Categorie

Elenco articoli con tag:

Luigi Ghirri

(29 risultati)

Una conversazione / Guido Guidi. Prendere contatto con le cose

Guido Guidi (Cesena 1941) è tra i più importanti autori contemporanei. Come Luigi Ghirri ha tracciato linee di ricerca del tutto inedite partendo dall’insegnamento di Paul Strand, ma anche dalla letteratura, dall’arte di Piero della Francesca portandolo ad una metodologia di lavoro che si basa sulla reiterazione dello sguardo. Lo abbiamo incontrato in occasione della mostra Paul Strand e Cesare Zavattini. Un paese. La storia e l’eredità per Fotografia Europea 2017 a Reggio Emilia.   Agosto – settembre 2017   Laura Gasparini: Di recente Gianni Celati ha affermato che alla base delle ricerche Viaggio in Italia del 1984 e di Esplorazioni sulla via Emilia del 1986 c'era il concetto di “qualsiasità” di Zavattini. Tu, insieme a Luigi Ghirri, Olivo Barbieri e altri fotografi della tua generazione avete declinato questo aspetto del pensiero zavattiniano in modo del tutto originale. Potresti parlarmene dal tuo punto di vista? Guido Guidi: 6 agosto 2017, ieri a cena, Vittore Fossati suggeriva, ironicamente, di sostituire il lessema “qualsiasità” col più attuale “qualunquemente”. Da parte mia propongo la sostituzione col pasoliniano “cose da nulla”. Dionigi l’Areopagita...

Conversazione con Daniel Blaufuks / Il presente non esiste

English Version   Laura Gasparini - Quasi tutto il tuo lavoro si basa sulla memoria e sulle diverse forme che la racchiude e la rappresenta. Pensi che la fotografia sia il linguaggio più idoneo per lavorare sul concetto di memoria? Daniel Blaufuks - Non proprio, penso che la letteratura e in parte anche il cinema siano più adatti, in quanto richiedono allo spettatore un vasto spettro di attenzione e di conseguenza di immersione. Tuttavia, la fotografia è già memoria per sua essenza, quindi la memoria è inerente al processo fotografico.   LG - In This Business of Living fai chiaro riferimento alla letteratura, in particolare ai diari di Cesare Pavese pubblicati con il titolo Il mestiere di vivere. Cosa ti ha colpito di quell'opera? DB - Beh, Pavese è uno scrittore meraviglioso e i suoi diari sono bellissimi, in particolare i suoi pensieri della vita quotidiana, a cui sono molto interessato. La parola mestiere, che non si traduce in inglese, parla di questa necessità di vivere, di reinventare la vita su base giornaliera. Questo può essere un compito difficile a volte e per Pavese si è concluso tragicamente con il suo suicidio. Le ultime annotazioni del suo diario sono...

Conversation with Daniel Blaufuks / Missing present

Italian Version   Laura Gasparini - Almost all your work is based on memory and the various forms that it encloses and represents. Do you think photography is the most suitable language for working on the concept of memory? Daniel Blaufuks – Not really, I think literature and some cinema are more suitable, since they demand from the viewer a larger span of attention and immersion. Nevertheless, photography is already memory by its own essence, so memory is inherent to the photographic process.   LG – In This Business of Living, you make a clear reference to the literature, particularly to the diaries of Cesare Pavese published under the title This Business of Living. What has struck you for that work? DB – Well, Pavese is a wonderful writer and his diaries are beautiful in his musings of everyday life, which I am very interested in. The word mestiere, which does not translate well into English, speaks of this necessity to live, to reinvent life on an everyday basis. This can be a difficult task at some times and for Pavese it ended tragically with his suicide. The last annotations in his diary are to the point, but also on a day where he just writes: “today, nothing.”...

