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Richard Florida

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Being freelance. L'infinita valutazione

La scorsa settimana Tiziano Bonini, in un bellissimo articolo su queste pagine, ha immaginato un futuro nel quale il lavoro dei freelance sarà oggetto di valutazione proprio come un titolo di stato, sottolineando che il valore dei lavori comunemente detti “creativi” oggi è dato non da ciò che il creativo produce, ma dalla reputazione attorno ad esso. Che certamente ha, almeno in parte, a che fare con ciò che si produce – ma molto di più ha a che vedere con i processi di generazione di un capitale simbolico personale, che diviene fonte di fiducia. Quando ho iniziato ad approcciarmi al lavoro freelance come oggetto diretto del mio lavoro di ricerca, con l’idea di osservare in che modo la reputazione fosse centrale nelle dinamiche di ricerca di lavoro e successo professionale tra le reti di professionisti indipendenti, il termine “rating” era di uso comune nei telegiornali. Si sentiva spesso citare, all’epoca, soggetti come Standard & Poors, oppure Fitch – chi di voi lettori avesse buona memoria ricorderà che queste agenzie operano una valutazione sui titoli di stato dei Paesi, in modo da...

Innovazione o rivoluzione culturale?

Un anno fa, collaborando a un'inchiesta sui Bandi per la Cultura, concludevo che l'innovazione sociale nella Cultura è una storia ancora da scrivere. Dopo qualche tempo mi trovo ancora a sostenere questa posizione. Sono almeno nove anni che sento dire che la Cultura è un driver economico e di innovazione. Nel 2005 mi sono iscritta a uno dei primi master di specializzazione che combinava due parole allora confliggenti: arte e management. Sono cresciuta fra altri spunti, con la letteratura di Richard Florida e l'ascesa della classe creativa, che aveva trasformato i connotati di città ex industriali americane per rivitalizzarle completamente. Già da allora si parlava di partner e non sponsor. Già allora professori e manager illuminati tuonavano che bisognava interrompere la logica del bancomat e del big-logo, per dare spazio all'integrazione e co-progettualità con gli sponsor. Nel tempo sono fioriti cataloghi didattici come funghi e programmi di master su tutto il territorio, con pacchetti di modelli manageriali e di marketing applicati al Patrimonio, ai beni intangibili. Ho visto così tanti power point con il...

C’è Sharing e sharing

Negli ultimi mesi ho preso in affitto una casa su Airbnb per pochi giorni, ho ascoltato musica su Spotify, ho usato solo la bici gialla del comune di Milano, ho preso un passaggio da Milano a Firenze su Blablacar, ho affittato per pochi minuti un’auto con Car2Go, ho chiamato un autista di Uber una notte che pioveva e ho finanziato un documentario attraverso una piattaforma di crowdfunding online. Inoltre, anche se io non ne ho ancora bisogno, conosco molti amici che hanno affittato scrivanie in un co-working. Solo un anno fa, queste attività che oggi considero quasi un’abitudine, lo erano molto meno. Tutte queste attività vengono genericamente indicate come declinazioni di una economia emergente chiamata comunemente “Sharing Economy”, o meno comunemente, economia collaborativa, consumo collaborativo, economia della condivisione.   È vero, tutte queste attività hanno in comune una cosa: la messa in condivisione di risorse private (la mia auto, la mia scrivania, la mia musica, la mia casa, la mia bici, ecc.), pratiche che già da tempo erano possibili. Ciò che però è nuovo nella “sharing...

Lavoro, le reti “giuste”

Sul tema dell'accesso al lavoro, questione cruciale in tempi di crisi dell'occupazione, le risorse digitali e in particolare i 'social' rappresentano sempre più un luogo privilegiato di incontro fra domanda e offerta. I motivi e gli aspetti di riflessione su questo tema sono molteplici e ben rappresentano la varietà di dimensioni correlate alla 'transizione al digitale' in corso in numerosi ambiti. La ricerca di lavoro non fa eccezione, e se pensiamo al social recruiting e a tutte quelle pratiche legate al lavoro nella Rete, queste ci dicono chiaramente una cosa: le modalità di ricerca e accesso al lavoro stanno cambiando.   L'utilizzo più standardizzato delle risorse digitali in tema di ricerca di lavoro è quello che consiste di fatto in un adattamento delle tradizionali modalità 'offline' all'interno delle piattaforme digitali. Soprattutto tra le fasce d'età che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro, viene 'naturale' guardare alla rete come il luogo privilegiato della ricerca, in sostanziale analogia con il ruolo che fu dei giornali di annunci e delle...

Dispositivi digitali oltre la rete

Giovedì 23 maggio alle 19.00 presentazione del volume di Adam Arvidsson e Alessandro Delfanti, Introduzione ai media digitali (il Mulino) presso il Piano Terra a Milano in via Confalonieri 3 con Nicola Bruno e Paolo Ferri     La manualistica universitaria sui media non gode in generale di grande fama. Aprendo un libro intitolato “Introduzione ai media digitali”, ci si aspetterebbe di leggere spiegazioni su cosa sia un blog o un social network, e l'ennesima, ammirata analisi del fenomeno nuovissimo del web-due-punto-zero. Stiracchiate abbastanza da riuscire a riempirci centocinquanta pagine.     Il libro di Arvidsson e Delfanti appena pubblicato dal il Mulino, invece, è di tutt'altra specie. I “media digitali” del titolo sono presi sul serio, proprio come mezzi che trasmettono informazione in formato digitale. Dispositivi che fanno questo lavoro non si trovano solo in rete o nell'iPhone: praticamente ogni macchina con cui interagiamo contiene sensori e processori che producono, elaborano e scambiano dati, dalla lavatrice al treno dei pendolari. Perciò, la trasformazione che ci ha...

Salone del mobile | Designers, il proletariato creativo

Diverso, eccentrico, fantasioso, figo, frivolo, geniale, futuristico, incasinato, incomprensibile, innovativo, leggero, marginale, moderno, multimediale, nerd, pazzesco, poco redditizio, poliedrico, sfruttato, stressante, utopico, visionario: con questi termini viene definita oggi la figura del designer. La parola più utilizzata è però ancora “creativo”, e continuano a circolare termini tradizionali: grafico, architetto, artista.   Leggendo l’inchiesta sulla condizione dei designer in Italia (Designers’ Inquiry) si incontra una figura ancora semisconosciuta e per molti tratti indefinibile. Cosa fa esattamente un designer? La ricerca non lo dice, dato che indaga soprattutto l’aspetto economico e sociale di questa professione, ma è evidente che la maggior parte dei giovani (tra i 21 e i 30 anni) che fanno questo mestiere in vari ambiti, dal design alla grafica, dalla pubblicità alla comunicazione visiva, appartengono al proletariato creativo, sottospecie della “nuova classe creativa” teorizzata da Richard Florida qualche anno fa.   Dal questionario distribuito (in due mesi ha ricevuto 767 risposte alle 78 domande), emerge il nuovo operaio dei servizi avanzati: giovane,...