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matita

(11 risultati)

Il vincitore del nostro concorso / Escapografie

Dopo le matite dei nostri collaboratori, ecco il contributo scelto tra quelli giunti in redazione, vincitore del concorso Una matita per l'estate.   Il mondo è una selva di segni, ogni segno può essere tradotto, interpretato, ogni segno contribuisce alla costruzione della nostra personale prigione. Romolo traccia per terra un solco e crea un recinto, una città, un impero, e questo segno determina il secondo fratricidio più celebre di tutti i tempi. Romolo dovrà trovare un’idea geniale per sfuggire al suo crimine (avere ucciso Remo / avere fondato una anagrafe dei diritti di residenza, una prigione), ricorrerà al teatro degli illusionisti, uscirà di scena sottraendosi alle sue responsabilità in forma di Quirino ascensionista.   La colpa originaria sta nell’interpretare e nell’essere interpretati: una stella a sei punte e sei un ebreo, un triangolo rosa e sei un degenerato... comunque, sei quello che dice (a te o agli altri) un segno, e se il segno è quello sbagliato, sei morto, fai parte della Storia, della contabilità. Le nostre prigioni sono fatte di segni, e alcuni segni sono sostituiti da complesse architetture di giustificazioni (visioni del mondo, ideologie,...

Una matita per l'estate / Matita

  Sfiato di ripensamenti – mente testa (punta?)  o solo punto, lì dove si incrocicchiano le rette tra passaggi slargati mobili sopra la superficie:  come una banderuola che si issa, puntata torre  fissa per non cadere  nello scivolìo sdrucioloso del punto,  per non cedere all’orizzonte rotolante della retta.     Infine il vento ne ha spazzato la testa contro un muro gonfio di bianco e poi grigio e tortora:    spezzata    dice di aver lasciato e di non ricordare…  che voleva ferire con la punta… umile difesa … d’asparago… sbuffante trafrittura…   e inganno lesto dirsi in mano d’altri, fingersi vento – “Presto!”, “Presto!” – distesa  per esser sollevata senza frangersi – non corrotta o ridotta,  immobile rincantucciata  in sé sigillo,  di una crescita che è solo alla rovescia e tende al niente.     Ma ogni punto-punta in fondo uguale, se accarezzasse l’idea di un infinito che sta nella sua coda  e di un presente che incide superfici di cui non sa e rincalza  col correre sperdendosi,  così che anche “Qui, già”  (e dov’è?!)  si è fatto inganno.   ...

Una matita per l'estate / Laptop

    L’ombra che lo schermo del notebook proietta sulla sua tastiera è stata dipinta. Quella proiettata dalla matita invece è vera. L’incongruenza tra la direzione della luce simulata dall’ombra dipinta e quella della luce ambiente è spaesante, in modo sottile e insidioso. Il vero e il falso convivono in uno spazio apparentemente omogeneo  

Una matita per l'estate / Lapis

  Eccoli, emozionati e fieri come cadetti nelle proprie uniformi. Rispondono alla tromba dell’adunata slanciandosi fuori dalla scatoletta di cartone. Eccoli, lapis che a dodici a dodici si dispongono rapidamente sulla scrivania, dapprima in ordine sparso, poi in riga l’uno accanto all’altro. Ce ne sono di tutti i reggimenti, quelli striati di giallo e nero, quelli laccati in un unico colore, quelli dalla divisa color senape e il capo marrone, quelli dall’elmetto di gomma. Eccoli ora tutti in ordine l’uno a fianco all’altro a formare minute ma solide palizzate. Ognuno con la propria arma appuntita, baionetta di grafite pronta a lasciare il segno su mille fogli. Ma è quella la fine dell’apprendistato, da quel preciso momento, un lapis scelto a caso nella dozzina entra nella vita adulta: viene infilato nell’astuccio a sacchetto e non è più protetto dai propri compagni, non fa più goliardicamente a spallate nella confezione. Il lapis ora è accanto alle penne dall’indelebile magistero; al matitone rosso e blu dal segno largo; al mai elastico righello. Dall’angolo più remoto dell’astuccio, le minacciose sagome della gomma da cancellare e del temperino lo guardano con fare...

