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Arte

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La giacca che ha decostruito il genere / Armani il sesso radicale

La Moda impatta sul corpo e fa variare il mondo, provocando cambiamenti epocali e rivoluzioni sociali. Se negli anni Sessanta lo youthquake ha scosso gli armadi perbene con l'unisex, dal Duemila in poi le passerelle sono state l'eco più potente dell'identità di genere, propugnando ora la sua esclusione totale nel Sans gender, come nel caso della collezione del 2014 di Rad Hourani, ora una flessibilità capace di adattarsi alle differenze. C'è un maestro dello stile made in Italy che ha portato la questione agli onori della cronaca molto prima degli altri, sapendo declinare in maniera impeccabile il concetto di coincidentia oppositorum, nel senso già preconizzato da Susan Sontag  con le seguenti parole “ciò che c'è di più bello negli uomini virili è qualcosa di femminile; ciò che c'è di più bello nelle donne femminili è qualcosa di maschile”. Si tratta di Giorgio Armani, il primo vero esempio di stilista della contemporaneità, cioè chi pensa ai vestiti per la loro riproducibilità tecnica a differenza del couturier, che realizza creazioni uniche.     A dirimere questi temi in un excursus multi-genere ci ha pensato Giusi Ferré con il suo Giorgio Armani. Il sesso...

L’arte della rivoluzione: Russia 1917 – 1932

Un uomo di spalle con un cappotto scuro sta dipingendo una scritta bianca su uno striscione rosso disteso sul tavolo. Di fronte a lui campeggia una Venere di Milo. La stanza è grigia, una mansarda, una finestra, il filo della corrente, ben visibile, pende dal soffitto con la sua lampada. Le lettere in bianco proclamano:    ВСЯ ВЛАСТЬ СОВЕТАМ   “Tutto il potere ai Soviet”. Non c’è tavolozza, bastano un pennello e un bicchiere.    Nikolaj Terpsikhorov, First Motto, 1924, Mosca, Galleria Tretyakov, Photo © State Tretyakov Gallery. L’artista è Nikolaj Terpsikhorov, un pittore poco noto, che si ritrae mentre lavora al suo nuovo compito e, volgendoci le spalle, ci porta dentro il quadro. Primo Motto è la tela che incontriamo all’ingresso di Revolution: Russian Art 1917 – 1932, la mostra aperta alla Royal Academy di Londra (fino al 17 aprile).  Curata da Ann Dumas, John Milner e Natalia Murray, la rassegna prende le mosse da un grande evento del 1932, tenutosi al Museo Statale Russo dell’allora Leningrado che celebrava i “Quindici anni degli artisti della Repubblica Sovietica Russa” (“Khudozniki RSFS za 15 let”). Fu una retrospettiva enorme, esposizione...

Il nome non pare avere origine dal giovinetto leggendario / Narcisi

Pure le piante, ogni tanto, scioperano. Per fortuna, nella società vegetale le sigle sindacali non si coalizzano e, se i cornioli incrociano le braccia, i pruni suppliscono con una fioritura gloriosa.         In quest’esordio di primavera i narcisi del giardino hanno deciso la serrata: pochi i crumiri che alzano i tromboncini gialli o bianchi, tutti gli altri esibiscono solo i glauchi nastri fogliari. Nella passata stagione devo aver combinato qualcosa che non hanno gradito: forse, per impazienza, ho tagliato le foglie ancora verdi per non vederle ingiallite seccare a terra. Oppure i bulbi si sono troppo interrati e non li ho divisi per tempo: ci vorranno alcuni anni prima che i bulbilli laterali fioriscano. O forse li ha infastiditi il non rigido inverno. Fatto sta che delle molte varietà di narcisi piantati a macchia nel prato solo qualche ciuffo di Narcissus tazetta e la bordura di Narcissus pumilus timbra il cartellino delle presenze primaverili.  Peccato, perché il suono chioccio dei pedicelli a gomito avvolti nella spata cartacea e degli scapi cavi dei narcisi è per me il campanello della primavera. E in vernacolo, infatti, per estensione dall’...

