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Arte

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Museo Archeologico di Napoli / Amori Divini

Qui a Napoli la giornata è afosa. La notte precedente ha piovuto poco, il che ha contribuito a innalzare il livello di umidità. Per rinfrescarsi, un custode del Museo Archeologico ha trasportato su un balcone, oltre il delimitatore di percorso, una sedia sulla quale si è seduto comodamente. Per non annoiarsi, visto che è tutto solo, naviga in rete con un dispositivo mobile. Non c’è problema, nelle sale a lui affidate in custodia ci sono solo cocci che non si è mai saputo bene come ricomporre. L’infranto non si può ricomporre, sosteneva Walter Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia. Lo sapeva anche Ovidio che i cocci li ha ricomposti per gioco a modo suo. “A dire di forme alterate in forme di corpi mai visti / mi sento sedotto; dèi, ah, date respiro all'impresa avviata”. Dal 10 luglio al 15 settembre 2017 Vittorio Sermonti legge le Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone (Ad Alta Voce, RAI, Radio3, da lunedì a venerdì, ore 17).    La lettura ad alta voce aggiunge al testo poetico un tono ironico mettendo in risalto l’inverosimiglianza delle leggende narrate. Perso il suo valore sociale e religioso, il mito è ridotto a un prodotto della finzione poetica che Ovidio...

Letteratura necessaria / Perché le storie ci aiutano a vivere

Può sembrare un’iperbole editoriale, di quelle che da qualche tempo vanno di moda in Italia, ma il titolo del nuovo densissimo libro di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere (Raffaello Cortina, 33€), indica perfettamente il risultato a cui perviene la sua ricerca: narrare non è un’attività con finalità eminentemente estetiche. Prima di essere arte il narrare è una necessità dell’uomo, un suo bisogno originario, una sua prerogativa fondamentale, come per altro indica il sottotitolo del libro: “la letteratura necessaria”.   Ma di che necessità si tratta e quale aiuto danno le narrazioni alla vita?   Per rispondere a questa domanda l’autore si toglie il gusto di far provare al lettore di antica (e probabilmente antiquata) tempra umanistica, ignaro delle numerose implicanze antropologiche della letteratura, una serie di salutari e stranianti confronti con quella che potremmo chiamare la physis del narrare, la sua radice biologica e la sua funzione evolutiva nella lunga storia della specie umana. Così facendo introduce da subito un concetto che si è fatto recentemente disciplina e su cui poi gravita l’intero impianto argomentativo del suo saggio-trattato...

Una matita per l'estate / Breve storia delle mie matite

  All’inizio non fu una matita ma un pezzo di gesso staccato dal muro delle piccole case di Ronco dei Vespri 6, a Ispica.  Una pannocchia, poi, fu rivelatrice della storia della mia matita, poi matite. Ne fui consapevolmente cosciente perché per una pannocchia conobbi o mi fu presentata la 6B dal mio insegnante, maestro di Educazione artistica. Era la seconda media. Il primo anno fummo, un po’ tutti, costretti a fare degli esercizi elementari, come tracciare linee parallele, provare a fare dei graffiti con dei pastelli a cera e piccole prove con colori a spirito e nei casi migliori con acquerelli con risultati dubbi, nessuno escluso. Il secondo anno, alcuni almeno, non tutti, fummo costretti a fare una prova dal vero con i colori ad olio messi a disposizione dell’istituto, dipingemmo una natura morta formata da un vaso e un drappo di velluto blu, o rosso, potevamo scegliere.     Un disastro fu il mio contatto con il colore. Il maestro, posso dirlo, era un cattivo maestro, non diceva niente, non faceva nulla se non leggere il giornale o sprofondare in una noia che poi ribolliva in una specie di ira quando passava a visionare le nostre intimidite – è proprio...

