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Emozioni

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Teoria e scienze della cultura / La filosofia si sporca le mani

Francesca Rigotti, in un articolo recentemente apparso su Doppiozero ha ripreso e sviluppato una questione che era già stata posta, in maniera tanto acuta quanto provocatoria, da Donatella Di Cesare sul Corriere della Sera. Il titolo del pezzo di Di Cesare recitava “La filosofia tedesca è morta. Dopo 300 anni”. La tesi è la seguente: dopo un periodo di quasi indiscusso predominio, partito dall’Idealismo e ancor prima da Kant e Leibniz, la filosofia non parla più tedesco. In Germania si vanno esaurendo le cattedre universitarie che seguono la tradizione filosofica della cosiddetta “filosofia continentale” a vantaggio di quelle che hanno come indirizzo tematico e metodologico la filosofia di stampo angloamericano, quella che gli addetti ai lavori chiamano “analitica”. È sicuramente difficile riassumere lo spettro tematico delle differenze tra le due correnti filosofiche in questione, e soprattutto è difficile farlo senza pregiudizi di scuola, anche perché va tenuto conto di una serie di scontri e incontri tra le due correnti. Quello che però può essere utile sapere al lettore che non sia interno al dibattito, è che – forse – la più grande differenza che separa le due correnti è il...

Arte e nazismo / La magia dell’arte degenerata

Lilly Abraham aveva solo 11 anni quando il Kindertransport la portava da Berlino a Londra nel marzo del 1939. È per lei e migliaia di bambini come lei, che non poterono vederla, ma ne ricevettero gli esiti, che Noel Norton, Irmgard Burchard, Richard Paul Lohse, Paul Westheim e Herbert Read organizzarono la mostra Twentieth Century German Art alle New Burlington Galleries di Londra nel giugno del 1938: oltre 300 opere di artisti tedeschi, fra cui Max Beckmann, Max Liebermann, Wassily Kandinsky, Paul Klee, Georg Grosz, Otto Dix e Kurt Schwitters, vennero esposte per presentare al pubblico inglese l’arte che la Germania non avrebbe più avuto, ma che, per fortuna, passando per Londra, sarebbe diventata del mondo.     A Hitler, infatti, convinto che l’arte dovesse essere solo figurativa, Kandinsky &C. non piacevano: l’anno prima, il 1937, due mostre a Monaco avevano scavato un solco, fra l’arte come doveva essere (nella visione nazista) e l’arte come avrebbe potuto essere (ma non sarebbe stata). La prima mostra, Große Deutsche Kunstausstellung (Grande arte tedesca), tenuta nella Haus der deutschen Kunst (Casa dell’arte tedesca), ebbe fra gli spettatori anche l’ineffabile...

Conversazione con Renzo Guolo / Chi sono gli Jihadisti italiani?

Renzo Guolo, sociologo dell’Università di Padova, uno dei più noti studiosi di radicalismo, ha di recente pubblicato per Guerini e associati Jihadisti d’Italia, testo che mette al centro della riflessione i processi di radicalizzazione nel nostro paese. Un lavoro che completa la ricerca sullo jihadismo europeo, e in particolare sul caso francese, avviata da Guolo in uno dei suoi precedenti volumi, L’ultima utopia.   Professore, quanti sono gli jihadisti italiani? Innanzitutto precisiamo subito che qui per italiani intendiamo non solo quanti hanno cittadinanza italiana, per nascita o acquisizione, ma anche quanti risiedono stabilmente o hanno vissuto per un certo periodo in Italia. Una metodologia che ci consente di andare oltre la dimensione strettamente giuridica della nazionalità e che ci rivela quanto siano diffusi i processi di radicalizzazione tra cittadini e stranieri che vivono nella nostra società. I numeri si ricavano incrociando più fonti. La lista dei foreign fighters, comprende 129 elementi, dei quali meno del 20% è di nazionalità italiana dalla nascita o per acquisizione. Vi sono poi oltre 350 detenuti classificati come radicalizzati. Ai quali vanno aggiunti...

