteggiando il progetto dell’assessorato alla cultura bolognese E la volpe disse al corvo. Corso di linguistica generale, realizzato con la Socìetas Raffaello Sanzio e con la cura di Piersandra Di Matteo. Inizia il 14 gennaio, con la regia del Parsifal che inaugura la stagione del teatro Comunale a cento anni dalla prima italiana dell’opera di Wagner. Continua con performance, concerti, incontri, spettacoli composti con materiali di creazioni di anni vicini e lontani, e culmina con una laurea honoris causa in Discipline della Musica e del Teatro conferita dal Dipartimento...

Guy Debord. Potere alla scrittura

Archivio   Millequattrocento fogli di carta Bristol ricoperti con una calligrafia minuta, vigilata, cadenzata, tonda. Una calligrafia che tiene la linea anche quando la superficie è insufficiente ad accogliere quanto si vuole dire e le righe si assottigliano e avvicinano progressivamente come nelle acrobazie aeronautiche. Impercettibili sono le variazioni nella scrittura, nonostante tra un foglio e l’altro passino anche quarant’anni. Incuriosito, mi avvicino per decifrare il contenuto: si tratta di lunghe citazioni. Ci metto un po’ a capirlo, visto che  manca quasi sempre il virgolettato. Non più protetti dalle virgolette – quelle che in gergo tipografico chiamiamo anche caporali – questi lunghi passi sono sciolti dalla loro fonte, pronti quindi ad essere riutilizzati, riappropriati, trasformati dall’autore. Un détournement che oggi, al tempo del “copia e incolla” digitale, ci appare archeologica e terribilmente dispendiosa.   Cannes Villa Meteko, avant 1950   Un’ampia selezione di questo archivio, finora inedito, è collocato al centro della mostra Guy Debord. Un...

Scena

Berlusconi vorrebbe rientrare sulla scena politica,  ma tentenna. La scena europea gli è rubata da Monti, quella italiana da Grillo e dalle scenate dell’antipolitica.     Templi e scenate   Chiediamoci non tanto “che cos’è una scena”, ma cosa fa o come si produce. Tutti sanno come si fa. Un genitore, ad esempio, sa riconoscere benissimo le “scenate” dei figli, e un marito quelle della moglie (e viceversa). La psicanalisi ha costruito un enorme edificio teorico e clinico su tale distinzione: l’inconscio non si dà a vedere, non “parla” solo attraverso scene, non è forse lui stesso nient’altro che un immenso “teatro”? Del teatro la scena è infatti la cellula originaria. La scena, non la rappresentazione, che è cosa assai più complessa. Se, come si dice, il teatro è un fenomeno originario connesso alla stessa antropogenesi, ciò lo deve proprio al suo essere innanzitutto scena. E se ha radici religiose, se ha rapporti ancestrali con il culto, è sempre per lo stesso motivo. Il templum, dopotutto, come lo si...

L’amore vero al tempo di Twitter

Ma che direbbe Guy Débord dell’#amourdeuxpointzéro di tigella, un hashtag che raccoglie frasi come “tu ne me retweets plus comme au début de notre histoire” o “il nostro è stato amore al primo ‘visualizza il profilo’”? Che direbbe di questo amore che nasce dal profilo, di questo amore per il profilo? Guy Débord è l’autore de La società dello spettacolo, un testo del 1967 scritto “con la precisa intenzione di nuocere alla società spettacolare”. Partendo dall’assunto che “lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato da immagini”, Débord aveva evidenziato con lungimiranza il fascino perverso della rappresentazione e si era scagliato contro il pullulare di realtà mediali corrotte e destinate a mascherare il reale delle cose, l’autentico, il “mondo al di sotto”, puro, da guardare con nostalgia. Tigella è Claudia Vago ed è una protagonista di Twitter. Ha 18000 followers, “racconta storie che vede”; esperta di comunicazione e social network, svolge un ruolo non solo di reporter e produttrice di contenuti, ma anche di social media curator: vaglio delle fonti di informazioni, gestione delle liste, attenzione agli hashtag. Twitter è...