Alchimia / La materia immaginata: terra

“In principio è la rêverie”, scrive Gaston Bachelard (1884-1962) ne L’aria e i sogni (1943). Se volessimo tradurre il termine francese, dove si conserva il richiamo al sogno (rêve), potremmo ricorrere a “fantasticheria sognante”, l’abbandonarsi del nostro animo alle seduzioni dalle immagini. L’ammissione di Bachelard è l’esito di un percorso filosofico che dall’iniziale rifiuto dell’universo dell’immaginario sfocia nel riconoscimento della rêverie come dimensione originaria dell’essere dell’uomo al mondo. Da storico delle scienze ed epistemologo, Bachelard aveva condannato nell’immaginazione la facoltà che mantiene l’uomo immerso nella natura, legato alle pulsioni dell’inconscio in cui si manifesta il caos emozionale. Le immagini e le metafore a cui fa costante ricorso la pre-scienza rappresentano nella psiche tendenze istintive che sorgono dall’interiorità corporea.   Sono dunque espressioni delle forze biologiche; il ricercatore che si affida ai dati immediati dei sensi proietta sulle cose germi onirici, le incrosta con le passioni che agitano il suo animo. L’immaginazione semina nuclei d’inconscio nella percezione degli oggetti; procede per analogia, accosta per...

Un'opera senza tempo / La linea infinita di Wacław Szpakowski

Disegni nel turbine della storia   Wacław Karol Szpakowski? Pochissimi sanno di chi si tratta, e pochissimi conoscono la storia di questo artista, architetto e ingegnere polacco. Nato nel 1883 in Polonia, nel 1897, a 14 anni, lascia la Polonia e si trasferisce con la famiglia a Riga. Qui trascorre l’adolescenza, studia architettura, suona il violino nell’orchestra giovanile e s’interessa ai fenomeni atmosferici. Tiene un quaderno di appunti su tempeste, uragani e cicloni, e raccoglie fotografie di architetture dalle forme lineari. Custodirà gelosamente questi quaderni malgrado gli eventi bellici e diversi traslochi forzati. Così si spiegano i lunghi intervalli d’inattività: in molte circostanze, la preoccupazione maggiore era la mera sopravvivenza (l’artista perderà un figlio, l’unico maschio, durante la guerra). Szpakowski, non dimentichiamolo, fa parte di quella generazione che ha vissuto le due guerre mondiali. Ora, nel corso delle sue lunghe traversate tra Lituania, Russia, Lettonia e Bielorussia, non perde occasione per prendere appunti e disegnare, incuriosito dai fili del telegrafo o dall’invisibilità della corrente elettrica. Gli bastava poco, un foglio di carta e...

Il “brodo indiano” / Cioccolata e religione

La cioccolata è tutta una faccenda di religione. Dai Maya sino alle corti barocche europee questa sostanza chimicamente complessa, di color marrone scuro, gradevolmente amara, e che noi chiamiamo cioccolato, non avrebbe avuto successo senza uno stretto rapporto con le religioni che ha incontrato sulla sua strada. Senza i sacerdoti dei popoli che abitavano tanto tempo fa la regione del mondo che chiamiamo Centroamerica – Olmechi, Maya, Aztechi –, senza i frati francescani, le suore e i gesuiti in Spagna e in Italia nel Seicento, i semi del cacao, da cui si ricava la cioccolata, non avrebbero assunto l’importanza che hanno avuto per diciotto secoli.   Wolfgang Schivelbusch nella sua storia dei generi voluttuari sostiene non senza ragione che la cioccolata è strettamente legata al mondo cattolico, così come il caffè a quello protestante. Il “brodo indiano”, com’era chiamato il cioccolato liquido da bere, è associato all' aristocrazia, alla regalità e alla Chiesa, con la sola eccezione dell’Inghilterra; così che, quando la Rivoluzione alla fine del Settecento rovescia le istituzioni dell’Ancien Régime, e dal barocco si passa all’età dei Lumi, quel brodo lascia il posto alle...

Kilowatt Festival / Cosa sperare dal e nel teatro?

