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Un ricordo e una storia / L'omissis di Alessandro Leogrande

Ci sono la vita e la morte, e non c’è nient’altro. Questa è l’unica verità, ma è una verità inutile, è impossibile aggrapparsi a lei perché non è vera: ci sono l’amore e l’odio, l’amicizia e i fallimenti, la contentezza e la disperazione, scrivere e cadere, sfiorarsi e perdersi o il contrario di tutto questo. Siamo niente più che una parola in un aforisma di Gesualdo Bufalino: “Biografia: nacque, omissis, morì”; ecco, per raccontare l’omissis di Alessandro Leogrande non basteranno mille scrittori e cento vite. Dal giorno dopo la sua morte parenti, colleghi, amici hanno cominciato a parlare di lui, di quel modo preciso, gentile, forte e integro che aveva di stare al mondo. Alessandro Leogrande era un intellettuale, lui l’avrebbe messo tra virgolette, come Sciascia, per schermirsi, ma noi possiamo fare a meno dell’ironia: il suo nome discende da Gaetano Salvemini, Alexander Langer, Carlo Levi. Loro riempivano le giornate di Alessandro, che intanto si dava da fare per buttare giù le frontiere e i naufragi, il caporalato e l’ignoranza, la malafede e le ingiustizie.   Alessandro Leogrande aveva quarant’anni, li aveva compiuti a maggio al Salone del libro di Torino dove era...

Cosimo a Milano: 18 e 19 ottobre / Il Barone Rampante duecentocinquant’anni dopo

Nei giorni 18 e 19 ottobre si svolgerà a Milano il Convegno internazionale sul Barone rampante di Italo Calvino dal titolo Cosimo, duecentocinquant’anni dopo: la prima sessione all’Università Statale (18 ottobre, ore 14:30, via Festa del Perdono 3, aula 102), la seconda all’Università Bicocca (19 ottobre, ore 9:30, Auditorium Guido Martinotti U12, via Vizzola 5). Si tratta del terzo evento dedicato al romanzo, dopo l’esperimento di lettura condotto da Giuliano Scabia all’Università Bicocca (27 aprile) e il convegno che si è tenuto all’Università di Ginevra il 15 giugno («E io non scenderò più»: 250 anni fa Cosimo Piovasco di Rondò saliva su un albero); il ciclo si chiuderà il 14 dicembre alla Sapienza – Università di Roma con la Giornata internazionale di studi «Il barone rampante». Fortuna e diffusione, promossa dal «Fondo Calvino tradotto». Anticipiamo qui la relazione di Mario Barenghi.   Quando all’interno di un testo narrativo compare un nome proprio, succede qualcosa di particolare. Non proprio un miracolo, forse; ma di sicuro scatta un clic. Il nome – per evocare il Montale delle Occasioni – «agisce». Produce un effetto istantaneo nella mente del lettore: evoca una...

Compulsion di Meyer Levin / Uccidere senza un perché

Sono innumerevoli le vicende processuali che hanno meritato e meritano anche oggi l’attenzione degli scrittori, da Buzzati e Moravia tra gli italiani, a Gide e Truman Capote per citare gli esempi più noti. Perché allora leggere questo libro? Meyer Levin non è uno scrittore affermato. Ha scritto alcuni libri poco noti tra cui Compulsion (Adelphi, 2017), uscito nel 1956 senza particolare successo. In Italia viene tradotto dopo qualche anno con il titolo Gli ossessi, ma poco se ne parla. È portato sullo schermo nel 1958 con il titolo Frenesia del delitto e con un titanico Orson Welles, ma rimane in bassa classifica. Nei primi anni novanta ispira il trascurabile Swoon.  In realtà il libro nasce per una casualità. Nel 1924 Levin ha avuto in sorte di seguire, come giornalista giovane e dinamico, una vicenda giudiziaria che all’epoca ha suscitato molto interesse e la descrive nel libro. Di cosa si trattava?    I protagonisti, assassini poi confessi, sono due minorenni, rampolli vezzeggiati di ricche famiglie cui nulla manca, annoiati e alla ricerca di emozioni, legati tra loro da un vincolo stretto e sessualmente ambiguo. Una coppia che diviene criminale, così per i...

11 aprile 1987 - 11 aprile 2017 / Conversazione con Primo Levi: "sono incapace di odio"

Primo Levi, com’è fatto il suo tavolo di lavoro? È una scrivania con due facce: c’è una faccia arcaica, classica, con una macchina per scrivere, i cassetti e la cancelleria varia verso Nord, e verso Sud c’è una videoscrivente, che è il mio idolo attuale, a cui mi sono prosternato, dal quale mi sono lasciato corrompere e col quale attualmente scrivo, col quale devo fare i conti, una volta entrati è difficile uscirne. Mi accade abbastanza sovente durante la giornata di cambiare posto, di fare una giravolta intorno alla scrivania a seconda se opero dal lato Nord o dal lato Sud.   E la penna? Serve ancora, naturalmente, non solo per firmare. Anzi, è venuta ad eliminarsi la macchina per scrivere, automaticamente, invece la penna sussiste.   La videoscrivente è già sintomo di grande precisione, ma nel suo lavoro, nei suoi orari, lei è ordinato? Sì, ufficialmente sono molto ordinato. Poi, nel fatto le cose vanno un po’ diversamente e finisce che qualcosa si perde proprio per mancanza di ordine. Anzi, uno degli scopi della videoscrivente sarebbe quello di mettere tutto in memoria, in modo che nulla vada perduto.   Ma lei si dà degli orari, come Moravia, al mattino dalle …...