Intervista a Mario Cresci / Fotografia del no

Attendo Mario Cresci in una stanza della GAMeC di Bergamo, dove sta allestendo la sua mostra antologica. Giungo nella sala espositiva più piccola e intima del museo. Qui sono collocate, agli angoli, due grandi fotografie: Campo riflesso e trasparente (1979). Al centro della sala divengo un punto d’osservazione tra due opere collegate concettualmente. Guardo la reale lunghezza di un metro da muratore che prolunga la sua misura nella superficie di uno specchio. Alle altre due pareti sono appesi ulteriori campi riflessi, scatti che documentano un lavoro site-specific fondato sui diversi spostamenti e gradi della percezione. E qui penso che Cresci, nel suo articolato percorso di ricerca, ha compiuto spostamenti continui al di là dei consueti recinti disciplinari, con una metodologia basata sull’intreccio tra vari linguaggi. Pur privilegiando il medium della fotografia ha innescato anche sperimentazioni extra-fotografiche, migrazioni di ipotesi e di verifiche. Con il coraggio di chi dà molta importanza all’onestà intellettuale e al desiderio di scoprire nuove vie e intuizioni, ha spesso messo in discussione i suoi risultati formali, andando incontro anche alla prossimità del...

Amicizia / Luigi Ghirri e Gianni Celati

Nel 1981 Luigi Ghirri telefona a Gianni Celati. Ha letto i suoi libri e vuole incontrarlo. Ha anche sentito parlare di lui da amici comuni al Dams di Bologna. Intorno al fotografo modenese si raduna da qualche tempo una generazione di fotografi interessata al nuovo paesaggio italiano. Si propone di rappresentarlo facendo a meno degli stereotipi tradizionali: l’Italia delle cartoline Alinari, quelle “unte di colombi”, come dirà Arturo Carlo Quintavalle. Sono periferie urbane, campagne, luoghi del lavoro, strade, distributori di benzina, case abbandonate, giardini. Celati è contentissimo di questo invito; si entusiasma subito. Seguono lunghe discussioni nella casa di Ghirri, che si protraggono sino a notte fonda. Una sera, poi, il fotografo telefona allo scrittore per chiedere di spiegargli un testo di Wittgenstein, autore che stanno leggendo in quel periodo. Ghirri vuole che Celati partecipi con un suo testo al lavoro fotografico in corso. Diventerà un libro e una mostra: Viaggio in Italia (1984).   Luigi Ghirri, Gianni Celati, 1984-86.   Un capitolo decisivo della storia della fotografia italiana dopo la lunghissima stagione neorealista, almeno come impresa di gruppo,...

Jazzi. Secondo natura / Nuvole

  Jazzi è un programma di valorizzazione del patrimonio ambientale dell'area di Licusati (Camerota) a ovest dell pendici del Monte Bulgheria nel Parco Nazionale del Cilento e dell Vallo di Diano, per abitare la relazione con la natura.    La serie dei testi Secondo Natura vuole evidenziare il medesimo ritorno alle esperienze sensoriali riferendosi a quegli elementi che incontriamo ogni giorno nel mondo intorno a noi: acqua, vento, onde, nuvole, sabbia, polvere, pietre, stelle, eccetera. Un viaggio sensibile e intellegibile che auspichiamo, sulla scorta degli antichi poeti e filosofi, sia davvero secondo natura.   Akira Kumo è un uomo anziano. Giapponese, stilista, vive nella capitale francese in un’abitazione stracolma di libri. Un giorno assume una giovane ragazza per fargli da bibliotecaria: deve catalogargli i libri. Sono tutti dedicati a un unico argomento, le nuvole. Kumo è sopravvissuto all’esplosione nucleare di Hiroshima, alla nuvola radioattiva. Pian piano confida alla giovane, Virginia Latour, i segreti della meteorologia e della scienza delle nuvole. Così la trama di La teoria delle nuvole (Fazi Editore), opera di Stéphane Audeguy, scrittore...

