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Arte

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L'arte a vapore sui muraglioni del Tevere / L'Italia di Kentridge

Una processione. Niente di più italiano. Italiani, un popolo di credenti, nonostante tutto, un popolo di romantici e nostalgici. E per fortuna. Qualcosa ancora c'è rimasto. La nostra memoria, storica e attuale, la nostra cultura, ciò che vivifica ancora oggi il senso comune.   A ricordarcelo è William Kentridge, un artista sudafricano ormai noto in tutto il mondo che l'Italia la ama e che risiede ora nella capitale per seguire i lavori del suo Triumphs and Laments: un progetto per Roma, un'opera urbana di cui si parla da tempo, voluta e ideata da più di tre anni grazie all'invito rivoltogli dall'Associazione Tevereterno. Maestro della tecnica e delle tecniche, sperimentatore indisciplinato che passa dal disegno all'animazione, dalla scultura al teatro, questa volta Kentridge è invitato da un'altra artista, Kristin Jones, direttore artistico dell'associazione e del progetto, ad adottare una nuova tecnica, già nota ai graffitisti più "bio", l'arte del vapore, sì, proprio come la vaporella che si usa sui vetri di casa... solo su grandi, grandissime dimensioni, per mezzo di stencil alti fino a 12 metri. Con questa tecnica una squadra di volontari, che ha prima ripulito dai...

Visita guidata ai dettagli / Cliccare su Bosch

Lascio Parigi dalla Gare du Nord, il treno macina chilometri e ore, leggo e dormo, mi rifocillo alla stazione di Amsterdam prima della coincidenza. Arrivato a destinazione trovo l’appartamento di Airbnb, quattro chiacchiere con la padrona e a letto presto. Sul comodino sono impilate varie pubblicazioni su Bosch, ergo il sonno sarà agitato, interrotto bruscamente dallo spremiagrumi per la colazione.   Sono nel cuore dell’Europa, un cuore appartato, perché a ‘s-Hertogenbosch, a circa un’ora da Amsterdam Rotterdam Eindhoven Anversa, non si capita per caso. Qui è nato Jheronimus van Aken, che dalla cittadina prese anche il nome, e qui torna dopo 500 anni dalla sua scomparsa in occasione della più grande retrospettiva mai organizzata sulla sua opera.   Esito prima di entrare nelle sale, dilatando al massimo il momento che mi separa dalla mostra. Esploro il bookshop e il «Bosch shop», il bagno e il caffè finché mi ritrovo dentro come se scivolassi sul bagnato. Uscirò frastornato ore dopo, con la luce del giorno che mi brucia gli occhi. Tutti questi sforzi per cosa? Per vedere, solo per vedere – e vedere stanca. Tanta energia psico-fisica ed economica per passare una giornata...

Primo maggio / Amare il proprio lavoro

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell'Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l'hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è...

Thinking for yourself and within yourself

Italian Version   On April 27th upon the invitation by Art Basel for Non-Profit Visual Arts Organizations, we have launched our first crowdfunding campaign on Kickstarter to implement the sixth chapter of our itinerant educational artistic format AtWork. The campaign is aimed to fund AtWork Addis Ababa, consisting of: a 5-day workshop for young Ethiopian art students and creative talents led by international curator Simon Njami and an exhibition of the created artworks at Addis Foto Fest in December 2016. With your support, we can continue to offer AtWork experience to the students for free. Join our crowdfunding campaign on Art Basel Kickstarter and contribute to nourishing a new generation of creative thinkers that can build the future we are all longing for!     lettera27   On the occasion of the campaign’s launch we are publishing Simon Njami’s text that poetically describes the vision behind our educational approach.  Enjoy the reading and support our campaign here!   Thinking for yourself and within yourself   We, however, start from the beginning. We are poor, we have unlearned how to play. We have forgotten it, our hands have unlearned...

