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Arte

(832 risultati)

Di codici e labirinti / Nel Labirinto della Masone

Foto aerea del Labirinto della Masone credit Mauro Davoli.    Si arriva dopo chilometri e chilometri di pianura Padana, e di campi color stoppa tagliati dalle lingue grigie delle statali intorno a Fontanellato. Si arriva e ci si trova di fronte una costruzione in muratura, a piccoli blocchi regolari dal colore uniforme, scolpiti dalla luce del pomeriggio. Il tempo non ha ancora lasciato segni, sulle mura, e l’aria di nuovo che si respira all’arrivo al grande portale è quasi straniante. Come stare all’interno del sogno di qualcun altro. Il sogno da cui si finisce per essere sognati, quasi peggio della borgesiana farfalla di Chuang Tzu, è il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, che non è difficile incontrare mentre passeggia per le sale della Collezione, tra i libri del bookshop rigorosamente nero e bodoniano o per i sentieri di canne. Il segreto delle mura nuove, infatti, è proprio la piccola foresta di bambù cinesi all’interno, ben disciplinati in file alte fino a cinque metri a ostruire la vista ai molto meno disciplinati visitatori – ragazzi con gomitoli da srotolare nel tentativo di non perdersi, famiglie con pargoli urlanti, turisti con zaino e borraccia,...

Nell'anniversario della morte del pittore / Van Gogh. La verità dei fatti

Lo sappiamo tutti. Van Gogh si è tagliato l’orecchio nel dicembre 1888. Un anno e mezzo dopo si è tolto la vita con un colpo di pistola. È l’artista che più di ogni altro ha incarnato nel Novecento il mito dell’artista maudit. Il cliché visivo più famoso, che ha fatto il giro del mondo, è l’interpretazione di Kirk Douglas in Lust for Life, Brama di vivere, il film di Vincente Minelli (1956) basato sulla biografia romanzata di Irvine Stone del 1934. E proprio dall’archivio di Stone spunta oggi un documento sepolto da quasi un secolo che ha spinto il Museo Van Gogh a fare il punto della situazione su due momenti della biografia di Vincent che appartengono alla leggenda.   Emile Schuffenecker, copia di Autoritratto con l’orecchio bendato di Vincent van Gogh, 1892-1900   Sull’orlo della follia. Van Gogh e la sua malattia è la nuova mostra aperta ad Amsterdam (fino al 25 settembre, a cura di Nienke Bakker, Louis van Tilborgh e Laura Prins) che prova a districarsi nel fitto labirinto di un argomento spinoso. Non dà soluzioni o risposte; per questo ci sarà, a metà settembre, un convegno internazionale di medici, psichiatri e storici dell’arte. L’intento di questa mostra è...

Alla vigilia della riunificazione / Hong Kong: poeti, artisti e blogger

La scena   Come si può scrivere di attualità politica senza cadere entro l’orizzonte chiuso della notizia? Evitare la coazione a riprendere e rielaborare ciò che già vive di vita propria sui mezzi di informazione? Non mi accontento di un racconto rimasticato, di storie che occhieggiando agli archetipi e facendo leva sulla sensazione buchino il video – come si diceva solo pochi anni fa – plasmandosi in prodotti per un mercato.  La mia risposta è: resta alla larga dall’attualità. Narra una faccenda quando è ancora in divenire, o quando è lontana e divenuta. E infila nella tua storia pezzi di realtà purissima: incontra persone comuni, evitando i personaggi pubblici che, appunto, già personaggi sono e già hanno costruito narrazioni in proprio. Fai emergere, così, i temi, le questioni. Una sintesi forte da molte voci leggere. Un anno e mezzo fa seguivo da lontano, giorno dopo giorno, la rivolta di Hong Kong. Un’inattesa mobilitazione di giovani e non solo, dentro a una piazza finanziaria che si riteneva a torto algida e distaccata, in un paese dove le persone si posizionano in file ordinate e rispettose, dove il concetto di autorità si integra con quello di armonia: armonia...

