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Arte

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Il nuovo film di Matteo Garrone / “Dogman” e la verità dell'immaginazione

La paura di essere aggrediti: la scena iniziale di Dogman ci butta subito addosso a quest’emozione estrema, grazie al primo piano sul muso di un molossoide enorme (come quelli usati dalla malavita per i combattimenti), che ci guarda minaccioso, sopra un bancone metallico, ringhiando e mostrandoci le zanne, in un locale chiuso, semibuio, illuminato da una luce artificiale, dove la belva (che è davvero spaventosa, ma è tutta bianca, emana qualcosa di magico) sarà ammansita, a poco a poco e con paziente dolcezza, da un omino dalla voce sottile, che si rivolge ai cani chiamandoli «Amoòre» strascicando la emme su una “o” aperta fino all’impossibile, in una specie di abbraccio sonoro, e arrotando la erre, come per gioco, come se parlasse a un bambino. Siamo già entrati in un mondo fuori norma, dilatato, quasi fantasmatico, e il film ci sta mostrando dove andare, inoltrandoci in un racconto in cui la rappresentazione non lavora direttamente con la violenza, che quasi sempre, nelle sue espressioni più cruente, rimane fuori campo, invisibile; ma con l’immaginazione e le emozioni della violenza.      In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia – come spiega la...

Kronos / Il diario intimo di Witold Gombrowicz

Strano destino quello di Witold Gombrowicz, che nonostante sia considerato il più grande scrittore polacco del 900 e uno dei maggiori in assoluto da parte di vari estimatori in tutto il mondo, uno su tutti Milan Kundera, non è mai riuscito a conquistare nel canone e presso il pubblico il posto che gli compete. Certo la sua fama ne avrebbe guadagnato se avesse vinto il premio Nobel che gli sembrava destinato nel 1969, se non fosse morto due mesi prima dell’assegnazione (al suo posto lo vinse Beckett, un altro grandissimo); ma non ha favorito il suo approdo presso il grande pubblico nemmeno il fatto che la sua opera, paradossale e divertentissima per molti aspetti, abbia anche una forte componente intellettuale e sperimentale, per quanto lontana dagli estremismi delle avanguardie e di notevole, mai banale però, leggibilità.   Forse per questo il numero dei suoi estimatori non è mai stato adeguato al suo valore e non si è mai creato quel culto che ha dotato altri scrittori di proprie chiese e riti (da Proust a Joyce a Kafka). Anzi, proprio le caratteristiche della sua opera hanno impedito che queste si formassero, per l’estremo individualismo che la caratterizza. Se mai ci sono...

In-Box dal vivo a Siena / L’invenzione dello spettatore

Si chiama In-Box. È un percorso lungo un anno ed è due festival, uno dedicato agli spettacoli per ragazzi e uno a quelli per il pubblico adulto. Nella fase finale si svolge a Siena e suscita, al di là della qualità degli spettacoli presentati, qualche domanda essenziale su alcuni punti: lo stato della distribuzione e del radicamento del teatro nuovo, indipendente, emergente, non o poco finanziato; il rapporto tra riproduzione video e spettacolo dal vivo; la questione degli spettatori: chi sono, come chi fa teatro li conosce o lo presume, immagina di allargarne numero, interessi e impegno e indirizza la creazione misurandosi con la loro presenza-assenza (audience development è una sigla di successo nel teatro d’oggi, contenuta nei programmi europei di sviluppo del settore, un “processo strategico e dinamico di allargamento e diversificazione del pubblico e di miglioramento delle condizioni complessive di fruizione”).   In-Box verde, riservato al teatro ragazzi, non l’ho seguito. Segnalo solo il vincitore, Et amo forte ancora di Locanda Teatro di Milano, che si è aggiudicato 12 repliche.  Il meccanismo di uno dei pochi festival che termina con una premiazione è...

