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Razionalità cooperativa / Il senso morale carta vincente dell'evoluzione

Da sempre, in forme più o meno ingenue, ci poniamo le stesse domande di BC, il protagonista dell'omonimo fumetto ambientato nella preistoria, creato dall'americano Johnny Hart negli anni Cinquanta: «Chi siamo? Donde veniamo? Ove andiamo?». Le risposte suggerite nel corso del tempo, oscillano tra sentimenti e visioni del tutto opposti, ciascuno tipico di una tappa o di una fase nel progredire della cultura. Così, dopo esserci immaginati umilmente servi degli dei, ci siamo sentiti orgogliosamente figli prediletti di Dio; poi, democraticamente, animali tra gli altri e infine, freudianamente, animali come gli altri ma dotati di spaventosi sensi di colpa e tremende frustrazioni. Il progresso delle scienze degli ultimi anni ci spiega sempre meglio, un tassello dopo l'altro, chi siamo e donde veniamo (molto meno ove andiamo) e, allo stesso tempo, riaccende e tiene vivo l'interesse per la questione della nostra posizione ontologica nel mondo. Un'attenzione confermata anche dal successo, presso un pubblico non necessariamente specialista, di saggi scientifici in cui ricercatori e studiosi di fama espongono, con dovizia di documentazione, i risultati delle loro ricerche sulle differenze-...

Una domenica di passioni / I fili del teatro. Scaldati, Eduardo, Leo

Come una lucerna, il pensiero umano crea storie che illuminano la grotta oscura. Fragili, infinite immagini come lampi tra rovine…     Assassina   Inizia così, con un canto dolce, strascicato come una salmodia, Assassina di Franco Scaldati, messo in scena da Enzo Vetrano e Stefano Randisi con la voce e i suoni dal vivo dei Fratelli Mancuso. Un viaggio di luce nell’oscuro, tra i detriti di esistenze marginali, come quelle di tutti, in una scena ambientata in un vecchio cesso pubblico abbandonato, azzurro e diroccato, tra animali visibili e invisibili che si divorano l’un l’altro, perennemente affamati, in lotta con l’ombra, che sfugge, che ci anticipa, che ci mangia, che ci sdoppia. Inizia così e risplende, Assassina, con quelle sue zone di profondo scuro, nella lingua dura e rocamente cantabile di Franco Scaldati, poeta palermitano dell’Albergheria, il quartiere del mercato di Ballarò, un moderno Omero del teatro.   Ph Luca Del Pia.   Lo definì “poeta aristocratico delle caverne” il critico Franco Quadri, che con la sua Ubulibri ne pubblicò varie opere da Beckett della vita marginale, fermandole necessariamente in un momento che nella pratica di scena...

Masochismo e teoria del cinema / Noël Burch: elogio della viragofilia

Da sempre, il problema della teoria del cinema è che di esso, preso dal lato della sua generalità e dei suoi contorni essenziali, non c'è quasi nulla da dire. Il tempo, che l'uomo pensa come interiore, viene presentato dal cinema come esteriore. Sullo schermo non viene proiettato alcun movimento (dunque tempo) “reale”, bensì 24 fotogrammi fissi al secondo che è la nostra coscienza a “muovere” grazie alla persistenza retinica delle immagini. Ma quel movimento/tempo sta comunque “là fuori”, reificato. Parimenti, il cinema ha qualche presa su di noi solo quando ci fa riconoscere “là fuori”, nell'estensione spaziale delle immagini, il nostro stesso desiderio. Ciò che credevamo intimo si rivela esterno, quando non addirittura estraneo. Se il cinema sembra “guardarci dentro”, è perché al cinema il nostro sguardo desiderante sta lì, davanti a noi, come un oggetto. Sbattendoci in faccia questa estraneità nei confronti di noi stessi, il cinema reinventa ad uso della modernità la nozione aristotelica di “catarsi”: tutto qui. Ora, poche cose sono difficili quanto sfondare una porta aperta. Ma cos'è la retorica se non l'arte di sfondare le porte aperte? Per questo, i migliori teorici del...