AtWork: una nuova generazione dei pensatori / Pensare da sé e dentro di sé

English Version   Il 27 aprile, su invito di Art Basel for Non-Profit Visual Arts Organizations, abbiamo dato il via alla nostra prima campagna di crowdfunding su Kickstarter per realizzare il sesto capitolo del nostro format educativo itinerante AtWork.  Con questa campagna vogliamo finanziare AtWork Addis Abeba che consisterà in un workshop di 5 giorni per i giovani talenti creativi e studenti d’arte etiopi, condotto dal curatore internazionale Simon Njami, e in una mostra dei taccuini che ne risulteranno, in occasione di Addis Foto Fest a dicembre 2016. Pensiamo che la capacità di coltivare e utilizzare un pensiero critico sia la forma di libertà più grande a cui possiamo umanamente ambire. Pensiamo anche che le persone che si confrontano con l’arte dovrebbero essere ancora più libere di pensare autonomamente: solo chi è davvero libero è nelle condizioni di poter trasformare la propria società. Il nostro impegno è quello di diffondere l’esperienza di AtWork per raggiungere ancora più studenti e giovani talenti creativi, ancora più organizzazioni culturali, artisti e istituzioni educative per creare un network panafricano di influencer culturali e di giovani. Questa...

Michieletto nella tana del lupo / L’Opera da tre soldi torna al Piccolo Teatro

Nella prima stagione senza Luca Ronconi, tra controverse eredità e riflettori puntati sull’operato della nuova squadra, L’opera da tre soldi è senza dubbio la produzione più impegnativa e rischiosa del Piccolo Teatro di Milano.  Quasi due mesi di tenitura, venti attori e un’intera orchestra sinfonica: questi sono solo i segnali più eclatanti dell’investimento sullo spettacolo diretto da Damiano Michieletto per l’anno delle celebrazioni brechtiane. Ci sono poi un certo numero di questioni simboliche che pesano, se possibile, ancor di più: l’Opera torna in scena per la terza volta al Piccolo dopo due importanti regie strehleriane, di cui la prima (1956) segna un fondamentale momento di svolta nella storia dello stabile milanese e delle sue fitte relazioni internazionali (vedi recensioni, bozzetti e altro negli archivi multimediali del Piccolo Teatro).     Brigate.    La rappresentazione contemporanea di Brecht è poi un vero e proprio nodo di Gordio: perché se è vero che recenti allestimenti e un rinnovato interesse critico testimoniano la volontà di guardare con nuovi occhi alla tradizione, è innegabile che la storia della ricezione italiana sia...

Fumetto e autobiografia / Intervista con Lorenzo Mattotti

Giunto alla sua quarta edizione, l'evento di tardo inverno del Festival del film di Locarno, curato dal Direttore Carlo Chatrian insieme a Daniela Persico e incentrato sul rapporto fra cinema e scrittura, è stato dedicato per questa edizione 2016 all'universo del graphic novel. Chiamati a raccogliere l'invito del festival sono stati Blutch e Lorenzo Mattotti, protagonisti assoluti del fumetto europeo, con una tre giorni ricca e multidisciplinare in cui i due artisti hanno potuto non solo parlare del proprio lavoro in intensissime masterlcass mattutine, ma hanno avuto la possibilità di scegliere alcuni film importanti per il loro percorso personale e professionale.    Blutch.    BLUTCH sconta purtroppo nel nostro paese un numero piuttosto esiguo di traduzioni. L'autore di “Per farla finita con il cinema” e “Il piccolo Christian” nella 3 giorni locarnese ha dato sfoggio di tutta la sua sterminata ed enciclopedica conoscenza del cinema, fatta di un culto quasi feticistico per gli attori, unito ad un approccio estremamente personale nel raccontare e rielaborare le peculiarità del linguaggio cinematografico. Dalla fissità monumentale dei volti di “The Wind “...

Roma: Accademia reale di Spagna / Auditorium Parco della Musica / Muntadas. Un catalano a Roma

L’incontro tra sfera pubblica e privata all’interno di una cornice sociale letta e interpretata attraverso i media contemporanei è da sempre uno degli argomenti centrali della poetica visiva di Antoni Muntadas. Quello tra i due poli è un confine da lungo tempo frammentato e pieno di smagliature. Le incursioni del pubblico nel privato e l’esibizione del privato nel pubblico sono il perno della versione social dell’esistenza. L’artista spagnolo è stato di recente a Roma come ospite del Media Art Festival per il quale, oltre ad aver tenuto una lecture al MAXXI, ha realizzato una mostra presso l’Accademia reale di Spagna, visitabile fino al 15 maggio, e ha realizzato un intervento nel Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica, a cura di Anna Cestelli Guidi in corso fino al 30 aprile.     Protocolli e derive veneziani è il titolo dell’intervento per la Accademia Reale di Spagna, composto da una serie fotografica e da un video. La prima ritrae elementi caratteristici della città veneziana, dettagli che sono parte del paesaggio comune ma che salgono all’evidenza solo negli occhi di coloro non hanno confidenza con la stratificazione delle epoche e dei relativi residui...