Una matita per l’estate / Il bambino che disegnava la luna

Se volessi ricordare la prima volta in cui presi in mano una matita, per quanti sforzi possa fare, non credo che ci riuscirei. Con una certa plausibilità potrei solo ipotizzare che sia accaduto sui banchi di scuola. Durante il primo anno delle elementari, magari. Dubito che prima di allora potessi aver utilizzato una matita poiché una cosa che ricordo bene è che non mi piaceva il colore generico del suo tratto. Una tinta che poteva deviare dal grigio spento all’argento vivo per poi mutarsi in un buio assoluto. E io del buio avevo una paura disperata.  Preferivo le tinte colorate dei pastelli. Anzi, adesso che mi ci fai pensare, erano i pennarelli ad avere la preferenza su tutto quando si trattava di colorare i miei disegni. Tuttavia, ora che ci rifletto, non avrei potuto colorare senza prima aver disegnato e di certo i primi disegni che avrò realizzato saranno stati degli schizzi a matita.    Sì, senza dubbio devo aver utilizzato una matita anche prima di andare a scuola. Forse all’asilo o più facilmente a casa, sul tavolo della cucina o steso sul pavimento della mia cameretta, tracciando scarabocchi su qualche agenda logora, sulle pagine di un vecchio quaderno...

Una matita per doppiozero / 2H

  La linea ha un valore fondamentale nella ricerca di Giovanni de Lazzari. L’artista ha finora cercato di produrre un immaginario privilegiando la matita, che meglio di altri strumenti riesce a definire le sue figure, colte con uno sguardo favolistico. La scelta formale, il medium e il contenuto sono strettamente congiunti, come nello svolgimento sonoro di un’opera musicale: “A proposito del rapporto tra forma e contenuto, mi piacerebbe raggiungere un’unità completa fra gesto e pensiero, attraverso l’esercizio quotidiano della linea”. Il segno a matita parte da un’idea o da una forte impressione derivata dalla realtà e rivive attraverso la rivelazione evocativa di un’immagine scarna ed essenziale, estensione dello sguardo dallo spazio dell’intimità.   È un viaggio continuo dall’osservazione del reale al taccuino, in una fluida circolazione, dallo schizzo al disegno finale, più volte reiterato attraverso la linea di grafite 2H, in una declinazione giornaliera della tensione che si dinamizza tra lo sguardo e il segno lasciato sulla carta.  Nei taccuini di De Lazzari si svolge l’azione di un ossimoro sottile: l’antagonismo comunicante fra segni e codici diversi...

Una matita per l'estate / Breve storia delle mie matite

  All’inizio non fu una matita ma un pezzo di gesso staccato dal muro delle piccole case di Ronco dei Vespri 6, a Ispica.  Una pannocchia, poi, fu rivelatrice della storia della mia matita, poi matite. Ne fui consapevolmente cosciente perché per una pannocchia conobbi o mi fu presentata la 6B dal mio insegnante, maestro di Educazione artistica. Era la seconda media. Il primo anno fummo, un po’ tutti, costretti a fare degli esercizi elementari, come tracciare linee parallele, provare a fare dei graffiti con dei pastelli a cera e piccole prove con colori a spirito e nei casi migliori con acquerelli con risultati dubbi, nessuno escluso. Il secondo anno, alcuni almeno, non tutti, fummo costretti a fare una prova dal vero con i colori ad olio messi a disposizione dell’istituto, dipingemmo una natura morta formata da un vaso e un drappo di velluto blu, o rosso, potevamo scegliere.     Un disastro fu il mio contatto con il colore. Il maestro, posso dirlo, era un cattivo maestro, non diceva niente, non faceva nulla se non leggere il giornale o sprofondare in una noia che poi ribolliva in una specie di ira quando passava a visionare le nostre intimidite – è proprio il...

Una matita per l'estate / Matita. Strumento divinatorio

  L'ultima è arrivata da Barcellona, un bastoncino liscio, senza lati, lucido e ricoperto dai colori di Parc Guell. Un cilindro perfetto con un'anima di grafite da liberare il prima possibile, perché una matita senza punta è un paradosso insopportabile. Accuratamente affilata, la matita decorata da Gaudì è rimasta a riposare tra le penne scariche, infilandosi tra i capelli nei giorni più caldi, a spargere sulla testa profumo di legno e lapis.     Non uso spesso la matita, le riservo compiti circoscritti e cerimoniose pratiche di osservazione e meditazione. Innanzitutto la matita vuole la carta, ubbidendo all'elettiva affinità di due tenaci memorie del legno. E il resto sono esercizi per dar forma a ciò che è incerto e diviso, per parlare la  lingua del possibile e del nebuloso.   La matita è sempre stata per me uno strumento divinatorio, utile a chiamare a sé le cose sommerse, a portarle a galla accarezzandone la superficie.     Quello che veniva fuori dalle matite era sempre il frutto di un gioco e di un compromesso, il barattare un po' di gentilezza per qualcosa di fragile e vero.     Un addestramento alla precisione per fare pace...

