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Roberto Bolaño

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Le parole necessarie / Per vivere in un’altra lingua non serve il permesso di soggiorno

Giovedì 29 settembre, a Milano, presso il Laboratorio Formentini per l’editoria, si è tenuto, a cura del Festival della Letteratura di Milano, in collaborazione con l’Ufficio Reti Comune di Milano e il Forum della Città Mondo, l’incontro La lingua in cui vivo, durante il quale Milton Fernández, figura poliedrica del panorama letterario nazionale, ha dialogato con Kaha Mohamed Aden, Gassid Mohammed e Angel Galzerano, tre autori italofoni che non hanno come lingua madre l’italiano, originari rispettivamente della Somalia, dell’Iraq e dell’Uruguay. Era presente anche Aliou Diop, musicista rap di origini senegalesi che ha creato, insieme ad Alioune Diallo, il format televisivo Allo scoperto, un progetto di video-informazione su tematiche di attualità legate all’immigrazione, alla multiculturalità e all’integrazione.   I temi dell’incontro sono stati principalmente due. Il primo: la seconda lingua – vale a dire la lingua appresa nel Paese in cui è parlata abitualmente – come spazio privilegiato per il trasferimento, come nel caso degli ospiti della serata, in un nuovo contesto sociale e culturale. Il secondo: l’idioletto del migrante, inteso come sistema transculturale il cui...

Che ne è stato di Sophie Podolski? / La misteriosa poetessa di Bolaño

  “In effetti, leggere è molto più importante che scrivere”. Questa potrebbe essere una frase di Roberto (Bobi) Bazlen, l’illustre scrittore sconosciuto senza libri, consulente graffiante degli editori italiani Adelphi, Einaudi e Bompiani nel suo periodo glorioso. Se fosse stata scritta da Bazlen, la coerenza e il senso della frase sarebbero certamente garantiti. Accade che il suo autore sia un altro Roberto, Bolaño. In un’altra occasione, lo stesso Roberto ha affermato che “leggere è molto più divertente che scrivere”. La dichiarazione suona paradossale, data la vasta letteratura scritta e pubblicata dall’autore, ma per i suoi fedeli lettori, ha perfettamente senso.   Una poetica della lettura incarna e dà forza alla letteratura di Bolaño - è qualcosa che si percepisce fin dalla gioventù di poeta infrarrealista in Messico fino al suo romanzo postumo, 2666. Tanto ne è già stato detto. C'è una simpatia nel suo volto che conferma il tono della sua voce narrante e ci avvicina a lui, come se anche noi lettori fossimo stati amici di Bolaño, in qualche momento furtivo della gioventù. Credo che anche coloro per i quali la gioventù non è ancora diventata un passato abbiano...

Un mundo absolutamente maravilloso

Mi avete chiesto di scrivere un testo sulle mie letture estive per Doppiozero. Lo faccio, seppure in ritardo, molto volentieri. Ma procederò in maniera disarticolata e per digressioni, me lo perdonerete. Mi sento così, e la disarticolazione è l’unica forma che riesco a portare fuori di me. Quest’estate ho letto e sto leggendo soltanto libri in spagnolo. Ovvero: Los detectives selvajes, Amuleto, Putas asesinas e El gaucho insufribile di Roberto Bolaño; Después del invierno e Octavio Paz. Las palabras en liberdad della messicana Guadalupe Nettel; Una vida aboslutamente maravillosa. Ensayos selectos di Enrique Vila-Matas, El aprendizaje del escritor e Ficciones, di Jorge Luis Borges; i racconti di Cristina Fernández Cubas, La habitación de Nona. La mattina al bar, ad Amsterdam, dove sono in residenza su invito della Dutch Foundation for Literature, leggo esclusivamente El País. In tutto questo: io non so lo spagnolo. Prima digressione sullo spagnolo.Nel maggio del 2012, al Salone del libro di Torino, ho partecipato ad una conversazione con lo scrittore spagnolo Andrés Barba, autore di alcuni libri, tra cui il bellissimo La sorella di Katia, che Instar Libri ha pubblicato nella...