Peonie

A tal punto preziose che nel IX secolo il poeta cinese Po Chü-i poteva scrivere: «per il fiore più bello cento pezze di damasco;/ per il fiore mediocre cinque pezze di seta». Ma un giardino senza un albero di peonie (Paeonia suffruticosa) è come una bella donna cui l’amante spilorcio non abbia regalato il gioiello più raro e lucente. Privilegio di pochi, essenza d’imperiali verzieri, in Europa sono giunte dal lontano oriente solo sul finire del diciottesimo secolo quando, non senza difficoltà, s’è dato avvio alla coltura e all’ibridazione.       Belle in boccio, ch’è gonfio e turgido, bellissime al dispiegarsi stropicciato dei petali, talora unghiati a contrasto con la ricca tavolozza cromatica che offre il bianco più candido, il rosa più confetto, il porpora e il viola più profondo; e ve ne sono pure di gialle, albicocca e – si favoleggia – di blu.   Esagerato è il fiore di peonia che può raggiungere i quindici, finanche venti centimetri d’ampiezza, in un giro di petali semplice o doppio, o follemente stradoppio. Le grandi sontuose corolle, soavemente profumate e aperte su un bottone di stami dorati, sono uno splendore che dura un battito di ciglia, ma è l’...

La canzone della libertà di Carlo Pestelli / Bella ciao

Musica e mitologia si somigliano se è vero che la mitologia è il «movimento» di una «massa di materiale tramandata in racconti ben conosciuti che tuttavia non escludono ogni ulteriore modellamento», come ha scritto Kerényi. Entrambe sono fusione di «arte» e «materiale», «espressione conforme ai tempi», piena di significato autonomo e non derivato. Sono un variare sul tema, all'interno di un processo poietico di ricezione e rielaborazione: per Lévi-Strauss (meno intellettualistico e cerebrale di quanto si pensi) «mitologia e musica sono macchine per sopprimere il tempo» il cui linguaggio è quello dell’emotività, generata da una «segreta significazione» capace di suscitare «potenza» e «maestosità» in virtù della «selva di immagini e segni» simili a sortilegi.   Soprattutto, musica e mito si co-appartengono se diventano il canto di comunità esistenti, in cerca di se stesse o ardentemente desiderate. Se dovessi scegliere un caso paradigmatico che conferma tutto questo, sceglierei una canzone, forma codificata e immediata che condensa musica e parola e mette in gioco corpi, strumenti e voci. E tra le canzoni sceglierei Bella ciao, la canzone-mito di cui Carlo Pestelli, musicista...

La dame aux damiers / Andrée Putman. L’eleganza del design

Ho conosciuto Andrée Putman alla fine degli Anni Ottanta, a Parigi, dove mi trovo anche mentre scrivo queste righe. Ed è proprio questa città ad avermela richiamata alla mente. Parigi le somiglia, ancien régime in alcune zone, nouvelle vague in altre; opulenta e sfarzosa in certe, austera e minimal altrove, un’equilibrata mescolanza di modernità e di memoria, esattamente come lei. Andrée Putman era brusca e autoritaria ma raffinatissima, non bella ma piena di charme e con una personalità travolgente, dominata dai contrasti tra le linee dure del suo volto (quasi incarnazione di una scultura di Picasso o, come si è autoironicamente proposta lei stessa in una foto, rivisitazione del ritratto della giornalista Sylvia von Harden di Otto Dix) e la sublime ricercatezza delle forme che sapeva creare e delle quali amava circondarsi.   Avevo allora accompagnato mio padre a un appuntamento da lei presso Ecart, la sua ditta di design, al fine di mettere a punto certi rapporti di collaborazione tra loro. A quel tempo mio padre aveva già acquisito anche a Parigi la fama di ottimo ebanista, soprattutto dopo i lavori in legno da lui eseguiti per il Musée d'Orsay su disegno di Gae Aulenti e...