L’edizione del 2017 del Kilowatt Festival – dal titolo Il principio speranza – ha quale sua principale ispirazione un testo molto importante. Si tratta dell’omonimo libro di Ernst Bloch. Scritto tra il 1938 e 1947, esso esplora in tre volumi la nozione di “speranza” e le sue disparate concretizzazioni: dal bisogno di cambiamento o della novità, presente nella struttura stessa del desiderio, al tentativo di rovesciare le situazioni in cui gli umani sono oppressi, spregiati, sfruttati da altri umani. Particolarmente rilevante appare essere, in questa sede, il cap. 30, che studia «La scena come istituzione paradigmatica, e la decisione che vi ha luogo». Al suo interno, Bloch formula l’ipotesi che il teatro alimenti la speranza in quanto «istituzione rasserenante-anticipante»: l’arte di creare «immagini-guida» che prefigurano uno scenario futuro più bello dell’attuale, che a sua volta stimola attori e spettatori a impiegare le energie per realizzarlo nella vita. In altre parole ancora, Bloch suppone che esso stabilisca paradigmi o modelli di condotta, che inducono a decidere se tradurre in realtà l’ideale estetico vagheggiato, o se relegarlo a mero «sogno a occhi aperti» per seguire...

Cosa occorre per ridere? / Per un'etica della buccia di banana

  "Per ridere di qualcosa occorre: 1) sapere di che cosa stai ridendo; 2) sapere perché stai ridendo; 3) domandare a qualcuno perché pensano tu stia ridendo; 4) buttare giù qualche appunto; 5) ridere". (Robert Benchley, Why we laugh – Or do we?, “New Yorker”, 2 gennaio 1937)   Chiunque abbia dedicato del tempo allo studio dei meccanismi del comico, sa bene quanto sia un compito difficile, faticoso e – diciamolo pure – di una noia mortale. La comicità sembra refrattaria all'analisi: per quanto uno la sottoponga al più minuzioso degli esami, per quanto si riempiano pagine e pagine di appunti (altro che le “few notes” si cui parla Robert Benchley), non esiste microscopio tanto potente da rivelarne il mistero. C'è sempre qualcosa che sfugge, qualcosa d'inspiegabile che rimane lì, sulla punta della lingua, e rifiuta di tradursi in un discorso compiuto.   La comicità non ha molto a che fare con la teoria. È un sapere pratico, quindi? Secondo Stan Laurel, che di queste cose se ne intendeva, in un certo senso è così. «Un amico», dichiarò in un'occasione, «mi domandò una volta che cosa fosse la comicità. Caddi dalle nuvole. Che cos'è la comicità? Io non lo...

Una matita per l'estate / Simonio e Lyndiana

  Simonio era sempre stato un bambino grassoccio. Amava mangiare di tutto. All’epoca in cui visse non si parlava ancora di obesità: anzi il sovrappeso veniva esibito come un trofeo di famiglia. Ma Simonio fin da piccolo aveva dato prova di una certa oltranza in materia. Avrebbe superato tutti i suoi antenati, nella galleria di ciccioni che occupava il corridoio del piano superiore della casa. Il bisnonno che quasi non entrava nel suo gigantesco ritratto. Il nonno che si diceva fosse scoppiato come una cicala dopo un pranzo di dieci ore. Il padre che ogni mese faceva allargare i calzoni del suo guardaroba. In attesa di oltrepassare le glorie famigliari, Simonio si dava da fare cacciandosi in bocca ogni cosa che trovava in giro.   Aiutato dalla sorella Lyndiana, di pochi minuti maggiore di lui. Perché se Simonio era un campione di pesi medi, Lyndiana aspirava alla categoria dei pesi massimi. Eppure erano nati magri come acciughine. Non si sapeva neanche se sarebbero sopravvissuti. La famiglia Bernacotti ogni due generazioni sfornava dei gemelli, neanche un orologio avrebbe fatto di meglio: quindi per prima uscì fuori Lyndiana. Con una gomitata al fratello. Poi Simonio...