Scrittrici italiane al cinema / “Daisy Miller”: una recensione immaginaria

Anna Banti, è lei stessa ad annotarlo, andava al cinema «alle tre, tre e mezzo, l’ora delle donne di servizio». È un’immagine inedita perché intesse alla postura rigida con cui sovente viene rammentata la scrittrice fiorentina un atteggiarsi meno severo, come un dimenticare di essere Lucia Lopresti in Longhi, colta studiosa d’arte e narratrice celebre con lo pseudonimo di Anna Banti, mentre si concede il gusto di immergersi nei film insieme a spettatori e spettatrici forse meno provveduti culturalmente ma pronti, come lei, a commuoversi, ridere, annoiarsi davanti alle star del grande schermo. Così, tra le righe della scrittura sul cinema di Banti s’intrecciano la frivolezza e il rigore, e la ricerca strenua di una saldezza ideologica si accosta al piacere venato di nostalgia di rivedere i volti delle stelle che, confidente, chiama per nome: Greta, Marlene, Jean...   È certo vero che nelle recensioni – che si dispiegano in un arco di quasi trent’anni, dal 1950 al 1977, prima, come timidamente, su «Paragone» e poi, con toni più professionali, su «L’Approdo» e «L’Approdo letterario», rivista che la Rai accompagna alla rubrica radiofonica omonima − Banti si muove con piglio...

Storia di una depressione / Andrea Pomella, L’uomo che trema

“Nelle mie vene scorre solo il filo di energia che serve a tenermi in vita, per il resto sono niente più che una pelle di serpente, il brandello organico di una creatura arresa”, così si descrive il narratore e protagonista di L’uomo che trema (Einaudi, p. 216, € 18,50), titolo kierkegaardiano dell’ultimo libro di Andrea Pomella, a pochi mesi da Anni luce (Add editore, p. 150, € 13), romanzo di formazione grunge che ha ricevuto un’ottima accoglienza, del tutto meritata (vedi la recensione di Chiara De Nardi su doppiozero).    Percepirsi come “il brandello organico di una creatura arresa” non è una bella sensazione, ma è probabile che sia capitato a molti di sentirsi in uno stato simile qualche volta. A quanto pare gli italiani sono diventati il popolo più infelice del mondo. I mandolini hanno smesso da un bel pezzo di suonare, il mare di essere trasparente e il sole di brillare. Il suo colore è passato dall’oro al nero. Nero come la malinconia, come la bile, come la depressione di cui soffrono più o meno tutti i nostri connazionali, inclusi i presenti, che non sono affetti da altre patologie o da un’esagerata ottusità. Nemmeno la comune stupidità ne viene esentata....

Acqua 2 / Il sapere fluido

Se “l’accenno eracliteo” avesse potuto svilupparsi, scriveva il Gadda filosofo della Meditazione milanese (1927), “si sarebbe risparmiato pena e cammino e l’idea di sostanza, disseccando sé e inaridendo più liete fontane, non avrebbe di sé coperto ogni cosa, così come la sabbia coprì le città cirenaiche”. Anche il pensiero forma pieghe nel corso della sua storia, pieghe che tracciano i cammini entro cui scorrono le idee: così, condannata la suggestione cara al “convoluto Eraclito di via san Simpliciano”, quella per cui “la realtà si presenta come il fiume eracliteo pieno di gorghi e di forze aggrovigliate e intersecantisi”, l’Occidente ha tematizzato il primato ontologico della solidità. Il Platone erede di Parmenide invita a rivolgere gli occhi alla stabilità del mondo ideale, alla statica perfezione delle Forme, prendendo distanza dal fuggevole palcoscenico delle parvenze del mondo sensibile; i corpi che abitano quest’ultimo sono sedi di flussi continui, cavità condannate alla sterile riproduzione dello sforzo per appagare senza fine i bisogni carnali. Nelle metafore abituali del conoscere, ha osservato Michel Serres, le distinzioni solido-fluido, separato-mescolato, seppur...

