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Jean-François Lyotard

(13 risultati)

Lo spirito universale della narrazione

Il titolo di questa comunicazione suona forse troppo enfatico. È quasi una citazione rubata a Thomas Mann. Lo "spirito della narrazione" è suo, ma confesso che l'aggiunta, così perentoria da risultare sfacciata, dell'aggettivo "universale", è mia. Tuttavia, prima di arrivare ad affrontare i termini "spirito" e "universale", vorrei dire qualcosa sulla parola "narrazione". Utilizzerò, non tanto per seguire la sua definizione di narrazione, ma per indicare il tema sul quale fare qualche variazione, un bel libro di un amico, Paolo Jedlowski, Storie comuni (Bruno Mondadori 2000), tutto dedicato alle narrazioni che si fanno nella vita quotidiana. Nonostante si tratti di un campo leggermente diverso, tuttavia mi interessa ritornare a questa prima dimensione dell'universalità della narrazione, a quel narrare che prende tutti, per vedere come si possa tentare di ascoltare lo spirito, che forse respira dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo raccontati.   Per Jedlowski "narrazione" significa "mettere storie in comune". Le storie sarebbero...

Cornelius Castoriadis, la democrazia oltre la crisi

Il 21 dicembre 1945, il piroscafo Maratoa, con equipaggio inglese, attraccato al porto del Pireo di Atene, attende di salpare, con numerosi esuli greci e con centottanta giovani diretti a perfezionare i loro studi in Francia, grazie ad una borsa dell’“École française d’Athènes”. I controlli all’imbarco della polizia greca sono meticolosi e durano tutta la giornata. Uno di loro, nel trambusto, cade a terra con decine di volumi di Zola tradotti in greco. Si chiama Cornelius Castoriadis e una testimone quattordicenne (intervistata da François Dosse, che al filosofo ha appena dedicato e dato alle stampe un’accurata e voluminosa biografia, Castoriadis. Une vie), che con la sua famiglia prese parte a quel viaggio, racconta: «Lo chiamavano il “trozkista” e io ho creduto che volesse dire mostruoso e calvo». Benché abbia solo ventitré anni, infatti, Castoriadis già dall’età di sedici anni porta i segni irreversibili del trauma subito con la morte improvvisa della madre, che gli ha procurato un’alopecia precoce ed altre perdite del sistema pilifero. E al termine...

Barthes: il desiderio di scrivere

Barthes sarà passato di moda infinite volte. E altrettante ricomparso. Sia mentre è all’opera, andirivieni continuo di ismi e logie, sia dopo la sua scomparsa, avvicendarsi scompigliato di eredi illegittimi. Dall’esistenzialismo sartiano in poi (brechtismo, critica della mitologia di massa, strutturalismo, semiologia, nouvelle critique, narratologia, Tel Quel, testualismo, edonismo estetico, autobiografia creativa, cure sensuali, scoperta delle immagini…), è tutto un avvicendamento di rivelazioni e abbandoni, entusiasmi e delusioni, dove l’idea – e la relativa prassi – del tempo mal perduto e ciclicamente ritrovato è senz’altro ben presente a questo autore che aveva profetizzato la morte dell’Autore, salvo poi recuperarlo amichevolmente in firme antitetiche come Sade e Loyola, Racine e Michelet, Saussure e Nietzsche, Benveniste e – appunto – Proust. A pochi mesi dalla Condizione postmoderna di Lyotard e dall’Invenzione del quotidiano di De Certeau, però, Barthes viene meno: è il marzo 1980. Dando di fatto la stura, nelle ondate successive dei post e dei neo, degli studies...

Castellucci: tra il sacro e la descralizzazione

Caro Castellucci, ogni volta che qualcuno mi parla di un tuo spettacolo – ti do del tu perché qualche giorno fa Silvia Rampelli ci ha presentati a Roma – usa l’aggettivo “potente”, e se io gliene oppongo un altro – ad esempio “dolente” – non passerà molto che il mio interlocutore (che spesso non è un appassionato di teatro, fatta eccezione per i tuoi lavori di cui è un cultore) ribadirà la sua prima definizione: potente. Potente, e cioè sublime come gli elementi della natura nella catastrofe romantica, il mare in tempesta che Schiller immaginava di guardare dall’alto: non sono molti, di questi tempi, a pensare che il teatro possa ancora essere il centro di una manifestazione sovrumana o, come avrebbe detto Lyotard, inumana. Non sono in molti a mettere in scena l’orlo dei vulcani.   Non sono in molti gli artisti, e questa è la considerazione più mondana, sui quali il giudizio dei detrattori e quello dei cultori finiscano col convergere nella constatazione dell’inevitabilità del loro lavoro. Con il tuo teatro e con quello della Societas,...