Possibilità e impossibilità / Felicità

L'ossessione della felicità   La felicità è uno dei miti dell'oggi, insieme alla creatività, per la quale ognuno vorrebbe avere la ricetta, che rimane invece, insieme a quella per la felicità, un sogno, un miraggio, una chimera, un'araba fenice che nessuno sa dove sia. Chi riuscisse a trovare la ricetta della felicità diventerebbe un eroe del nostro tempo, un benefattore dell'umanità come Pasteur e Fleming. Noi che non abbiamo tali ambizioni non proporremo ricette o formule magiche bensì, da filosofi quali cerchiamo di essere, proporremo definizioni del concetto di felicità e cercheremo di individuare alcune trasformazioni dello stesso nel corso della storia del pensiero. Ci chiederemo anche se la felicità sia un diritto, analogo magari ai diritti alla vita e alla libertà, un diritto primario dunque, come recita la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America e come oggi molti di noi, non soltanto negli Stati Uniti, sembrano credere. Viviamo infatti in un'epoca ossessionata dalla ricerca della felicità. Convegni, seminari, dibattiti televisivi, articoli e trasmissioni, siti e blog, persino festival, almeno in Italia dove c'è un festival per tutte le occasioni,...

Research For Knowledge / Intervista a Francesco Jodice

Francesco Jodice, in occasione della sua retrospettiva Panorama presso il Centro CAMERA di Torino, ci racconta non tanto la mostra e i progetti esposti nelle sale, ma tutto ciò che sta dietro la creazione artistica, ovvero l’intuizione, la metodologia, la ricerca, l’archiviazione. Sono normalmente aspetti considerati secondari, ma sono in realtà fondamentali per un lavoro intellettuale che non voglia prescindere da un tentativo di comprensione del mondo. Da qui emerge il senso del titolo della mostra: il panorama, come dice Francesco Jodice, fa riferimento alla potenzialità onnicomprensiva del vedere, dell’osservazione, e non tanto al soggetto dell’immagine. Non è ciò che osserviamo ma tutte le potenzialità cognitive, il possibile raggiungimento di un certo grado di consapevolezza con una visione totale e corale, che si completa come un mosaico.   Francesco Jodice crediti Ritratto Sara Gentile, High res.   La mostra Panorama presso il Centro CAMERA di Torino è solo in parte costituita da opere finite. Lungo il corridoio invece si pone l’accento sulla parte progettuale. Perché questa scelta?   A me e al curatore Francesco Zanot è sembrata una dichiarazione d’...

Buon compleanno Natalia / Parise. «Eravamo diversi, ma gli volevo bene»

Per festeggiare il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, nata a Palermo il 14 luglio 1916, pubblichiamo alcuni articoli apparsi sulle pagine dei quotidiani e non ancora riproposti nelle raccolte dei suoi saggi, introdotti da Maria Rizzarelli.   Una delle categorie più affascinanti dei saggi di Natalia Ginzburg è quella dei ritratti di amici scrittori, nei quali le note fisiche e caratteriali si mescolano ai tratti stilistici, lasciando via via emergere le varie sfumature e i cromatismi differenti attraverso cui si ricompone l’immagine della persona rievocata. Dal primo Ritratto di un amico (pubblicato su «Radiocorriere», nel 1957, e riproposto ne Le piccole virtù, Einaudi, 1962) dedicato a Pavese ai più recenti scritti sparsi nelle pagine dei quotidiani, fino a questo breve e intenso ricordo di Parise (in Corriere della Sera 1976/1986. Dieci anni e un secolo. Parise e il Corriere, suppl. del «Corriere della Sera», 29 ottobre 1986), tutti testi che si pongono accanto agli indimenticabili cammei che puntellano le memorie di Lessico famigliare (quello di Felice e Lola Balbo, di Giulio Einaudi, di Adriano Olivetti).    Leggendoli insieme si scoprono le...