Fare insieme / Ritorno a scuola. Ogni volta, l'inizio di un mondo

Per moltissime persone di diverse età che vivono e lavorano a scuola il vero capodanno è a settembre. Settembre ritorna sempre con la sua portata di novità. A volte radicale, come un cambio di ciclo scolastico o di sede di lavoro; a volte meno intensa, ma comunque con un anno in più sulle spalle – visto dalla parte dell'adulto – e una nuova stagione di vita che si dischiude – visto dal lato studente.   Ho iniziato a insegnare, ventisettenne e fresco di preparazione, nel 2001. Per essere più precisi il mio primo giorno di scuola è stato il 12 settembre 2001. Ricordo la camicia stirata e gli appunti per la Prima Grande Lezione di Filosofia, che provavo da tempo, e, come questa fosse diventata un'altra cosa, non senza sgomento, per quanto accaduto il giorno prima. Dopo aver visto crollare le torri (in televisione), da insegnante ho sentito il peso della ricerca delle parole per quello che avrei dovuto saper dire il giorno dopo e per quello che mi avrebbero chiesto. Qualcosa che aveva a che fare con la contestualizzazione dei fatti, ma anche con la catastrofe, nel suo significato etimologico di 'rivolgimento'. L'idea di futuro si faceva maceria e rovina proprio mentre iniziava la...

Ritorno al futuro / Bolaño. La letteratura nazista in America

Iniziamo oggi un nuovo speciale: Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi. Libri di storia, di antropologia, arte, filosofia, così come romanzi e testi poetici per leggere le nuove forme di autoritarismo del nostro tempo.   Le parole che usiamo mi sono state trasmesse e io le    uso, ma non per farmi capire, non per tentare di    vuotarmene, allora perché? Il fatto è che io non le uso proprio, in verità io non faccio altro che tacere e picchiare. [...]   Antonin Artaud, Picchia e fotti (trad. Emilio e Antonia Tadini)   Si presenta come una raccolta di brevi monografie apocrife, con marcati tratti parodici, su inesistenti scrittori d’oltreoceano che hanno militato tra le fila dell’estrema destra transnazionale, ma La letteratura nazista in America (Adelphi 2013, trad. Maria Nicola), pubblicato originariamente nel 1993 dalla casa editrice spagnola Seix Barral, è anche e soprattutto una storia sotterranea delle lettere americane. È stata scritta a mo’ di dizionario enciclopedico, le cui voci costituiscono un iperbolico catalogo di vite...

Intervista a Dunya Mikhail / Le regine rubate del Sinjar

Dunya Mikhail è una poetessa irachena di fama internazionale esule dagli anni Novanta negli Stati Uniti. Ne Le regine rubate del Sinjar (Ed. Nutrimenti. Traduzione di Elena Chiti) raccoglie le testimonianze di decine di donne irachene prevalentemente di culto yazida che sono riuscite a fuggire e a mettersi in salvo dopo essere state rapite e vendute da miliziani dello Stato islamico attraverso il loro mercato delle schiave, souk al-sabaya, (che è anche il titolo originale del libro di Mikhail in arabo), nel quale avveniva la compravendita di donne non sunnite considerate bottino di guerra e trasformate in schiave sessuali. Quello che Dunya Mikhail realizza attraverso questo libro è un importante lavoro di documentazione giornalistica su una delle pagine più tragiche della recente storia contemporanea; il genocidio della popolazione yazida perpetrato da miliziani dello Stato islamico a partire dal 3 agosto del 2014 nell’Iraq settentrionale, attorno alle montagne del Sinjar, non lontano dal confine siriano. Gli yazidi – di etnia a predominanza curda – sono una delle minoranze più antiche presenti in Iraq e praticano una religione sincretica che data migliaia di anni. Sono...

Ukuku / Viaggio a Cuzco

Inseguiamo gli Ukuku nella Plaza de Armas di Calca, un piccolo pueblo nel “Valle Sagrado” degli Incas che si apre tra le montagne a una decina di chilometri da Cuzco. Sono coperti di una veste di lana a trecce bianche e rosse, divise in due fasce lungo il corpo fino ai piedi. Al volto hanno dei passamontagna di lana con un naso a punta, gli occhi cerchiati. Un’aria di angeli o di demoni. Sono in realtà i figli del ghiacciaio sacro, quello di fronte al quale ogni anno per la festa della Mamacha Assunta (in quechua il suffisso cha viene usato come vezzeggiativo) in maggio vanno a dormire dopo aver danzato continuamente. Rappresentano un mondo a metà tra gli animali e gli umani, parlano in falsetto tra di loro e danzano al suono dei tamburi e dei flauti, strumenti per eccellenza degli Incas. Adesso in piazza si muovono velocemente, sono uomini e donne, anche se indistinti nei loro costumi. Sono una specie di confraternita dedita al culto delle presenze che popolano ancora fortissime il paesaggio del mondo andino. Ne sono l’espressione più pura, più ascetica, meno turistica. Emanuele Fabiano è un antropologo italiano che è venuto a vivere a Urubamba e ha sposato una indigena, Yenny e...