L’espulsione dell’Altro / Byung-Chul Han e il tempo dell’ascolto

Con la pubblicazione della traduzione de L’espulsione dell’Altro continua l’opera di diffusione in Italia da parte dell’editore Nottetempo dei libri del pensatore coreano di lingua tedesca Byung-Chul Han. Se è vero, come scritto nella quarta di copertina, che questo saggio «è una sorta di summa delle sue opere precedenti», lo è in un senso hegeliano, vale a dire che è una summa nel senso dell’Aufhebung, quella parola tedesca ai limiti dell’intraducibilità che indica sia una sintesi, che una ricomprensione e superamento dei termini coinvolti nel processo. Da un lato, infatti, è assolutamente evidente che il testo di Han segua la falsariga dei precedenti, per stile argomentativo (spesso paratattico ai limiti dell’apodittico, anche se qui in misura minore rispetto ad opere precedenti, come La società della trasparenza) e per temi: la critica alla società contemporanea, all’isolamento di massa, ai media digitali sono sempre – anche qui – le cifre costitutive dell’argomentazione di Han.   Al contempo, però, il libro di Han appare diverso da quelli che lo hanno immediatamente preceduto in traduzione italiana, Nello sciame e Psicopolitica. Han sembra tornare qui, infatti,...

Il controllo dell’aria e dell’atmosfera / Arte e denaro. Da Duchamp alla “foam city” contemporanea

Il 22 gennaio 2017 è morto l’artista statunitense J.S.G. Boggs, specializzato, a partire dagli anni’80, nella creazione di banconote personalizzate, i Boggs Bills, con le quali cercava di pagare beni e servizi, usandole come vero denaro. La riproduzione della banconota era affiancata da scritte decontestualizzate, come “Do you hear anything being said here, or am I empty now? Is anybody home? Hello?”.Queste opere erano funzionali a vere e proprie performance che declinavano la tipica interrogazione contemporanea sul valore artistico nella sua intima dialettica con il valore economico.   Se da queste banconote, che coprono per intero lo spazio dell’opera, si tornasse indietro per fare una caccia al tesoro in cerca della luccicante presenza del denaro nella tradizione artistica, si rischierebbe, letteralmente, di non finire mai e di dirigersi fino all’inizio, fino all’invenzione del quadro come oggetto separato e incorniciato per potere transitare anche nel mondo dei commerci. Il denaro si è sempre intrecciato con la produzione artistica, sia nel soggetto sia nella costituzione stessa dell’opera attraverso la committenza, il collezionismo, i mercati, che non sono...

Né quella ch’a veder lo sol si gira… / Girasoli

Se c’è una donna-girasole nella letteratura italiana questa è Clizia, senhal di Irma Brandeis, protagonista di alcune delle più belle poesie di Montale. Ma quando nel 1907 Klimt dipinse il suo girasole ispirato all’amica Emilie Flöge, non credo avesse in mente il verso del sonetto a Giovanni Quirini attribuito a Dante, che figura in esergo alla Primavera hitleriana: «Né quella ch’a veder lo sol si gira…». In un mosaico verde e blu picchiettato d’oro, su un piedistallo di piccole corolle multicolori, si erge la piramide del fiore dalle grandi foglie a cuore, con il capo lievemente inclinato. Qui, in realtà, tutto sembra girare intorno al grande occhio bruno circondato dalla corona dei petali gialli (meglio, con proprietà botanica, ligule). I critici d’arte vi hanno visto la somiglianza con una fotografia scattata da Klimt nella stessa estate in cui lavorò al quadro, dove Emilie compare sola in un lungo abito dalla foggia a trapezio. Due donne per lo stesso fiore, due capolavori che ci riportano al mito, cantato da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Clizia innamorata di Apollo, auriga del carro del sole e dio delle arti, e da lui trasformata in eliotropo, così da poterlo per...