Nuove forme di vita / La letteratura mutante

Nel 2005 Mario Lavagetto ha escogitato una formula destinata a fare scuola, che definiva la crisi endemica della critica letteraria in Italia e nel mondo occidentale. Il suo pamphlet intitolato Eutanasia della critica, pubblicato da Einaudi, descriveva efficacemente lo svuotamento di senso della funzione critica alla fine del Novecento, indicando la serie di smottamenti che hanno accompagnato le pratiche interpretative verso una morte assistita, asettica e indolore. Silenziata da un contesto comunicativo saturo, indebolita da una profonda sconnessione tra i diversi momenti della pratica intellettuale (apprendimento, ricerca, insegnamento, divulgazione), la critica si presentava alla svolta del millennio bloccata, immobile, impantanata nell’epigonismo. Stretta tra le pressioni dell’industria culturale e l’invisibilità dell’iper-specializzazione accademica, la critica aveva perso la sua presa sugli oggetti culturali e, di conseguenza, sul mondo.    Per anni la formula di Lavagetto è stata la soglia d’accesso obbligata di ogni discorso sulla situazione critica, malinconico sigillo di una impossibilità, o impotenza, che è passato nel senso comune fino a sembrare inscalfibile...

I colori di Alberto Savinio / La metafisica del colore

Cento anni fa usciva presso Vallecchi, per le Edizioni della Libreria della Voce, Hermaphrodito, libro di esordio di Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del forse più famoso Giorgio. È un libro sperimentale, colto, con accenti futuristi ed espressionisti, ironico, satirico e sarcastico, ibrido nello stile, sostanzialmente unico e isolato nel clima culturale italiano di quegli anni, legato piuttosto alle esperienze artistiche di Monaco e Parigi a cui i due fratelli avevano partecipato negli anni precedenti la guerra. Si può certo definirlo un libro "metafisico" nel senso che Savinio darà a questo termine nei suoi scritti di poetica: non ricerca di un aldilà delle cose, di un mondo dietro il mondo, ma penetrazione nella loro essenza, capacità di coglierle con uno sguardo inedito. «Parole variopinte», ha scritto Ardengo Soffici per descriverne la scrittura; «parole usate come suoni-colori» ha ribadito Alfredo Giuliani nell'introduzione alla ristampa per Adelphi del 1995. Sappiamo che Savinio era stato musicista e lo sarà di nuovo, che aveva iniziato a dipingere e che diventerà pittore; non dovrebbe dunque sembrare strana la capacità di rendere pittorica e...

Se n'è andato quasi senza salutare / Glenn Branca

Quando i Velvet Underground pubblicano White Light White Heat, nel gennaio del 1968, Glenn Branca ha diciannove anni (ne compirà venti il 6 ottobre). Abita a Boston. È particolarmente interessato al teatro. Anzi, lo pratica proprio. Tanto che ha fondato una compagnia, The Bastard Theater, con il quale tenta di mettere in scena dei “music-drama”. Sono lavori davvero sperimentali, sorta di performances in cui la musica ha un ruolo determinante. All'epoca, Branca non ha nessuna intenzione di intraprendere la carriera di musicista. Certo, come molti teenagers ha strimpellato una chitarra. Di certo è un collezionista di vinili. Così, magari ricorda quel momento che spezza esattamente in due I Heard Her Call My Name: sono due secondi, forse i più importanti nella storia del rock.     Siamo al minuto due e 13 secondi. Dopo che Lou Reed ha finito di sputare la frase “And Then My Mind Split Open” c'è un micro istante di vuoto, seguito da un violento attacco di chitarra in feedback: uno squittìo acuto, verticale, pieno. Selvaggio. Ciò che segue è uno degli assoli più dissoluti, dissonanti, della storia della musica rock. Come se Coltrane avesse lasciato il sax per una Gretsch...

Trasparenze Festival a Modena / Il teatro, il carcere e l’evasione

Parlare con cognizione di un festival teatrale anche piccolo è sempre un compito impegnativo e ingrato. Occorre infatti individuare e analizzare un elemento che accomuni almeno la maggior parte delle proposte artistiche che si concentrano nei pochi giorni di attività, incorrendo nell’inevitabile sacrificio dei loro tratti distintivi e dei loro spesso originali propositi. Nel caso di Trasparenze Festival 2018, tenutosi a Modena dal 10 al 13 maggio 2018, tale comune denominatore può forse essere individuato nel concetto su cui si è imperniato il convegno di chiusura dell’intera iniziativa: il «teatro sociale d’arte». L’espressione intende alludere a una modalità di fare spettacolo che sia tanto di impatto sulla nostra società e giovi in qualche modo alle relazioni che legano i suoi membri, dunque abbia appunto una funzione “sociale”, quanto capace di evocare poesia sulla scena, come emerge dalla specifica “d’arte”. Essa suggerisce, insomma, un’idea di teatro situata nell’aureo mezzo tra il discorso estetico disimpegnato, privo di ripercussioni sulla vita associata, e la forma “spettacolare” dall’impianto esclusivamente utilitario, con poco o nulla di bello e creativo.   La...

