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25 aprile 2017 / Ancora e sempre Il partigiano Johnny

Quando nel discorso del 26 luglio 1943, quasi atto fondativo della Resistenza, Duccio Galimberti definiva “pena atroce” il conflitto che si sarebbe scatenato, i giovani volontari e i soldati sbandati avranno subito pensato al duro combattimento contro i nazifascisti, fatto di raid. Ovvero di rapide azioni, di danneggiamento o di sottrazione, da parte di pochi uomini che agiscono in netta inferiorità di forze nel campo nemico e che configurano un’andata e un ritorno, aggiungendo che esse sono una figura tipica della guerriglia di resistenza. Nel più importante romanzo resistenziale, oggi ancor più completo e splendido nella versione critica offerta da Gabriele Pedullà con il titolo Il libro di Johnny, la parola ricorre due volte come del resto il fatto; ben più frequente un'altra forma che probabilmente chi ascoltava le parole di Duccio non si sarebbe aspettata, quella dell'Anabasi. L'opera, scritta dall'ateniese Senofonte, racconta nel primo capitolo dei diecimila mercenari, provenienti da varie parti della Grecia, messisi al servizio di Ciro il Giovane che andava preparando una coperta guerra per scalzare dal trono il fratello Artaserse II. Alla morte di Ciro nella battaglia di...

PAC (29 Marzo 2017 - 04 Giugno 2017) / Santiago Sierra. Il denaro e la colpa

In quest’epoca di crisi, di conflitti e di ascesa di nazionalismi, gli artisti o scelgono di disinteressarsi ai fatti del mondo ripiegandosi su loro stessi – e quindi, nei casi più felici, grandi narrazioni sull’io, sull’esistenza, sulla psicoanalisi – oppure, al contrario, operano una critica delle condizioni sociopolitiche del nostro tempo. Spesso il rischio è quello di scadere in una retorica buonista, quando non superficiale, oppure di produrre mostre densissime, complesse, cerebrali, forse più simili ad una tesi di laurea in Scienze Politiche. Pochi sono in grado di mettere a nudo i meccanismi del sistema dall’interno come Santiago Sierra (Madrid, 1966), con durezza e rigore, ma anche in maniera lineare.   Santiago Sierra, Black flag. L’artista infatti individua un problema, una falla nel tessuto sociale, e lo mostra per quello che è. Spesso realizza performance controverse in cui sfrutta direttamente con quelle fasce di popolazione in cui si individua una criticità (come disoccupati, immigrati, prostitute) per dare loro voce. Offre loro un salario minimo per svolgere azioni spesso inutili quando non dolorose, come farsi tatuare una linea sulla schiena, come in...

Intervista a Alexandra Irimia / Il risveglio della Romania

Nonostante i riflettori della stampa internazionale si siano spostati altrove, il risveglio collettivo della coscienza civile in Romania avvenuto nei mesi passati continua a mietere i suoi frutti. Anche in questi giorni continuano le partecipatissime manifestazioni politiche contro la corruzione, completamente auto-organizzate ed autogestite dai cittadini rumeni che hanno dato prova di grande coesione, solidarietà e soprattutto efficacia nell'ideare una protesta omogenea e trasversale alle varie aree politiche e alle molteplici realtà sociali presenti nel loro paese.   Ma come si organizza un'azione di piazza efficace nel 2017? Quali sono i retroscena di una protesta pacifica che ha impedito che la corruzione fosse resa legale dalle istituzioni stesse? Come è nato e come si è espresso il malcontento verso la palese corruzione dello stato rumeno? Quali sono i mezzi, i luoghi e le entità coinvolte? Lo abbiamo domandato ad Alexandra Irimia, dottoranda e assistente di ricerca presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Bucarest e attivista coinvolta fin dall'inizio nell'organizzazione delle proteste.   “Il malessere che anima le proteste è partito molto lontano”, dice...

A proposito di tre libri recenti di Sabino Cassese / Un nuovo ruolo per gli Stati?