Santo Stefano Belbo, 22, 23, 24 luglio e 5 agosto / Cesare Pavese. Narrare per capire

  Nelle pagine dei suoi romanzi e racconti , nel diario, nelle lettere Pavese ha disegnato immagini di luoghi- Santo Stefano Belbo, le Langhe - e ha ritratto figure umane che in quei luoghi erano di casa o che da essi si erano allontanati per poi ritornarvi. Questi luoghi e quelle facce appartengono ormai alla nostra memoria, hanno assunto tratti quasi mitologici; Pavese, come è accaduto ad altri grandi artisti, vive oggi nelle riscritture degli scrittori che sono venuti dopo di lui o nelle creazioni in altre forme espressive, nella musica ad esempio, nella canzone d’autore, nella musica elettronica. La sua voce ricompare nei reading di poeti, narratori e attori. In occasione della rassegna di iniziative pavesiane Con gli occhi di Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo,  22, 23, 24 luglio e 5 agosto) doppiozero ripercorre alcune tracce di questo effetto Pavese, di questa strana corrente magnetica che attraversa le generazioni e sedimenta un senso di appartenenza ad un mondo spesso solo immaginato ma forse proprio per questo più vero di quello reale.   In questo primo vero bollore d’estate, tra il frinire indomito delle cicale, rileggo alcuni racconti di Cesare...

Che cos’è un maestro? / Giuliano Scabia. I bambini unici maestri

  In questa intervista dubita, nega, diffida che ci siano maestri. Lo leggerete. Ma Giuliano Scabia per molti lo è stato, un maestro, segreto o dichiarato, guida per percorsi nel corpo, nel teatro, nella poesia, nei testi, nella vita che germoglia, che erompe, nelle storie, negli intrecci di cose di fatti di vite nelle strade, nei luoghi degli scontri e nei posti più silenti, più segreti. È stato uno degli inventori del Nuovo Teatro in anni lontani, già avvolti nella leggenda e nelle dispute dell’accademia. Ha collaborato con Nono, con Carlo Quartucci e con i suoi attori (c’erano, tra gli altri, Leo de Berardinis e Claudio Remondi), scrivendo sulla scena un testo come Zip. Ha rovesciato il Piccolo Teatro con i segni, sessantottini, di un’avanguardia che voleva rifare le arti e il mondo. Poi ha inventato il teatro a partecipazione. Ha incontrato i “matti”, le favole, gli studenti, i montanari dell’alto Appennino reggiano, e la sua vena da ideologico-sperimentale è diventata narrativa, conversativa, interrogativa. Ha fatto un teatro che non era affermazione ma domanda, rottura continua di confini. Per trent’anni ha insegnato all’università, al Dams di Bologna, mandando ogni...

Genealogia di un sentimento / Speranza

La speranza è una condizione mediana e «interstiziale». È uno stato «in between», come l'intercapedine o la fessura tra le piastrelle di un pavimento, o il canale che separa (e unisce) due terre, perché la speranza si trova situata tra un momento negativo dal quale si vorrebbe uscire e uno positivo nel quale si vorrebbe entrare. La speranza, aspettativa di una condizione migliore, connessa quindi al tempo e al desiderio, condivide con l'attesa la proiezione verso il futuro. Si differenzia però dall'attesa perché il futuro cui si rivolge è (sperato) migliore, ma è anche vago e incerto e poggiante su vari gradi e sfumature di insicurezza. L'attesa è invece legata a un fenomeno del quale sappiamo che accadrà.  Si pensi alla figura della speranza (spes) scolpita su una delle formelle del battistero di Firenze da Andrea Pisano: una figura alata dalla veste drappeggiata, una sottile benda sulla fronte, le braccia protese verso una specie di coroncina pendente, quindi verso qualcosa di incerto e indefinito, ricordata anche da Ernst Bloch nella sua opera-capolavoro, Il principio speranza. Gli eventi sicuri si aspettano (e magari non accadono neanche quelli); gli incerti, li si...