Contro il conformismo dei nostri anni / Tom Wolfe il bastian contrario

Adesso che se ne è andato a 87 anni tutti saranno lì a ricordare l’omino in bianco, il dandy del New Journalism, l’autore del Falò delle vanità (1987), il reazionario dei Radical chic (1970), che dileggia il party di Leonard Bernstein a NY con le Black Panthers e il bel mondo intellettuale della città. Del resto, è tutto vero. Come negare che abbia scritto il romanzo sui padroni di Wall Street, con tanto di degradazione del milionario che investe il giovane nero nel Bronx, uno dei libri chiave degli anni Ottanta, da cui vengono molti dei guai che stiamo scontando ancora oggi, populismi inclusi? E poi Lo chic radicale, come traduceva nel 1973 l’editore di destra Rusconi quel saggio magistrale, apparso insieme a Mau-Mauing the Flak Catchers, non è forse un libro divertente, insolente e eccessivo? Tutto maledettamente vero, come Maledetti architetti del 1981, dove distrugge l’architettura modernista in America accusandola di aver imbruttito il mondo, con Gropius alla sbarra dei giudicati, subito condannato. Uno controcorrente, un bastian contrario. Più bravo come giornalista che come scrittore, e, nel giornalismo, più scrittore che giornalista.   La vera stagione di Tom Wolfe...

L’eredità è un'opera del tempo / Puccini al lago

Alla fine avrei voluto fotografare i copertoni. Grande amante delle auto, Puccini. Stanno allineati sulle mensole ai margini del garage. Un’assurdità, si potrebbe dire: di tutte le cose magnifiche di cui la casa è piena, fotografare gli oggetti più dimessi, dei semplici resti di una passione, e non certo di quella per cui il Maestro è famoso. Davanti alla ricchezza della casa i copertoni raccontano una storia minore e la raccontano quasi involontariamente. È la storia di una passione di cui sono i testimoni muti. Ci stanno come resti immobili di un’epoca e di tutta una vita. Forse qualsiasi testimonianza ha a che fare con questo carattere di resto. Per elegante che sia una casa-museo è sempre inseparabile dal carattere di resto di cui sono saturi tutti gli oggetti, le immagini, gli spazi che permettono quella che abitualmente chiamiamo la ricostruzione di un’esistenza.  Ma anche i copertoni non li si può fotografare. Alla Villa Museo Puccini sulle rive del Lago di Massaciuccoli in provincia di Lucca, non si può fotografare niente, e questa scelta ha indubbiamente le sue ragioni. Chi cura il museo prova a limitare che delle immagini escano da qui, quasi per timore che possano...

Un outsider / L'Italia perduta di Giovanni Comisso

Ci sono scrittori che, nonostante il favore della critica più avvertita, il piacere che offrono alla lettura, il Meridiano che li consacra nel canone novecentesco, restano sempre in secondo piano, in attesa di una popolarità che non arriva mai. Nonostante sia stato apprezzato da Montale, Contini, Pasolini, Piovene, Zanzotto e da vari altri critici o scrittori (negli ultimi anni Fofi e La Capria), nonostante esista una bellissima biografia di Nico Naldini, non è mai scoccata l’ora di Giovanni Comisso (1895-1969). Perché? Non c’è una sola risposta: il disordine con cui ha organizzato i suoi libri, spesso messi insieme riutilizzando cose apparse già in altri volumi, la posizione di outsider che tenne fin dall’inizio nella nostra società letteraria, l’incapacità di dare il ritmo del romanzo alla sua prosa, ma soprattutto, direi, Comisso non è in genere materia per professori universitari, quelli che stabiliscono canoni, valori e gerarchie della storia della letteratura. Tuffarsi tra le sue carte rappresenta “la disperazione del bibliografo”, come ha scritto Gianfranco Contini, per “gli incessanti rimaneggiamenti strutturali”. Così quasi tutti si sono astenuti da un lavoro serio sull’...