Sabino Cassese è un poliedrico scrittore di scienza politica al di là della sua passione che è la scienza dell'amministrazione. Scrivere di lui è molto complicato per almeno quattro ragioni. La prima è banale: produce in poco tempo molti libri, spesso con il carattere di interventi su punti specifici, che per forza si rimandano uno all'altro. C'è tuttavia, nella sue pubblicazioni più recenti, una spina dorsale, il volume Governare gli italiani. Storia dello Stato (Il Mulino, 2014). La seconda difficoltà è che le sue analisi sono lucide e in genere condivisibili ma – ed è la terza difficoltà – le cause dei fatti che identifica lo sono certamente meno e così – ed è il quarto problema – le soluzioni che suggerisce, sia pur indirettamente, sembrano difficili da realizzare se non si esce da una storia tutta istituzionale e se non ci si avventura in una storia sociale e antropologica dei comportamenti dei cittadini.   I suoi lavori recenti sono costruiti su quattro elementi: la necessità di tener ben distinte politica e amministrazione, la costruzione delle leggi e la loro applicazione concreta col rinvio continuo al modello della modernità nord europea: Francia, Inghilterra e...

“Personal Shopper”, di Olivier Assayas / Tra l'invisibile e l'ipervisibile

La struttura di una qualsiasi Storia si costruisce attraverso la distribuzione evenemenziale degli eventi, tentando di tenere insieme gli elementi di continuità e discontinuità. Anche legando queste due dimensioni, c’è un momento in cui l’evento viene dichiarato chiuso, dove si mette il punto e si va capo. Tuttavia nello scollamento tra il punto e l’a capo si presenta un “resto”, un sentire inquieto che sussiste simultaneamente dentro e fuori l’evento. Questo resto non è un avanzo, come la nostalgia, o, peggio ancora, il rigurgito di una totalità consumata, ma una sostanza feconda che fa resistenza alla dichiarazione e di conseguenza alla propria chiusura insieme a quella dell’evento.   Olivier Assayas è senz’altro uno dei più grandi a mettere in forma questo “resto”, a renderlo sempre – per citare il titolo di un suo film di alcuni anni fa – un Boarding Gate da cui aggredire il proprio tempo. Une Adolescence dans l'après-mai, libro-lettera indirizzata ad Alice Becker-Ho, vedova di Guy Debord, e il film Après Mai (in italiano Qualcosa nell'aria) possono sembrare opere nostalgiche di un sessantotto parigino mancato di un soffio, mentre invece è proprio di quel soffio che...

Esce oggi la nuova edizione di Witold Gombrowicz, Cosmo / L’ordine della follia

«Gombrowicz è uno degli alleati più onesti che si possano avere nella vera rivoluzione contro il amore, la arte, gli immortali princìpi e tutte le fregnacce che sai», così scriveva Roberto Bazlen, il 16 dicembre del 1958, all’amico editor dell’Einaudi Luciano Foà, a proposito dell’ipotesi, da lui caldeggiata entusiasticamente, di pubblicare il primo romanzo dello scrittore polacco. La carica eversiva dei suoi straordinari libri, e in particolare di Cosmo, è talmente forte da autorizzarci a pensare che ancora oggi possano fare scandalo e aiutarci, divertendoci, ad aprire gli occhi sui nodi che aggrovigliano la nostra civiltà.    «Le cose sono le cose, e l’uomo non è che l’uomo» diceva Alain Robbe‑Grillet. Così si potrebbe sintetizzare il senso del romanzo filosoficamente più ambizioso di Witold Gombrowicz. Il critico Kot Jeleński, nel 1965, definì Cosmo: «Uno dei libri contemporanei più sensazionali e profondi. […] È la trasposizione artistica del problema del determinismo, delle fluttuazioni di tutta la scienza contemporanea. Ed è anche una delle prime incursioni in un regno trascurato da Freud: l’inconscio fisico. La parte che è legata al funzionamento dell’intero...