Gli acrobati fantasmi di Constanza Macras / Danza e Cina al Fabbricone di Prato

Ogni spettacolo di Constanza Macras è un viaggio. Dopo la cultura rom e quella sudafricana, quella indiana e quella brasiliana, con The Ghosts – il suo ultimo lavoro al debutto italiano al Metastasio di Prato (le repliche successive saranno al CSS di Udine, anche coproduttore dello spettacolo) – è la volta della Cina. Ma è una Cina un po' “particolare”, che viene presentata agli spettatori occidentali tramite una dei marchi artistici più celebri del Paese, quello dell'arte acrobatica circense. Sono più di duemila anni che è così: dai banchetti offerti agli ambasciatori stranieri in età imperiale, fino alla scelta del circo come arte rivoluzionaria e proletaria per rappresentare il nuovo corso all'epoca di Mao; ed è così anche oggi, nel momento in cui l'arte acrobatica è valorizzata e sostenuta a livello pubblico come biglietto da visita da esportare verso l'esterno. Ma il percorso con cui la coreografa argentina d'origine ma ormai berlinese d'adozione porta la Cina sui palcoscenici europei è del tutto peculiare, avendo a che vedere solo in parte con gli aspetti celebrativi e auto-rappresentativi affidati tradizionalmente all'acrobatica dell'estremo Oriente.    Il...

Cronache dal secolo breve / Realismo socialista in stile pin up

Nell’Unione Sovietica degli anni Settanta, ancora totalmente e indiscutibilmente socialista, si sviluppò una corrente artistica che, nei decenni successivi, sarebbe entrata nella storia dell’arte e del costume con l’etichetta di Sots-Art. Sots era l’abbreviazione dell’aggettivo socialista che, nel periodo staliniano, aveva caratterizzato l’arte in abbinamento al sostantivo realizm: il ben noto metodo detto realismo socialista che dal fronte pittorico si sarebbe dovuto estendere fino a coinvolgere ogni forma di produzione culturale. Art era una provocatoria citazione in inglese che rimandava all’oltreoceano, al mondo altro, agli amici-nemici statunitensi. Fu un fenomeno che nacque per pochi e tra pochi. Artisti ancora non illustri che per se stessi e per i propri amici realizzavano opere in contrasto con i dettami del canone ufficiale, prendendo a modello proprio i prototipi real-socialisti, decostruendoli e reinterpretandoli in chiave satirico-ironica. Scopo fondamentale di questi artisti era svelare l’inganno ideologico, dimostrare di averlo compreso e di non accettare di caderci ancora. Riconoscere il vuoto che stava dietro la retorica staliniana, il surplus di dottrina che...

Una mostra alla Fondazione Prada / L’image volée

Ci siamo. Dopo la notevole ricerca compiuta con Recto/Verso, è giunta una nuova occasione di scrivere della discussa, amata, criticata Fondazione Prada e, in particolare, dell'ultima mostra aperta nella splendida sede di Milano – un ex complesso industriale riqualificato e riprogettato dallo studio di architettura OMA, guidato da Rem Koolhaas – L'image volée, curata dal fotografo Thomas Demand, che si affianca alla sua fotografia con installazione 3D site-specific Grotto (2006) con Processo Grottesco (2015) e a quella pensata e allestita dall'artista polacca Goshka Macuga (Turner Prize shortlist, 2008), To the Son of Man Who Ate the Scroll.    Premesso che la sede, da sola, val bene più di una visita, come luogo che mostrando al pubblico la propria sfacciata ricchezza si mostra anche nel suo letterale splendore (è la torre dorata, che ospita in permanente lavori di Louise Bourgeoise e Robert Gober, a svettare tra gli edifici rinnovati).   Sfiora il pensiero che, in continuità con una parte della collezione permanente, questa mostra possa anche accogliere un 'furto' originario d'artista, già stabilmente parte della collezione allestita nell'hangar-deposito, che...