Eredi / Giorgio Agamben. La vita che prende forma

Nella prefazione redatta per la pubblicazione di Sade, Fourier, Loyola Roland Barthes suggerisce un peculiare paradigma di che cosa significhi “ritornare a un autore”. In questa breve premessa al lettore egli non si limita a illustrare la necessità di un’analisi delle opere di Sade, Fourier e Loyola, ma intende innanzitutto chiarire la scelta di accostarne i tratti in un unico testo: sebbene ciascuno dei saggi raccolti fosse stato scritto e pubblicato autonomamente, Barthes li ha sempre immaginati riuniti in un’opera che ne sancisse l’intima vicinanza. Al di là delle risonanze che legano i tre autori – e che mantengono indubbiamente portata centrale – è dunque un elemento di altro ordine a dotarci di un criterio preliminare. Sembra che alcuni riferimenti non possano che stare assieme, dispiegarsi su una superficie comune, poiché ciascuno di essi, nel corso del tempo, ha acquisito la facoltà di coesistere con la vita di colui che scrive. Non con il suo pensiero, né con gli scritti che, di volta in volta, si disponeva a redigere, piuttosto con quella piega dell’esistenza che Barthes riporta ad un «ordine fantasmatico». Una dimensione inestricabile dalla propria “quotidianità”, in...

Aquila, Lisario, Morfisa, Elide / Le personagge dei romanzi di Antonella Cilento

Le protagoniste, le personagge, degli ultimi quattro romanzi di Antonella Cilento provengono da secoli e luoghi diversi, appartengono a strati sociali differenti, hanno vicende che si snodano lungo la narrazione completamente dissimili, loro stesse fisicamente e caratterialmente sono molto lontane una dall’altra ma, da una analisi più approfondita, hanno moltissimo in comune oltre al fatto di essere donne.  Scrittrice con alle spalle 14 libri, tra romanzi e racconti, nonché autrice per teatro, radio e cinema, Antonella Cilento dalla sua Napoli è una tessitrice di storie di donne. Con una forte passione per la storia e per l’arte, che costellano i suoi scritti, Cilento imbastisce e poi cuce magistralmente vicende che si spostano su tempi e piani diversi, facendo talvolta sfoggio di una grande padronanza dell’uso del magico e del fantastico. Di fatto una donna che vive di scrittura, tra libri, articoli, saggi, una scuola di scrittura che ha compiuto i venticinque anni, Cilento è colei che si diverte anche a creare contesti e abbinamenti letterari anomali: da dieci anni “Strane coppie” è una manifestazione da lei ideata e condotta in cui, in ogni appuntamento, due autori diversi...

Suoni e visioni / Il cervello musicale

Ogni tentativo di conoscere la configurazione fisiologica del nostro mondo sensibile rischia sempre di non andare oltre la sommaria descrizione della meccanica di un organismo che stentiamo a riconoscere come nostro, lontano dalla natura di ciò che viviamo. Vale per tutti i sensi, ma ancor di più per quelli attivati dal suono e dalla musica.  Darwin, nei suoi studi sull’evoluzione delle specie, fu uno dei primi studiosi a raggiungere le regioni cerebrali più oscure del nostro sentire. Un lavoro che lo portò ad identificare nel sistema limbico, la parte più enigmatica e antica del nostro encefalo, il luogo dove si annidano le emozioni musicali insieme a quelle legate al cibo e al sesso. Una curiosa convivenza che Darwin giustificò immaginando che la musica e il ritmo furono acquisti dai progenitori mascolini o femminili del genere umano per sedurre il sesso opposto. La capacità di “cantare” venne così associata con alcune delle più forti passioni che un animale può provare.    Ipotesi oggi confermate dalle neuroscienze, come ci illustra il bel libro Il cervello musicale. Il mistero svelato di Orfeo di Daniele Schön: «sesso, cibo e musica condividono questo sistema [...