Progetto Jazzi / Il faggio. Si costruisce e conserva la foresta

Un nuovo contributo a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   Questo, per me, è il tempo del faggio: ogni mattina entro nella legnaia dove ho riposto la legna secca dopo che per un anno era rimasta accatastata al sole e al riparo dalla pioggia al muro sud della casa. Ora il faggio brucia con chiara fiamma dentro la stufa donandomi un tepore sano e buono; così che alzando la testa dal tavolo e vedendo l’inverno sulle montagne e sui boschi è ancora più piacevole riprendere la lettura o un foglio bianco per scrivere a un amico. Ho incominciato da ragazzo a “sentire” il faggio come albero felice agli dei, e non lo sapevo. Avevo forse dieci anni, quando per la prima volta seguii i famigli e mio padre nel bosco per aiutare a raccogliere i polloni e i rami dell’assegnazione d’uso civico. I forti cavalli nell’autunno portavano i pesanti carri verso le case degli uomini e davanti a ogni abitazione, nei cortili o nella strada, stavano i mucchi in bell’ordine. Con i segoni a due manici, abbandonati qui dalla Grande Guerra, si segavano i pezzi a...

“Totò a colori”, 1952 / Le metamorfosi di un burattino

La genesi di Totò a colori (1952), come il titolo suggerisce, è legata alla volontà dei produttori Ponti e De Laurentiis di sfruttare il nome del comico italiano numero uno per lanciare il nostrano Ferraniacolor nel lungometraggio di finzione. Detto fatto, la sceneggiatura viene messa insieme alla sans façon, collazionando alcuni dei migliori sketch dell'attore napoletano: gli esistenzialisti a Capri («Come nasci?» «Beh, nascio come nasciono gli altri»), il vagone letto («Eh, chi non lo conosce, quel trombone di suo padre!»), la marcia dei bersaglieri. La regia è inizialmente affidata a Steno e Mario Monicelli, che hanno già diretto Totò in altri quattro film, inclusi i campioni d'incassi Totò cerca casa e Guardie e ladri. Strada facendo, Monicelli abbandona il progetto e Steno rimane da solo al timone dell'impresa. Uomo colto e disincantato, si barcamena come può fra le difficoltà tecniche (lo «scatafascio di luci» descritto in un'intervista da Isa Barzizza, necessario per impressionare la nuova pellicola) e i limiti del budget. Per sua fortuna, può contare sull'estro del protagonista. Steno vi si affida ciecamente, al punto di ammettere, anni dopo: «Era come se avessi dato la...

Bill Viola, lo Spirito nella Macchina

Bill Viola, The crossing, 1996.   È il crepuscolo: il cielo ha una totalità fra l’azzurro tenebra e l’oltremare. La scena è spoglia. Al margine destro dell’inquadratura si vedono tre gradini; ai lati, la fuga prospettica è inquadrata da edifici moderni, anonimi. Solo una luce flebile che filtra da una porta sulla strada, al margine sinistro dell’immagine, suggerisce che questi edifici siano abitati. Al centro, riprese a figura intera, conversano due donne: una è di tre quarti, l’altra è di fronte a noi che le osserviamo. Sono abbigliate in modo semplice, ma con colori definiti: la più anziana, di profilo, ha un’ampia blusa ocra e, sulla spalla sinistra, uno scialle rosso; la più giovane indossa una veste azzurra. Ai piedi, entrambe calzano sandali. È estate: una lieve brezza muove i tessuti, scompiglia appena i capelli. Poi nell’inquadratura, da sinistra, entra una terza donna. È più giovane delle altre, ha scuri capelli corti, una veste arancio anch’essa molto comoda, e una borsa di tessuto a tracolla della spalla destra; anche lei è in sandali, e sorride luminosa. Anche il volto della donna anziana s’illumina, e le due si salutano abbracciandosi con trasporto.   L’...