La cerimonia di Oscar de Summa / Edipo nella società senza padri

“Because family is at the heart of sings, i guess…”, poiché la famiglia è al cuore di tutte le cose, io credo, diceva il drammaturgo Martin Crimp in Attentati alla vita di lei. E in effetti, da Eschilo a Lagarce, da Shakespeare a Ravenhill, da Molière a Pirandello e a Lucia Calamaro, sembra alle volte che il teatro non abbia raccontato e messo in scena altro – altro che famiglie, immancabilmente infelici, e sordidi delitti di famiglia destinati a diventare modelli di intere fondazioni sociali. Ma che ne è della famiglia, delle sue inibizioni e dei suoi tabù, nel mondo in cui il padre reale non veste più i panni di quello simbolico e non sbarra più il passo al desiderio, ma ne è a sua volta contagiato? È quel che si chiede Oscar de Summa nel suo La cerimonia presentato sul palcoscenico del Fabbrichino di Prato nelle dimesse spoglie di un dramma di tutti e di nessuno: un tavolo e quattro personaggi in contro-luce seduti attorno a esso che del vecchio universo tragico si portano appresso dei nomi tronchi, secondo l’uso di quel pigro gergo adolescenziale che imperversa un po’ ovunque (con amo e amo’ al posto di amore), mentre, quanto a loro, sono figure perfettamente contemporanee,...

Domani ad Astino inaugura la mostra a lui dedicata / Mario Giacomelli: verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Nel bianco del letto d’ospizio, una donna anziana dorme profondamente. Sogna, forse, con un fazzoletto sulla testa, il paradiso o la prossima vita. Le si vede un occhio solo, il naso degli ultimi respiri, e il labbro di una bocca senza più denti. Dorme tra le pieghe di un’altra dimensione. Il suo sudario è reale e metafisico al contempo. L’immagine è insieme drammatica, densa di tenerezza e magnetica: “Sai perché per me è bella? Tu vedi la vecchia, l'ospizio.   Mario Giacomelli, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1966 - 1968, courtesy archivio Mario Giacomelli, Senigallia. Ma se tu la guardi ancora meglio, non c'è più né vecchia né ospizio, è come un mare bianco, come una barca su un'onda. Ma questo è venuto dopo che ho pianto dentro di me una quantità di volte, di fronte ad altre immagini. Non so se questa è più importante, per me sono tutti attimi, come il respiro, quella prima non è più importante di quella dopo, ce ne sono tanti, finché tutto si blocca e tutto finisce. Quante volte abbiamo respirato questa sera? Nessun respiro era più bello dell'altro e tutti insieme sono la vita” (cit. in: Frank Horvat, Entre Vues, Paris 1990).   Mario Giacomelli, Verrà...

«A/traverso» e lo spirito del tempo / 77. Conversazione con Bifo

Luca Chiurchiù: «A/traverso»: una rivista che ha fatto scuola a tutte le testate indiane del ‘77, ma anche a quelle odierne, soprattutto per le sue tecniche grafiche e il suo linguaggio innovativo. A quarant’anni da allora, qual è secondo te il primo aspetto per cui «A/traverso» dovrebbe essere studiato e riletto?   Bifo: Prima di tutto non credo che ci sia qualcuno così pazzo da leggere «A/traverso», né qualcuno che ci riesca. Io stesso non l’ho mai letto veramente. È difficile leggere le sue pagine, si fa fatica e ci si perde: le colonne sono sbagliate, gli articoli non si sa dove vanno a finire… Credo che sia la dimensione grafica ad acquistare un’importanza decisiva, così come nel Punk, perché il messaggio ha caratteristiche simili all’effetto di una droga, di una dimensione alterata della coscienza. La grafica non spiega qualcosa attraverso i passaggi logici, ma presenta il messaggio brutalmente, in maniera sinestetica e immediata.  Direi che «A/traverso» rappresenta un segno del mutamento dello spirito del tempo. In questo senso è piuttosto filosofia che letteratura, ma poi questa distinzione non significa quasi niente: ce lo hanno insegnato le avanguardie,...