Matteo Garrone. Reality

Abbiamo deciso di dedicare un piccolo speciale al nuovo film di Matteo Garrone, Reality.   A parlarcene sono Roberto Manassero, Roberto Marone e Lorenzo Rossi.         Più dell’eclatante inizio del film, che ricorda Hitchcock nella forma e Fellini nel contenuto, il vero momento simbolico di Reality arriva alla fine, quando Luciano scala l’impalcatura della scenografia del Grande Fratello e a ogni passo fa cadere a terra delle assi, come se togliesse il trucco al mondo. Il campo lungo da cui è ripresa la scena tradisce un vago moralismo nello sguardo di Garrone, ed è opposto alla vicinanza con cui fino a quel punto ha filmato i protagonisti della sua Napoli inesistente e bellissima. Ma Reality è un film contraddittorio, la sua forza e la sua debolezza stanno l’una accanto all’altra.   Reality vorrebbe essere un film pasoliniano, a contatto con l’anima popolare di quell’Italia che un tempo agonizzava nella fine del mondo contadino e ora, sempre agonizzante ma agiata, si culla nel sogno della visibilità televisiva; Garrone ama i suoi personaggi, li segue e li...

Gabriel Orozco. Sculture involontarie

PULSIONI DELLA SCULTURA. Nel corso di un’intervista con l’artista messicano Gabriel Orozco nel 1998, Benjamin Buchloh ha individuato tre grandi momenti che segnano la storia della scultura nel XX secolo. Nel primo, la scultura è intesa in senso tradizionale come pratica artigianale; nel secondo, questa s’identifica con il gesto avanguardistico del ready-made; nel terzo viene esaltato l’aspetto propriamente costruttivo della scultura. Ognuno di questi tre momenti ha dei capofila: il primo spazia da Constantin Brancusi a Henry Moore; il secondo risale ovviamente a Marcel Duchamp; il terzo si origina nel Costruttivismo russo, passa per la scultura di Picasso, Julio Gonzàlez e David Smith e si spinge fino al minimalismo. Il vantaggio di questo schema è che i tre momenti non sono autonomi né tantomeno ordinati secondo una progressione storica lineare. Non segnano dei movimenti precisi ma delle tendenze, delle pulsioni ricorrenti e spesso compresenti nella scultura del XX secolo. Lo dimostra l’opus di Kurt Schwitters oppure, è un esempio dello stesso Buchloh, un artista quale Piero Manzoni. Non solo è difficile...

Il teatro dei festival

Scaldano i motori per la partenza, sontuosi o tribali, di ricerca o di resistenza. I festival. Se pure uno deraglia subito al via, finisce fuori strada ammaccato e non si sa se potrà rimettersi in pista (Primavera dei Teatri), gli altri preparano la loro proposta, mirabolante per quanto precaria, a vasto raggio anche se sempre provvisoria.   I festival sono uno dei migliori esempi del genio italico, specchio mutante della nostra società quanto poche altre manifestazioni. Capaci di fare le nozze coi fichi secchi, piccole e medie imprese (anche nel senso di “intraprese” da antichi cavalieri) che collegano cultura e intrattenimento, attenzione alle esigenze di marketing turistico e di ricerca d’anima dei nostri smarriti territori, sperimentazione e consenso, di massa o perlomeno di campanile, con tutti i problemi che l’italica nozione di “locale” e di manifestazione “radicata” può suscitare.   I festival sono sempre stati considerati un miracolo anche perché le normali stagioni teatrali sono diventate progressivamente sempre più insostenibili. I festival erano (sono) l’...