A Reggio Emilia: edizione 2016 di Fotografia Europea / Walker Evans. Italia

  Un mondo che c’è ancora, il passato sempre vivo, il documento e il ricordo; ragioni di cui la fotografia si è sempre fatta carico, ma qui qualcosa è diverso. Qui, l’occhio è alle prese con una semplicità quasi austera, con la neutralizzazione di ogni intento idealista o anche solo commovente. Questi sono sguardi che si scambiano, in silenzio, e tuttavia dicono molto.   Lucille Burroughs, daughter a cotton sharecropper Hale County Alabama 1936, Collezione Marco Antonetto.    Se volessimo guardarci, anche solo per gioco, dall’assumere il significato di ogni parola come dato, dovremmo considerare, per esempio, che il senso originario della “crisi” (dal verbo greco κρίνω: “separare, decidere”) non si riferisce a un baratro, che spartisca la terra aprendosi sotto i nostri piedi ma, piuttosto, a un nuovo orizzonte, che scardina la continuità e vi traccia un sentiero improvviso, imprevisto. Crisi, allora, sarebbe soltanto il futuro che disattende le nostre aspettative e diventa qualcos’altro, non necessariamente peggiore. D’altro canto, vallo a raccontare a chi nella crisi ci ha perso il lavoro. In quella attuale, che dura dal 2008, o in quella che iniziò dal...

Reggio Emilia, Fotografia Europea / Pezzetto sull’Emilia

  Per uno che abita in Emilia, scrivere un pezzo che parli dell’Emilia, o della via Emilia, a me sembra una cosa difficilissima. Mi viene in mente il periodo in cui una rivista di viaggi mi aveva mandato nel Mississippi a scrivere di blues, nel 2002, e io ci ero andato e molti di quelli che incontravo per strada e ai quali chiedevo cosa pensavano del blues mi guardavano stupiti e poi mi dicevano che loro, del blues, non ne pensavano niente, e che ascoltavano della musica tutta diversa.    E io mi ero sentito come credo si sarebbe sentito un americano che fosse venuto in Emilia convinto che tutti gli emiliani ascoltassero il liscio, bevessero il lambrusco e mangiassero i tortellini quando si fosse accorto che c’eran degli emiliani che il liscio non lo ascoltavano e erano astemi e vegetariani.  E mi è tornato in mente un esempio che mi torna in mente spesso, in questi ultimi mesi, l’esempio  di quegli antropologi bolognesi che qualche decennio fa avevano invitato un cantastorie senegalese, uno che scriveva delle storie e poi le metteva in musica e le cantava ai suoi concittadini, l’avevano invitato a Bologna e gli avevano detto di osservare i bolognesi e...

L’Italia di Cartier-Bresson e degli altri

Il rapporto che lega la fotografia di paesaggio e il nostro Paese penetra le proprie radici abbastanza in profondità da sollevare l’interrogativo sulla ragione di tanta confidenza, anche dando per assunte la produzione che ispirò il lavoro di Ghirri e quella che da esso continua a essere ispirata. Italia Inside Out è iniziata, nella primavera scorsa, come un’eccellente operazione che esplorava proprio quel cosmo, costellato dalle fotografie di Guido Guidi, Olivo Barbieri, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico e numerosi altri grandi italiani. Stesso teatro, Palazzo della Ragione Fotografia di Milano, e stessa curatrice, Giovanna Calvenzi, per la mostra che si colloca nel solco della precedente e lo porta oltre i confini nazionali, ma attraverso un’agile acrobazia: quello che sta oltre confine – o, per meglio dire, chi ci sta – lo supera verso l’interno.   Henri Cartier-Bresson e gli altri. I grandi fotografi e l’Italia, inaugurata lo scorso 10 novembre e aperta fino al prossimo 7 febbraio, raccoglie oltre 200 immagini e le dispone lungo un percorso che la curatrice definisce «un Grand Tour in sette tappe...

Natura e paesaggio

Assumere un punto di vista è atto che pertiene naturalmente allo sguardo e che, insieme, ne rompe l’ordinario funzionamento. A fare della fotografia un’uscita dall’ordinario anche più straordinaria è la dichiarazione del punto di vista assunto, la proiezione dopo la sua introiezione, il risultato che essa persegue e che ne consegue: la fotografia è un punto di vista reso noto al mondo, genera un’immagine performativa, capace con il semplice fatto di essere visibile di creare un mondo, quello della visione, singola e singolare e proprio per questo così potente. Per dirla con Didi-Huberman, con certa fotografia avviene che sia l’immagine stessa a prendere posizione.[1]   È il caso delle fotografie raccolte nell’esposizione Natura e paesaggio nelle collezioni della Fototeca della Biblioteca Panizzi, curata da Laura Gasparini e visitabile fino al 27 settembre 2015 presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. L’occasione della rassegna annuale Fotografia Europea è stata colta con attenzione e perspicacia, dando vita a una mostra che si guarda bene dall’accogliere la semplicistica...