Macron, Fillon, Le Pen, Mélénchon / Le parole dell'Eliseo

Questa è una breve analisi metaforico-concettuale di alcuni discorsi elettorali di quattro candidati alle elezioni presidenziali della Repubblica Francese, che si terranno il 23 aprile (primo turno) e il 7 maggio (secondo turno): il Discorso di Emmanuel Macron (En Marche!) a Bobigny del 16 novembre 2016; il Discorso di François Fillon (Les Républicains) a Parigi del 18 novembre 2016; il Discorso di Marine Le Pen (Front National) a Lione del 5 febbraio 2017; il Discorso di Jean-Luc Mélénchon (Parti de Gauche) a Parigi del 18 marzo 2017.   Emmanuel Macron e la marcia della giovinezza verso il mondo nuovo   Il movimento/partito di Emmanuel Macron si chiama En Marche (acronimo EM, come le iniziali del suo leader) e tutto l'impianto metaforico-immaginario del discorso (qui la trascrizione in francese) ripropone continuamente la medesima idea di marcia, cammino, movimento. La metaforica dominante è dunque quella della mobilità, del cammino, della marcia in avanti, dell'avanzata verso un mondo nuovo. Seguono, in ordine di frequenza, immagini convenzionali della politica come lotta, conflitto e combattimento contro l'avversario; convenzionali e trite sono anche le immagini...

Carla Subrizi | Gianfranco Barucchello / L'effetto Duchamp

Elio Grazioli - Quando pensi all’Orinatoio di Duchamp, quali artisti della seconda metà del secolo scorso ti vengono in mente che se ne siano ispirati nei modi più diversi?   Carla Subrizi - Tento di rispondere riferendomi a quattro artisti e a quattro opere che ritengo molto importanti non soltanto perché si riferiscono a Duchamp, sebbene in modi diversi, ma perché ognuna di queste opere ha messo in atto qualcosa di “duchampiano”, estendendo o ribaltando, comunque duchampianamente, senso, significati e possibilità dell’arte stessa. Potrebbero essere citati moltissimi artisti ma scelgo questi quattro perché mi permettono di fare alcune riflessioni. Non amo le tassonomie. L’effetto Duchamp non è mai finito, non soltanto attraverso il ready-made o il ready-made del ready-made ma per una critica a tanti paradigmi e principi, fortemente radicati in una idea di arte direi occidentale, ancorata a nozioni come quelle di autore, celebrità, precursori e invenzione. Cito quindi alcuni artisti, e soprattutto artiste, non seguendo un ordine cronologico, per sottolineare gli aspetti che ritengo veramente dirompenti nel loro lavoro. Prima di tutti Sturtevant (1924-2014): questa artista ha...

Visioni d’artista / Dewey Dell e la Caverna Chauvet

“Un ingresso nelle parti cave”. Questa espressione accompagna Ermanna Montanari nello svelare Enter, “chiamata agli artisti in forma di festival” cui l’attrice del Teatro delle Albe ha dato vita a Ravenna questa primavera. Con una dedica a Cristina Campo, tesa a onorare l’imperdonabilità degli artisti nel proprio rispondere a una bellezza verticale, si è guardato a figure e opere seguendo la via di uscita allo scoperto di qualcosa che ribolle nel profondo. Tra le presenze di Enter – oltre a Lucia Calamaro con La vita ferma, a Mimmo Borrelli con Napucalisse, a Yuri Ancarani con The Challenge – la giovane formazione teatrale Dewey Dell (composta dai fratelli Agata, Demetrio e Teodora Castellucci e Eugenio Resta) con il più recente esito della propria composizione sonora e coreografica, Sleep Technique, ispirato alla vertigine generativa emanata dalla celebre Caverna Chauvet, custodia di tracce d’arte paleolitica e senza tempo.      Scoperta nel 1994 dagli speleogi-archeologi Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel Deschamps e Christian Hillaire a Vallon-Pont-d’Arch, in Ardèche (Francia), la caverna conserva le pitture rupestri più antiche al mondo per quanto riguarda l’...