Neapolis Babbilonia / Enzo Moscato, inabissamento a Spentaluce

La voce sembra faticare a uscire. Si fa nasale, si ingola, si slancia nell’afonia, oltre. Cerca eco dentro il corpo, soffio, carne (Lingua, carne, soffio si intitolava un suo indimenticabile spettacolo dedicato ad Artaud). L’io si sdoppia in altro, si liquefà e si cerca in qualcosa di occulto, che forse sta in un’altra dimensione, facendosi veggente sulle orme di Rimbaud. Rose di plastica, coppe dorate, sedie spaiate, vaporose organze di fuoco, drappi rossopassione vistosi e insignificanti, finte torte di compleanno con vere candeline, coroncine, ancore sedie, tavoli, croci storte di legno e di cartone e altro ciarpame scenico si accalcano a disegnare il campo dell’assenza, quel pieno barocco trasformato in kitsch dei quartieri spagnoli che orna un vuoto abissale. Napoli, Neaples, Partenope, come la sirena dalle voci dolcissime e micidiali, diventa Babilonia, anzi Babbilonia, o, come nell’ultimo spettacolo, Spentaluce. L’eco della voce cantante, strillante, svanente, e quello del sole mediterraneo da cartolina, i loro riverberi, sono presente e passato, vivi e morti, corpo e altrove.   Enzo Moscato è una figura quasi unica nel teatro italiano. Quasi, perché è imparentabile,...

La traduzione: una lezione sull'abbandono / Cani e mendicanti al-Maʿarrī e Omero

La primavera scorsa, ho ricevuto da Catherine Coquio una mail di invito alla conferenza di Camille de Toledo, sulla Storia della Vertigine, alla Maison de la Poésie, a Parigi. Ci sono andato e, durante il tragitto, pensavo a Borges e a Hitchcock. Ho tradotto alcune delle loro opere in arabo. «Lo specchio, l'incubo e il labirinto», le loro grandi metafore sono sempre adatte al mondo, passato o presente che sia. Camille ha parlato della mappa di un impero immaginato da Borges in uno dei suoi racconti. In un angolo di questa immensa mappa abitano i cani e i mendicanti. Ho sentito pronunciare questa frase: «i cani e i mendicanti, nel nostro inconscio collettivo attuale, sono i rifugiati». Nel pubblico nessuno ha fatto commenti. La cosa sembrava essere vagamente ovvia. Neanch'io ho reagito. Anzi, per continuare ad ascoltare, ho appositamente dissimulato il mio nome e quello del mio paese, la Siria. * Questa piccola osservazione è stata per me il punto di partenza per un libro sul quale lavoro da diversi mesi e che porta lo stesso titolo di questo testo: Cani e mendicanti. Evocherò, molto brevemente, due poeti classici, uno tacciato di cane e l'altro di mendicante. Sono loro ad avermi...

1931-2018 / Ermanno Olmi. Un regista moderno

Dev'essere faticosa la vita del compilatore di coccodrilli degli uomini illustri. Ottomila battute da riempire in qualche modo, magari in fretta, tra un articolo e l'altro. E con largo anticipo, per giunta: così, se poi il morituro continua, a dispetto dell'età, a sfornare nuove opere, tocca pure aggiornare il pezzo.   Nel caso di Ermanno Olmi, scomparso ieri alla soglia degli 87 anni (li avrebbe compiuti a luglio), la carriera cinematografica avrebbe dovuto essere conclusa ormai da un decennio, dato che il regista aveva deciso di dire addio al cinema di finzione con Centochiodi (2007), annunciando di volersi dedicare soltanto al documentario. E invece, nonostante l'età avanzata e la malattia, di lungometraggi ne aveva realizzati altri due - non indimenticabili, per la verità: Il villaggio di cartone (2011) e Torneranno i prati (2014). Due titoli un po' senili, che guardano uno all'attualità e uno alla Storia, come spesso è accaduto nel cinema di Olmi, ma che probabilmente non aggiungono granché né alla sua poetica né alla sua carriera.   Al tempo stesso, la dicono lunga sul suo inesauribile entusiasmo e la sua insopprimibile vocazione al "fare", che l'hanno accompagnato...