Purtroppo ti amo. La fotografia si dichiara al suo territorio

L’intima convivenza che porta spesso la fotografia e il territorio a incontrarsi è un concetto tutt’altro che banale, come potrebbe invece apparire d’acchito. La rappresentazione del luogo che ci circonda, che con lo sguardo circondiamo, è una dichiarazione affettiva che ha riempito tele pittoriche fin dagli albori dell’arte del pennello e della tavolozza e può sembrare – perché di fatto è – naturale che la fotografia abbia calcato le stesse strade. E, pure, ri-calcandole, guardandole nuovamente, riscrivendone le tracce.   La fotografia di paesaggio è infatti, spesso e facendo di ciò la propria peculiarità, fotografia di passaggio. La dimensione temporale che essa abita è quella dello sguardo/occhiata e non tanto quella dello sguardo/contemplazione (decisiva la differenza tra i termini inglesi glance e gaze, proposta dal filosofo americano Edward S. Casey in The world at a glance, differenza che le traduzioni rispettivamente di “occhiata” e “sguardo” non rendono così efficacemente). E non per questo, la fotografia diventa meno capace di...

Mario Dondero, fotografo naturale

Se esistesse la “fotografia naturale”, sarebbe opera di Mario Dondero. Con “naturale” intendo la fotografia in cui quello che si vede è davvero un momento colto dal flusso temporale, ma un momento che dura. La fotografia in genere, come ci ricorda John Berger, arresta il flusso temporale in cui l’evento fotografato è esistito. Guardando uno scatto di Mario Dondero si ha la sensazione contraria: non c’è arresto, bensì movimento. Il flusso temporale non s’interrompe, e anche l’evento fotografato non è al passato – è esistito – bensì al presente: ancora è.   Berger in un suo bellissimo saggio dedicato all’ambiguità della fotografia, Apparenze, sostiene che ogni fotografia ci offre due messaggi: uno che riguarda l’evento fotografato e “l’altro che attiene alla discontinuità”. Detto altrimenti: tra il momento registrato dalla macchina fotografica e il momento in cui si osserva il suo prodotto c’è un abisso. Ogni scatto conserverebbe un istante di tempo, impedendo così che sia cancellato e sostituito...

Mois de la Photo à Parigi

Confesso che era da tanto che cercavo di mettere a fuoco quello che mi è capitato di trovare come per caso a Parigi, alla mostra di Garry Winogrand tuttora in corso al Jeu de Paume. Winogrand naturalmente è famosissimo, certe sue immagini le abbiamo in memoria tutti, come quella della coppia mista, lui afroamericano e lei caucasica, entrambi con in braccio una scimmietta, o quella dell’infilata di persone sedute sulla panchina nel parco, o quella ancora dell’American Legion Convention con il vecchio mutilato ignorato da tutti gli astanti.   È il Winogrand degli anni sessanta, quello del cosiddetto “paesaggio sociale”, a caccia di scenette che ci restituiscono il sapore e il senso della società di quel periodo attraverso gli angoli meno fotografati eppure più quotidiani e sotto gli occhi di tutti. Ma prima, ai suoi inizi, negli anni cinquanta Winogrand non cercava tanto queste situazioni, a me sembra che fotograsse solo persone colte in momenti particolari, quando, senza saperlo, inconsapevolmente e automaticamente, assumono delle espressioni davvero singolari.   Garry Winogrand, Monkeys   Sono, questo...

Un libro esplora il rapporto tra immagine e scrittura / Immagini, immaginari, immaginazioni

È uscito da Donzelli Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti. Pubblichiamo la postfazione di Stefano Chiodi.     I felt as if I had been plunged into a sea of wine of thought, and must drink to drowning. But the first distinct impression which fixed itself on one was that of the entire superiority of Painting to Literature as a test, expression and record of human intellect, and of the enormously greater quantity of Intellect which might be forced into a picture – and read there – compared with what might be expressed in words. John Ruskin, Diary, 8 September 1849   Cosa può aggiungere il critico d’arte a chiusura di un libro che esplora in vivo la distanza, la competizione, l’alleanza, tra parola e immagine? Cosa, a parte confessare la sua impenitente iconofilia, il tempo, il debito, l’esaltazione, lo spreco che le immagini hanno sempre preteso dalla sua esperienza di spettatore? E ammettere senza ipocrisie l’innamoramento colpevole per il flusso inarrestabile di immagini digitali, per la vertiginosa espansione inflazionaria del web, per il suo potere di...

