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Massimiliano Gioni

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Ossessionato dalle immagini / Maurizio Cattelan: Torno subito

Maurizio Cattelan: Be Right Back. Torno subito, come è scritto in quei cartelli che si appendono alle porte di un’attività, di un negozio quando ci si allontana per poco tempo, per poi tornare. Questo è il titolo del docu-film girato dalla regista Maura Axelrod e distribuito in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital e Feltrinelli Real Cinema (in visione nelle sale solo per due giorni, il 30 e il 31 maggio scorsi). Il riferimento è a una delle sue prime opere, Torno subito appunto, del 1989: quando la Galleria Neon di Bologna lo invitò a esporre presso i suoi spazi, Maurizio, agli esordi, desiderante e impaurito verso quel mondo dell’arte che lo attraeva come una calamita e da cui al tempo stesso sarebbe voluto scappare, si fece travolgere da un’indecisione parossistica, fino a quando ebbe l’intuizione di lasciare la galleria così, vuota, con il cartello con la scritta appeso alla porta d’ingresso.    D’altra parte, per chi conosce minimamente il lavoro dell’artista, questo titolo non può non suonare come provocatorio oggi: torna? Ma non si era ritirato dalle scene nel 2011? Sia chiaro: Cattelan è un provocatore, fa un sapiente uso dell’ironia e del rovesciamento per...

Conversazione con Massimiliano Gioni / Diventare curatore: Cultura, Pubblico, Network

43 anni, italiano di nascita e newyorkese di adozione, attualmente è direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano e Artistic Director del New Museum di New York. Sua è la curatela della Biennale d’arte contemporanea itinerante Manifesta (2004) così come delle Biennali di Berlino (2006), di Gwangju (2010) e di Venezia (2013). Brillante, eclettico, perfezionista, concepisce e realizza progetti espositivi pressoché ineccepibili. Si tratta dell’enfant prodige, ormai diventato adulto, Massimiliano Gioni. Se volessimo rintracciare gli elementi-guida del suo operare da curatore, potremmo forse individuarli in Cultura, Pubblico, Network.    Cultura perché Gioni è uno storico dell’arte coltissimo che intesse le sue mostre di molteplici riferimenti ad artisti, scrittori, filosofi, musicisti, registi, architetti. Si pensi al Palazzo Enciclopedico, progetto curatoriale per la 55a Biennale di Venezia del 2013 ispirato al museo immaginario che l’artista Marino Auriti ideò nel 1955 per ospitare tutto il sapere dell’umanità. E si pensi anche alla mostra La Grande Madre, inaugurata nel 2015 a Palazzo Reale di Milano, che faceva riferimento a testi quali Nato di donna...

Sulla Grande Madre

Da sempre il tema della maternità oscilla tra i territori dell’arte, della mitologia e della religione. La madre è infatti un archetipo antico la cui rappresentazione e culto in area occidentale, da Iside a Cerere e Demetra, Diana e Artemide, da Maria fino a “sora nostra matre terra”, è stata associata alla terra e ai suoi frutti, alla caccia, alla guerra, alla nascita e alla morte. Tra i molti permane in fondo anche quello antichissimo della Grande Madre, protettrice della passione sessuale e della fertilità femminile, che si è diversamente evoluto. La Madre è stata assunta dunque nei secoli come una figura ambivalente, alla cui forza creativa si aggiungeva quella distruttiva; una potenza nutrice e al tempo stesso divoratrice, un’immagine devozionale da adorare e temere.   Dalla colelzione di Olga Fröbe-Kapteyen   Se nella società tradizionale alla madre si riconosceva un ruolo sociale, definito e racchiuso all’interno di certi obblighi e doveri, più di recente da quando si è modificata la coscienza delle relazioni tra controllo del corpo e politica, questo ruolo ha assunto inediti valori identitari, passando dalla condizione di scelta obbligata a nodo centrale del...

Expo: Ricominciamo

La lunga coda che il 25 agosto si snodava davanti a Palazzo Reale era il segno di una rentrée anticipata per molti milanesi. L'occasione era l'opening della mostra La grande madre, organizzata dalla Fondazione Trussardi a Palazzo Reale, virtuoso esempio di collaborazione tra pubblico e privato. Il tema della mostra, l'archetipo della grande madre mediterranea e non solo, era così smisurato che si era sommersi dai materiali, spesso preziosi e inaspettati, ma col sospetto che il tema andava forse calibrato un po' meglio (scherzando suggerivo La grande zia). Ad ogni modo è una bella mostra ed è stata l'occasione per verificare la prevalenza degli abbronzati sui visi pallidi.   Diverso, meno da happening, il clima che si respirava nell'altra mostra che si apriva a Palazzo Reale qualche giorno più tardi, Giotto e l'Italia, dedicata al padre della pittura italiana. "Con Dante e Giotto le arti in Italia nascono adulte" era una frase che si mandava a memoria a scuola e la mostra ne dà conferma. L'allestimento di Mario Bellini offre la possibilità di vedere da vicino memorabili polittici, ma...