Musica e politica / Il ritorno del nazionalismo musicale

In un passo del Doktor Faustus di Thomas Mann il narratore incontra all’uscita da un concerto un intellettuale nazionalista. L’episodio è ambientato negli anni Venti, a metà strada tra la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale e l’ascesa al potere di Hitler:    Mi bloccò in una conversazione, che da parte sua cominciò con una critica del programma di quella sera: questo accostamento di Berlioz e Wagner, di virtuosismo latino e magistero artistico tedesco, era una mancanza di gusto, che oltretutto non riusciva a nascondere un’intenzione politica. Sapeva troppo di intesa franco-tedesca e di pacifismo, e infatti questo Edschmidt [il direttore d’orchestra] era noto per essere un repubblicano e inaffidabile da un punto di vista nazionale. Questo pensiero gli aveva rovinato tutta la serata. Purtroppo oggi era diventato tutto politica, non c’era più purezza spirituale da nessuna parte. Per resistere a questa tendenza era necessario prima di tutto che alla testa delle grandi orchestre ci fossero uomini di sentimenti indubitabilmente tedeschi.  Io non gli dissi che era lui a politicizzare la questione, e che la parola ‘tedesco’ oggi non era affatto sinonimo di...

Il posto, Gli anni, L'altra figlia, Memoria di ragazza, Una donna / Fotografie di Ernaux

Ferdinando Scianna una volta ha detto: «Dopo quarant’anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia». La frase la troviamo in documentario uscito per Contrasto nel 2009. Scianna lascia la frase sospesa, non la spiega perché non è necessario. La fotografia degna di finire in un album di famiglia è innanzitutto quella che vorremmo conservare, in seconda battuta è quella che ci parla, quella che dice qualcosa di noi. Un fotografo del livello di Scianna sa che quello che uno scatto include (insieme a quello che il fotografo sceglie di escludere), se riuscito, ci parla, ci racconta una storia; l’immagine è destinata a raggiungere un livello di dialogo, scambio e intimità con noi che la guardiamo, che emotivamente ci tocca così come potrebbe fare una foto in bianco e nero di nostra nonna. Non possiamo che essere d’accordo con Scianna, anche perché ci è capitato a volte davanti a una sua fotografia di provare quella sensazione. L’ambizione che Scianna ritiene debba accompagnare una fotografia prende per mano i romanzi di Annie Ernaux, che raggiungono lo stesso effetto partendo da un contesto...

Presso il sito archeologico dell'Acquedotto Augusteo del Serino, Napoli / Arturo Hernández Alcázar per Underneath the arches

In una intricata rete di cunicoli sotterranei si posa la storia Napoli. Dalle tracce di epoca ellenistica ai rifugi antiaereo, quelle strade nascoste custodiscono gli strati del tempo. Non monumenti, ma tracce di vita, usi e abitudini. In pratica tutto ciò che si oppone al non luogo del white cube. Il cubo bianco, contenitore e sede espositiva privilegiata per decenni per la sua totale assenza di caratteristiche che possano distogliere l’attenzione dall’opera. Per alcuni artisti non esporre nel non-luogo del white cube può essere problematico, per altri una sfida. A maggior ragione quando si tratta di confrontarsi con qualcosa che porta dietro di sé una storia. Ognuno la risolve diversamente, fino a volte a inglobare lo spazio all’interno del proprio lavoro.   È il caso dell’opera di Arturo Hernández Alcázar visitabile fino al 13 maggio nell’ultimo tra i ritrovati del sottosuolo partenopeo. La sede è un acquedotto di epoca romana, opera ingegneristica del I secolo, che con questa mostra inaugura un programma di arte contemporanea e residenze per artisti. Scoperto per caso nel 2011, riconosciuto quattro anni dopo nel 2015, questo nuovo sito non è solo uno degli anelli che si...

Fotografia Europea 2018 / Sex & Revolution! Corpi ribelli

La nuova edizione di Fotografia Europea si pone sotto l’egida della  “rivoluzione dello sguardo e della visione” una delle conseguenze che proprio la nascita della fotografia ha determinato. Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie è il tema portante della tredicesima edizione, curata dal Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani.   Ho un ricordo, impreciso nel tempo (l’estate del 1979 o del 1980…), ma vivissimo nella sostanza. È la stagione nella quale gli italiani diventarono nudisti: e mi chiedo quanti condividano con me quel ricordo, perché la cosa – in mezzo ai tanti eventi di quegli anni feroci – sembrò “solo” un curioso fatto di costume. Quello che successe è che di colpo, senza preavviso, le spiagge (tutte le spiagge, e soprattutto quelle tradizionali) videro i litorali calpestati da masse di gente senza niente addosso. Non si trattava di giovani o di gruppi che si rifacevano in qualche modo alle nudità “di sinistra” emerse nel decennio precedente. Erano intere famiglie che si presentavano senza costume da bagno, o al massimo in topless. Sopra corpi di ogni età riconoscevi tipi sociali imprevedibili: casalinghe, salumieri,...