I media creano i luoghi / Cosa ci può dire ancora McLuhan?

Il canadese Marshall McLuhan è stato probabilmente il più importante studioso dei media. È scomparso quasi quarant’anni fa, nel 1980, ma i principali concetti teorici che ha elaborato sono ancora notevolmente conosciuti e continuano in gran parte a essere efficaci per spiegare il funzionamento della comunicazione contemporanea. Certo, vanno sviluppati e aggiornati, dato il consistente tempo che è passato dalla loro comparsa. Ha dunque senso parlare ancora oggi di McLuhan se si è in grado di riprendere e migliorare le sue idee, come ha fatto in passato il suo allievo Derrick De Kerckhove in alcuni dei suoi migliori libri. Ma McLuhan può anche essere ripreso per collocarlo all’interno dell’evoluzione del dibattito culturale e cercare di sistematizzare quello che le sue idee hanno generato. È l’operazione tentata ad esempio di recente dallo studioso Paolo Granata all’interno del volume Ecologia dei media (FrancoAngeli).    Non ha invece molto senso parlare inutilmente di McLuhan, forse per avere un titolo che sfrutta commercialmente il richiamo del suo nome. L’ha fatto Alberto Contri in un libro in uscita in questi giorni e intitolato appunto McLuhan non abita più qui? (...

Il design di Ico Parisi / Parisi, o caro

Ico Parisi (1916-1996): o lo si adora o lo si ignora. Non ci sono mezze misure. Il secondo atteggiamento è stato purtroppo quello che ha prevalso, dopo la sua morte e fino ad oggi, nella cultura ufficiale; il primo connota invece da decenni il mondo del collezionismo, sostenuto dalle aste internazionali di design, dove le sue opere sono battute spesso a quotazioni record.   Sopra: tavolo da pranzo, 1950, MIM; carrello in noce e vetro, 1950; carrello bar, 1950. Sotto: consolle con piano in rame smaltato con disegni di Pietro Zuffi eseguito da Paolo De Poli, 1954, Altamira (USA); servomuto Gentleman, Fratelli Reguitti, 1950 circa; due vedute della consolle in palissandro, 1949, Spartaco Brugnoli.   A destare l’interesse dei suoi estimatori è soprattutto la goniomorfica leggerezza dei suoi arredi degli Anni Quaranta e Cinquanta, così eleganti e raffinati nella loro modernità. In un’epoca, quella del razionalismo, dominata dall’angolo retto (de “i rettangolari architetti”, come ebbe a definirli Carlo Emilio Gadda, che “farebbono cipria del Borromini, come di colui che rettangolare non è, ma cavatappi”), Parisi ha sempre prediletto nei suoi arredi di quegli anni gli angoli...

Conversazione con Massimiliano Gioni / Diventare curatore: Cultura, Pubblico, Network

43 anni, italiano di nascita e newyorkese di adozione, attualmente è direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano e Artistic Director del New Museum di New York. Sua è la curatela della Biennale d’arte contemporanea itinerante Manifesta (2004) così come delle Biennali di Berlino (2006), di Gwangju (2010) e di Venezia (2013). Brillante, eclettico, perfezionista, concepisce e realizza progetti espositivi pressoché ineccepibili. Si tratta dell’enfant prodige, ormai diventato adulto, Massimiliano Gioni. Se volessimo rintracciare gli elementi-guida del suo operare da curatore, potremmo forse individuarli in Cultura, Pubblico, Network.    Cultura perché Gioni è uno storico dell’arte coltissimo che intesse le sue mostre di molteplici riferimenti ad artisti, scrittori, filosofi, musicisti, registi, architetti. Si pensi al Palazzo Enciclopedico, progetto curatoriale per la 55a Biennale di Venezia del 2013 ispirato al museo immaginario che l’artista Marino Auriti ideò nel 1955 per ospitare tutto il sapere dell’umanità. E si pensi anche alla mostra La Grande Madre, inaugurata nel 2015 a Palazzo Reale di Milano, che faceva riferimento a testi quali Nato di donna...