Uno spettacolo tra memoria e presente / “Chiedi chi era Francesco”

I bolognesi Teatri di Vita ricordano il 1977 con Chiedi chi era Francesco, uno spettacolo scritto da Grazia Verasani e diretto da Andrea Adriatico con Olga Durano, Francesca Mazza, Gianluca Enria, Leonardo Bianconi e con Anas Arqawi, Francesco Bonati, Nunzio Calogero, Giovanni Magaglio, Lorenzo Pacilli, Davis Tagliaferro (in scena dall’11 al 16 marzo). In una radio, oggi, al microfono di una speaker sessantenne si alternano ricordi di chi quei fatti li ha vissuti e domande di chi è nato dopo, mentre un incendio divora un Cie, un centro di identificazione e espulsione per migranti. Abbiamo chiesto all’autrice, che nel ‘77 aveva tredici anni, e al regista, allora undicenne, di raccontare la genesi e le motivazioni di questo lavoro, inserito in una stagione intitolata “C’era una rivolta”.   Gianluca Enria.    La rivoluzione è solo un sentimento?  di Grazia Verasani   Due adolescenti corrono per le strade del centro di Bologna, tenendosi per mano. Sono appena uscite da scuola e si sono ritrovate sotto un cielo plumbeo che non preannuncia nessuna primavera, ma forse è perché l’aria è intasata dal fumo dei lacrimogeni che pizzica gli occhi ed è come se le...

11 aprile 1987 - 11 aprile 2017 / Conversazione con Primo Levi: "sono incapace di odio"

Primo Levi, com’è fatto il suo tavolo di lavoro? È una scrivania con due facce: c’è una faccia arcaica, classica, con una macchina per scrivere, i cassetti e la cancelleria varia verso Nord, e verso Sud c’è una videoscrivente, che è il mio idolo attuale, a cui mi sono prosternato, dal quale mi sono lasciato corrompere e col quale attualmente scrivo, col quale devo fare i conti, una volta entrati è difficile uscirne. Mi accade abbastanza sovente durante la giornata di cambiare posto, di fare una giravolta intorno alla scrivania a seconda se opero dal lato Nord o dal lato Sud.   E la penna? Serve ancora, naturalmente, non solo per firmare. Anzi, è venuta ad eliminarsi la macchina per scrivere, automaticamente, invece la penna sussiste.   La videoscrivente è già sintomo di grande precisione, ma nel suo lavoro, nei suoi orari, lei è ordinato? Sì, ufficialmente sono molto ordinato. Poi, nel fatto le cose vanno un po’ diversamente e finisce che qualcosa si perde proprio per mancanza di ordine. Anzi, uno degli scopi della videoscrivente sarebbe quello di mettere tutto in memoria, in modo che nulla vada perduto.   Ma lei si dà degli orari, come Moravia, al mattino dalle …...

Un mito amoroso-politico / Didone fondatrice di Cartagine

Inizieremo entrando in una città, anzi in ciò che ne resta dopo la totale distruzione, una sorta di genocidio a dire il vero, compiuto dai Romani vincitori di Scipione l'Emiliano nel 146 a. C. In una città antica, ora in rovina, che coglieremo al momento della nascita: Cartagine. Cartagine si trovava e si trova, per quel che ne resta, sulla costa settentrionale dell'attuale Tunisia e fu protagonista delle Guerre Puniche combattute a cavallo tra il III e il II secolo a.C. contro Roma per il predominio sul Mar Mediterraneo, che si risolsero con la totale supremazia di Roma. Puniche in quanto i romani, che ben conoscevano il mito della fondazione di questa città, chiamavano punici i cartaginesi. Il termine punico è una corruzione di fenicio, come Cartagine è una corruzione del fenicio Karth Hadash (città nuova).  Ma torniamo a guardare la nostra città in costruzione, dove i Tiri (ancora un sinonimo per Cartaginesi, giacché provenivano da Tiro in Fenicia) lavorano alacremente, simili a api che turbinano in primavera nella campagna fiorita, secondo quanto recitano i versi del libro I dell'Eneide di Virgilio:   alcuni elevano mura, costruiscono la rocca  e rotolano...