Un festival discoteca / Santarcangelo 46

Fumogeni che invadono la scena. Musiche compulsive. Neon e lampeggiamenti. Fuoco e trance. Donne corvo che appaiono in diversi luoghi: cambia l’ambiente, per il ripetersi di azioni simili.  Santarcangelo 46, dedicato alla memoria di Sandra Angelini, compianta organizzatrice dei Motus, anima grande, è l’ultima edizione diretta da Silvia Bottiroli, che negli anni alla guida di questo storico e titolato festival ha sperimentato varie frontiere, sempre più verso la performance, sempre più verso un “teatro” contemporaneo che mette in discussione le sue stesse nature ed esplora nuovi continenti, a volte facendosi specchio dell’alienazione che viviamo, provando ad aggredirla con graffi d’artista o almeno a isolarla, a sottolinearla, a sottrarla al corso inevitabile delle cose, ai meccanismi seduttivi della società dello spettacolo globale. Questa edizione potremmo definirla festival discoteca.   Lumen di Luigi De Angelis e Emanuele Wiltsch Barberio, ph. Diane di Ilaria Scarpa e Luca Telleschi.    Tempo, spazio, ritualità, palinsesto   Nel programma molti sono i riferimenti al clubbing contemporaneo. E ancora di più, forse per suggestione, li ritrovi negli...

Baudelaire, Camus, Kafka, Ungaretti / Con quella faccia da straniero

Se c'è un autore che più o meno tutti, concordemente, pongono all'inizio della letteratura moderna, questi è Baudelaire. Charles Baudelaire viene dunque considerato il fondatore della poesia moderna. Gustave Flaubert, invece, sta all'origine della moderna concezione del romanzo. Curioso destino, quello di questi due scrittori, entrambi nati nel 1821 ed entrambi processati per oltraggio alla morale dallo stesso pubblico ministero, nel corso dello stesso anno, il 1857. Il fatto che un tribunale francese (ma avrebbe potuto essere di qualsiasi altra nazione) abbia proceduto sia contro Madame Bovary che contro Les Fleurs du mal, cioè contro le due opere inaugurali del Moderno in letteratura, sta a significare pur qualcosa, credo, nel rapporto tra una società e i suoi uomini di lettere. Qualcosa che si può chiamare, come minimo, incomprensione, quando non francamente persecuzione vera e propria. Che poi Flaubert sia stato assolto e Baudelaire condannato non conta molto. Quello che conta è il divorzio tra opinione comune, mentalità generale da una parte e poeta e romanziere dall'altra. È fatale che ne nasca un senso di estraneità nello scrittore. Che sente di non far parte, di non...

Classici in prima lettura / L’epopea di Gilgameš

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   C’è questo Gilgameš che, come tutti noi, così dicono, è figlio di un dio, ma che diversamente da noi che ce ne siamo dimenticati e quindi pensiamo di essere solo umani e quindi che prima o poi, beh, insomma... si sa, ci tocca morire, lui invece se lo ricorda benissimo, perché è un grande re, è bello, e forte, e ha tutti questi poteri che gli altri esseri viventi, e gli uomini comuni in particolare, non hanno, ed è per questo che quando scopre che di un dio sarà pure figlio, ma lui un dio in tutto e per tutto non è, e che quindi prima o poi anche lui... insomma: quello... ci siamo capiti... ci resta proprio male e non riesce a farsene una ragione. Per gli altri sarà anche ingiusto, ma non così tanto, che gli altri mica sono come lui... ma lui, dài, è un’ingiustizia bell’e buona... non è possibile! e proprio non si rassegna. Non gli possono fare un’ingiustizia del genere! È un’infamia! Ci sarà pure un modo per evitarlo... che poi magari vien buono per tutti. Il risvolto umanitario si trova sempre. Di figli di dio come lui, con queste belle pensate, lui...

