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Leo Longanesi

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Longanesi editore a sessant’anni dalla morte / Libri giallo paglierino con la carta di Vittorini

«Purtroppo arriva in ritardo per piazzale Loreto». Devono essere state queste le parole che Leo Longanesi rimestava fra le sue labbra guardando dal finestrino del treno il lento avvicinarsi della stazione centrale di Milano. In quella giornata di fine 1945, sulle banchine si assiepavano frotte di profughi che finalmente potevano tornare alle loro case e partigiani col fucile in spalla. «Purtroppo arriva in ritardo per piazzale Loreto»: la frase si riferiva a lui, ed era comparsa quella mattina stessa su “L’Italia Libera” in un articolo che annunciava il suo arrivo. Tra la folla riconobbe l’amico e allievo Indro Montanelli, che era andato a prenderlo, e prima ancora di scendere dal treno stimò prudente affacciarsi al finestrino e chiedergli, indicando un gruppetto di uomini col fazzoletto rosso al collo: «Aspettano me?».   Longanesi con Italo Balbo e Paolo Balbo. Longanesi era stato infatti un fascista della prima ora, sebbene riconoscesse come tra le camicie nere si raccogliessero «gli iscritti senza troppi preconcetti: ecco i facinorosi, i violenti, gli spossati, gli ammazzasette, ecco quei vaghi fanatici che s’agitano senza sapere il perché, più per un naturale bisogno...

Settant'anni fa / Ennio Flaiano. Tempo di uccidere

Il dattiloscritto del romanzo che Leo Longanesi ricevette da Ennio Flaiano nel marzo del 1947 si intitolava Il coccodrillo, animale emblema di un momento fondamentale della trama. Emblematiche erano pure altre ipotesi di titolo volute dall’autore: Il dente e La scorciatoia. Eppure, tutte quelle proposte non convincevano, soprattutto Il coccodrillo. L’editore aveva infatti già pubblicato La vita del camaleonte di Fernand Angel e Parliamo dell’elefante dello stesso Longanesi, il quale allora chiese a Flaiano di ripensarci: altrimenti «facciamo un giardino zoologico». Ventiquattro ore dopo, il nuovo titolo: Tempo di uccidere. «Un po’ troppo allusivo e letterario per un libro che è invece chiaro e senza letteratura», scriveva Enrico Emanuelli su “Europeo”.   È la storia di un tenente dell’esercito italiano in Abissinia, durante la campagna del 1936; un’Africa «di cartapesta» che da subito assume contorni fantastici e simbolici. Snodo principale, l’incontro e il conseguente rapporto intimo con una ragazza indigena che il protagonista ucciderà per errore. Da quel momento, e dalla scoperta che il turbante da lei indossato è il possibile segno di distinzione dei lebbrosi, il tenente...