Storytelling

Nel giugno del 2005 Steve Jobs fu invitato dall’Università di Stanford per la cerimonia di consegna dei diplomi. Guru informatico e del design, il fondatore di Apple non aveva mai ricevuto alcun diploma nel corso della sua carriera. Intrattenne gli studenti con un discorso imperniato su tre storie della sua vita. La sua performance, che si concludeva con il celebre invito, “Stay hungry, stay foolish”, era un esempio perfetto di storytelling, stile introdotto dieci anni prima nel settore management dell’industria americana.   Ben prima di lui un presidente americano, Ronald Reagan, aveva sperimentato con successo la medesima tecnica. Secondo James Carville e Paul Begala l’ex attore hollywoodiano è stato il più grande raccontatore della storia politica degli ultimi cinquant’anni, anche se la maggior parte delle sue storie, dicono i due autori, erano false.   Nel 1992 Bill Clinton era così convinto dell’importanza dello storytelling che assunse come direttore della comunicazione alla Casa Bianca David R. Gergen, che aveva avuto il medesimo posto con Reagan, repubblicano e avversario. La sua...

Della Controversia, ovvero la libertà della conoscenza

Nella mia pratica di gestione di ricerca in un Dottorato internazionale, il Phd Planetary Collegium M-node, ho iniziato a pensare che in uno stato civile la legge non può imporre che l'Accademia risolva in un certo modo, ad esclusione di altri, il problema del rapporto e della tensione tra la tradizione culturale e il farsi del quotidiano. Tuttavia il processo cui le grandi forze della tradizione vanno subordinando i loro scopi a ciò che si illudono di assumere come semplice mezzo – ovvero al crescente potenziamento della tecnica, che diventa il loro autentico scopo supremo – è insieme il processo in cui il tipo di Accademia che presenta la tecnica come semplice mezzo per la promozione dei valori della tradizione è destinato a lasciare il passo al tipo di Accademia che invece rispecchia in sé la progressiva subordinazione dei valori e degli scopi tradizionali all'incremento indefinito della potenza dell'apparato scientifico-tecnologico.   Noi non possiamo sapere nulla sul mondo, né sul macrocosmo né sul microcosmo, su noi stessi, senza fare ricorso alla razionalità scientifico-tecnologica: essa...

La decostruzione dell’espressione

Anticipiamo un estratto dal nuovo numero di Riga Le scarpe di Van Gogh a cura di Riccardo Panattoni ed Elio Grazioli   “Le scarpe della contadina”   Inizieremo con una delle opere canoniche del modernismo avanzato nelle arti visive: il celebre quadro di Van Gogh che ritrae le scarpe di una contadina, un esempio che, come si può immaginare, non è stato scelto innocentemente o a caso. Voglio proporre due modi di leggere questo dipinto, che in un certo senso ricostruiscono entrambi la ricezione dell’opera in un processo in due fasi o su un duplice livello.   Innanzi tutto, vorrei osservare che, se quest’immagine abbondantemente riprodotta non intende scadere a livello di pura decorazione, bisogna ricostruire una qualche situazione iniziale da cui emerga l’opera finita. Finché questa situazione – che si è dissolta nel passato – non viene in qualche modo ricostruita mentalmente, il dipinto resterà un oggetto inerte, un prodotto finale reificato, e non potrà essere colto nella sua prerogativa di atto simbolico, come prassi e come produzione.   Quest’ultimo...

Futuro

Nel gennaio del 1982, trentun anni fa, Primo Levi fu chiamato a dire qualcosa sul futuro, dando voce allo scrittore fantascientifico – o fantabiologico, come disse Calvino – che era in lui. Lo fece su “Tuttolibri”, insieme e accanto a James G. Ballard, autore ben più apocalittico. Levi se la cavò ricalcando le previsioni fatte vent’anni prima da Arthur Clarke, vedendo cosa si era avverato e cosa invece no. Tra le varie cose accadute c’era lo sbarco sulla Luna, un anno prima della previsione; Clarke ipotizzava poi la “radio personale”, prevista per il 1980, per Levi era allora facilmente realizzabile, ma non conveniva: meglio lasciar perdere. Ora che c’è internet e i social network, qualcosa del genere è accaduto. Ma cosa ci sarà nel 2025, o nel 2050, nell’ambito delle “invenzioni” che riguardano la cultura e il sapere? Difficile dirlo, ma una cosa possiamo azzardare: saremo sempre più primitivi. Quello che i new-media e la tecnologia portatile, aperta dai personal computer e proseguita con gli smartphone, hanno mostrato nel decennio appena trascorso, è che il...

Blade Runner

La storia di Blade Runner è quella di un testo fisso e mobile, impiantato, come i ricordi dei replicanti protagonisti, nel corpo degli anni ottanta e, allo stesso tempo, risoluto ad assicurarsi una vita più lunga. Ridley Scott, seguendo la duplice spinta delle sue aspirazioni e del mercato, continua a riprenderlo e cambiarlo: dal Director’s Cut del 1992 al Final Cut del 2007, ha trasformato un film sui replicanti in un film replicante, dotato della stessa natura dei suoi personaggi e desideroso, come loro, di infrangere le barriere della mortalità. Così il testo si è espanso a raggiera, coinvolgendo una quantità infinita di internauti che, novelli filologi, discutono sulle varianti, sui dettagli, sulla voice over della prima versione o sulle immagini oniriche di Deckard (il blade runner) nella seconda, sull’happy ending del 1982 o sul finale ambiguo del 1992 e 2007. Inserirsi in questi dibattiti è come entrare dentro un romanzo, il cui fascino sta proprio nella continua tessitura, nell’apertura delle interpretazioni possibili e in una discorsività che pare priva di sponde.     Il testo...