Biennale: screen test

Palazzo degli schermi   Con il finissage alle porte, ne approfitto per sottoporre la 55a biennale di Venezia a uno screen test, alla ricerca ovvero dei modi in cui lo schermo è utilizzato nelle opere esposte. Considero lo schermo nel campo allargato di quelle pratiche artistiche che sfuggono alle storie cloisonné della pittura, del cinema, del video, dell’arte digitale. Tra le tante figure schermiche presenti, mi soffermerò solo su tre: il Movie Drome di Stan VanDerBeek, con una breve digressione sullo zero di Stefanos Tsivopoulos; l’interfaccia di Camille Henrot; l’“effetto Potëmkin” o il fare schermo di Jesper Just. Ognuna di queste traduce visualmente, a suo modo, un aspetto del palazzo enciclopedico. Un’operazione riuscita quando – che sia o meno questione di schermi – resta viva un’indecisione, una tensione tra due polarità difficilmente conciliabili quali l’impulso enciclopedico e l’impulso entropico.     Un paio di omissioni mi stanno a cuore, a partire dai film in 16mm di João Maria Gusmão e Pedro Paiva, esposti a poca distanza...

Palazzo Enciclopedico

Le due sezioni della mostra centrale della Biennale, ai Giardini e all'Arsenale, sono percorribili in due modalità differenti: da un lato la circolarità della fruizione, che induce a un movimento melmoso, come nella pancia di una balena. Dall’altra la verticalità dell’Arsenale, che al contempo costringe un’andatura faticosa, una gimkana di zig zag sofferti, come un audace videogioco, pieno di ostacoli e imprevisti.   Carl Gustav Jung   Dove comincia la mostra? Da Auriti col Palazzo Enciclopedico, dal libro rosso di Jung, da Richard Serra e il suo omaggio a Pasolini, da Oliver Croy e Oliver Elser, con l’esposizione di un villaggio di cartone composto da Peter Fritz. Un architetto, uno psicoanalista, un artista, un assicuratore. Ogni direzione, stanza, percorso suggerisce connessioni e riflessioni diverse, a partire da un’opera inserita fra più opere, che contribuisce a costruire un susseguirsi di immaginari interiori. Sono percorsi alternati,  che generano modi di vedere e percepire distorti anche se riconducibili tutti a un unico topos: fare della mostra una mappa di orientamento della...

Tino Sehgal, o del gesto

Il mio primo incontro con Tino Sehgal risale al tardo marzo del 2006. Ero a Berlino, mi trovavo in città per la prima volta, e tutti i miei sensi sembravano annebbiati da un’infatuazione adolescenziale, ingigantita dall’apparire sulla mia strada (in senso letterale, su una strada precisa, l’allora per me sconosciuta Auguststraße) dell’apparato espositivo elaborato per la quarta edizione della Berlin Biennale.  I tre curatori della mostra, Massimiliano Gioni, Maurizio Cattelan e Ali Subotnick, mi stavano regalando la rara possibilità di penetrare gli edifici, di vedere i miei primi appartamenti berlinesi, insieme ad altri spazi meno privati, ma per me, sprovveduta turista, quasi segreti: cimiteri, imponenti ex-uffici postali, e sale da ballo antiche.  Proprio in quest’ultimo luogo il mio sguardo si sarebbe imbattuto in qualcosa che definiva a stento, quella che il mio primo manuale di storia dell’arte chiamava performance. Un ragazzo e una ragazza strisciavano sul pavimento, uniti da una coreografia che anche il mio occhio inesperto riusciva a riconosce, eppure il loro sembrava un gesto tanto naturale e...

Vice Versa

Nel Padiglione italiano alla Biennale di Venezia attraversiamo luoghi individuati con precisione: una vecchia piazza di paese che si specchia senza mescolarsi in un anonimo spazio urbano; un ambiente interamente in laterizio che ha il volume monumentale e l’umidità antica di un pezzo di archeologia industriale; le macerie di un terremoto o di un enorme crollo su cui ci arrampichiamo guardinghi. Ci sono anche un barbiere di quelli di una volta e un paese intero, Casale Monferrato. Vice Versa, la mostra curata da Bartolomeo Pietromarchi, è un omaggio all’antinomia, uno dei tratti distintivi (e positivi) dell’antropologia e della cultura italiane. Ispirandosi alle Categorie Italiane di Giorgio Agamben (1996), il curatore ha individuato sette coppie di concetti e quattordici artisti che li rappresentano, interpretano, evocano. Dopo l’orgia additiva e claustrofobica del Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni, Vice Versa – che troviamo alla fine delle infinite Corderie – è uno spazio arioso, dove le opere finalmente respirano. Il cambio di passo è netto: gli artisti di Vice Versa creano spazi che attivano altri...

La Biennale come archivio universale / L’enciclopedia interminabile

Il Palazzo Enciclopedico del Mondo è un gigantesco modello alto tre metri e mezzo, fatto di legno, ottone, plastica e celluloide, una strana torre cilindrica a più stadi, una specie di missile circondato da un porticato e quattro incongrue cupole dorate, a metà strada tra un’architettura visionaria del primo modernismo e un grattacielo staliniano. È il sogno della vita di Marino Auriti, emigrato dall’Abruzzo in America negli anni trenta del Novecento per sfuggire al fascismo: un museo “per contenere tutte le opere e le scoperte dell’uomo”, passate e future, da edificare sul Mall di Washington, un archivio labirintico e vertiginoso come la borgesiana Biblioteca di Babele.   Marino Auriti   L’impresa impossibile di Auriti – la cui vicenda singolare è narrata qui da sua nipote – è l’emblema della 55a Biennale di Venezia e il suo paradossale modello di riferimento: che forma può avere, se non appunto iperbolica e fallimentare, un’enciclopedia nell’età immateriale che attraversiamo? Non è forse la stessa nozione di “enciclopedia”, col suo ingombrante retaggio illuminista e il suo olezzo di accademia, ad aver infine ammesso la sua inconsistenza di fronte agli smaliziati...