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Luigi Pareyson

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Umberto Eco. Come ho scritto i miei libri

Nevica quando vado a trovare Umberto Eco nella sua casa milanese. Siamo a febbraio e Numero zero suo ultimo romanzo edito da Bompiani è uscito da qualche tempo. Subito è salito ai primi posti delle classifiche di vendita. Sono state pubblicate varie recensioni e Eco ha rilasciato molte interviste, più del solito, da quello che ricordo. E allora cosa ho ancora da chiedergli? Ho letto il libro prima dell’uscita, in bozze. Non siamo riusciti ad accordarci per vederci prima e parlarne. Perciò lo faccio ora. Ho molte curiosità al riguardo: un autore notissimo non solo in Italia, ma nel mondo, forse lo scrittore italiano vivente più famoso, su cui sono stati scritti saggi, articoli, libri. Eppure ci sono molte cose che di lui sfuggono, a partire dalla sua doppia natura di saggista e narratore, ma anche riguardo il modo in cui lavora. Poi un romanzo scritto a ottantadue anni. Beh, un bel traguardo, non c’è che dire. Insomma parto da qui. Seduti nel suo salotto comincio a fargli domande su Numero zero.     Come ti è venuto in mente di scrivere questo nuovo romanzo?   Dagli anni Sessanta ho scritto...

La chiesa dei poveri

Dopo avere occupato per secoli il pensiero di economisti e riformatori sociali di varia scuola, la questione della povertà, sembrava essere stata definitivamente superata nei Paesi Occidentali grazie ai successi economici senza precedenti raggiunti dal secondo dopoguerra in poi. La crisi economica che sta scuotendo l'Europa, e l'immigrazione massiccia di gente che fugge da situazioni disperate in diverse parti dell'Africa e del Medio Oriente cercando scampo nel Vecchio Continente, hanno ridato centralità al tema della povertà e dei poveri. Da sempre la Chiesa li assiste e li soccorre, da quando non esisteva neppure l'idea di stato sociale, e lo fa ancora oggi mentre lo Stato, divenuto nel frattempo stato sociale, sembra non averne più le risorse o la capacità.   L'altra faccia della povertà, è la ricchezza. Nel mondo cristiano è stata percepita sempre in modo ambivalente: da un lato l'amore per i poveri non è stato mai privo di una certa diffidenza, dall'altro quello per i ricchi ha sempre nascosto una buona dose d'invidia e lo stesso tipo di diffidenza nutrita verso i poveri, ma...

Ermeneutica

Con la crisi dello strutturalismo e il tramonto della militanza intellettuale, e in alternativa alla semiotica, negli anni ottanta l’ermeneutica è la corrente filosofica di più ampia visibilità: per usare le parole di Gianni Vattimo, uno dei più noti filosofi italiani, l’ermeneutica si presenta come koinè filosofica del pensiero occidentale, lingua comune e territorio di intersezione tra scienze umane e naturali grazie alla sua capacità di aprirsi a tutte le altre discipline, non in virtù della superiorità del suo sapere ma per la rinuncia ad essere totale e onnicomprensivo; una filosofia come sfondo della cultura e chiave di volta dell’interdisciplinarietà, che trova nell’idea di dialogo la funzione di snodo comunicativo tra conoscenze, epoche, soggetti.   L’Hermeneutikè tèchne o arte dell’intepretazione, nata con la filosofia greca, solca la storia della cultura europea fino al Settecento quando, in ambiente tedesco, diventa il problema della comprensione di qualsiasi testo che, sul modello di quello sacro, non si presenti immediamente chiaro; la...