Un Celati anni '70. Intervista con Cerritelli / Contro le Avanguardie

Avviandosi a concludere la sua tesi di laurea con un’appendice costituita da varie interviste ad artisti, storici dell’arte e intellettuali operanti a Bologna, Claudio Cerritelli (1953) incontra il suo professore del Dams Gianni Celati raccogliendo alcune riflessioni intorno al concetto d’avanguardia.   Claudio Cerritelli : Mi rendo conto che non è semplice venire qui a chiederti cose specifiche che mi siano direttamente utili. Mi hai già fatto presente la tua difficoltà dicendomi che hai spesso atteggiamenti critici irrazionali. Questo potrebbe interessarmi di più. Perciò non rinuncio a chiederti quali sono le tue idee intorno a tutto un universo avanguardistico, sia quello storicamente già concluso, sia quello che ancora sta marciando. Come vedi questo fatto, riferito anche alla tua esperienza?    Gianni Celati: Non so come lo vedo; anzi, soprattutto, non mi interessa vederlo, avere una cosa definita. Dal punto di vista delle cose che mi sono girate intorno mi sembra che ci sia un punto di riferimento fisso: l’irruzione della Pop Art. Mentre in fondo tutte le avanguardie storiche (a cominciare da Baudelaire fino a Benjamin, Sanguineti etc.) esprimono il discorso...

Anomalisa. Il film di Charlie Kaufman / La sindrome di Fregoli come metafora

No, non credo proprio: non diventerà un film. Era questa all'inizio la posizione di Charlie Kaufman, fresco di oscar per la sceneggiatura di Ethernal sunshine of the spotted mind, a proposito di Anomalisa. Scritto con lo pseudonimo – non casuale – di Francis Fregoli e portato in scena a Los Angeles nel 2005, Anomalisa era originariamente una "commedia sonora": un insolito mix tra teatro e radio. Il progetto Theater of the new ear (non new year, proprio new ear) prevedeva sì un pubblico, un palco, un sipario, ma tutto quel che gli attori facevano era leggere le battute, restandosene belli seduti sulle loro sedie. Niente costumi, niente ingressi o uscite di scena, niente gesti. Ad accompagnare questa sorta di doppiaggio pubblico da fermi c'erano un rumorista e una piccola orchestra diretta da Carter Burwell, autore della colonna sonora di molti dei film di Kaufman e dei fratelli Cohen.    Kaufman non voleva rinunciare al senso di straniamento che solo quel bizzarro formato sembrava poter restituire. Eppure qualcosa deve avergli fatto cambiare idea, perché a distanza di dieci anni Anomalisa è un lungometraggio di animazione in stop-motion, diretto insieme a Duke Johnson e...

A Reggio Emilia fino al 3 settembre 2016 / Zavattini. Cuore padano

La Bassa è un territorio poco definito. Come la nebbia che spesso d’inverno la pervade, non presenta dei confini chiari. E non ha una organizzazione interna riconoscibile, con una precisa gerarchia di luoghi. È una vasta distesa di terre di pianura interrotte ogni tanto da qualche paese. Forse non è nemmeno identificabile esattamente con un territorio geografico preciso. È genericamente una vasta zona dell’Emilia-Romagna che si trova vicina al Po. Ma proprio per questo forse Cesare Zavattini l’amava. Certo, era intensamente legato a essa perché era la sua terra natale. Ma amava la Bassa probabilmente anche perché essa, con la sua indistinzione, gli consentiva di plasmarla a suo piacimento. Di dare cioè libero sfogo alla sua fantasia trasformandola in un luogo completamente immaginario. Non è un caso probabilmente che la Bassa abbia stimolato, oltre a Zavattini, anche molti altri scrittori a liberare le proprie fantasie. Sono nati così i racconti dei Narratori delle pianure presentati diversi anni fa da Gianni Celati. Oppure le surreali invenzioni di Ermanno Cavazzoni per Il poema dei lunatici. Così piaciute a Federico Fellini che ha voluto ricavarne il suo...

Museo Guatelli, MAST e trattorie emiliane / Mai perdere di vista il ragù!