Il cibo per antonomasia / Pane e verità

Parleremo dei valori simbolici e metaforici del pane, oltre che dei suoi valori materiali. Pane e verità; pane della verità, pane della sapienza. Pane con sale, pane senza sale, pane azzimo. Verità di pane, sapienza di pane. Perché gli uomini sono mangiatori di pane.   Se esiste un cibo universale, o, detto filosoficamente, un universale che abbia forma, struttura ed essenza di cibo; se esiste il cibo per eccellenza e per antonomasia, questo è il pane. Quando, nell'Odissea (IX, vv.190-92), Ulisse incontra Polifemo, lo descrive quale mostro gigante che non somiglia a un uomo «mangiatore di pane»; e quando, poco prima, era giunto al paese dei Lotofagi coi suoi compagni, ne aveva mandati alcuni a scoprire quali uomini «mangiatori di pane» (artophagoi) ci fossero in quella terra (IX, vv.82-104). E invece non erano mangiatori di pane quegli strani esseri, ma mangiatori di loto, e nella loro terra cibarsi di quelle strane piante voleva dire dimenticare. Bizzarri davvero, quegli esseri, se per noi esseri pienamente umani mangiare e ricordare invece viaggiano insieme. E quando Ulisse avesse ripreso ancora i suoi viaggi, avrebbe capito di essere giunto nel paese i cui abitanti non...

La grande cecità, il cambiamento climatico e l’impensabile / Esercita il dubbio e stai a vedere cosa offre il caso

  Derive dell’intuizione e della magia. Un prologo semiserio   Comodo è affidarsi a quello che è intuitivo e si presenta più facile da comprendere. Creature fantastiche o magie soddisfano il bisogno che abbiamo di trasgredire, però quanto basta, all’interno di un gioco dalle possibilità regolate, e allora tutto questo ci appaga, assolvendoci dalla responsabilità della verifica e della falsificazione. Ecco che l’impensabile si propone a noi, soddisfatti dalla completezza che, per quanto fasulla, ci avvolge come un manto e si presenta persino confortevole. Giungiamo così a dire che una cosa è vera perché è causa di un’altra, ma non ci impegniamo a verificare se non esistano altre cause che la rendono quella che è, in modo da escluderle tutte, tranne una. Questo è il punto, caro il mio mago. Mi rendo conto che tu hai buon gioco ad accattivarti la maggior parte delle persone: proponi loro vie per la conoscenza che costano poco e sono comode; non richiedono impegno e sono facili da capire e da ricordare. Il fatto è che sono false.   C’è stato un tempo in cui sembrava che finalmente potessi passartela male. È durato poco. Poi l’umanità ha iniziato a diventare sempre più...

Leica Galerie / Michael Ackerman. Watermark

Le immagini di Michael Ackerman esposte alla Leica Galerie sembrano le pagine di un album, una mappa silenziosa. Ricordano l’atlante di Aby Warburg, sono istantanee di “forme” del pathos. Molte non hanno cornice, stanno semplicemente sospese. È lo sguardo dello spettatore che deve generare un riquadro, che cerca, nel loro silenzio, nello spazio indefinito in cui si perdono, di creare una narrazione che le tenga legate. Alcune sono puntate con degli spilli, altre disposte intorno a un’immagine centrale, da cui si parte e a cui si torna dopo aver percorso un cerchio con lo sguardo, come quando si ruota la testa, la si muove, e ad occhi chiusi si cerca di ricordare qualcosa che in quel momento sembra perdersi in un tempo fuori dal tempo stesso.    Forse Michael Ackerman vuole suggerire proprio questo: che lo sguardo si perda nelle forme, che il disorientamento sia la condizione ideale in cui ogni sguardo può davvero incontrare la propria forma. O forse è anche paradossalmente il tentativo di narrare la forma stessa del disorientamento, la possibilità di perdersi in uno spazio dentro la propria esistenza, poiché qui l’immagine fotografica riesce davvero a possedere un’...