Babel Festival 2018 / Anatomia do Paraíso

Beatriz Bracher (San Paolo, 1961), scrittrice brasiliana ancora inedita in Italia, è una delle voci attualmente più rispettate e ammirate nel suo Paese. Il crescente consenso critico sinora ottenuto ha premiato l’originalità della scrittura e la capacità dell’autrice di rinnovarsi in ogni sua nuova opera. In rapporto alla trama e alla dimensione psicologica dei personaggi, la narrativa di Bracher è caratterizzata da scelte molto particolari, che ogni volta dettano e stravolgono anche la struttura formale del romanzo.   Con il suo ultimo lavoro, Anatomia do Paraíso (Editora 34, 2015) – del quale presentiamo in anteprima alcuni estratti in traduzione – Bracher ha ottenuto importanti riconoscimenti, come il Prêmio Rio de Literatura, e il Prêmio São Paulo de Literatura espressamente dedicato alla narrativa. Dopo anni dedicati al lavoro editoriale (è stata tra i fondatori della casa editrice Editora 34 di San Paolo), Beatriz Bracher esordisce come scrittrice nel 2002 con un romanzo, Azul e dura, il cui stile già maturo richiama subito l’attenzione della critica. Alternando i romanzi alle raccolte di racconti, Bracher crea un solido percorso nel quale, attraverso la scelta di...

Umano e post-umano / Singolarità tecnologica

Westworld e Humans sono solo due tra le più recenti serie televisive che mettono a tema il nostro rapporto con la singolarità tecnologica, cioè con il momento in cui si produrrà quel salto evolutivo caratterizzato dalla realizzazione di un’intelligenza di tipo superiore, artificiale. Se in Westworld i robot intelligenti sono oggetti di intrattenimento di un parco tematico per ricchi, in Humans sono parte della classe operaia che svolge quelle mansioni che gli umani non vogliono più svolgere, sono assistenti familiari con la funzione di domestici e badanti forniti dal servizio pubblico. Entrambe le serie ci mettono di fronte a questioni etiche e al bisogno di una morale capace di affrontare il rapporto con il post-umano ma soprattutto ipotizzano la singolarità, il momento in cui i robot acquisiscono consapevolezza e libero arbitrio, diventando una specie evolutivamente competitiva nei confronti dell’uomo.   In tal senso questi prodotti dell’immaginario non fanno altro che mettere a fuoco le inquietudini del nostro rapporto con le tecnologie intelligenti che, sottotraccia, cogliamo già in un presente prossimo con le auto che si guidano da sole o con gli assistenti intelligenti...

Manga e anime

Caro, vecchio Goldrake fai ancora un figurone Ieri la critica di sinistra non capiva i cartoon giapponesi e oggi gli anime si prendono la loro rivincita, anche senza la televisione   PARIGI — Sono di ritorno dall’ultima intensa giornata di Japan Expo, la kermesse delle culture pop giapponesi che si tiene ogni luglio – quest’anno dal 5 all’8 – al Parc des Expositions di Parigi.  Attrae centinaia di migliaia di francesi, la maggior parte dei quali fra i 15 e i 25 anni che si riversano negli immensi padiglioni, che potrebbero contenere un’armata di Gundam a grandezza reale. E hanno un’intenzione di spesa media di 200 euro fra manga, dvd, gadget, accessori e prelibatezze culinarie nipponiche, riferisce Thomas Sirdey, uno dei tre fondatori della fiera.   Nello stendere queste righe comincio con una notazione un po’ dura ed è per questo che dovevo partire dal contesto transalpino: l’Italia e il Giappone stanno perdendo una grande occasione per ravvivare una volta di più quello che negli anni Ottanta e poi nei Novanta si era configurato come il grandissimo exploit dei cartoon e fumetti giapponesi nel nostro paese, molto più penetrante e massiccio che in qualsiasi...

Babel Festival 2018 / Sola come Clarice Lispector

Non so perché ho raccontato questa storia.  Avrei potuto benissimo raccontarne un’altra.  Anime vive, vedrete come si assomigliano tutte Samuel Beckett, Lo sfrattato   Clarice Lispector è sola – «sola come Kafka», è lecito affermare, adattandole una formula famosa. Sola come Sylvia Plath. Come Anna Maria Ortese. Come un cane. E d'altra parte, come scrive in La mela nel buio, è il cane che è in noi che sa riconoscere la strada. Fin da giovane, quando era famosa per la sua bellezza e la sua eleganza da diva del cinema, tanto da far pensare a uno strano ibrido di Virginia Woolf e Greta Garbo, Clarice ci appare prigioniera di un'intensità sovrumana, assorta sul bordo di un abisso interiore, di un fuoco centrale che è anche un nulla, una mancanza, l'ombra di un perpetuo fallimento («ogni storia di una persona è la storia del suo fallimento», osserva ancora in La mela nel buio). Più ancora che nelle fotografie, questa dolorosa forza centripeta è evidente nel ritratto che le fa Giorgio De Chirico nella primavera del 1945, mentre le voci degli strilloni che annunciano la fine della guerra irrompono nella quiete dello studio romano del grande pittore, a piazza di Spagna....