Julián Herbert. Ballata per mia madre

Ci sono autori che contraddistinguono un’epoca letteraria, abbastanza grandi da proiettare ombre lunghissime sull’intera letteratura a venire e abbastanza prolifici da generare non solo libri vertiginosi, ma anche schiere di seguaci ed epigoni più o meno affezionati. Uno di questi autori, abitatore d’eccellenza della letteratura che solitamente è chiamata postmoderna, è il cileno Roberto Bolaño, il quale, nell’epigrafe di un suo brevissimo romanzo scritto su commissione agli inizi degli anni zero per Random House Mondadori S.A., Un romanzetto lumpen (trad. it. di Ilide Carmignani, Adelphi, 2013), riporta uno stralcio tratto da Antonin Artaud che recita così: «Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi». A leggere alla luce dell’epigrafe il Romanzetto, in cui una giovane donna avvezza al mercimonio della carne narra la sua storia, e a fare rapidamente un gioco di corrispondenze passeggere, emerge che spesso, oggi...

La Biennale Teatro di Venezia

Aperta dal Leone d’oro a Romeo Castellucci, “per la sua capacità di creare un nuovo linguaggio scenico in cui si mescolano il teatro, la musica e le arti plastiche”, per il suo aver creato spettacoli-sogno e aver scrutato, cum figuris, negli incubi, in attesa dell’esploratrice dell’orrore di vivere Angelica Liddell, Leone d’argento, la Biennale Teatro di Venezia nella sua fase inziale è attestata saldamente sulla drammaturgia internazionale.   Premiazione Leoni: Baratta, Castellucci, Liddell, Rigola   I nomi della tranche iniziale di una rassegna collocata dal direttore artistico, lo spagnolo Àlex Rigola, nei primi giorni agosto - tra torme di turisti asfissiati dall’afa in ciabatte, short, o braghettoni, in una Venezia resa ancora più irreale dal caldo umido e penetrante - sono quelli di registi, spesso anche autori e interpreti, che raccontano il mondo con la vecchia arte della parola, classica o contemporanea, di variazione su un tema dato o d’invenzione. Si va a teatro dalle 19 (a parte la sciagurata idea di qualche recita alle 15, all’Arsenale, raggiungibile o sotto il...

Barcellona: Arxiu Roberto Bolaño

L’appuntamento è per le undici nell’atrio della piccola pensione a pochi metri dalla Rambla de les Flors ma, un momen…, mi sembra di ricon…, stai a vedere che è prop…: sì, è lei! Sta attraversando la strada sotto la grande lanterna tra gli unghioni del drago della Casa dels Paraigües, la Casa degli Ombrelli. Le corro incontro, con il trolley della raccolta punti DiMeglio che capotta in continuazione e la crocchia in caduta libera verso le spalle sudaticce. Paola! Paolaaa! La stringo forte, stampandole una manata di unto sulla schiena, tra le due scapole, marchio del mio affetto imperituro oltre che indizio inequivocabile di una recente sbandata. Le arepas. Cotte al momento. Vendute avvolte in sottili, inesistenti, tovaglioli di carta nei chioschetti di cibo latinoamericano dove, dalle enchiladas alle empanadas, passando per imprecisate varietà di tamales, carimañolas, bollitos e generose porzioni di banana fritta, il panamericanismo è servito con la gentilezza sbrigativa che contraddistingue i luoghi del sovraccarico turistico.   Paola. L’avevo salutata più di un anno fa...

Roberto Bolaño. Stella distante

Dalla collaborazione tra Filippo Tommaso Marinetti e l’aviatore Fedele Azari, “che unisce le qualità di capopilota istruttore a quelle di parolibero futurista”, così come lo descrive lo stesso poeta, nasce a Milano, nel 1929, il Primo dizionario aereo italiano: “Questo lavoro”, si legge nelle pagine d’apertura al dizionario firmate da entrambi, “non poteva essere compiuto, così preciso e vitale ad un tempo, che da noi futuristi, con la nostra passione per la velocità e per la nuova estetica della macchina, armata dalla nostra tipica volontà di sintesi e precisione” (Marinetti, Azari, Primo dizionario aereo italiano, Milano, Morreale, 1929).     Se ogni avventura umana, così come pare suggerire Borges, ha la sua replica in un’altra esistenza, dissimile solo per alcune, forse impercettibili, variazioni spaziotemporali in cui si impongono altre geografie, altri attori e circostanze diverse, non è difficile pensare a Carlos Wieder, alias Alberto Ruiz-Tagle, come ad un clamoroso quanto velleitario promotore di quelle forme artistiche il cui vitalismo militaresco...