È da tempo che volevo visitare il Museo Guatelli. Me ne aveva parlato l'amica Marta Sironi, che ha un gusto infallibile per il bello e non vedevo l'ora di andarci. Tra una cosa e l'altra sono passati un po' di mesi e una mattinata piovosa di questo inverno mite non scoraggia il nostro equipaggio a far rotta verso Ozzano di Taro, prima tappa di una giornata intensamente emiliana. Tra la pianura e l'Appennino, appena prima di Fornovo, una vecchia casa di mezzadri, con stalla ed edifici annessi, ospita il Museo Guatelli. Ad accoglierci è Lino che, con amicizia e gentilezza, risponde alle nostre domande e ci fa notare le cose più curiose di questa gigantesca e compressa raccolta della civiltà contadina e, più in generale, del mondo di ieri. Ma non è solo un museo dell'uso e del riuso della vita quotidiana, è di più, e se ne sono accorti, tra gli altri, Federico Zeri, Christian Boltanski, l'onnivoro Sgarbi.       Ettore Guatelli, maestro elementare, frequentatore di Attilio Bertolucci, uomo socievole e solitario al tempo stesso, comincia a raccogliere dagli anni Sessanta tutte le tracce di un mondo che sta scomparendo. Qualcuno ha definito il Novecento il secolo del...

Intorno all'opera del grande fotografo sudafricano / Santu Mofokeng: a silent solitude

English Version   “Il dono è la testimonianza di un atto, un gesto simbolico allo stesso tempo libero e obbligatorio”, scrive Katia Anguelova, curatrice di AtWork Dakar 2012. E ancora: “concepire l’opera d’arte come relazione in un contesto di dare e ricevere permette di interrogarsi sulla possibilità di apprendere questa come dono o rappresentazione di un dono”. Si tratta dell’idea centrale che anima AtWork, il format ideato da lettera27 e Simon Njami, di cui l’elemento chiave è il workshop, all’interno del quale è prevista la realizzazione da parte di ogni studente di un taccuino personalizzato, che ognuno di essi può scegliere di donare a lettera27, entrando a far parte della AtWork Community. Quest’anno il workshop, che si è tenuto in Italia in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, è stato interamente dedicato all’immagine fotografica e fra gli studenti era presente come ospite anche un aspirante fotografo ivoriano Mohamed Keita. La mostra dei taccuini prodotti, co-curata dagli stessi studenti, è stata da poco inaugurata nell’atelier di via Giardini di Fondazione Fotografia Modena. Il tema scelto dal curatore riguardava il concetto di “eterocronia”, ovvero...

Santu Mofokeng: A Silent Solitude

Italian Version   “A gift is the evidence of an act, a symbolic gesture that is at once free and obligatory,” writes Katia Anguelova, curator of AtWork Dakar 2012. “Considered in terms of a give-and-take relationship, the work of art can therefore be regarded as a gift or a representation of a gift.” This is the central idea of AtWork, the educational format created by lettera27 and Simon Njami. Its key element is a workshop during which participants produce a personalized notebook, which they can choose to donate to lettera27, thus becoming part of AtWork Community. The workshop that has recently taken place in Italy, in partnership with Fondazione Fotografia Modena, was entirely dedicated to the photographic image and was attended, among others, by the young Ivorian aspiring photographer Mohamed Keita. The notebooks produced during the workshop were displayed in an exhibition co-curated by the students at the Fondazione Fotografia Modena’s atelier in Via Giardini. Drawing on Foucault’s idea of heterotopy, Simon Njami chose “heterochrony” as the main theme of the workshop, describing it as “a break with real-time that introduces multiple time-spaces from which it is...

Metamorfosi di Roberto Latini / Forme mutate in corpi nuovi

L'opera di partenza è il nome di un'idea, l'azione centrale, l'unità di movimento per un'opera nuova. Metamorfosi: trasformazione, trasfigurazione – senza affondi storici e filologici: non come siamo cambiati e ci siamo stratificati nel tempo dal caos primordiale all'oggi di Ovidio, ma come cambiare ancora, come sfuggire alla forma, sfare, sformare, muovere, insorgere. Roberto Latini, che firma regia e adattamento di questa particolare produzione di Fortebraccio Teatro, in verità non riscrive, non adatta, non consegna letture ed esegesi; invece saccheggia furiosamente letteratura e storia dell'arte, accumula frammenti brucianti – Camus, Strindberg, Foscolo, Gualtieri, l'impossibile, la luna, liriche della lacerazione e della perfezione di maestri di quella virtù che Cioran chiamava apprendistato della macerazione –; Latini regista e attore, poeta guerriero, che si dibatte tra hybris e paura, egotismo e umiltà, e sprofonda in “colate di pensiero”, per rubare ciò che gli serve, ciò che lo attrae, battagliando dentro le forme contro la scontentezza di sé e contro la battaglia stessa, in un essere o non essere che in queste Metamorfosi recita perfino, ma al contrario, in disordine,...