Da Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi / Murtala Mohammed

È in libreria Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi, un'antologia a cura di Andrea Cortellessa pubblicata da Exòrma. Il volume raccoglie testi di Antonella Anedda, Franco Arminio, Andrea Bajani, Emmanuela Carbé, Raffaella D'Elia, Giorgio Falco & Sabrina Ragucci, Andrea Gibellini, Helena Janeczek, Alessandro Leogrande, Valerio Magrelli, Paolo Morelli, Tommaso Ottonieri, Francesco Pecoraro, Marilena Renda, Giuseppe A. Samonà, Emanuele Trevi, Vitaliano Trevisan, Filippo Tuena, Giorgio Vasta e Sara Ventroni. Dopo un saggio introduttivo del curatore, il libro si compone di testi legati a luoghi – dal litorale laziale al Sud America – che si alternano a dialoghi con ciascun autore sul rispettivo «senso del luogo».   Nella nostra società europeo-occidentale, italiana in particolare, a dispetto di ogni apparenza sempre più ipocrita, si dà questo strano atteggiamento in virtù del quale, se da un lato si multano, con sanzioni pecuniarie e addirittura morali, come l’esposizione al pubblico ludibrio, i clienti delle prostitute, specie quando straniere, in quanto sfruttatori ignobili del corpo delle donne eccetera eccetera, dall’altro lato invece, a un Pasolini – ma è solo un...

Una mostra d'arte contemporanea a Roma / Esercitare il classico: «Par tibi, Roma, nihil»

Si è inaugurata nei giorni scorsi a Roma la mostra Par tibi, Roma, nihil, allestita in un settore dell’area archeologica del Palatino (la Domus Severiana, lo Stadio Palatino e la Domus Augustana) riaperto al pubblico per l’occasione. Video e installazioni di artisti contemporanei provenienti dalla collezione della Nomas Foundation – tra cui quelle realizzate appositamente per l’occasione da Kader Attia, Daniel Buren e Sislej Xhafa – vi sono messe a confronto diretto con alcune delle rovine più illustri della città antica, in prossimità fisica con la scala monumentale delle architetture romane e in relazione problematica la loro contraddittoria sopravvivenza. Se il titolo scelto dalla curatrice Raffaella Frascarelli – “nulla è pari a te, o Roma”, citazione da un componimento latino di Hildebert de Lavardin, il vescovo di Tours che visitò l’Urbe nell’XI secolo – riecheggia la fascinazione che le rovine hanno esercitato su generazioni di visitatori, gli artisti sembrano oggi in realtà assai poco impressionati, o nel caso intimoriti, dal confronto con la grandezza e la decadenza del mondo antico, visto casomai attraverso i filtri della sensibilità politica del nostro tempo, dell’...

Ritratto di un poeta / Per trovare la reincarnazione di Zeichen

Quando muore un cantante, un architetto, un attore, un regista, uno scrittore, uno stilista, un filosofo, un opinionista, un poeta, un politico, un professore, una qualsiasi figura pubblica di rilevanza, come la muta di formiche che ricopre la preda fresca fresca di morte, arrivano articoli finalizzati a trarne una lacrima, un sorriso, un bilancio, un ricordo, un compiacimento. Ora che però Valentino Zeichen è morto, forse è arrivato il momento della vendetta della preda sulla muta dei mormoranti. Non conosco infatti persona più lontana da questa retorica, e comunque non c’era persona più fieramente avversaria della banalità ubiqua come Valentino Zeichen. Per queste ragioni, questo pezzo si basa su un presupposto imprescindibile: sempre che Valentino Zeichen sia morto, cioè sempre che la morte sia possibile, Valentino Zeichen si è reincarnato in un’altra cosa. Intendo quindi ragionare, indagare e muovermi in direzione della Vita, non della morte, e avanzare ipotesi e spunti di ricerca per ritrovare Valentino Zeichen in altre manifestazioni che non siano più quelle adottate nella sua vita precedente: poeta, uomo molto bello, fiumano, locatario di baracca, camminatore romano,...