Guidi: fotografare quello che c'è

All’inizio di Alice nelle città, Philip Winter, scrittore tedesco in viaggio in America, è seduto davanti all’oceano. Come spesso accade nei primi film di Wim Wenders, vediamo il protagonista mentre guarda. Potrebbe essere un contemporaneo personaggio di un dipinto di Friedrich, o il Wilhelm di Falso Movimento che nella prima scena del film osserva a lungo e poi rompe con un pugno il vetro della finestra, che lo separa dalla realtà della piazza sottostante.   Appunti per una lezione   Nel finale, guardando il profilo delle montagne, la sua voce fuori campo racconta: «aspettavo che succedesse qualcosa, ma non accade nulla.(...) Era come se avessi perduto e continuassi a perdere qualcosa a ogni nuovo movimento». Philip Winter scatta fotografie, polaroid e bisbiglia con disappunto, dopo l’ennesima immagine: «Mai uguale a quello che si vede». La realtà da qualche parte è esistita, un accumulo di tracce, segni. Non è un caso che il dettaglio appaia come un indizio della verità a cui ambire, quasi il suo corpo del reato: sottolinea che non è tanto tutto ciò che esiste...

Memoto

Nel 1974 Luigi Ghirri fotografò il cielo per un anno intero. Dovunque si trovasse scattò una foto al giorno, per 365 giorni. Poi incollò le immagini in pannelli mensili di piccolo formato; nel farlo non tenne troppo conto dell’ordine di esecuzione. Il cielo è il cielo. Chissà cosa avrebbe fatto oggi Ghirri se avesse avuto a disposizione Memoto, il piccolo apparecchio che assicura uno scatto automatico ogni 30 secondi? L’avrebbe rivolto verso l’alto, per scattare delle istantanee delle nuvole? Difficile dirlo, perché nel frattempo, in questi quasi quarant’anni lo statuto della fotografia è cambiato radicalmente, anche grazie al fotografo emiliano, come si capisce visitando la bella mostra aperta al Maxxi (Luigi Ghirri. Pensare per immagini). Ma andiamo con ordine, e diciamo cos’è Memoto. Un piccolo oggetto di 36 x 36 millimetri e 9 di spessore; una spilla a colori vivaci  di materiale plastico, un po’ più grande del solito. La si attacca alla giacca, alla camicia, al cappotto o alla T-shirt, mediante un clip, e via in giro. Memoto costa 279 dollari, ha un solo pulsante; si...

Vice Versa

Nel Padiglione italiano alla Biennale di Venezia attraversiamo luoghi individuati con precisione: una vecchia piazza di paese che si specchia senza mescolarsi in un anonimo spazio urbano; un ambiente interamente in laterizio che ha il volume monumentale e l’umidità antica di un pezzo di archeologia industriale; le macerie di un terremoto o di un enorme crollo su cui ci arrampichiamo guardinghi. Ci sono anche un barbiere di quelli di una volta e un paese intero, Casale Monferrato. Vice Versa, la mostra curata da Bartolomeo Pietromarchi, è un omaggio all’antinomia, uno dei tratti distintivi (e positivi) dell’antropologia e della cultura italiane. Ispirandosi alle Categorie Italiane di Giorgio Agamben (1996), il curatore ha individuato sette coppie di concetti e quattordici artisti che li rappresentano, interpretano, evocano. Dopo l’orgia additiva e claustrofobica del Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni, Vice Versa – che troviamo alla fine delle infinite Corderie – è uno spazio arioso, dove le opere finalmente respirano. Il cambio di passo è netto: gli artisti di Vice Versa creano spazi che attivano altri...