Metamorfosi di Roberto Latini / Forme mutate in corpi nuovi

L'opera di partenza è il nome di un'idea, l'azione centrale, l'unità di movimento per un'opera nuova. Metamorfosi: trasformazione, trasfigurazione – senza affondi storici e filologici: non come siamo cambiati e ci siamo stratificati nel tempo dal caos primordiale all'oggi di Ovidio, ma come cambiare ancora, come sfuggire alla forma, sfare, sformare, muovere, insorgere. Roberto Latini, che firma regia e adattamento di questa particolare produzione di Fortebraccio Teatro, in verità non riscrive, non adatta, non consegna letture ed esegesi; invece saccheggia furiosamente letteratura e storia dell'arte, accumula frammenti brucianti – Camus, Strindberg, Foscolo, Gualtieri, l'impossibile, la luna, liriche della lacerazione e della perfezione di maestri di quella virtù che Cioran chiamava apprendistato della macerazione –; Latini regista e attore, poeta guerriero, che si dibatte tra hybris e paura, egotismo e umiltà, e sprofonda in “colate di pensiero”, per rubare ciò che gli serve, ciò che lo attrae, battagliando dentro le forme contro la scontentezza di sé e contro la battaglia stessa, in un essere o non essere che in queste Metamorfosi recita perfino, ma al contrario, in disordine,...

I limiti dell' over design / L’architettura kitsch di Zaha Hadid

L’improvvisa morte di Zaha Hadid ci fa riflettere sulla sua opera, su quel che lascia. I suoi disegni all’inizio della sua carriera erano bellissimi: grandi, fluidi, spaziosi; le architetture sembravano nascere da un’enfasi giocosa di linee che mettevano a reagire l’Art Nouveau con il Costruttivismo. Niente di profondamente innovativo, ma affascinante manierismo. In seguito l’Hadid si è affidata, come molti decostruttivisti, a ciò che già i suoi disegni esprimevano, ovvero l’ipotesi che un concetto formale potesse ingenerare un processo di pura composizione. Il process quindi avrebbe generato la forma, o meglio una nuova forma capace di esprimere qualcosa che la modernità, ancora troppo classica, non aveva avuto la forza di raggiungere. Zaha Hadid ha rappresentato dunque un esempio paradigmatico di un ipermodernismo (la locuzione è di Tafuri) che finalmente sarebbe andato oltre il moderno.   Ciò che ha caratterizzato l’ipermodernismo è la mancanza del limite: per andare oltre il moderno il processo avrebbe dovuto viaggiare totalmente libero, senza limiti prefissati, abbattendo qualunque convenzionalità. Sebbene questa ipotesi sia nata negli anni ’70 con la ripresa del...

Il teatro di Thomas Bernhard. Una diffamazione

In un mondo terminale   È arrivato tardi il teatro di Thomas Bernhard in Italia, sulla scia delle prime traduzioni di novelle e romanzi e di una certa fama mediatica dell’autore come misantropo e nichilista. Nel 1982, dopo la pubblicazione dell’Italiano da Guanda e di Perturbamento da Adelphi, il Gruppo della Rocca mette in scena La forza dell’abitudine (del 1974), calcando sui lati clowneschi di un testo che raffigura uno degli interni soffocanti, intinti nella rabbia del fallimento, dell’autore austriaco. Caribaldi, direttore di circo insoddisfatto delle misere, ignobili piazze dove è costretto a esibirsi, cerca di fare eseguire ai suoi recalcitranti sottoposti – un giocoliere, un domatore, un buffone e la nipote – il quintetto La trota di Schubert. Tutto si svolge in un’asfittica roulotte, uno dei luoghi spogli che spesso caratterizzano i drammi dello scrittore (altrove avremo grandi stanzoni, finestre imponenti, volte che pesano sulla solitudine e sull’afasia umana di personaggi nascosti dietro fiumi di parole, inflitte come tormenti ai disgraziati complici che si sono condannanti a vivere al loro fianco). Caribaldi è una delle figure tipiche di un autore che lavora,...