La fascinazione del teatro di Castiglioncello / L’ironia, il rumore, l’invisibile

C’è un bambino acquattato sulle ginocchia della madre che, alla fine del primo episodio dei Quattro moschettieri in America dei Sacchi di Sabbia che ha aperto la XIXma edizione del Festival Inequilibrio di Castiglioncello, non vuole, con tutto se stesso non vuole, che il nobile e malinconico Athos de la Fère, emigrato negli States per colpa della crisi economica mondiale, giaccia a terra esanime, falcidiato dalle raffiche di mitra di volgari sicari della mafia italo-americana. E ha ragione perché negli episodi successivi i tre che come è noto “eran quattro” tornano vivi e vegeti, troppo vitali per accettare che la società di massa americana faccia loro la festa: al cinema delle major che dapprima li ha rifiutati oppongono l’arte del pop-up, il disegno dal vivo di Guido Bartoli, il teatro d’ombre, la narrazione in rima, il corpo un po’ smarrito di Giovanni Guerrieri che ha preferito incarnare l’aristocratico Athos piuttosto che l’arrivistico D’Artagnan.   I quattro moschettieri in America.     Tutto un teatro che, sulla scia dei personaggi di Dumas a suo tempo ripresi alla radio da Nizzi e Morbelli ai quali lo spettacolo è dedicato – ci sono anche le figurine...

Ritratto di un uomo schivo / Michael Cimino, un grande narratore americano

Il “mio” Michael Cimino è quello che ho visto quattro anni fa, nel 2012, a Venezia, prima della proiezione della versione ricostruita del famoso (famigerato?) I cancelli del cielo, targata Criterion Collection. Ricordo un uomo minuto, schivo, nascosto dietro grandi occhiali dalle lenti affumicate, quasi intimidito dai flash dei fotografi, dal pubblico che gremiva la sala, dall'ufficialità della cerimonia – oltre a presentare il film, avrebbe dovuto ritirare un premio collaterale, uno di quegli omaggi “postumi in vita” utili a condire via il cineasta di turno, soprattutto se non lavora da quasi vent'anni (escludendo l'episodio di Chacun son cinéma, girato nel 2007 per celebrare i sessant'anni del festival di Cannes, il suo ultimo film, Verso il sole, risaliva al 1996).    Cimino presenta “I cancelli del cielo”. Venezia, 2012   Ad ogni modo, Cimino non aveva per nulla l'aria del genio in esilio, del Prometeo in catene, ricurvo sotto il peso di enormi successi e di altrettanto grandi fallimenti. Parlò con semplicità del suo film e delle tribolazioni che gli aveva causato, elogiò il lavoro dei tecnici che avevano lavorato alla ricostruzione del metraggio originale e...

Omaggio a un maestro / Gli ottant’anni di Luca Baranelli

Nel primavera del 1939, per esorcizzare l’incubo di una guerra che sentivano sempre più imminente, Piero Calamandrei e alcuni amici (Sandrino Levi, Luigi Russo, Pietro Pancrazi e altri) presero l’abitudine di fare lunghe passeggiate domenicali per la campagna toscana. Il calore della conversazione scioglieva per qualche ora l’angoscia del tempo presente. Luca Baranelli allora aveva 3 anni, viveva a Siena un’infanzia felice e Calamandrei l’avrebbe conosciuto più tardi, quando, non ancora maggiorenne, militò in Unità Popolare, una formazione di derivazione azionista che contribuì a non far passare la “legge truffa” nelle elezioni del 1953.   Il calore dell’amicizia la ritrovo, attraversando in treno la campagna toscana, quando incontro a Santa Maria Novella Francesco Ciafaloni (forse il più caro amico di Luca), Didi Magnaldi e il gruppo di torinesi che sta raggiungendo Siena per la festa a sorpresa organizzata per celebrare gli ottant’anni di Luca. Francesco, di un anno più giovane, ci diffida di organizzare qualunque festa a sorpresa per i suoi, di 80.   Stiamo arrivando a Siena da Roma, Milano, Napoli, Torino, Piacenza, Liguria, Marche, varie città della Toscana e forse...