Chi ha paura di Alex il dinosauro? / Immaginazione, utopia e natura in Fa’afafine

A: “Ma tu hai visto lo spettacolo Fa’afafine di Giuliano Scarpinato?” B: “No, ma penso sia pericoloso, per l’identità dei nostri figli e l’esistenza della famiglia naturale. Parla, infatti, di un bambino trans-gender.”   Questo dialogo inventato non è purtroppo slegato dalla realtà. Esso sintetizza al massimo le ‘ragioni’ delle molte proteste che sono state sollevate contro il lavoro Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro. Chi protesta contro questo spettacolo ne parla, infatti, pur non avendolo visto e a partire da presupposti ideologici. Ignoranza e preconcetti di base hanno molto danneggiato, dunque, la ricezione di un lavoro che da tanti punti di vista può essere considerato stupendo. Non mi soffermerò, in questa sede, ad approfondire perché l’ideologia è profondamente dannosa nei riguardi di questo spettacolo e del teatro in generale, né perché la ricerca teatrale di Scarpinato non è affatto pericolosa per i bambini. Questi due compiti sono stati già stati assolti rispettivamente dagli articoli molto densi di Mario Bianchi per Krapp’s Last Post, che sottolinea come la visione del lavoro sia “assolutamente necessaria per il mondo del teatro ragazzi italiano ma...

Un artista che si fida dell’ingegnere che ha in sé / Franco Albini. Design e interni

Studiare architettura al Politecnico di Milano negli Anni Settanta ha significato avere avuto Franco Albini (1905-1977) quale nume tutelare. Certo, dopo l’arbitraria, quanto iniqua sospensione decretata il 23 novembre 1971 dal Ministro della Pubblica istruzione del Governo Andreotti I – che investì anche Ludovico Belgiojoso, Piero Bottoni, Guido Canella, Carlo De Carli, Aldo Rossi, Vittoriano Viganò e l’allora preside Paolo Portoghesi – il maestro non veniva di frequente in facoltà. Però come dimenticare la sua commossa, se pure breve – era parco di parole – orazione funebre per Piero Bottoni tenutasi nell’atrio di Via Bonardi? Quel suo omaggio al collega morto senza aver potuto riprendere l’insegnamento. Lui, invece, l’insegnamento lo avrebbe ripreso il 5 giugno 1974 (come ricorda Guido Canella, in R.A.U 123-14-125, 2007) in seguito all’annullamento di quel decreto (avvenuto l’11 maggio del 1974), anche se sempre più spesso avrebbe preferito farsi sostituire dalla sua collega di studio, la severamente elegante Franca Helg (1920-1989), detta ‘La signora dell’architettura italiana’ per la sua innata classe. A lei dobbiamo inoltre eterna riconoscenza per aver salvato Ernesto Nathan...

Viktor Stoichita, Effetto Sherlock / Voyeur in lotta

“Siamo diventati una razza di guardoni”, dice con buon senso da “Reader’s Digest” l’infermiera Stella a Jeff, fotografo à la page immobilizzato da settimane a casa per un brutto incidente stradale. “La gente farebbe meglio a guardare un po’ dentro casa propria”, insiste caparbia. Ma Jeff, apparentemente, non la sta a sentire. Del resto, il suo ostinato voyeurismo non funziona poi così bene, zeppo com’è di ostacoli d’ogni sorta, schermi, muri, lampade che si spengono, tende che si chiudono, perfino specchi che riflettono oltre misura. Riuscirà, come sanno i fortunati che hanno visto e rivisto La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, a risolvere l’inaspettato caso di omicidio coniugale che si svolge dinnanzi al suo teleobiettivo perennemente puntato sulle finestre di fronte. Ma con quanti intralci! E tutti, per giunta, di natura eminentemente visiva. Se siamo, forse, un popolo di impenitenti spie pruriginose, come sostiene Stella, non abbiamo per nulla vita facile. La cosiddetta civiltà delle immagini non la passa così liscia come si dice: ogni visione ha filo da torcere.   Hitchcock, Rear window (1954).  Il fatto è che, come spiega lo storico dell’arte Viktor...

Massimo Recalcati. Il mistero delle cose / Il silenzio della psicoanalisi di fronte all’arte

A che cosa serve un sintomo? L’ultimo Lacan lo diceva provocatoriamente ma molto chiaramente: il sintomo non serve a niente. Serve soltanto a godere. È un’affermazione che evidentemente ribalta quello che è ancora oggi uno dei luoghi comuni più diffusi riguardo all’esperienza della psicoanalisi. Ovvero, il fatto che si tratti di una pratica che produce una conoscenza riguardo al sé, alla propria interiorità, al proprio – ma il termine andrebbe chiarito – inconscio. Che cos’è infatti l’inconscio? È un insieme di significati che riguardano noi stessi e che sono nascosti alla coscienza? È un archivio di esperienze passate che sono successivamente state represse per il loro contenuto traumatico? Che cosa vuol dire “fare esperienza” dell’inconscio durante l’analisi?   Giorgio Celiberti, 1992-1995 Teorema magico   La psicoanalisi, inventata dalle isteriche alla fine del XIX secolo, è nata come obiezione nei confronti di un’eziologia medica che non riusciva a trovare la causa di un malessere che pur manifestandosi oggettivamente sul corpo sembrava non avere ragione d’esistere. È stata l’isterica a inventarsi un messaggio cifrato, iscritto sul proprio corpo, indirizzato a un...