Zygmunt Bauman / Morte di un sociologo della globalizzazione

La grandezza del pensiero di Z. Bauman non può essere certamente ridotta all’impressionante grado di diffusione del suo famoso cavallo di battaglia: quella liquidità che egli ha rintracciato in numerose espressioni della vita contemporanea e che, paradossalmente, è servita più a legittimare la trasformazione in atto che non ad arginarne il potere straripante. Per questo motivo proverò qui a ricordarlo attraverso un percorso che va dalla critica generale alla globalizzazione, passando per l’analisi del consumo, fino alle più recenti considerazioni sulla società confessionale e sulle nuove forme di sorveglianza.  Insieme a U. Beck, morto due anni fa, a J. Tomlinson, A. Giddens, R. Robertson, Bauman è stato uno dei protagonisti del dibattito sulla globalizzazione, fino a raggiungere una popolarità internazionale inaudita tra anni novanta e duemila, proprio quando tale argomento divenne un tormentone capace di affollare gli scaffali delle librerie di tutto il mondo. La sua origine marxista lo colloca in una posizione ben diversa da quella apologetica di Giddens e dei teorici della Terza via, secondo cui la globalizzazione non solo è un processo naturale e irreversibile ma...

La gioia della partita / Cesare Garboli

È meno curioso di quanto non si creda pensare come Cesare Garboli si sia prima sottratto alla visibilità e poi abbia occultato le tracce di se stesso. Era per natura molto visibile, in figura e nelle prese di posizione, ma tale natura richiedeva allo stesso tempo una selettività che presentasse quasi una immagine ideale dell’arte della critica (e anche della scienza). Dunque Garboli fu critico molto selettivo, tanto da lasciare parte assai abbondante della propria attività a uno stato gassoso, non avvicinabile, variamente e volutamente dispersa: ora ciò che fu a lungo accantonato, e forse dimenticato in varie sedi viene rimesso in circolazione con La gioia della partita. Scritti 1950-1977 (a cura di Laura Desideri e Domenico Scarpa, Adelphi, pp. 331, € 30,00), che è il primo dei due volumi destinati a raccogliere gli scritti dall’autore mai radunati durante la vita. Non solo si ha così un’idea più compiuta dello svolgersi del saggismo e della scrittura di Garboli, che sarebbe già cosa in sé di grande interesse, ma si può osservare come di scorcio, di lato, il clima di varie stagioni letterarie. Si tratta di un paesaggio per frammenti, con tessere che si intrecciano a quelle...

L’etica? Sopravvivenza dell’io morto / Derek Parfit. Il genio da noi sconosciuto

Se chiedi, per esempio, chi è Hannah Arendt (a mio avviso, donna coraggiosa, eppure non una grande filosofa), a qualche scolarizzato ti sa di norma rispondere, ma, se chiedi al medesimo chi è Derek Parift, immagino sgrani gli occhi, che non sappia né del sul pensiero, né della sua scomparsa e nulla gli/le importi, soprattutto mentre si sta festeggiando il primo dell’anno. Derek Parfit, un filosofo non da poco, giudicato tra i più influenti e originali nel mondo anglosassone, ci ha lasciati nel corso della notte del primo gennaio. Filosofo eminente, non tanto per i suoi numerosi titoli e insegnamenti (tra l’altro, emeritus fellow allo All Souls College della Oxford University, Global Distinguished Professor of Philosophy alla New York University, chiamato dalla Harvard University e dalla Rutgers University, vincitore del 2014 del Rolf Schock Prize in Philosophy) quanto per la sua gentilezza e generosità nei confronti di colleghi e studenti – qualità rare in un professore italiano. Nonché in virtù del fatto che Parfit affronta tematiche tali da presentare tutte le credenziali per non permanere rinchiuse tra le mura accademiche e interessare ogni persona consapevole della...