Elogio del dubbio

Mi sono sempre chiesto la ragione per cui i filosofi cosiddetti realisti, di ieri ma soprattutto di oggi, per dimostrare l’evidenza delle loro adorate concretezza e oggettività facciano ricorso a esempi sfigati: il vaso che cade sulla testa, l’ostacolo in cui si inciampa, il muro contro cui si va a sbattere, la cartella delle tasse che giunge inaspettata, giù giù sino a eventi sempre più truci come il massacro di Nanchino e, gettonatissimo, l’Olocausto. Se non sei realista, ripetono corrucciati, allora sei uno sporco nazista negazionista! L’argomento a sfiga, definiamolo in latino, ha un che di intimidatorio: come dire che se non accetti il mio punto di vista, che poi è quello del senso comune, finisci per attirarti tutte le disgrazie del mondo – tanto non esistono! O mangi questa minestra… (e così a Bruno Latour, che stava spiegando i nessi fra teoria secentesca del potere e legge della caduta dei gravi, una volta un dotto sorboniano ha proposto di gettarsi dal sesto piano). Ma dall’intimidazione discende, per contrappasso, un certo buonumore: se la realtà è quel genere di cose l...

Pensiero debole

A rileggere dopo quasi trent’anni Il pensiero debole si ha una strana sensazione di euforia, quell’euforia che, per nulla paradossalmente, si prova ogni qualvolta si colgono le ragioni della vaga nostalgia con cui per troppo tempo abbiamo convissuto. A quel tempo, i saggi del fortunato volume curato da Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo (Feltrinelli 1983) volutamente emanavano un alone di tristezza rinunciataria, e i termini in essi più ricorrenti  – “crisi”, “negatività”, “declino”, “disincanto”, “abbandono, “oblio”, “tragico”, “morte” – quasi conducevano tale sentimento verso una sorta di insopprimibile angoscia. Oggi si coglie meglio di ieri che le cose non erano messe poi così male, mentre adesso ce la passiamo terribilmente (verrebbe da dire irrimediabilmente) peggio. Tutto si giocava dentro una cornice di problemi e di concetti che allora appariva naturale – Nietzsche, Heidegger, Gadamer, Foucault, Deleuze, Derrida, Rorty – e che poi, per farla fuori, è stata perfidamente ribattezzata ‘filosofia continentale...

Zakhor. La memoria ebraica

Il libro di Yosef Hayim Yerushalmi, Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, è uscito in prima edizione in America nel 1982, e prontamente tradotto dalle edizioni Pratiche l’anno seguente. Ora viene finalmente ristampato da Giuntina (pp. 175, € 14), e sarà in libreria tra qualche giorno; la nuova edizione comprende una notevole prefazione di Harold Bloom, e un saggio di Yerushalmi dedicato all’oblio. Si tratta di un libro straordinario che risponde a una domanda: che cosa gli ebrei hanno scelto di ricordare del proprio passato e in che modo hanno preservato, trasmesso e rivissuto questo passato.   Il popolo ebreo è il popolo della memoria per eccellenza. Nell’Antico Testamento, in particolare nel Deuteronomio, si richiama il popolo al dovere del ricordo e della memoria. Essa significa prima di tutto essere riconoscenti a Yahweh, non dimenticando ciò che egli ha fatto per il suo popolo. L’ebraismo è dunque una “religione del ricordo” in quanto gli atti divini di salvezza, come ha scritto Jacques Le Goff, sono situati nel passato e formano il contenuto della fede e l’oggetto di culto, ma...

Immateriale

L’aggettivo immateriale copre un arco di significati idealmente compreso fra il tradizionale “spirituale” e il contemporaneo “digitale”, con riferimento all’informatica e all’elettronica. Il progressivo allargamento del campo semantico è direttamente connesso, nei paesi industrializzati, alla diffusione delle nuove tecnologie, alla crescita economica dei settori della moda, del design, della finanza e, in generale, del terziario avanzato. Tali sviluppi hanno comportato, tra l’altro, lo slittamento del senso del “valore” dalla grandezza monetaria e comunque materiale, ai beni immateriali. Questi ultimi, infatti, possiedono valore economico, anche se non hanno consistenza fisica: è il caso del marchio (brand), delle relazioni personali, della cultura, e così via.   L’enfatizzazione di simili aspetti immateriali è un processo lungo che avviene nel quadro della transizione dal fordismo al postfordismo e che trova compiuta espressione proprio negli anni ottanta, di pari passo con l’affermazione della società dello spettacolo e l’esaltazione dell’effimero e...