Viviamo tra l'originale e la copia / Malinconici eppure creativi

Sono la copia   Sono la copia e muoio di malinconia sognando di essere il mio originale. Mi consolo pensando che, dal momento che ha reso possibile la mia creazione, anche l’originale vive nello scarto tra se stesso e me. Persino chi ci ha creato entrambi non ne esce più: non poteva non crearmi mentre non riusciva a non cercare di conoscere l’originale, per scoprire che per farlo finiva comunque per creare una copia, cioè me. Quella sua capacità creativa che gli permette di conoscere è la stessa fonte della sua malinconia. Quell’illusione, che non è inganno, che nasce dal gioco con l’originale al fine di conoscerlo e che lo conosce solo dando vita a una copia, cioè a me, è il senso della vita, e quel senso pare che stia nell’ineluttabile scarto tra la vita stessa e la conoscenza. Chi mi crea non può che agire così, perché è fatto per “seguire canoscenza”; una volta che mi ha creato vivrà nella tensione tra me e l’originale, scoprendo che la vita è lì, con la sua generatività e la sua malinconia. Come ne I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke, l’esistenza si dà tra elementi impercettibili e infimi, ma anche terribili e meravigliosi. Mi capita ogni tanto di pensare di...

African photography; bridges the gap / Africa and the West. So close and yet so far

Italian Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    It is a risk inherent in every story, but especially in that of photography: the misappropriation of another's life, pain and suffering. The assumption of our own point of view and interpretation as an objectifying lens: here then our pain is attributed to someone else, our wonder sewn onto an anonymous face, which becomes public and is used for a particular message. It happens often in so-called developing countries (for which, as we shall see, another more realistic and less damaging title is needed), and in the great theater of humanitarian tragedies (women and children exposed in many non-governmental fundraising campaigns immediately come to mind). It happens particularly in Africa, a continent that is a source of narrative ideas brimming with pathos and not always faithful to reality. It happened in the early years of the 19th century, when photography came into being and was first used in Africa. Photographers of the colonial regime and travelers recounted "their Africa," full of exoticism and asymmetries. However, Africans who used this new technology –the Creole-Ghanaian Lutterodt family, the Sierra...

Fotografia africana: colmare le distanze / Africa e Occidente. Così vicini, così lontani

English Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    È un rischio implicito in ogni narrazione, ma specialmente in quella fotografica: l’appropriazione indebita della vita altrui, del dolore e della sofferenza. L’assunzione del proprio punto di vista e d’interpretazione come diaframma oggettivante: ecco allora la nostra pena attribuita a qualcun altro, la nostra meraviglia cucita addosso a un volto che resta anonimo, ma diventa pubblico e viene messo a servizio di questo o quel messaggio.  Succede spesso nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (per i quali, come vedremo, ci vorrebbe un’altra denominazione, più realistica e meno pregiudizievole) e nel grande teatro delle tragedie umanitarie (pensiamo a donne e bambini esposti in molte campagne di fund raising delle organizzazioni non governative). Succede in particolare in Africa, continente che abbonda di spunti narrativi pieni di pathos e sottratti alla verifica.  Succedeva già nei primi anni del XIX secolo, quando la fotografia nasce e sbarca in Africa. Fotografi del regime coloniale e viaggiatori raccontavano “la loro Africa”, piena di esotismi e asimmetrie. Gli africani che facevano propria la...