Un paese emigrato e terremotato

Che lavoro fai? Lavoro in Germania. Che lavoro? Gelataio ambulante, sei mesi all’anno, da marzo a settembre. Dove lavori? In un paese vicino Stoccarda. Come ti chiami? Nicola Melillo. Vai da solo in Germania? No, con due di Colliano. Per chi lavorate? Il padrone è di Palomonte. Quanto guadagnate? Novecento euro di stipendio, più novecento di provvigione. E nei sei mesi che stai qui che fai? Prima ho lavorato in un ospizio a Lioni, poi è finita. Comunque pagavano poco, dieci euro al giorno. Con chi vivi? Con i miei genitori. Che fanno? Un po’ di campagna, e poi accudiscono mia nonna, praticamente la sua pensione è l’unica entrata sicura. Castelnuovo di Conza comincia così. Siamo nel punto dove la provincia di Salerno confina con le province di Avellino e di Potenza. Sono le undici del mattino del ventidue dicembre. Nicola mi è venuto incontro dicendo il mio nome: ho letto su Facebook che oggi venivi qui. Lui è uno dei tanti che stanno su Facebook senza commentare, senza mettere mi piace. È come se partecipassero a una festa a cui non si sentono invitati.   Nicola ha trentun’anni e vorrebbe inventarsi un lavoro, ma qui il lavoro si dà a dosi omeopatiche. Il lavoro non c’è o c’...

Prima della pensione in scena a Bologna / Le Belle Bandiere, Thomas Bernhard, il nazismo

Oddio, qualcuno avrà dimenticato accesa la suoneria del telefono, o addirittura è partita la musica stipata nella memoria di qualche cellulare. Un motivo classico, un violino, un pianoforte, i bassi. Una voce che canta sottotraccia, appena percepibile, sotto le parole di Elena Bucci che quasi danzando entra in scena, in quell’antro oscuro che è la casa delle sorelle Höller, lei, Vera, nomen omen, l’altra, Clara immobilizzata su una sedia a rotelle da quando un bombardamento americano, uno degli ultimi giorni di guerra, colpì la sua scuola, un’azione terroristica ribadisce il fratello, il Presidente di Tribunale, che le due donne aspettano nella caverna prigione, buia con qualche sprazzo di luce e ombre di sbarre, davanti a un asse da stiro per togliere pieghe alla toga del Giudice, con una poltrona su un lato, una sedia sull’altro, un pianoforte visibilmente finto, teatrale, il Presidente del Tribunale loro fratello Rudolf che le due donne attendono, civettuola Vera, danzate, in abiti zingareschi, rigida Clara, estranea a quel clima Biedermeier, a quella casa gonfia dei cimeli dei genitori, delle ossessioni, delle nevrosi instillate da un padre autoritario, delle fragilità di una...

Dall'Urss a Israele all'Inghilterra vita e pensiero / L'avventurosa vita di Bauman

Uno dei più radicali, e popolari, critici del mondo contemporaneo: così verrà ricordato il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman. Era un uomo minuto e gentile, piuttosto buffo per quesi due sbuffi di sottili e spettinati capelli bianchi che si gonfiavano sopra le sue orecchie, e lo facevano assomigliare a un folletto. Quando lo conobbi a Parigi agli inizi degli anni Ottanta, assieme all’amata moglie Janina (autrice di due notevoli libri di memorie: Inverno nel mattino e Un sogno di appartenenza, entrambi pubblicati da il Mulino, che introdussero una profonda trasformazione nel modo di intendere la condizione dell’ebreo da parte di Bauman), egli era noto in Italia soltanto per un grosso libro intitolato Lineamenti di una sociologia marxista (Editori Riuniti 1971) e per il lungo saggio Cultura come prassi (il Mulino 1976). Mi parve assai amareggiato dall’esilio, felice di poter parlare nella sua lingua madre e assai fermo nelle sue convinzioni: un marxismo critico, fortemente influenzato dal pensiero di Gramsci, visto con diffidenza, in Europa, sia dalla sinistra che dalla destra. Aveva abitato prima in Israele (dove insegnò all’Università di Haifa e Tel Aviv) e poi, dopo un...