Ecologia e fantascienza / Jeff Vandermeer e la misteriosa creatura di Borne

1. La fantascienza e l’ecologia sono sempre andate d’accordo. La prima si è ispirata alla seconda per immaginare scenari utopici o distopici incentrati sul rapporto tra gli uomini e il loro ambiente. Del resto, come già spiegava Lewis Mumford (nella classica Storia dell’utopia, 1922: l’edizione italiana più recente, da cui citerò un brano, è uscita per Feltrinelli nel 2017), all’origine del pensiero e della letteratura utopica c’è sempre la tensione tra un territorio reale e un territorio ideale: come dice il nome, l’utopia è prima di tutto un concetto spaziale, che si trasferisce nel ‘disegno’ di un ambiente tale da consentire, con le sue caratteristiche naturali, lo sviluppo di un sistema politico e sociale. Per Fourier, ad esempio, lo spazio dell’utopia avrebbe avuto bisogno di un territorio adattabile a funzioni diverse: «Un terreno piatto come Anversa, Lipsia o Orléans sarebbe assolutamente inadatto […] a causa delle uniformità di paesaggio. Sarebbe perciò necessario scegliere una regione variata come i dintorni di Losanna o una amena vallata provvista di un corso d’acqua e di boschi, come la valle di Bruxelles o di Halle» (Storia dell’utopia, cit., p. 86).   ...

Domani a Bergamo un convegno su Gianni Celati / «Kicked off Somewhere»: sul Lunario, l'interpolazione e il gag

Che la slapstick comedy statunitense sia stata per Gianni Celati ben più di una passione giovanile, è quasi superfluo ricordarlo. Così, quando mi è stato chiesto di pensare a qualcosa da dire in occasione dei quarant'anni della pubblicazione di Lunario del paradiso, io, che non sono un critico letterario ma uno storico del cinema, ho pensato che proprio la slapstick comedy fosse un'ottima mappa per orientarsi all'interno del romanzo.    Tuttavia, come indica il sottotitolo, il mio intervento prende le mosse da un altro testo celatiano, che non è un romanzo, ma un saggio: Su Beckett, l'interpolazione e il gag, contenuto all'interno di Finzioni Occidentali fin dalla prima edizione (1975). È uno dei testi più antichi della raccolta: in una lettera conservata nell'archivio Einaudi – non datata, ma che risale probabilmente nella primavera del 1972, quando Celati si trova negli Stati Uniti come borsista – l'autore lo definisce «una piccola storia del comico testuale», dandolo già per concluso. Lo si può leggere come palinsesto "teorico" dei romanzi che Celati ha appena pubblicato (Comiche, uscito nel 1971) e che pubblicherà di lì a poco (Le avventure di Guizzardi vedrà la...

Marco Baliani / Il teatro dei corpi narranti

Una lectio magistralis bolognese - Roberta Ferraresi   Autore, attore, regista fra i maggiori in Italia, Marco Baliani è stato ed è uno dei protagonisti degli ultimi quarant'anni del nostro Nuovo Teatro. Ne ha accompagnato le diverse “ondate” avanzando per ciascuna tendenza proposte, idee, posizioni in dialogo col presente e sempre però anche – si potrebbe dire – “sfasate”, anticipatrici rispetto al proprio tempo. Dopo una ricognizione dei differenti ruoli e approcci assunti dall'artista dalla fine degli anni Settanta, “maestro” è la parola con cui Cristina Valenti – docente e studiosa, presidente e direttrice dell'Associazione Scenario – ha concluso la propria presentazione dell'artista alla lectio magistralis che si è tenuta al Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna nel contesto di Interscenario 6: sia per condurre l'attenzione sulla persistenza dell'attività pedagogica all'interno del suo intero percorso, sia per sottolineare in senso più ampio e lato la capacità di Baliani di porsi come interlocutore attento, lucido, presente sull'orizzonte dei mutamenti in atto nei linguaggi e nelle pratiche artistiche, tracciando spesse volte ipotesi di lavoro e di percorso...