“Totò, Peppino e la... malafemmina”, 1956 / Due uomini e una lettera

Quello che mi ha sempre colpito di Totò è lo sguardo. Gli occhi densi di una malinconica serietà, che mai lo abbandonava, nemmeno nelle scene più esilaranti. Mi è sempre parso che ci fossero due Totò, e non parlo della differenza tra l’uomo pubblico e quello privato, che pure c’era e che spesso è stata raccontata; parlo di quella particolare capacità di farti vivere due sensazioni quasi opposte. Totò che ti fa ridere e, contemporaneamente, ti mostra un uomo povero e carico di speranza, che ha fame ma che non perde mai l’ironia, come il Felice che scrive la lettera sotto dettatura in Miseria e Nobiltà (di Mario Mattoli, 1954); e questo tutto insieme, perché alle parole e alla mimica facciale è abbinata – e per sempre – la tristezza che emanano i suoi occhi. Queste caratteristiche risultano ancora più evidenti se esaminiamo la scena della scrittura della lettera in Totò, Peppino e la... malafemmina (di Camillo Mastrocinque, 1956).      Totò che detta la lettera (che dovrà salvare il nipote dalle grinfie della malafemmina) a Peppino De Filippo è uno dei vertici della comicità italiana. Intanto: la “spalla”. Lo straordinario talento comico di Totò, qui e in moltissimi...

Domani a Ravenna alla Festa di doppiozero / Primo Levi: molto più che un testimone

Domani Aldo Zargani sarà con noi a Ravenna, alla Festa di doppiozero.   “Gli esseri viventi hanno evoluto considerevoli adattamenti complessi, ma siamo ancora vulnerabili alle malattie. Una delle più gravi – e forse la più enigmatica – è il cancro. Un tumore canceroso si è adattato alla sopravvivenza in modo straordinario e grottesco. Le sue cellule continuano a riprodursi anche quando le cellule “normali” si sarebbero già fermate da tempo: distruggono i tessuti circostanti per farsi spazio e ingannano l’organismo in modo da farsi fornire energia per crescere ancora di più. Ma i tumori non sono parassiti esterni che hanno acquisito sofisticate strategie per sferrare un attacco al nostro corpo. Sono fatti delle nostre stesse cellule che ci si rivoltano contro”.   Questo è l’inizio di un articolo di Carl Zimmer, giornalista scientifico del NY Times. L’evoluzione delle specie fu descritta da Spencer assai prima di Darwin e Darwin la conobbe prima di scrivere il suo capolavoro, intitolato appunto L’evoluzione delle specie, nel quale l’originalità di Darwin, che è anche la nostra salvezza, consiste nell’inserire la casualità nell’evoluzione. L’evoluzione predestinata, oltre...

Dell’infanzia resta il «gesto» / Cy Twombly, la caduta dell’antico

A un certo punto delle due settimane passate in Tunisia con August Macke e Louis Moilliet, nella primavera del 1914, scrive nel suo diario Paul Klee: «il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Quest’è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore». Anche per il suo maggior erede, Cy Twombly, decisivo è un viaggio in Nord Africa. Nell’autunno del ’52 sbarca per la prima volta a Roma, in compagnia di Robert Rauschenberg (che ha conosciuto due anni prima all’Arts Studentes League di New York, e col quale ha poi frequentato i corsi di Shahn, Motherwell e Olson al Black Mountain College); di lì passa in Marocco, dove resta un paio di mesi. In entrambi i casi, decisiva si rivela la ferocia calcinante della luce: che riduce forme e volumi, li fa precipitare a piombo, li assottiglia in ombre filiformi.   Per dirla con una delle tante memorabili osservazioni di Roland Barthes (nel dittico saggistico del ’79 – sapientemente sollecitato da Yves Lambert, gallerista parigino di Twombly – col quale s’inaugura la fortuna internazionale dell’artista: i due testi sono ora raccolti nel volumetto Cy Twombly, Seuil...