E, signori miei, che gran lettura! / I Falsari di André Gide (e i loro lettori contemporanei)

«Ahimè! vedo che la realtà non vi interessa». «Sì» disse Edouard, «ma mi imbarazza». «Peccato», disse ancora Bernard.   Del mio appuntamento con I falsari di Andrè Gide oramai pensavo soltanto di averlo mancato del tutto. Si può capire, più di trent’anni dopo. A parlarmene era stata una compagna di studi universitari e il suo racconto dei livelli di lettura (romanzo, diari nel romanzo, diari fuori dal romanzo...) aveva impegnato le ore di una di quelle conversazioni potenzialmente interminabili, in cui sublimare chissà cosa, che poi alla fine sono il vero e unico rimpianto che si possa provare di quell’età sgraziata (o selvaggiamente aggraziata). Avevo acquistato poco dopo l’edizione nei tascabili Bompiani, in due volumetti con un precario cofanetto di cartoncino leggero (mi pare di ricordare). Al primo tentativo di lettura, le parole di Gide non mi riportarono però l’incanto che ne provava la mia compagna, né furono tali da suscitare un incanto propriamente mio. Rimase un nulla di fatto, cioè di letto: un lento oblio in cui i due volumetti affogarono, nell’allargamento progressivo della mia libreria personale, senza che nei decenni mai una volta, ripassandone gli scaffali...

«Io, solo, niente da rimpiangere» / Vite di David Bowie

Oggi, 8 gennaio 2017, David Bowie avrebbe compiuto, in vita, 70 anni. Dovrebbe essere morto il 10 gennaio di un anno fa, ma sappiamo che sta vivendo su una Stella Nera, splendido nella sua ennesima reincarnazione di artista eterno, mutante. Nei giorni dei suoi 70 anni non veri, altri libri su di lui, rivelazioni, un video postumo, un documentario sui suoi ultimi cinque anni di vita sul pianeta Terra. Il suo ultimo disco registrato è stato Darkstar. Quello che pensavamo fosse il suo ultimo video, lo sconvolgente, biblico racconto della sua psiche transeunte Lazarus, fu inciso da Bowie mentre era consapevole che gli sarebbero restati tre mesi di vita. Nel documentario BBC2, David Bowie: The Last Five Years, diretto dal regista Francis Whately, uscito in questi giorni, a un certo punto il produttore di quel disco, Tony Visconti, dice:   «Se ne stava davanti al microfono e per i quattro o cinque minuti in cui cantò si capiva che stava sversando il suo cuore. Lo guardavo dallo schermo della cabina di regia. L'audio registrava il suo respiro, era come senza fiato, una specie di iperventilazione in un certo senso, chiamava a sé l’energia per cantare quella sua ultima canzone»....

P. M. A. Cywiński, Non c’è una fine. / Trasmettere la memoria di Auschwitz

A oltre quindici anni dalla legge istitutiva del Giorno della memoria la nostra conoscenza di cosa diciamo quando diciamo Auschwitz si fa sempre più ampia, anche per il grande numero di ricerche, pubblicazioni e riflessioni sul tema; allo stesso tempo più aumenta la conoscenza della galassia che ruota attorno ad esso – per profondità, vastità, dettagli – più si staglia nitida dallo sfondo la domanda che, in qualche modo, il libro di Piotr Cywiński pone con pacata urgenza. Che significato ha questa memoria, quando ci attraversa, e soprattutto, come la usiamo? Non c’è una fine è stato scritto del direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau (in carica dal 2006), edito nel 2012 in polacco e inglese con il titolo Epitafium / Epitaph, ora in italiano per i tipi di Bollati Boringhieri, con cura, postfazione e traduzione di Carlo Greppi (dall'inglese e riscontri dal polacco). Ed è la meditazione, sempre aperta e a tratti dolente, di un quarantenne, che da dieci anni dirige il museo più difficile del mondo.   Delle tanti antifrasi che Auschwitz porta in sé, con il rovesciamento dei significati della vita e dell'umanità nei suoi opposti, c'è anche questo: un museo che non...