A Gianni Celati e ai suoi ottant'anni / Io avevo la sensazione che noi avessimo ancora quell’età

Ci sono tre ricordi che spesso mi tornano alla mente. Il primo ha a che fare col mio incontro con lui – con lui, non personalmente, ma attraverso il suo libro Le avventure di Guizzardi. L’ho già raccontato altre volte. Questo era un libro che io avevo letto al mio primo anno d’università, a Bologna. Cioè, lo avevo letto a pezzi e bocconi durante le soste che facevo alla libreria Feltrinelli sotto le due Torri, prima di tornare a casa dopo le lezioni. Un libro che mi aveva colpito sia per il modo in cui era scritto che per le stramberie raccontate dal protagonista narratore. La prima volta lo avevo preso in mano – e lo avevo preso in mano perché attirato dalla foto del comico Harry Langdon che appariva in copertina – avevo anche controllato le note biografiche, da cui risultava che l’autore – Gianni Celati – aveva trentasei anni. Io ne avevo venti, allora. E avevo fatto il calcolo della differenza che c’era fra me e lui – sedici anni. Questa era una cosa che facevo spesso: vedere a che età gli scrittori avevano pubblicato il loro primo libro, o a che età erano morti, se erano morti giovani voleva dire che erano stati dei bravi scrittori, come Rimbaud ecc. – ma il più delle volte...

L’Italia che si ricicla / Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati

«Barilli, Brancati... sembra che la morte vada per ordine alfabetico. Non mi meraviglierebbe, ho sempre visto la morte come un’insegnante caparbia, che scorre il suo registro per scoprire gli alunni meno preparati». È Ennio Flaiano a parlare: il quarantasettenne Vitaliano Brancati è spirato durante un intervento di chirurgia toracica e ora gli amici e gli scrittori a lui più cari si ritrovano allo scalo merci della stazione Termini, «davanti a un carro con sopra una bara». I due si erano incontrati all’uscita di un caffè alcuni giorni prima che Brancati si recasse a Torino per farsi operare; era il settembre del 1954. Si salutarono rapidamente, poi lo scrittore siciliano tornò indietro e strinse la mano a Flaiano: «Parto tra poco e non sono sicuro che ci rivedremo».   Prima edizione di Il vecchio con gli stivali, Bompiani, 1946.    La sua morte è un’eclissi improvvisa, che offusca la traiettoria di una carriera di cui ignoriamo il compimento. Ne conosciamo almeno due fasi, però. La prima, quella di un ventenne della Sicilia orientale che resta affascinato dal vigorismo, dal giovanilismo del regime. Collabora con la testata “Tevere” e da autore teatrale scrive...

Esce oggi "Roland Barthes: parole chiave" / Roland Barthes. Oggetti

Un impermeabile perché forse pioverà, un frac turchino con gilet giallo, il battello olandese, le bambole di porcellana, la nave Argo, gli stracci di Madre Coraggio, la Citroen DS (che va letto Déesse, cioè Dea), il detersivo Omo, le plastiche Moplèn, il vino rosso di Borgogna, i soldatini di latta e le trottole in legno, la Guida Blu, la pasta Panzani, la posateria nei vagoni-ristorante dei treni, una petite gance (qui fait l’elegance), un cardigan, una blouse, una casacchina, uno scialle, il couscous marocchino col burro rancido, un godemiché, le cucine componibili e il tinello piccolo-borghese, i bastoncini giapponesi per il riso, un rastrello per pettinare la sabbia nei giardini Zen, il pachinko, il pane e le brioches, gli occhiali scuri, la cartoleria di Gilbert Jeune...    Ecco una lista, parziale e disordinata, degli oggetti che circolano nell’opera di Roland Barthes. Oggetti quotidiani, ma anche fantastici, letterari, soprattutto mitologici. In ogni caso fortemente significativi. Comunque significanti. A che cosa possiamo attribuire questo interesse, questa ossessione quasi, di Barthes per gli oggetti significanti, di qualunque specie e natura essi possano...