Speciale Gianni Celati | Verso la foce

“Fatevi una storia” Raccontare i libri di Gianni Celati attraverso le parole dei suoi lettori. Dare voce alle storie di chi legge e ama i suoi libri: un capovolgimento di ruolo che vede i lettori, amici, compagni di viaggio nel ruolo di narratori di uno dei più importanti scrittori italiani contemporanei Leggere i libri di Gianni Celati e raccontarne la propria più personale esperienza, dai fatti minimi alle scelte che quella lettura ha determinato. Raccontare perché si è preso in mano quel tal libro di Celati e poi come mai vi si è rimasti legati, l’umore di un giorno, un entusiasmo giovanile come la sorpresa di una (ri)scoperta ad anni di distanza. Scriveteci, i pezzi migliori (max 3000 battute da inviare a info@doppiozero.com) verranno pubblicati da doppiozero in occasione degli incontri che dal 7 marzo fino al 27 novembre animeranno La dispersione delle parole. Una rassegna organizzata dal Comune di Bologna in collaborazione con la casa editrice Einaudi dedicata a Gianni Celati per la pubblicazione della sua traduzione dell’Ulisse di James Joyce.       Comincerò dall...

Il comico come strategia in Gianni Celati

L’ultimo numero della rivista Nuova prosa, Le strategie del comico in Gianni Celati & co, raccoglie gli atti del convegno di Copenaghen dedicato a Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni.     Lo presentiamo attraverso un’intervista di Aurora Capretti a Gianni Celati ed un breve video, di Gianni Canali, in cui Nunzia Palmieri introduce il volume. Nuova prosa è edita da Greco&Greco (info@grecoegrecoeditori.it) che ringraziamo per averci concesso di pubblicare l'intervista a Gianni Celati.     Negli anni Sessanta inizia a collaborare e a scrivere su una serie di riviste; tra queste, molte delle quali vicino alla Neoavanguardia, anche “il Caffè” diretta da Giambattista Vicari. Può parlarmi della sua esperienza a riguardo?   L’avanguardia aveva uno sfondo ideologico, anche se questa tendenza era evitata da molti, oppure astratto-fenomenologico, con tendenze abbastanza accademiche. Nelle poche volte che ho avuto a che fare con i suoi promotori, mi sono trovato a disagio. “Il Caffè”era invece una nave in mezzo al mare, senza dottrine, veramente anarchica...

Franco Vimercati. Tutte le cose emergono dal nulla

In anni non molto remoti, quando si trattava di parlare di artisti italiani che lavoravano con la fotografia, pareva esistessero solo le Verifiche di Ugo Mulas, le opere di Luigi Ghirri e al massimo quelle di Franco Vaccari. In mezzo sembrava estendersi un vasto territorio di nessuno. Da qualche anno, per nostra fortuna, vari curatori hanno cominciato a “riscoprire” le opere di importanti autori che, già a partire dagli anni Settanta, si sono soprattutto interrogati sul linguaggio visivo della fotografia e non tanto sul che cosa fotografare. Sono così state giustamente valorizzate le ricerche di Aldo Tagliaferro, di Davide Mosconi e Silvio Wolf.   E oggi, finalmente, nella magnifica cornice di Palazzo Fortuny a Venezia si può visitare un’ampia mostra antologica dedicata a Franco Vimercati (Franco Vimercati. Tutte le cose emergono dal nulla, a cura di Elio Grazioli, fino al 19 novembre). Una mostra accompagnata da un catalogo splendido, fondamentale per avvicinarsi all’opera di questo autore straordinario, al contempo essenziale e complesso. Stampato in modo egregio (cosa non facile data la qualità di stampa delle...

Ugo Mulas alla Triennale

Nella prima sala della mostra ci sono le fotografie che Mulas ha scattato nei musei, a Berlino, a Mosca, in altre città, alla fine degli anni Cinquanta e inizio Sessanta. Guardava le persone – soprattutto i bambini e i ragazzi, poi quelli con la macchina fotografica in mano ma che non scattavano, o quelli che non guardano, alcuni addirittura appisolati, stanchi, e i gruppi anche – osservava il loro rapporto con le opere, il loro sguardo, la loro postura.     Non ho ceduto alla tentazione di paragonarlo alle foto di uguale soggetto di Luigi Ghirri e di Thomas Struth, o altri, come maliziosamente forse si vorrebbe insinuare, ma mi sono invece messo anch’io a guardare i visitatori della mostra intorno a me. Mi sono chiesto una sola cosa: Mettiamo che non conoscano Ugo Mulas, come probabilmente quella coppia di giapponesi o quei due che sembrano lì per caso (in fondo siamo alla Triennale e forse sono venuti per altre mostre di design o architettura), si accorgeranno di avere di fronte un grande fotografo? La mostra li convincerà che non è solo una documentazione di mostre, che è Mulas qua l’artista e le sue...