Teatro popolare d’arte Pirozzi-Civica / Ladri di poesia

Seduto su una sedia, al lato corto di un tavolo bianco, di profilo rispetto al pubblico, l’intero corpo di Luca Zacchini è concentrato in una tensione che culmina in quel braccio pendulo e in quella mano chiusa attorno a un coltello a serramanico: lo impugna con la calma vigile, insonne, di chi può, e soprattutto sa, sferrare il colpo. Seduto al centro del lato lungo, davanti al pubblico, come in aula d’esame, Alberto Astorri non lo guarda, china la testa su un quadernetto aperto e scrive. Scrive senza finzione, con la fatica e la scomodità di chi è consapevole di fare qualcosa di impossibile: scrivere in presenza di un altro, qui e ora, non un testo che evoca o rappresenta, che ricorda o proietta, ma poche parole, qualche verso, magicamente destinato alla salvezza.    È un’azione, come quella di puntare un coltello alla gola di un altro, da cui tutto, dopo una breve antifona, precipitosamente si è aperto sulla scena di Un quaderno per l'inverno, la pièce di Armando Pirozzi allestita – ma la parola giusta sarebbe preparata – da Massimiliano Civica al Fabbricone di Prato. Si chiama, o forse un tempo si chiamava, poesia. Ma la sua invisibile flagranza – vediamo che il...

Cosa vediamo nella Madonna con il Bambino, san Giovannino e santa Barbara? / I colori di Daniele da Volterra

Mi trovo davanti a due immagini sacre dipinte da Daniele da Volterra: Elia nel deserto e la Madonna con il Bambino, san Giovannino e santa Barbara, ma non vedo alcun devoto raccogliersi in preghiera in questa sala della Galleria Corsini a Roma dove sono esposte (fino al 7 maggio 2017). Vedo estimatori d’arte che si soffermano inclinando leggermente la testa, addetti ai lavori che prendono appunti e centometristi del turismo culturale che sostano davanti alle opere appena il tempo necessario per scattare un selfie. Il nostro sguardo non è più quello di Daniele o di un devoto del Cinquecento al quale le opere erano destinate. Cosa vediamo noi, oggi, nella monumentale composizione delle figure e negli spericolati accostamenti cromatici che Daniele trae dalla lezione di Michelangelo? Cosa vediamo nella Madonna con Bambino, san Giovannino e santa Barbara?   In quest’opera Daniele da Volterra utilizza un contrasto cromatico per esaltare il rosso-arancio che fiammeggia sulla veste della Madonna e renderlo ancora più vivo di quanto già non sia. Lo fa opponendo al rosso-arancio della veste il blu-verde del manto che le ricopre le ginocchia. Si tratta di un contrasto di caldo e freddo...

Quel che ci fa vedere il mondo è anche quel che ci acceca / Immagini dappertutto

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Vanni Codeluppi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   L’immagine ha una storia molto lunga alle spalle, in quanto è nata probabilmente con gli esseri umani. Con la capacità cioè di questi di estrarre dalla realtà che li circonda e di trasformare in simboli gli elementi presenti nell’ambiente di vita. Una capacità che era già presente dunque nei primitivi disegni che venivano tracciati sulle rocce presenti all’interno delle grotte. Disegni che, secondo alcune recenti scoperte fatte dagli archeologi, risalgono a circa 77.000 anni fa.  Ma l’immagine non opera soltanto dando vita a una riproduzione della realtà. Può presentare infatti anche qualcosa che è estremamente dissimile da questa. Qualcosa che appartiene...

In mostra a Milano il multiverso belliniano / Mario Bellini, o della Bellezza

In Giappone vige il divieto di proiettare l’ombra di un edificio sul terreno del vicino. Pare che il problema si possa ovviare in due modi: o acquistando dal proprietario del terreno il diritto di proiettarvi l’ombra, oppure con un colpo di genio. A raccontare di questa peculiarità giapponese è Mario Bellini (1935), mentre illustra il modellino del Tokyo Design Center, edificio da lui progettato nel 1991, esposto nella bella mostra che Milano, la sua città natale, finalmente gli dedica.   Plastici del Tokyo Design Center, 1991. Sotto: alcuni scorci del Tokyo Design Center.      La retrospettiva, intitolata Mario Bellini. Italian Beauty e curata da Deyan Sudjic, Ermanno Ranzani e Marco Sammicheli, cade a trent'anni di distanza dalla mostra che gli dedicò il MoMA di New York, incentrata sulla sua attività di designer (con 25 suoi pezzi già inclusi nella collezione permanente di quel museo). La rassegna milanese, allestita in Triennale, e visitabile fino al 19 marzo, accanto agli oggetti di design, presenta invece l’intero “multiverso belliniano”, che si compone della sua architettura – alla quale egli ha atteso a partire dal 1989 –, dei suoi interventi...