La Biennale di Antonio Latella / L'invenzione della regia

È più di una selezione di spettacoli la Biennale Teatro di Antonio Latella. È un segno d’autore, è una domanda sui paesaggi della regia oggi, su come quest’arte che ha segnato il Novecento sia cambiata e, sopravvissuta a se stessa, stia cercando nuove strade. La rassegna – che si è inaugurata il 25 luglio e si è conclusa l’11 e il 12 agosto con la dimostrazione di lavori creati negli atelier del College, con allievi attori e maestri registi o registe – è il primo atto di un progetto quadriennale, ancora non svelato in tutte le sue tappe dal neo-direttore.   Questo primo episodio si intitola “Registe” e ha il coraggio di mostrare lavori di donne che si possono definire a pieno titolo autrici dei loro lavori, anche quando usano testi preesistenti, classici o contemporanei. Hanno tutte circa quarant’anni e sono quasi tutte sconosciute o poco note da noi. Tutte usano incrociare, in spettacoli scritti principalmente sulla scena, teatro, musica, danza, performance, momenti ispirati decisamente alle arti visive, in cui il corpo, l’immagine, la poesia (e spesso l’indignazione) giocano un ruolo centrale. Tutte lavorano con gruppi stabili di attori, piuttosto secondo le pratiche del...

Il settantasette compie quarant'anni / Una tomba per uno strano animale

Il Settantasette compie, quest'anno, quarant'anni. Scriverne non può servire a celebrare o svilire una data decisiva nella storia dell'Italia contemporanea, entrata nell'immaginario collettivo più di quanto sembri – basti pensare alla infinita e inutile letteratura scandalistica sugli anni di piombo, o anche al cinema in presa diretta di quegli anni, e quindi alla commedia di Luciano Salce Il... Belpaese, film uscito proprio nel 1977 e interpretato da Paolo Villaggio, quasi due ore di luogocomunismo sugli anni di piombo dal punto di vista della borghesia milanese, e poi anche Tutti a squola di Pingitore uscito nel 1979, protagonista Pippo Franco professore liceale alle prese con i giovani settantasettini drogati e delinquenti, deriva trash di una destra romana meno perbene ma più ridanciana – ma ancora scarsamente oggetto di indagine storica soprattutto da parte delle generazioni più giovani.   In controtendenza, in questo senso, lo studio di Luca Falciola, Il movimento del 1977 in Italia, uscito nel 2016 per Carocci, il libro di Danilo Mariscalco, Dai laboratori alle masse, dedicato al rapporto tra il '77, le arti e la comunicazione, uscito nel 2014 per ombre corte, e la...

La bevanda della borghesia moderna / La scoperta del caffé

“Il caffè agisce sul diaframma e sui plessi dello stomaco, da cui raggiunge il cervello attraverso irradiazioni impercettibili che sfuggono a ogni analisi; nondimeno si può presumere che sia il fluido nervoso a fungere da conduttore dell’elettricità sprigionata dal caffè, o meglio trovata e messa in azione dentro di noi”.   Così scrive Balzac nel suo Trattato degli eccitanti moderni (1839). Lo scrittore ne fa un uso smodato come analgesico, per tenersi sveglio, come aiuto per l’immaginazione. Di fatto è un tossicodipendente, e hanno ragione due studiosi della caffeina, Bennett A. Weinberg e Bonnie K. Bealer, nel dire che l’alcaloide contenuto nel caffè è senza dubbio la droga più popolare del mondo, supera di larga misura nicotina e alcol. Eppure fino al 1650 era praticamente sconosciuta in Europa, mentre cinquanta anni dopo si consumava in 3.000 locali di Londra, che ne è stata la capitale insieme a Parigi per quasi un secolo. Come ha fatto a diffondersi e a diventare la bevanda preferita del secolo dei Lumi, e oltre? “Ogni volta che beviamo una tazza di caffè, prendiamo parte a uno dei più grandi misteri della storia della cultura”, scrivono i due studiosi. L’arbusto del...