Fotografia Europea sulla Via Emilia. / Interviste a Sohei Nishino e Cristóbal Olivares

  La nuova edizione di Fotografia Europea si pone sotto l’egida della  “rivoluzione dello sguardo e della visione” una delle conseguenze che proprio la nascita della fotografia ha determinato. Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie è il tema portante della tredicesima edizione, curata dal Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani. Tra i finalisti del Photography Grant on Industry and Work alla Fondazione MAST di Bologna si sono segnalati Sohei Nishino, che ha vinto il primo premio ex-equo con Sara Cwynar, e Cristóbal Olivares, che Laura Gasparini ha intervistato. La mostra del MAST, già recensita per noi da Silvia Mazzucchelli, è inclusa nell’edizione 2018 di Fotografia Europea sulla Via Emilia.   Sohei Nishino   Sohei Nishino, Donna che legge il giornale, Boretto, Emilia Romagna. LG: Il processo creativo che hai utilizzato è molto complesso e laborioso. Hai utilizzato modelli visivi ispirati alla mappa, ma allo stesso tempo quelli di altri sguardi meno precisi della visione dello zenit come, per esempio, la vista a volo d'uccello. Puoi spiegare perché? SN: Una delle principali differenze dell'artista è vedere come...

Speciale Aqua / Non ho memoria di me

Non ho memoria di me, ma precipito sempre. Sono un’acqua costretta dal basso che chiama, dal mare salmastro promesso. Eppure tra il mare e l’origine avverto un mistero di nuvole e nebbia.  Dilago e mi perdo, svanisco nel nulla, ritorno. E quegli alberi eterni, che pendono sopra le rive, mi sfiorano come augurando qualcosa al passaggio. Vorrei forse potermi fermare, dormire, radici serene, sicure. Impossibile. Questo non mi è concesso. Né sosta,  né fine.   Fabio Pusterla, Inedito

Arte senza artisti / Le forme naturali di Bruno Munari

Arte come mestiere, pubblicato nel 1966, è uno dei libri più famosi di Bruno Munari. Raccoglie riflessioni e scritti che Munari aveva composto negli anni precedenti e si può considerare un primo compendio delle sue idee estetiche e metodologiche, a cui seguiranno testi ormai diventati dei “classici” del design grafico e industriale, come Design e comunicazione visiva (1968) e Da cosa nasce cosa (1981). È anche l’unico suo libro teorico che sia stato tradotto in inglese, con il titolo Design as Art (1971).    Nonostante il prologo e l’epilogo siano dedicati rispettivamente a “Le macchine inutili” e a “Le macchine della mia infanzia” – ovvero all’immaginario tecnologico che ha contraddistinto molte delle opere di Munari – se sfogliate Arte come mestiere vi trovate ad un certo punto un capitolo dedicato al bambù, descritto come “un profilato vegetale, un tubo verde con ogni tanto una chiusura interna […] La natura ce lo offre gratis, già verniciato”. In un altro capitolo intitolato “Cresce e scoppia”, Munari discute poi della struttura di crescita di un albero, paragonandolo a un’esplosione al rallentatore. Qualche anno più tardi pubblicherà anche un libretto intitolato...

Dedicarsi al pensiero / Thomas Bernhard. Camminare

Camminare è l’attività che più di ogni altra accomuna i personaggi di Thomas Bernhard. Camminare e parlare. Camminare e pensare. Camminare e pensare parlando. Dialogare mentre si cammina, ma più spesso monologare in presenza di un ascoltatore, che interloquisce il meno possibile e serve prevalentemente come spunto per variazioni, raffronti e analogie per ciò che viene detto. I monologanti sono perlopiù persone isolate, o che hanno fatto terra bruciata attorno a sé: uomini, sempre, che in genere bramano una solitudine che però li sgomenta e inorridisce, e che quindi hanno periodicamente bisogno, secondo modi e tempi che sono loro a decidere, di qualcuno che la interrompa, su cui riversare il bolo infinito delle loro rimuginazioni in un flusso che non conosce pause e non chiede il permesso, che essi espettorano per poterlo sentire a loro volta come da fuori, certificato dalla presenza estranea. Spetterà all’interlocutore/testimone trascrivere “quasi alla lettera” i monologhi, per la qual cosa non è indispensabile che sia un amico, basta che sia qualcuno di affine “nello spirito”, o “nella sensibilità” (La partita a carte, p. 20), ovvero un ospite, come l’italiano nell’omonimo...