Carnet geoanarchico | 4 / Dal cuore del caos

Questa notte ho avuto un incubo. Credevo di essere sveglio nel mio letto. Il ronzio di un bimotore nel cielo. Le ombre delle fronde degli alberi che si piegavano e polverizzavano, come nell’esperimento atomico del Nevada del 1952. Io non potevo muovermi e un cinegiornale mi bruciava le retine senza il soccorso pietoso delle palpebre. Le immagini mostravano il mio paese in preda a un delirio politico. Vecchi compagni di sinistra mostravano i denti come fantocci fascisti. Nuovi fascisti adottavano temi e retoriche della sinistra storica, ovviamente riorientati e distorti. La gente si fasciava la testa prima di essersela rotta, si autocensurava prima che fosse tornata la censura, alzava il termometro della paura senza minacce dirette. Tutta la stampa cartacea e digitale si arroccava nel proprio canone, nei propri stilemi, nelle proprie abitudini cognitive, come se accogliere una voce diversa dalla propria corrispondesse a un’erosione e a una perdita d’identità.   L’isteria collettiva del nuovo indecifrabile tornado politico rendeva gli amici diffidenti verso tutto ciò che non somigliava a quello che già conoscevano, e che ancora li rassicurava. A un certo punto un volto di...

Contagio psichico / La dimensione storica del trauma

Per noi, confortevoli abitanti dell’Europa Occidentale, è spesso incomprensibile come i nostri vicini orientali, la cui economia ormai funziona meglio che da noi, siano poco solidali nelle vicende europee. In fondo, li abbiamo accolti in un club di paesi privilegiati: che è internazionale, o meglio post-nazionale. Perché la Repubblica Ceca – paese moderno, aperto, funzionale e privo di disoccupazione – ha accettato sul suo territorio solo dodici (non 12.000) dei milioni di migranti profughi che sarebbero da ripartire fra i paesi d’Europa? O come mai nella Polonia – che ha conosciuto una specie di fascismo prima di cadere sotto Hitler e Stalin, ed è poi stata massacrata da tutti e due – prendono piede intolleranze di tipo fascista? Vale la pena di soffermarsi si questi immensi “perché”. Purtroppo, il “contagio psichico” è un pericolo ancora più reale del contagio batterico. La sua trasmissione è geografica – in uno stesso territorio – ma anche temporale, attraverso le generazioni. I traumi psichici collettivi lasciano tracce lunghe.   All’inizio degli anni ’90, dopo la caduta del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica, si disse che mezza Europa tornava a casa. Gran parte di...

Rapporti di lavoro / I robot avranno sempre bisogno di noi

Quello che dobbiamo aspettarci da una filosofia della forza lavoro non è la rivolta degli androidi assassini, né la sostituzione del lavoro da parte degli algoritmi, ma una rivoluzione nel nostro rapporto con le macchine e con noi stessi. Da qui passa il potere, da qui passa l’alternativa.    ***   Agli ingegneri della Silicon Valley, e a quelli del Pentagono, piace la fantascienza. Questo genere letterario, e cinematografico, ha la capacità di anticipare l’esistenza dei dispositivi digitali che governano la nostra vita cinquant’anni prima che siano commercializzati. Mother è il super-computer che esegue la volontà della multinazionale che ha deciso di portare sulla terra un’arma di distruzione di massa come Alien. La stentorea, e angosciante, voce femminile inventata da Ridley Scott nel 1979, è simile a Google Home, il potente speaker e assistente vocale che suona la musica che vogliamo in cucina o in bagno, chiama i nostri amici, controlla il riscaldamento, accende il forno, risponde alle nostre domande.     Nel primo Alien, Sigourney Weaver programma la distruzione del Nostromo. Potremmo fare anche noi la stessa cosa, ma per una ragione diversa dal...