Raffigurano o parlano? / L’immagine senza titolo

Al pari della cornice, anche il titolo rientra nella categoria delle soglie, dei dintorni dell’immagine, secondo l’accezione che gli hanno dato Gerard Genette e Jacques Derrida, che nel suo La verità in pittura le attribuisce perfino una funzione o un carattere di verità. Dal momento che l’immagine è un oggetto visibile, un artefatto volto a far vedere, per capire cosa rappresenta dovrebbe bastare il semplice atto del guardarla, ci si dovrebbe poter limitare a riconoscere e descrivere quello che mostra al nostro sguardo: in breve, essendo destinata all’occhio, dovremmo attenerci a quel che il nostro organo della visione rileva, senza cercare suggerimenti o indicazioni aggiuntive, nella fattispecie un titolo, che possa chiarire o aiutare a vedere meglio o diversamente quello che appare raffigurato.  Intorno all’immagine, a delimitare i bordi dello sguardo, in realtà, non ci sono soltanto i limiti fisici del supporto su cui è dipinta, ma vanno inclusi anche i titoli, quali elementi soglia e orientanti la visione dell’immagine. Anche se il problema che pone il titolo all’immagine dipinta è alquanto recente, l’assegnazione di esso non è mai stata una decisione semplice e scevra...

Conversazione con Giuliano Gori / Collezione: creatività contemporanea

Con le sue fondamenta risalenti all’anno 1000 ca., Villa Celle, costruita nella piccola frazione pistoiese di Santomato con funzione di fortificazione (da qui il nome “celle”) in quanto situata tra le città mercantili di Firenze, Prato, Pistoia e gli Appennini, divenne ben presto la residenza dapprima della famiglia Pazzaglia poi di quella Fabroni che la utilizzò come tenuta di caccia e di villeggiatura. Solo alla fine del Seicento il Cardinale Carlo Agostino Fabroni le conferì l’aspetto attuale sistemando anche gli spazi agrari circostanti, i quali, un secolo e mezzo dopo, grazie al lungimirante intervento dell’architetto Giovanni Gambini furono invece trasformati in un parco all’inglese ampio 30 ettari, circondato da terreni agricoli dove produrre vino e olio. In seguito Villa Celle subì vari passaggi di proprietà: dai Fabroni andò ai Gatteschi, dai Matteini ai Cappellini e ai Guidi per poi essere acquistata dal pittore Elia Volpi che nel 1929 la vendette a Tammaro de Marinis.    Nonostante la sua storia secolare, l’âge d’or di Villa Celle doveva ancora arrivare. E arrivò solo quando, nel 1970, fu acquistata dall’imprenditore tessile pratese Giuliano Gori con l’...

Goethe Institut Torino / Horst Bredekamp, Immagini che ci guardano

Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Roberto Gilodi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.     «Non iscoprire se libertà t’è cara ché ’l volto mio è charciere d’amore.» L’autore di questa frase imperativa, annotata su un pezzetto di carta, è Leonardo da Vinci. L’allusione è alla consuetudine di velare le statue e di scoprirle nelle occasioni festive, a parlare – ed è questo l’aspetto singolare – è la statua stessa che si rivolge direttamente a colui che la guarda. Il monito che proviene dall’opera trasforma la sua condizione di oggetto, che si offre passivamente alla visione dello spettatore, in quella di un soggetto attivo: la visione diventa comunicazione.   Questa annotazione di Leonardo viene eletta da Horst Bredekamp a motto di quello che è...