Viaggio in Italia

Per oltre cent’anni l’immagine dell’Italia è stata quella fissata dalle fotografie dei Fratelli Alinari: monumenti, piazze, strade, palazzi, case, fotografati in modo frontale, con qualche rara persona nel rettangolo in bianco e nero, o virato in seppia. Un’Italia oleografica, prigioniera del suo nobile passato. Mai che vi figurasse uno stabilimento industriale, le torri di un petrolchimico, i distributori di benzina, le costruzioni moderniste. Questa immagine è continuata intatta durante il Fascismo, e oltre. Era “Venezia unta di piccioni”, come ha scritto una volta Carlo Arturo Quintavalle, insomma il nostro amato Bel Paese. A interrompere per un momento questa oleografia c’era stato il neorealismo, ma nel profondo l’idea visiva che gli italiani avevano del propria terra restava la medesima. Poi all’improvviso è successo qualcosa, uno di quei miracoli la cui potenza si percepisce solo a distanza di decenni. Nel 1984, nel mese di gennaio, appare un sottile volume che accompagna una mostra di ben trecento immagini presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. L’editore è Il Quadrante di...

Speciale ’77. What a curious feeling

“Succedevano allora in Italia, nei dieci anni 1968-1978, cose che oggi non ci si crede”. Così, qualche anno fa, Oreste del Buono in circostanza non troppo diversa dalla presente (presentando, cioè, le poesie in quegli anni dedicate da Nanni Balestrini all’allegorica “signorina Richmond”). Di quel tempo alla lettera incredibile è in primo luogo straordinario documento Alice disambien­tata, testo o non-testo attribuito dalla (oggi) dilavata e graffiata copertina dell’Erba Voglio a un fantomatico “collettivo A/Dams”: nome che arieggia (e parodia, forse) quello della testata leader fra le mille dell’esoeditoria di quegli anni e anzi di quei mesi, “A/traverso”, il “giornale PER l’autonomia” informalmente diretto da Bifo, al secolo Franco Berardi.     E, a passare in rassegna le proposte ’76-’80 dell’editrice milanese animata da Elvio Fachinelli, l’air de famille rende meno improbabile un progetto come quello partorito da Gianni Celati, di cucire in un patchwork testuale – come ricorda lui stesso, oggi, a quasi trent’anni di distanza – “schede, appunti, foglietti stropicciati, registrazioni e interventi che riassumevano discorsi svolti per un anno”. Proprio il “collettivo A/...

Umberto Eco e Paolo Fabbri, due riflessioni sulla fotografia

Pubblichiamo qui due discorsi sulla fotografia, il primo di Umberto Eco ed il secondo di Paolo Fabbri. Gli autori li hanno pronunciati in occasione del XXXVIII Congresso dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, dal titolo “La fotografia: oggetto teorico e pratica sociale”, tenutosi a Roma dall’8 al 10 ottobre 2010, di cui verranno pubblicati prossimamente gli Atti  a cura di Vincenza Del Marco e Isabella Pezzini.     Ero troppo occupato a fotografare e non ho guardato   Sino a due minuti fa io mi chiedevo che “ci sto a fare qui”, perché l’anno scorso ho votato contro il tema fotografia per questo convegno e avevo, invece, proposto il tema “silenzio”. Per cui, se fossi minimamente coerente, verrei qui per stare zitto o per occuparmi di quelle fotografie eccessivamente esposte alla luce solare che diventano o tutte nere o tutte bianche, che possono costituire addirittura una forma d’arte che una galleria potrebbe esporre con qualche profitto. Ma due minuti fa, su un intervento di Morello, ho trovato che forse un aggancio c’è perché, essendo nella...