Una conversazione / Gillo Dorfles. I paesaggi e i personaggi della sua vita

Conoscere Gillo Dorfles di persona e avere la possibilità di dialogare con lui nella sua abitazione milanese è un’esperienza impossibile da dimenticare. Innanzitutto perché si ha la sensazione di essere a colloquio con la Storia: nato a Trieste il 12 aprile del 1910, ha visto susseguirsi almeno quattro generazioni; ha assistito a entrambe le guerre mondiali; ha visto il passaggio della sua città natale dall’essere austroungarica all’essere italiana; ha partecipato alla ricostruzione del nostro Paese avvenuta dopo il 1945 ed è stato testimone e promotore di molti dei più importanti snodi culturali e artistici del ventesimo secolo.   Laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria, fin dai primi anni Trenta si dedica a una pittura influenzata dall’antroposofia di Rudolf Steiner. Nel 1948 è tra i fondatori del MAC-Movimento per l’Arte Concreta, nato a Milano quale contrapposizione al realismo politicamente impegnato e agli influssi irrazionali dell’informale. Dal 1956 decide di passare dalla pratica pittorica alla critica d’arte per poi riprendere a esporre i suoi dipinti solo nel 1986, in occasione della personale tenuta allo Studio Marconi di Milano. Professore di...

Dioniso e la nuvola / Il discorso critico 2.0

C’è ancora spazio per la mediazione culturale?   La critica deve oggi svolgere la sua mediazione in un panorama che vede agire vecchi e nuovi media, in un regime a volte di concorrenza, a volte di collaborazione. Il meccanismo di cui siamo protagonisti e insieme vittime tende ad abbattere mediazioni e gerarchie. Rende difficile la sostenibilità economica di imprese giornalistiche e culturali indipendenti, sia le tradizionali testate con una vita ormai centenaria, che rischiano di essere spazzate via, sia i blog e le start up, che solo in rari casi sono riusciti a garantirsi la redditività sufficiente alla sopravvivenza.   Sono cambiati anche i destinatari: soggetti “liquidi”, che costruiscono la propria identità anche sulla base dei consumi culturali, in uno scenario caratterizzato da un’offerta sempre più massiccia e variegata sia di prodotti sia di informazioni. Lo sviluppo tecnologico, la competizione globale, il mercato del lavoro rendono necessaria una formazione permanente.   Non è solo un problema di selezione critica. I prodotti culturali rappresentano un’eccezione, come già aveva notato l’economista Alfred Marshall (1842-1924) alla fine dell’Ottocento: “...

La rocambolesca storia di un manoscritto / Franz Kafka, Tutto il Processo a Berlino

Il 30 giugno, data esplicitamente non commemorativa (Kafka è nato il 3 luglio 1883 ed è morto il 3 giugno 1924), è stata inaugurata a Berlino una piccola mostra dedicata al Processo nel Martin Gropius Bau, un elegante edificio ottocentesco opera di un prozio di Walter Gropius, che contiene molteplici spazi espositivi e ospita contemporaneamente più mostre. Quella di Kafka occupa tre vani, uno centrale occupato quasi interamente da una lunga vetrina contenente le 171 pagine del manoscritto autografo del Processo, e due piccole sale laterali, una in cui sono esposte alcune fotografie e una raccolta delle prime edizioni del Processo uscite in vari paesi, l’altra adibita alla proiezione del film omonimo di Orson Wells del 1962.   Nonostante il minimalismo la mostra si intitola “Tutto il Processo”, alludendo evidentemente all’integrale esposizione del manoscritto. L‘apparato critico e informativo è scarno, ma mette subito il visitatore al corrente di una coincidenza storico geografica. Infatti a pochi passi dal Martin Gropius Bau si trovava l’albergo Askanischer Hof, in cui Kafka, il 12 luglio del 1914, si incontrò con Felice Bauer, da cui si era separato dopo un breve...