Nato il 15 novembre 1920 / Così ci accorgemmo di Gesualdo Bufalino

Se oggi leggiamo Gesualdo Bufalino lo dobbiamo forse a una scommessa giocata al numero 50 dell’allora via Siracusa di Palermo: una sera lo scrittore di Comiso ricevette la telefonata di Elvira Sellerio, che gli riferiva come in casa editrice qualcuno stesse puntando, non sappiamo cosa, sul fatto che Bufalino avesse certamente un romanzo nel cassetto. «Se me lo avesse semplicemente chiesto – dichiarò l’autore poco dopo l’uscita di Diceria dell’untore – avrei risposto di no. Ma c’era la scommessa, ammisi l’esistenza di qualcosa...». Forse fu solo un trucco ben riuscito. Sia come sia, ce la immaginiamo, Elvira Sellerio, seduta al tavolo con in mano la cornetta, mentre una luce le attraversa gli occhi nel momento in cui lo scrittore confessava. E chissà se quella luce sia stata intravista da Leonardo Sciascia, in piedi accanto al telefono, chino in avanti, con le mani sulle ginocchia per cercare di intuire cosa stesse accadendo dall’altra parte della cornetta. Si suole attribuire a Sciascia e alla Sellerio il merito di aver scoperto Bufalino, in seguito alla lettura di una sua lunga e molto apprezzata prefazione al volume fotografico Comiso ieri. Ma a dare ascolto alle parole del “...

Auschwitz e la cura della memoria / Goldkorn. Il bambino nella neve

La zia Nachcia, sua madre e la figlioletta Rut furono deportate assieme, ad Auschwitz. Nachcia teneva Rut tra le braccia. Quando scesero dal treno la madre capì tutto. Aveva un aspetto giovanile e dimostrava meno dei suoi anni. Così disse a Nachcia: “Dammi la bambina”. Pensava di farsi passare per la madre di Rut. “Va avanti da sola, ti salverai. Io vado con la bambina: penseranno che sia io la madre”. Nachcia rispose: “Non è un mondo degno di essere vissuto. Non è un mondo degno di me”. E andò nella camera a gas con Rut tra le braccia… Questo racconta il giornalista polacco-italiano Włodek Goldkorn, figlio di ebrei sopravvissuti alla Shoah, nel suo straordinario libro Il bambino nella neve (Feltrinelli).   Bisogna e si deve raccontare l’irraccontabile. “La vendetta è il racconto”, sosteneva Pier Vincenzo Mengaldo, nel suo acuto libro (Bollati Boringhieri, 2007) dedicato alle testimonianze e riflessioni sulla Shoah: un evento che ci sovrasta ancora e ci mette di fronte, con Macbeth, a una storia “piena di frastuono e di furore, che non significa nulla”. Si ha a che fare con qualcosa che costituisce una rottura epistemologica e ontologica ed è l’assenza stessa della parola,...

Ritorna in libreria il volume / Il pane selvaggio di Piero Camporesi

Il pane selvaggio di Piero Camporesi (1926-1997) riappare in libreria pubblicato dal Saggiatore, già editore di alcuni fondamentali classici della produzione dello stesso autore: La carne impassibile. Salvezza e salute tra Medioevo e Controriforma (1983); La terra e la luna. Alimentazione, folclore, società (1989); La miniera del mondo. Artieri inventori impostori (1990). Il volume di Camporesi fu pubblicato nel 1980 dalla casa editrice il Mulino a Bologna, città dove Camporesi era docente di Letteratura italiana da oltre un decennio presso l’Alma Mater Studiorum. Tre anni dopo, nel 1983, il libro conobbe una seconda edizione (che fu poi ristampata da Garzanti nel 2004), «riveduta e ampliata» e arricchita dell’Introduzione apparsa con il titolo Avant-propos à l’édition française del 1982 de Le Pain sauvage.    Dietro al titolo Il pane selvaggio, tanto fascinoso quanto inquietante, si apre l’inedito scenario di un «vissuto» che vede come protagoniste le «folle stracciate e affamate dei secoli moderni», in balia di Fame, Carestia, Malattia. Nel suo lungo raccontare «il dramma quotidiano» dei poveri, Piero Camporesi giunge al «paese dello stento e dell’indigenza» più...

Rosso nella notte bianca / Valenti. La follia della vendetta

Bianca è la neve, il «bianco incorrotto del mondo» che annulla ogni forza, ogni violenza, ogni voce, bianchi sono i gas tossici e la polvere nel cotonificio e il cielo vuoto di novembre, chiuso a rimpianti e preghiere.  Nero è il fumo di un recinto di bestie a cui viene dato fuoco, il colore dentro le palpebre chiuse mentre si ascolta il lamento degli animali che bruciano e si viene trascinati via dai fascisti, neri sono i fascisti, nero è il fango che appesantisce la fuga e ciò che resta sui muri di una casa bruciata, nero è il nome di Nerina. Rosso è la lotta, la vergogna, la colpa, il fuoco che brucia, rosse sono le budella e il sangue che macchia e che tutto lava, rossa è la vendetta, rossi i capelli di Ulisse, Rosso il suo nome di battaglia sui monti. Dal titolo alla copertina, fin dentro le storie dei personaggi, Rosso nella notte bianca ((Feltrinelli, p. 160, € 12), l'ultimo romanzo di Stefano Valenti è interamente impregnato di questo cromatismo.   Ulisse Bonfanti eredita dalla madre Giuditta l'origine contadina, il destino di miserabile in una Valtellina arida e ingrata e una fede che non vacilla. Una fede che si fa forte, invece, di tormenti e paura,...