Tra pensiero e visione / L’immagine metafisica

Un’immagine non è che un insieme di stratificazioni. Guardarla significa saper passare da un livello all’altro; saper distinguere, senza distruggerli, tutti gli infiniti strati che la compongono. Se nel pensiero metafisico classico comprendere ha significato andare al fondamento, a ciò che “sta sotto” e regge l’intera struttura dell’essente, nell’immagine metafisica vedere significa saper conservare ogni singolo strato; passare da uno strato all’altro senza nulla distruggere. Ogni strato, sovrapponendosi e compenetrandosi agli altri, costituisce il visibile. Non si dà scavo verso l’origine, ma coappartenenza di piani temporali e spaziali sulla superficie stessa del visibile.   Così, se il Novecento ha creduto, con buone ragioni, che per raccogliere l’eredità di un pensiero metafisico in rovina occorresse un’opera di destruktion (Heidegger) o déconstruction  (Derrida), a noi oggi, nel mondo delle arti figurative, nel senso più ampio dell’espressione, o, se si preferisce, nel campo delle visual cultures, occorre un sapere, un sapere figurativo, capace di sfogliare l’immagine, di saper, cioè, cogliere la sua stratificazione senza nulla distruggere né decostruire:...

Camilla Falsini, Geneviève Gauckler, Patryk Hardziej, Emma Löfström / Powered by, incontriamo gli illustratori (II)

Continua il nostro viaggio nell’illustrazione contemporanea, alla scoperta degli stili e delle storie dei protagonisti di Powered by Bertagnolli. Se vi siete persi la prima parte, potete trovarla qui.   Andiamo in Italia, per la precisione a Roma, dove incontriamo Camilla Falsini. Camilla ha pubblicato il suo primo libro, Maschere, quando aveva appena 25 anni, e da allora si è sempre dedicata alla pittura, esponendo in gallerie e realizzando grandi dipinti murari (un tratto ricorrente dei nostri artisti, a quanto pare). Alle prese con la parola PACE, Camilla ha scelto di raffigurare “una figura collocata in un ambiente pieno di quiete, natura e armonia, l'opposto di quello in cui molti di noi vivono quotidianamente, fatto di stress, scadenze, fretta”. Più che concentrarsi sul significato classico della parola, ovvero l’assenza di guerra contro i propri simili, Camilla ha voluto mostrare una PACE più ampia, che comprende uomini, animali e persino il regno vegetale, come testimonia il rigoglioso albero che percorre tutta l’illustrazione.            Andiamo ora in Francia, a Parigi, per incontrare Geneviève Gauckler. Anche questa artista ci...

Scritture e fotografie dell'America di oggi / Teju Cole: Punto d’ombra

La prima fotografia è stata scattata a Rivoli, NY, nel maggio del 2015. Raffigura una casa. S’intravede dietro una siepe, cui stanno spuntando le foglie: verde incipiente. L’edificio non è inquadrato a pieno, poiché la parte superiore resta tagliata fuori dal riquadro, mentre si scorge in primo piano l’ombra di un albero che si staglia su uno stradello. L’albero non c’è. In effetti, anche la siepe non è proprio una siepe, bensì una sorta d’ombra, verdolina. Due ombre che si proiettano in modo differente, una verso l’alto, l’altra verso il basso. Il testo che accompagna l’istantanea parla della primavera, quando non solo crescono le foglie ma s’allungano anche le ombre. Stabilisce un parallelo tra questa stagione in America e quella in Giappone; e si conclude citando un brano di Sans Soleil (il film di Chris Marker), che parla di una donna morta e del suicidio dell’uomo che l’amava, in Giappone.   Così comincia il libro di Teju Cole, Punto d’ombra (tr. it. di Gioia Guerzoni, Contrasto, pp.232, € 22), scrittore quarantenne d’origine nigeriana, che vive negli Stati Uniti e scrive in inglese. Sono 98 fotografie scattate da Cole e accompagnate ciascuna da un brano. Tra la parte...