Tanto più forte è la luce, tanto più agiscono i demoni meridiani / Ombra

Luogo fondativo del teatro filosofico, il mito platonico della caverna dispiega le coppie oppositive a cui l’Occidente è rimasto fedele. Gli uomini in catene non vedono se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete di fronte; sedotti dalle immagini sullo schermo, prendono per verità “vacuità prive di senso”, confondono la parvenza con la realtà, la sbiadita ripresentazione/rappresentazione con la luminosa e stabile identità. Sempre in attesa dell’alba chiara in cui finalmente vedremo Dio (e le sue varianti) faccia a faccia, la filosofia rinnova il gesto sacrale del sacerdote: squarciare il velo per scorgere al di là dell’apparenza ingannevole, portare alla “pianura della verità” quanto si cela nell’ombra menzognera. Aletheia, la verità greca, è appunto un disvelare, un portare all’evidenza il nascosto, sfuggendo alla condizione impura delle immagini incantatorie. L’ombra platonica (skia) condivide l’ambiguo statuto dei riflessi, parvenze senza consistenza, abitatori del regime notturno in cui prendono vita illusoria le immagini evanescenti dei sogni: non è forse “sogno di un’ombra […] l’uomo” (Pindaro)? L’ombra è un’entità minore, definita per negazione rispetto all’oggetto...

Migrazioni e teatro / Un Supercontinent a Drodesera

Supercontinent è il titolo della 37a edizione di Drodesera, che si svolge negli spazi di Centrale Fies. Per provare a intercettare il senso di questa “pangea ricucita dalle nuove tecnologie così come dalle tratte migratorie, in simbiosi con un territorio che muta aspetto in continuazione, in cui tradizione e innovazione si intrecciano per dare origine a un equilibrio possibile solo grazie alle diversità” – così la descrive la presentazione della manifestazione – sarebbe stato da osservare con la giusta attenzione tutte le diverse iniziative e progetti di cui è composto il festival. Ma in qualche modo si può forse cogliere qualche tratto di questo scenario in movimento anche soltanto attraversando il programma di spettacoli che chi scrive ha potuto vedere, fra il 26 e 27 luglio. O almeno provarci.     ThomasBellinck/ROBIN, SimpleasABC#2, ph. Laura Van Severen   Della migrazione in teatro È la migrazione il nodo incandescente al centro dei temi affrontati da molti degli spettacoli in programma al festival fra il 26 e 27 luglio: dal flusso di persone che si mettono in viaggio alla prospettiva di coloro che li accolgono, dalle dinamiche gestionali dell'emergenza a...

Forza tutti insieme incontro all’avventuraaaaa! / Tondelli: Sette parole per Altri libertini

1. Presenza    Non tutto è andato perduto, come diceva uno slogan. Non tutto è sparito o è stato fatto cadavere dai decenni successivi e dalla retorica dominante del buio con cui troppe volte si è oscurata l’epoca del Settantasette, usando l’immagine unica della lotta armata e occultando, a distanza, la molteplicità di esperienze e i colori che animarono quel periodo. Di tale policromia, di tale vitalismo a tratti anche autodistruttivo, ma non per questo monotonale, resta, per esempio, la scrittura di uno dei libri più significativi usciti da quegli anni, Altri libertini: uno tra i migliori e, forse, il più capace di formalizzare e trasmettere un sentimento di “presenza” con il proprio tempo.    Altri Libertini esce nel gennaio 1980 (pochi mesi dopo Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Calvino; nel medesimo anno de Il nome della rosa, di Eco, e del film di Giordana Maledetti vi amerò). L’editore è Feltrinelli, che lo manda in stampa dopo una laboriosa riscrittura guidata da Aldo Tagliaferri. Il libro segna l’esordio di un venticinquenne nato a Correggio e iscritto al corso di laurea in Discipline Arte Musica e Spettacolo (DAMS) dell’Università di Bologna...