Scene del futuro / Piccoli festival

I momenti di crisi sono quelli in cui più facilmente si è portati a chiedersi “perché”. Ci si mette in discussione quando non è più chiara la propria funzione, così si generano sommovimenti che generano nuovi inizi. In tempi di crisi, a parte qualche caso isolato legato al sistema dei teatri stabili, sono stati in realtà “gli ultimi” a indicare strade, mettendo a fuoco formati che strutture più finanziate hanno successivamente recepito. Stiamo parlando dei festival. Ovviamente esistono festival che abitano anche zone garantite. Ci pare però che solo chi aveva poco da perdere si sia posto domande sul senso del proprio lavoro: che cosa cerchiamo, nel teatro? Perché riteniamo sia importante?  Eccettuando le storiche funzioni di rinnovamento di linguaggi e pubblici, comunque oggi da ridiscutere poiché Teatri di rilevante interesse culturale e Teatri nazionali hanno iniziato a produrre spettacoli di artisti della ricerca, negli ultimi decenni i festival hanno provato a riaffermare quel “terreno culturale” che il teatro andava via perdendo. Citando una poesia di Raffaello Baldini conosciuta grazie a Eresia della felicità del Teatro delle Albe (dal 2011 al festival di Santarcangelo...

12 settembre 2008 - 12 settembre 2018 / David Foster Wallace. Mi manca comunque

C’è un piccolo brano di David Foster Wallace, lo si legge a pagina 184 de Il Re pallido (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato) – il romanzo postumo, mai terminato e forse pubblicato troppo in fretta – che mi si è conficcato da qualche parte, chiamatela memoria chiamatelo cuore, dalla prima volta che l’ho letto e non mi ha mai più lasciato. Mi ritorna in mente con straordinaria frequenza, a metà tra la nostalgia per chi l’ha scritto e qualcosa con cui fare i conti. Il passaggio è questo:   «La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “...

La condizione neomoderna / Postmodernità

Sino a poco tempo fa, sembrava che ci fosse un largo consenso tra gli studiosi in relazione all’idea dell’ingresso di tutti i paesi occidentali, dalla metà circa del Novecento, nella fase della postmodernità. Il concetto di postmodernità ha avuto infatti un notevole successo per indicare l’arrivo di una nuova fase che rappresenta un superamento del lungo periodo storico della modernità. Negli ultimi tempi però tale concetto è stato frequentemente oggetto di critiche. Ora il filosofo Roberto Mordacci, nel recente volume La condizione neomoderna (Einaudi), esprime addirittura l’opinione che il postmoderno sia morto. Che cioè esso stia progressivamente estinguendosi a causa della sua incapacità di spiegare l’attuale fase evolutiva delle società moderne e che dunque noi stiamo entrando nella fase della «condizione neomoderna».    In realtà, il concetto di postmoderno è sempre stato piuttosto insoddisfacente. La sua pretesa di segnalare l’ingresso delle società capitalistiche in una nuova era, successiva e differente rispetto a quella della modernità, è decisamente fuorviante. Va considerato, infatti, che la modernità ha attraversato nella sua storia diverse fasi e continua...

La sapienza degli Appennini / Ricette immateriali. Le virtù

A lungo gli Appennini sono stati una spina dorsale geografica e umana, inevitabilmente culturale, dell’Italia. Una realtà, secondo la lezione di Fernand Braudel, mediterranea come il mare che li lambisce e quasi mai ne è distante.    Una realtà che tuttavia non è sopravvissuta ai profondi mutamenti economici della seconda metà del Novecento e che la modernità ancora oggi “cristallizza” in un lento e progressivo abbandono, apparentemente irreversibile.    Un punto di equilibrio non si intravede ancora eppure in territori esangui dal punto di vista demografico ed economico sopravvive parte dell’antica cultura tradizionale e, ancora nitida, resta la sua memoria. La “dimenticanza”, quasi la rimozione da parte del nostro paese di un intero territorio, ha permesso di conservare maggiormente quello che in altre zone d’Italia, più fortunate geograficamente, si è inevitabilmente perduto.   Oggi resiste in molte comunità il sentimento diffuso di un patrimonio culturale da preservare; insieme a questo, timidamente si fa strada anche la consapevolezza che questo patrimonio ha un suo interesse e un suo valore anche economico, se è vero che nella società odierna appare...