Blade Runner

La storia di Blade Runner è quella di un testo fisso e mobile, impiantato, come i ricordi dei replicanti protagonisti, nel corpo degli anni ottanta e, allo stesso tempo, risoluto ad assicurarsi una vita più lunga. Ridley Scott, seguendo la duplice spinta delle sue aspirazioni e del mercato, continua a riprenderlo e cambiarlo: dal Director’s Cut del 1992 al Final Cut del 2007, ha trasformato un film sui replicanti in un film replicante, dotato della stessa natura dei suoi personaggi e desideroso, come loro, di infrangere le barriere della mortalità. Così il testo si è espanso a raggiera, coinvolgendo una quantità infinita di internauti che, novelli filologi, discutono sulle varianti, sui dettagli, sulla voice over della prima versione o sulle immagini oniriche di Deckard (il blade runner) nella seconda, sull’happy ending del 1982 o sul finale ambiguo del 1992 e 2007. Inserirsi in questi dibattiti è come entrare dentro un romanzo, il cui fascino sta proprio nella continua tessitura, nell’apertura delle interpretazioni possibili e in una discorsività che pare priva di sponde.     Il testo...

Raid virtuali

Accanto alla linea più muscolare che dai futuristi, passando per gli happenings, arriva al Graffitismo, in cui gli autori comunque scompaiono affidandosi al segno che li veicola, se ne presenta un’altra che abbiamo visto cominciare con le esplorazioni nell’inconscio del Surrealismo. Tuttavia non si tratta tanto di continuare l’introiezione profonda quanto di fare incursioni nell’esterno che è però divenuto nel frattempo immateriale. Per paradosso Guy Debord, che ha anticipato tante delle parole d’ordine del maggio ’68, ovvero dello happening di massa più significativo del secolo appena trascorso, ha pure anticipato nella sua opera più famosa del 1967 le trasformazioni della società oltre quel movimento che ancora doveva svilupparsi. Al primo punto della Società dello spettacolo egli infatti scrive che “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.” Questa vita, secondo l’...

L’eredità mutata di segno: happenings e situazionismo

Gli studiosi hanno ampiamente evidenziato la continuità ideale tra gli spettacoli delle avanguardie storiche e gli happenings che cominciano a svolgersi negli Usa e poi in Europa tra gli anni cinquanta e sessanta. In primo luogo si tratta di un’arte fisica, vicina al teatro, che vuole coinvolgere e colpire il pubblico convinta della necessità di superare gli steccati angusti di un oggetto artistico per pochi da contemplare in uno spazio separato. Di qui la riproposizione di un’idea antagonista che rifiuta le concezioni correnti del dipinto e della scultura per quanto evolute. Una vicinanza agli spettatori parallela a quella propagandata, per lo meno quanto ai soggetti, dalla coeva Pop Art, la quale ha del resto spesso quali protagonisti gli stessi organizzatori di performance. Le esperienze anche molto diverse fra loro degli happenings internazionali, in parte coordinati all’inizio degli anni Sessanta dal movimento Fluxus, prevedono tutte un’invasione del quotidiano per creare destabilizzazione e cambiamento nello spettatore.   Un altro elemento comune con il Futurismo e con Dada consiste, per lo meno quanto ad esempio ai...

"Politiche dell’irrealtà" di Arturo Mazzarella

Pubblichiamo in anteprima un estratto del libro Politiche dell'irrealtà di Arturo Mazzarella, in uscita presso l'editore Bollati Boringhieri il 19 maggio, qui commentato in esclusiva per doppiozero da Andrea Cortellessa.   L’opera del fantasma Questo libro si presenta uno e bino. Il libro numero Uno – che contrappone la poetica di Roberto Saviano (la poetica, si badi, più che l’effettivo esito testuale di Gomorra) a quella di altri autori di non-fiction di lui meno condizionati dalle retoriche della testimonialità (dal prototipo di Capote, A sangue freddo, ai più recenti esempi del Franchini dell’Abusivo e del Balestrini di Sandokan, passando per un’innovativa lettura di Sciascia – giustamente indicato quale archetipo italiano del genere) – animerà senza dubbio le discussioni più virulente e, c’è da scommettere, meno interessate alla prospettiva teorica che spinge l’autore, invece, almeno quanto la sua vis polemica e il suo gusto per la provocazione intellettuale (entrambi indubbi). Il libro numero Due, che si annida all’ombra del pamphlet con...