Ottant'anni! Auguri Gianni Celati / Il chiodo in testa

Cara Giovannina,   si tratterebbe che una voce di notte mi ha detto di scriverti, che io non ti conosco neanche; e darti del tu. Era tanto insistente questa voce: «Ma dàlle del tu, cretino!». E voleva giustificare: «Sarà contentissima!». E poi: «Quella più gli dài del tu più gode!». Ho dovuto cedere; con tutte quelle chiacchiere e soffiate che mi ha fatto passare per la testa. E poi è una voce che sputacchia anche quando parla, questa qui; quasi preferisco quella che c’era prima che tartagliava, pr pr, sulle parole; e mai che riuscisse a fare un discorso. Qua devi sapere cara signorina Giovannina che le voci vanno e vengono da questa mia testa come se fossero a casa sua, e io non ci posso. Che è qualche maiale superiore che le manda; ho avuto il sospetto che sia quel Dio lì, invece forse no. Ma ci ha colpa lo stesso e io lo stramaledico tutte le sere, dopo le orazioni. Scusa le parole di villano, ma ripeto che quel Dio lì è un gran maleducato a mandarmi quelle voci come gli piace; e anche se non le manda, è maleducato lo stesso.   Ph Carlo Gajani.   Volevo allora scriverti, siccome poi nel sogno ho avuto questa visione d’una ragazza che saltava mostrando le...

Giosetta Fioroni, attraversare le stanze della morte

Lo so, alle inaugurazioni non si dovrebbe andare. Perché non ci si va a vedere quanto l’artista ha scelto di mostrare; piuttosto si va a farsi vedere, a far mostra di sé. Alla vernice della nuova personale romana di Giosetta Fioroni, Attraverso l’evento (a cura di Fabrizio D’Amico e Piero Mascitti, fino al 13 gennaio; catalogo Carlo Cambi Editore, 221 pp. col., € 35), lo scorso novembre alla galleria Mucciaccia a Fontanella Borghese, la densità di aficionados, sedicenti amici e presenzialisti seriali era tale da ricordare, più che il tanto discusso white cube, il tram 14 all’ora di punta. Nell’occasione, però, il degenerare della mondanità in mutua oppressione prossemica consente una riflessione sulle sorti di quest’artista che ha sempre coltivato l’amicizia, e anche la mondanità, senza che ciò abbia mai rischiato di disperdere un’originalità e una vitalità espressiva proverbiali (quella che Alberto Boatto ha sintetizzato meglio di tutti, una volta, come la sua «sperimentazione morbida»).    Non da oggi sappiamo che – per pirandellianamente dire – ci sono una Giosetta Uno e una Giosetta Due. Sul lato A c’è la versione cordiale, affettuosamente malinconica, soffusa di...

Gli esiti dell’ossessione umana nel progresso / Josh Kline. Unemployment

“Provò di nuovo vergogna: a che cosa sarebbe servito presentarsi? Lavoro non ce n’era”. La vergogna è quella di Étienne Lantier che gira per le miniere di Montsou, nel Nord della Francia, alla ricerca di un lavoro. La prima grande rivoluzione industriale, proseguita in una seconda, aveva sparso smisurate illusioni. Che la vasta depressione ridimensionava e riduceva ora alla fame chi aveva investito tutta la propria esistenza in quei luoghi infernali. Chi aveva abbandonato le campagne per migliorare la personale vita. Uomini addirittura non più abituati alla luce del sole o della luna, che nel vederla ne restano ammaliati, sorpresi della scoperta. E gradualmente le società si trasformarono da strutture agricolo-manifatturiera-artigianali in un esercito di operai in tuta blu.    Con l’avvento della terza rivoluzione industriale e telematica connaturata alla globalizzazione, una nuova conversione dell’ordine produttivo e del tessuto socio-economico ha soppiantato la precedente. Un mutamento che ancora ripone tutta la sua fiducia nello sviluppo tecnologico sempre più spinto, che progressivamente sostituisce in modo irreversibile l’apporto umano nella catena produttiva....