Sardegna/Napoli / Lingue corpo scena: Macbettu, Napucalisse

C’è un teatro mortale e un teatro sacro, c’è un teatro performativo e un teatro del reale, c’è un teatro di convenzione e uno di ricerca, uno di tradizione e un altro di innovazione. E c’è un teatro tellurico, che mira ad aprire lo sguardo verso immagini profonde, con mezzi diversi. Castellucci che scuote con macchine a pistoni che danzano il Sacre du printemps di Stravinskij, o che trascina lo spettatore in suoni insopportabili di terremoti-apocalisse. Un teatro di emozioni devastanti, di immagini sconvolgenti, ma anche di parole ingrugnate, epilettiche, che aprono altre zone della percezione o semplicemente di forme di socialità differenti da quella dominante borghese. Quest’ultimo teatro è associato spesso ai suoni rudi, inurbani (in senso proprio, contadini, arcaici nella nostra società che ha industrializzato e urbanizzato tutto, le campagne, i paradisi esotici, le montagne, la primavera, l’inverno…), ai suoni gutturali, idiolettici dei dialetti.   C’è stato un momento in cui il teatro pensava in generale di poter sfuggire dalla sua inefficacia di rito borghese attingendo ai dialetti. Dal teatro di Eduardo a quello più denso di umori plebei di Viviani, a quello di...

La vita minerale di Abraham Poincheval / L'artista che cova le uova a Parigi

Vivere all’interno di cose poco più grandi di noi, ecco l’ossessione dell’artista Abraham Poincheval, nato nel 1972 a Marsiglia. Invitato nel 2014 al Musée de la chasse et de la nature di Parigi, Poincheval cerca un modo d’intrufolarsi nello spazio espositivo. Finisce per chiudersi tredici giorni dentro la pelle di un orso, con una decina di libri e un’alimentazione ursina. Una fusione con l’animale che porta l’artista a ibernarsi, rendendo i tre giorni e le tre notti di Giona nel ventre della balena facile come un fine settimana al mare. “Mi interessava essere presente fisicamente [nel museo] senza apparire veramente. Pensavo alla storia del cavallo di Troia. Mi affascinava l’idea di entrare attraverso il camouflage”. Ribaltando interno ed esterno, in seguito resta una settimana in cima a una piattaforma (1,6 x 1m), come uno stilita del V secolo. Sospeso a sei metri a Esquibien, località marittima in Bretagna, a dodici metri a Rennes e a venti metri sopra l’esplanade della Gare de Lyon, limitando al massimo i movimenti, osserva il formicolio dei pendolari che vanno e vengono. Nello spazio indeterminato del cielo, vive un’altra esperienza interiore. Poco importa che ci si trovi...

Il Grande Fratello entra in noi / Marshall McLuhan. In pochi minuti passano anni

Nella primavera del 1965, seduto nel giardino di un lussuoso ristorante francese di New York, Tom Wolfe guarda ipnotizzato la cravatta a scatto, con affari di plastica applicati, che indossa Marshall McLuhan. Un tipo di cravatta, aggiunge lo scrittore, da 89 cents, con il nodo già preparato: qualcosa di dozzinale e insieme involontariamente snob. Siamo alla vigilia dell’esplosione di celebrità del professore dell’Università di Toronto. Tra qualche mese sarà trasformato in un guru, e il suo nome diventerà di colpo noto ai lettori dei giornali e delle riviste illustrate di tutto il mondo. Puntualmente, Wolfe racconta tre anni dopo la folgorante apparizione dell’astro, l’autore di Galassia Gutenberg (1962), in un lungo articolo intitolato non a caso “E se avesse ragione?”. Vi riporta una frase di McLuhan, a sua volta citata da un altro autore: “La celebrità è una persona nota per la sua notorietà”. A questa celebrità collabora, del resto, il ritratto stilato da Wolfe, impeccabile cronista mondano, in pagine folgoranti.   Lo scrittore americano – diventato a sua volta noto per aver inventato l’espressione “radical  chic” e per aver dato un perfetto ritratto degli anni...