Napoli - Buenos Aires - Tor Pignattara

1972. Bruno Ambrosi, lunigiano con zigomi d’altri tempi, conduce “AZ, un fatto come e perché”. Il programma va in onda il sabato sera, e approfondisce l’esperienza mediatica di un popolo che si alfabetizza con il telecomando. In una puntata sulla disoccupazione, la voce fuori campo di Ambrosi chiede a un signore napoletano, lei che lavoro fa? Il signore napoletano risponde, nessuno. Ambrosi dice, ma è disoccupato, allora. No, risponde l’uomo. Ma allora che cosa fa?, chiede con la voce melliflua Ambrosi. L’uomo guarda in camera. Solo un paio di secondi. M’arrangio, dice.   2001. Le immagini da Buenos Aires scorrono sui Tg. Buenos Aires è come la Napoli di Maradona, come una mano di dio che si piega in un racconto di Roberto Arlt, come il cuore di un paese bellissimo e crudele che entra ancora nella storia con le parole contraddittorie e passionali di Roberto Bolaño. Una donna con le cosce aperte e il sesso che ingoia la città, come un buco nero nell’orizzonte degli eventi. Così la rappresenta un fumettista bonuanerense, Hector Ledo.   1972. Napoli. Mancano tre anni...

Ho creato un incubo. Un caso studio di teoria letteraria applicata

“Ho creato un incubo”, lamentava il dottor Frankenstein sui ghiacciai di Chamonix, osservando la rivolta della sua creatura, “e morirò della sua mano.” “Ho creato un incubo”, piangeva fra i fumi di crack il Bret Easton Ellis di Lunar Park, perseguitato dal protagonista di un suo romanzo precedente, “e morirò della sua mano.” Anche io ho creato un incubo, mi sono reso conto l’altro ieri, leggendo Il Buon Inverno, il primo romanzo tradotto in Italia dello scrittore portoghese João Tordo – e della sua mano muoio. Questo testo – che è a metà strada fra l’autobiografia e la teoria letteraria, e si chiude con un sondaggio – è la storia del mio mostro di Frankenstein, che, curiosamente, è una classe narratologica nota come autofiction.   Una premessa teorica   L’autofiction è una categoria letteraria sviluppata negli anni settanta da Serge Doubrovsky, in polemica con la “morte dell’autore” sbandierata, negli anni precedenti, da una famosa e agguerrita coorte di pensatori capitanati – nella fama e nell...

Karl Ove Knausgård. La mia lotta

  Raccontare se stessi e la propria famiglia, il rapporto con il proprio padre, poi con i propri figli e con la propria moglie. La mia lotta di Karl Ove Knausgård parla semplicemente di questo e lo fa in sei volumi pubblicati con successo in patria e che lo hanno portato ai vertici della letteratura norvegese contemporanea. Da poco uscito, il secondo volume, La mia lotta 2 (traduzione di Lisa Raspanti, Ponte alle Grazie, Milano 2011, 585 pagine) racconta del diventare padre, del cambiamento di una coppia che diventa famiglia e della vita quotidiana di uno scrittore, Karl Ove Knausgård, con tre figli, due femmine e un maschio: i bisogni dei bambini e le esigenze dello scrittore. La lotta è tutta nell’equilibrio fragilissimo di un uomo in combattimento perenne con la propria stessa sensibilità attraverso cui è in grado di trasformare in letteratura anche gli istanti più impalpabili della propria esistenza, ma che spesso tramutano in senso di colpa uno sguardo affilato sulle cose.   Accomunato a Proust per la sottile analisi degli eventi esistenziali oltre che per l’imponenza dell’opera che supera le tremila...