Note su Comic Strip (Gerhard Richter) / Un catalogo di aberrazioni

Chi scrive queste righe sente il dovere di chiarire una nota d'impiccio: in disegno è sempre stato un disastro. Come affrontare allora il resoconto di questo quaderno d'artista, concepito da Gerhard Richter (Gerd Richter, sulla copertina) nel 1962, intitolato Comic Strip (Walther König, Köln, 2014)? Richter l'ha composto un anno dopo aver lasciato Dresda e la Germania Est per trasferirsi a Berlino, in territorio occidentale. Un addio non facile, ma obbligato, covato a lungo, dalla fine degli anni '50, quando a Kassel vede i lavori di Pollock e Fontana (Documenta II, 1959). Si convince definitivamente dopo un viaggio turistico a Mosca e Leningrado, nel marzo del 1961. In aprile, quando scrive una lettera toccante al suo professore, Heinz Lohmar, è già a Berlino Ovest. Richter si trasferirà quindi a Düsseldorf, per frequentare l'Accademia, famosa come presidio della pittura informale.    Questo a mo' di ouverture. Ma a noi occorre un corso accelerato di disegno. Ci affideremo quindi agli insegnamenti di John Ruskin (Gli elementi del disegno, Adelphi, Milano, 2009, pp. 34-35).  Primo passo – con un righello componi un quadrato:    «Cerca ora di riempire quel...

Maestro del guardare e maestro di legami / Vedere Hockney nella Londra di Brexit

Nessuno è più iconico di David Hockney sulla scena artistica britannica di oggi: «Most of all I want to be | In David Hockney’s diaries» ('la cosa che desidero di più è comparire nei diari di David Hockney'), cantava Dan Tracey, la voce del gruppo acid rock Television Personalities, già nel 1982 (David Hockney’s Diaries). Trent’anni dopo, sempre sulla scena indie pop, trascorrere un pomeriggio con David Hockney (Afternoons with David Hockney) era il sogno dei Miniature Tigers, cui Charlie Brand dava la voce per un improbabile appello: «David, go on, you know I'm listenin'. Tell me what's in your heart | David, sometimes you try my patience » ('su, David, lo sai che sono tutt’orecchie: dimmi cos’hai nel cuore, David, a volte metti a dura prova la mia pazienza'). Essere un’icona pop non sembra che lo metta a disagio, se Hockney riesce a tornare in mostra a intervalli regolari nei luoghi più prestigiosi della scena artistica londinese: David Hockney: A Bigger Picture lo consacrava alla Royal Academy all’inizio del 2012, sette mesi dopo apriva alla Tate Modern A Bigger Splash: Painting After Performance, con titolo preso dalla sua tela forse più famosa, e ora la Tate Britain gli...

Goethe Institut Torino / Etica per l’immagine

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero propone qui una riflessione di Elio Grazioli intorno al tema per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Siccome sono una persona moderata, dalla vita quotidiana fortunatamente esente in fin dei conti da problemi etici drammatici e da quella professionale incentrata sull’immagine artistica più che su quella massmediale, non me la sento di affrontare questioni che non conosco dall’interno né problematiche teoriche che rischiano l’idealità. Mi sento disarmato e impotente di fronte ai comportamenti umani che francamente mi risultano incomprensibili. E proprio perché sono una persona moderata, vorrei mettere qui in scena due situazioni invece estreme di cui ho già avuto occasione di parlare in altre occasioni. La prima riguarda una domanda che mi sono posto...

Solitudine / Gli strani gesti negli ultimi ritratti di Malevič

Nei ritratti eseguiti negli ultimi anni della sua vita, Kazimir Malevič mette in scena un linguaggio gestuale, per trasmettere messaggi in codice al suo popolo. Riprende il repertorio dei gesti utilizzati dai pittori del XV e XVI secolo. Nel ritratto di una operaia russa del 1933, Malevič raffigura la giovane mentre compie gesti delle mani che balzano all’occhio per la loro apparente incoerenza. Sono gesti che non sembrano avere a che fare con il suo lavoro in fabbrica o essere connessi con la produzione.   Robert Fludd, Il nulla che è stato prima dell'universo in Utriusque Cosmi, 1617.   E nemmeno paiono legati a una naturale gesticolazione nel quotidiano. Lo sguardo della donna è assorto, fisso nel vuoto, è altrove. Malevič ha sottratto qualcosa dal suo quadro. E questa assenza rimarca il non marcato. La sottrazione ha un valore concettuale, dello stesso peso rispetto alla scelta di lasciare spazio alla sensazione pura nell’arte, tradotta in una figura geometrica monocroma (quadrato, cerchio, rettangolo) su sfondo bianco. Il ritratto, con l’inserimento di questi gesti, diventa un’immagine altrettanto profonda, evoca qualcosa che nel quadro è stato escluso.  ...