Poeti si nasce / Evgenij Evtušenko

Poeti si nasce, e lui lo nacque. Tribuni del popolo si diventa, e lui lo diventò. Suo è uno dei versi più veritieri della storia culturale russa, “un poeta in Russia è più che un poeta”, poi banalmente inflazionato dalla troppa fama, proprio un po’ come colui che lo aveva scritto. L’impegno sociale e civile che non poteva escludere quello politico portò Evtušenko a diventare, al fianco di alcuni colleghi, la rock star che l’Unione Sovietica degli anni Sessanta ancora non aveva conosciuto. È stato indiscutibilmente stato un personaggio, oltre che un poeta, e parlare di lui significa restituire quell’atmosfera e quel partecipato entusiasmo per la poesia che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, aveva infiammato i ragazzi sovietici, fatto rinascere speranze e dato il nome a una generazione, šestidesjatniki (quelli degli anni Sessanta), epoca che, proprio con la morte di Evtušenko, va considerata chiusa per sempre. Erano gli anni del cosiddetto disgelo chruščëviano, successivi alla denuncia dei crimini di Stalin pronunciata al XX Congresso del Partito Comunista nel fatidico 1956.   Anni in cui gli anziani si ritrovavano spaesati per un ennesimo cambio di...

Marcel Duchamp / L'orinatoio che immaginò l'arte contemporanea

Iniziamo con l’uscita di oggi un “dossier” per ricordare a modo nostro il centenario di una delle opere considerata tra le più scandalose e al tempo stesso più influenti del XX secolo, "Fountain" di Marcel Duchamp, il readymade noto da noi anche come l’“Orinatoio”. Opera in realtà dai diversi risvolti, sia storici per le sue vicissitudini, sia ermeneutici per le sue interpretazioni, merita di essere riconsiderata anche oggi. Dunque lo faremo con interventi diversi. Partiamo con un testo che ne ricostruisce per tutti la vicenda e il significato. Seguiranno altre tre uscite che vedranno due interviste al suo interprete e amico storico  italiano, Arturo Schwarz, e all’autrice della monografia italiana più recente sull’artista, Carla Subrizi, per chiudere con un testo riassuntivo e rilanciante del curatore del dossier, Elio Grazioli. Ognuno di questi tre interventi sarà accompagnato da un contributo inedito di tre artisti che tra i primi hanno riconsiderato Duchamp e "Fountain" in particolare, tre artisti diversissimi tra loro, che proprio per questo disegnano anche la varietà delle riletture effettuate e ancora probabilmente possibili. EG     Il 10 aprile 1917,...

A Palazzo Morando (Milano) fino al 9 aprile 2017 / Manolo Blahník: ossessioni in mostra

“Siate audaci, siate differenti, siate poco pratici, siate qualsiasi cosa che possa affermare l'integrità della convinzione e dell'immaginazione contro i prudenti, le creature del luogo comune, gli schiavi dell’ordinario”. Non potevano che essere le parole dello scenografo Cecil Beaton ad aprire il volume Manolo Blahník. The Art of Shoes. La ricerca delle perfezione (Skira 2017), considerato dal noto creatore di calzature colui che più di quarantacinque anni fa lo ha ispirato a intraprendere questa carriera. Le visioni creative di Blahník vengono narrate nel catalogo dell’omonima mostra internazionale itinerante, che ha come prima tappa il Palazzo Morando di Milano, dal 26 gennaio al 9 aprile 2017, seguito dal prestigioso Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo e poi dal Museum Kampa di Praga. Nelle 128 pagine a colori Manolo Blahník prende per mano il lettore e lo accompagna in un tour alfabetico con soste scandite da aneddoti di vita quotidiana e passioni, ricostruite a partire dalle conversazioni con la curatrice della mostra e autrice del volume Cristina Carrillo de Albornoz, presenza talmente discreta da far sembrare il testo un’autobiografia.    Bardot e Moreno....