Una matita per l'estate / La matita del fato

  I misteri delle matite rosseblu sono indecifrabili come il Destino. Un mistero fra tutti, tanto per chiarire: perché il blu marchiava gli errori capitali e il rosso quelli veniali, e non viceversa? In attesa di delucidazioni dagli esperti, passo al seguito.  Il blu era livido e pigiato con furia da una matita non appuntita, anzi scalcagnata; il rosso invece sottile, timido e svolazzante.  Il blu era inesorabile: ne bastava un altro soltanto per sprofondare nel buio precipizio dell’insufficienza. “Superstisione” causava invece la correzione in rosso della esse in zeta (forse perché in torinese si dice superstisiun?). I compiti in classe di noi liceali andavano compilati su fogli protocollo con ogni facciata divisa in verticale in due da una piega. Nella prima parte a sinistra si vergava il distillato del proprio pensiero, mentre la seconda a destra andava lasciata bianca. Riservata ai commenti blu, sarcastici e depressivi, del docente indignato. Mi riferiscono i liceali d’oggidì che quelle antiche pratiche sono in uso ancora oggi, è questo il motivo della mia lagna di cui sopra.   “Domani procuratevi i fogli protocollo” ci disse col suo celeste sorriso...

Una matita per l'estate / Matita: veloce e lenta, giovane e antica

  La matita e io   Un paio di anni fa mi trovavo a partecipare alla prima riunione della giuria di un concorso. Eravamo in Svizzera, a Lugano, e noi giurati sedevamo a un tavolo fatto di banchi disposti a ferro di cavallo. Gli altri (per lo più donne) estraggono e posizionano davanti a loro computer e tablet; io e un signore ben più giovane di me, che sapevo essere giornalista e scrittore ma che non conoscevo di persona, tiriamo fuori calepino e matita. Lo vedo subito in difficoltà, il mio compagno di scrittura, perché la sua matita è spuntata. Con un gesto di sovrana professionalità apro la borsetta, tiro fuori il temperamatite, che ho sempre con me, e glielo porgo, sentendomi come Gesù nel tempio. Carlo (si chiama così) tempera la matita e mi restituisce con un grazie il temperino, di quelli che hanno la custodia incorporata per gli scarti. Nasce da questo piccolo gesto una grande amicizia.    Un'altra volta, l'anno scorso, ero stata alloggiata per lavoro in un albergo molto lussuoso, il Boscolo a Budapest. Sul comodino c'era, come spesso succede negli alberghi (in alcuni trovo una biro e allora so che non devo tornarci) una matita, e che matita. Di un bel...

Una matita per l'estate / La prima matita e le sue compagne

  Era piccolissima, lunga circa sei centimetri e con una sezione di non più di tre millimetri: perfetta per le dita di una bambina. Faceva parte di una confezione speciale del Malto Kneipp e del Caffè Franck, ed era a corredo di un’agenda del 1957 (illustrata da Herbert Leupin) che per anni nessuno in famiglia aveva osato utilizzare. Probabilmente a causa della sua bellezza mi era stato raccomandato di non consumarla, ma com’è possibile non consumare una matita? Vero è che il signor Kneipp aveva pensato a tutto, allo smalto color ambra che la ricopriva e alla base arrotondata dipinta d’oro ma aveva scordato di fornire un temperino adatto alla sua dimensione, così per fare la punta serviva un coltellino e per disegnare mi trovavo a dipendere dagli adulti. In seguito ho approfittato delle matite usate di mia sorella, maggiore di otto anni. Le temperavo di nascosto per ereditarne gli scarti. A volte intercettavo anche i mozziconi delle sue compagne di classe, la figlia del ragioniere o la figlia del farmacista mi passavano piccoli tesori con la grafite morbida e legni di qualità che in molti casi, purtroppo, avevano il difetto di essere mordicchiati. Provavo un vero dolore...