Un poeta in lotta con la materia / Con Ariosto, senza Calvino

Chi è Ludovico Ariosto, del cui capolavoro, l’Orlando furioso, si è celebrato quest’anno il cinquecentenario con un’incredibile serie di eventi, convegni, spettacoli e mostre? Per molti Ariosto, o ‘l’Ariosto’, come preferiscono alcuni che così ne hanno imparato il nome sui manuali di scuola, è quasi uno pseudonimo di Italo Calvino. Sì, perché Calvino è il filtro attraverso cui ancora molti, intellettuali o semplici curiosi, leggono il poema ariostesco, che Calvino raccontò a un pubblico medio-colto con una mirabile operazione letteraria ed editoriale in apertura degli anni Settanta. Prendersela con Calvino sembra che sia diventato uno sport letterario, dopo una generazione cresciuta alla sua ombra: ‘se l’ha detto Calvino’, era il mantra di professori e studenti tra gli anni Ottanta e Novanta. A chi ha avuto maestri soffocanti capita di sbarazzarsene con la stessa facilità con cui li aveva un tempo adorati.    Eppure, nel caso di Ariosto, Calvino è responsabile di una tale calvinizzazione che non si può restare indifferenti. Ariosto è per la maggior parte dei lettori, chi ne ha letto un po’ e chi ne ha letto tanto, il poeta della fantasia senza briglie, dell’inesauribile...

Prima venne l'Epifania / La Befana

Il nome della Befana e l'Epifania   È normale che i nomi vengano dopo le cose. Al principio infatti sono le cose, cose naturali che ancora non si chiamano però, e solo in seguito vengono i nomi che ad esse sono, dagli uomini, assegnati: nomi comuni: montagna, pecora, ragazzo, e nomi propri: Monte Bianco, Dolly, Giovanni. Nel libro biblico della Genesi il Dio creatore assegna ad Adamo il compito di dare i nomi alle cose: in qualunque modo le avesse chiamate, «quello doveva essere il loro nome» (Gn 2,20). E così fu sancito, tra il resto, il principio di possesso e sfruttamento della natura da parte dell'uomo. Uscendo dalla mitologia per entrare nella storia, l'uomo, divenuto nella arguta definizione di Max Frisch homo faber, cominciò a fabbricare cose artificiali, o manufatti, e a dar loro nomi: clava, tavola, sedia, cucchiaio. E dopo essersi evoluto nientemeno che in homo sapiens sapiens, il nostro eroe scoprì e inventò sempre nuove realtà e nuove forme, continuando a dar loro nomi, dalla «vitamina» o ammina della vita alla «poubelle», la pattumiera, dal nome del prefetto di Parigi che nel 1883 uniformò i recipienti per la raccolta dei rifiuti legando ad essi per sempre il...

Dare pace all’infinita distesa delle esistenze offese / Le Vite Minuscole di Pierre Michon

Pierre Michon in Francia è un autore di culto. Alla sua opera sono dedicati convegni, numeri monografici di riviste e numerosi saggi, tra i quali, nella collana economica Foliothèque riservata principalmente ai classici francesi, un bel commento di Dominique Viart a Vite minuscole, tradotto da Leopoldo Carra per Adelphi (p. 204, E. 18) a più di trent’anni dalla sua prima pubblicazione in Francia, accolto con grande e diffuso favore anche da noi.   Personalmente, leggo Michon sempre con un sentimento contrastato, altalenante tra ammirazione e fastidio, dovuto in gran parte al suo stile, cioè esattamente a quello che piace a molti lettori e critici francesi. Michon si attesta in genere, sia per linguaggio che per “sentire”, su un registro letterariamente alto, ricco di metafore e acrobazie sintattiche, salvo poi ribaltarlo ogni tanto con piccoli tuffi nel suo corrispettivo speculare basso e “volgarmente” diretto, e in un analogo sprezzante e cinico atteggiamento, sia come narratore che in quanto personaggio. Il linguaggio ‘medio’ in linea di massima lo evita come una tentazione maligna, salvo poi, quando non può fare a meno di resisterle, specie nei passaggi più...