Una conversazione con il regista bavarese / La visione estatica di Werner Herzog

Abbiamo incontrato Werner Herzog, che, in quarantacinque anni di attività e con una sessantina di film realizzati, ci ha regalato, anno dopo anno, innumerevoli immagini rare e preziosissime, raccolte in ogni parte del mondo. Il regista bavarese è noto per aver indagato e documentato gli aspetti insoliti della realtà, con visioni, spesso in terre estreme e di confine, tra immaginazione e stupore, con un linguaggio poetico in sospensione tra fiction e documentario. L’intervista parte dall’idea di comprendere cosa sia la visione estatica per Herzog. Abbiamo posto domande soprattutto legate a Encounters at the End of the World (Incontri alla fine del mondo), del 2007, una meditazione – ironica e al contempo costellata di immagini di straordinaria bellezza – sulla natura e sulla comunità scientifica di McMurdo, che fa esperimenti tra i ghiacci del Polo Sud.     Mauro Zanchi: Ci può parlare del suo film realizzato in Antartide?    Werner Herzog: Incontri alla fine del mondo è una sorpresa anche per me. Sono rimasto affascinato da una sequenza di immagini girate sott’acqua, sotto la calotta antartica dell’isola di Ross, immagini di rara bellezza. Immagini che paiono...

Apre il museo della multinazionale del mobile / IkeaMuseum

Coraggio, l’attesa è finita, il 30 giugno apre il museo di Ikea. Finalmente potremo visitare quello che fu il primo negozio del più grande produttore di arredi del pianeta ad Älmhult in Svezia, tuffarci in tutti quei mobili, guardare come sono fatti e come si montano, esaminare l’incredibile magazzino, goderci la qualità della comunicazione visiva, vedere la fotografia di chi ha disegnato la nostra poltrona da lettura preferita… ma un attimo, tutto questo possiamo già farlo in un qualunque Ikea. Che dovremmo andarci a fare allora all’Ikea Museum? Che razza di operazione mediatica è questa? Cosa ci vogliono vendere questa volta questi virtuosi del desiderio?   Dal momento che nessuno ha ancora visitato il museo in questione, non potete aspettarvi di trovare delle risposte a domande come queste. Confido però che guardando a ciò che è stato fatto trapelare su questa nuova iniziativa, ma anche a ciò che sappiamo di Ikea avendone frequentato i templi per svariati anni (e avendo avuto come ospite fisso della libreria del bagno il fortunato catalogo), qualche considerazione la si possa fare. Nessuna luminosa risposta, al più qualche domanda pertinente.   Comincerei allora con...

Lo 007 dell’arte italiana rivissuto dal Teatro dell’Elce / Il sogno di Rodolfo Siviero

Si è tolto le scarpe, si è sdraiato sul letto a baldacchino e ha chiuso gli occhi. Stefano Parigi ha fatto ciò che è scritto nel copione: Siviero si è addormentato. Eppure a me sembra di sentirne ancora il filo dei pensieri, mentre il pubblico esce ascoltando il respiro pacificato del fantasma che ci guidato ne Il sogno di Rodolfo Siviero, un percorso all’interno del Museo Casa Rodolfo Siviero nella palazzina di Giuseppe Poggi sul Lungarno Serristori, a Firenze, e un viaggio spettacolo che si dispiega nel soffio della memoria e delle riflessioni dello 007 dell’arte. Gli sono valsi quel soprannome i metodi rocamboleschi e avventurosi con i quali ha salvato gran parte del patrimonio artistico italiano durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, il fascino personale di uomo colto e raffinato quanto spregiudicato e concreto, i molti successi con le donne.   Da sinistra Rodolfo Siviero, Lucius Clay, Enrico De Nicola, Alcide De Gasperi e Guido Gonella ritratti accanto alla danae di Tiziano, biblioteca casa Siviero.    Il regista e autore del testo, Marco Di Costanzo, ha condensato in questa visita teatrale il distillato di un attento lavoro di ricerca sulle principali...