Leggere John Berger, alcuni libri

“Ci può essere amore senza pietà?”, si domanda a un certo punto Odile, voce narrante di Una volta in Europa (tr. it. Maria Nadotti, Bollati Boringhieri, 2003). L’interrogativo ritorna più volte, in varie forme e modi, nel libro di racconti di John Berger, sua ultima prova narrativa. È una domanda cui è difficile rispondere; le storie che Berger ci narra sono tutte la variazione intorno a un medesimo tema: l’amore come pietà. I protagonisti dei cinque racconti sono dei perdenti, che mostrano in modo differente il nesso inscindibile che esisteva un tempo tra l’amore e il sentimento di compassione che si prova dinanzi alle sofferenze degli altri (e alle proprie).   La civiltà di cui Berger racconta è quella contadina, giunta al tramonto in Europa negli anni sessanta del XX secolo, dopo oltre mille anni di quasi assoluta continuità. Lo sguardo stesso con cui Berger si rivolge ai suoi personaggi è improntato alla pietas, sentimento insieme pagano e cristiano, che implica una dose notevole di dignità, senso dell’onore, forza d’animo. Félix è un contadino di quarant’anni che resta solo dopo la morte della madre e si mette a suonare la fisarmonica; Boris è un allevatore di pecore e...

Museo Fortuny, il più blasonato dei Musei Civici / Il rumore del genio, Mariano Fortuny

C’è un gran brusio quando Mariano Fortuny vede quella luce tagliare il pavimento, ma forse non lo percepisce assorto com’è in quel che gli salta agli occhi. È il 1899, lui ha 28 anni, e già l’incanto per Parigi e per Venezia lo ha preso. La pittura che ha praticato per anni sul solco paterno e appreso a bottega e dai familiari non riempie la sua insaziabile voglia di nuovo, e la vita di società che gli si prospetta non è per lui un tempo speso bene. Piuttosto è la Ville Lumière a incatenare il suo pensiero con l’elettricità e Venezia a legarlo per sempre con i suoi riflessi di luce.    Palazzo Fortuny ph. Anna Toscano   La luce entra dal tetto del suo studio all’ultimo piano di palazzo Pesaro degli Orfei e colpisce il pavimento, un momento epifanico, la rivelazione nel pensiero della ricerca. Il pensiero fa rumore? Poco più in là il palazzo di famiglia sul Canal Grande con madre e sorella e il chiacchiericcio salottiero della società intellettuale europea; molto più in là lo studio parigino e il rumore del realizzare brevetti con gli operai. E sotto, al primo e secondo piano di palazzo Pesaro degli Orfei, segni di un fasto passato ora occupato da piccole stanze...

Una passione “more geometrico demonstrata” / Gabriele Basilico in Marocco

Nell’estate del 1971 Gabriele Basilico parte con Giovanna Calvenzi e due amici, Leo Ferrari e Claudia Kerpan, per il Marocco. Viaggiano con la Citroën, una Ami 8. Prima di arrivare nel paese africano attraversano Francia e Spagna. Gabriele sta studiando architettura; ha una grande barba scura e folti capelli; è magro e possiede uno sguardo intenso. Reca con sé due Nikon F. e pellicole in bianco e nero, e poi alcune a colori. Giovanna studia invece Lettere. Sono già stati in Iran, e come molti studenti dell’epoca amano i paesi esotici. L’itinerario è stato pianificato a tavolino: Tangeri, Tétouan, Chefchaouen, Fès, Meknes, Volubilis, Rabat, Casablanca, Marrakech, Essaouria, Ouarzazate, M’hamid, Agadir, Tiznit, Guelmin. Di questo viaggio resta una serie di rullini da trentasei fotogrammi e in una scatola il progetto di un libro mai pubblicato insieme a un foglietto che lo organizza: “Ordine e contenuto degli argomenti”.   Alto Atlante, 1971.   Vi sono indicati in quattro sezioni i capitoli e la distribuzione delle immagine scattate. Basilico non era in quel momento un fotografo, eppure era già un fotografo. Non di semplice immagini, ma di libri. Il progetto è lì a...