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Emozioni

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Cosa ricorderemo? / La fine della memoria

Nel 1968 Andy Warhol pronunciò la celebre frase: “In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”. Era una profezia, e come tale non bisognava prenderla alla lettera. Non è vero che tutti sono diventati famosi; ma è evidente che la sostanza e le motivazioni della fama sono cambiate radicalmente, nella seconda metà del ‘900. Prima di allora si diventava famosi per azioni meritorie o malvagie; oggi i media confezionano celebrità il più delle volte immotivate e dalla consistenza esilissima. Spesso si gode di popolarità mondiale senza una ragione, come suggerisce una folgorante battuta che gira sul web: “Paris Hilton è famosa perché è famosa”. Warhol non conosceva ancora internet e la sua bulimia comunicativa. Viveva in un mondo in cui le comunicazioni di massa erano un sistema gerarchico e verticale, lontano dall’orizzontalità (democratica o populista, a seconda delle opinioni) della rete. Perciò credo che oggi Warhol completerebbe la sua frase più o meno così: “Tutti saranno famosi per 15 minuti; ma nessuno, dopo, si ricorderà di loro”.  Io sono un autore e il tema della memoria mi angustia. Mi chiedo, per esempio, se altri registi, scrittori, artisti, compositori si fanno la...

Cosimo a Milano: 18 e 19 ottobre / Il Barone Rampante duecentocinquant’anni dopo

Nei giorni 18 e 19 ottobre si svolgerà a Milano il Convegno internazionale sul Barone rampante di Italo Calvino dal titolo Cosimo, duecentocinquant’anni dopo: la prima sessione all’Università Statale (18 ottobre, ore 14:30, via Festa del Perdono 3, aula 102), la seconda all’Università Bicocca (19 ottobre, ore 9:30, Auditorium Guido Martinotti U12, via Vizzola 5). Si tratta del terzo evento dedicato al romanzo, dopo l’esperimento di lettura condotto da Giuliano Scabia all’Università Bicocca (27 aprile) e il convegno che si è tenuto all’Università di Ginevra il 15 giugno («E io non scenderò più»: 250 anni fa Cosimo Piovasco di Rondò saliva su un albero); il ciclo si chiuderà il 14 dicembre alla Sapienza – Università di Roma con la Giornata internazionale di studi «Il barone rampante». Fortuna e diffusione, promossa dal «Fondo Calvino tradotto». Anticipiamo qui la relazione di Mario Barenghi.   Quando all’interno di un testo narrativo compare un nome proprio, succede qualcosa di particolare. Non proprio un miracolo, forse; ma di sicuro scatta un clic. Il nome – per evocare il Montale delle Occasioni – «agisce». Produce un effetto istantaneo nella mente del lettore: evoca una...

Sentimenti negativi / Invidia

  Mercoledì 18 ottobre alle ore 18 al Circolo dei Lettori di Torino, Nicole Janigro parlerà dell'invidia. Qui una breve antologia con alcuni dei testi che verranno presentati durante l'incontro.   «In questo caso ci troviamo di fronte a un sistema fantastico evidente: si tratta della sottile questione sempre aperta se la leggendaria figura di Giuda sia stata o no dannata. In sé la leggenda di Giuda è un motivo tipico, quello cioè del perfido tradimento nei riguardi dell’eroe. Si pensi a Sigfrido e a Hagen, a Balder e a Loki. Sigfrido e Balder sono assassinati da un perfido traditore proveniente dalle file dei loro compagni più vicini... Questo mito è commovente e tragico per il fatto che il nobile eroe non cade in combattimento leale, ma a seguito di tradimento. Al tempo stesso si tratta di un evento che ricorre più volte nella storia, per esempio Cesare e Bruto. Il mito di un atto siffatto è antichissimo, ma è sempre materia di rifacimenti. Ciò è espressione del fatto che l’invidia toglie il sonno agli uomini. Questa regola può essere applicata alla tradizione mitica in generale: non sono i racconti di avvenimenti trascorsi ordinari a perpetuarsi, ma unicamente...

Ernesto Guevara 1967-2017 / Che “icona”

Che cosa trasforma un’immagine, per esempio un dipinto, in un’icona?  La Gioconda di Leonardo da Vinci è un’icona, la Primavera di Botticelli, il Cristo di Mantegna. Insomma, un dipinto, un’opera che per scelta e tradizione viene indicato come esempio alto di un’arte e come tale è poi universalmente riconosciuto come icona di quell’arte. Ma che succede con una fotografia? Il vocabolario Devoto Oli per quanto riguarda il terreno che ci interessa recita: nel linguaggio dei semiologi, messaggio affidato all'immagine. E poi aggiunge, come esempio: figura emblematica o altamente rappresentativa: Mick Jagger è l'icona del rock anni Sessanta. Insomma, anche un personaggio, collegato a un’immagine, che universalmente viene riconosciuto come un’icona del suo tempo nella sua vicenda personale e storica.   Nessuna fotografia nasce icona. Icona, un’immagine lo diventa. Per essere tale deve essere universalmente riconosciuta, e questo accade per le ragioni più disparate.  Io penso che sia proprio questo il punto: non si conosce un’icona, la si riconosce. La fotografia del miliziano di Robert Capa è diventata un’icona della guerra civile spagnola. La ragione sta ovviamente nel...

Una matita per l'estate / Laptop

    L’ombra che lo schermo del notebook proietta sulla sua tastiera è stata dipinta. Quella proiettata dalla matita invece è vera. L’incongruenza tra la direzione della luce simulata dall’ombra dipinta e quella della luce ambiente è spaesante, in modo sottile e insidioso. Il vero e il falso convivono in uno spazio apparentemente omogeneo  

Storia profonda / Neurostoria: un futuro del passato

  Un vascello attraversa il vasto oceano tra le colonne d'Ercole, visivamente figurate come colonne in stile classico. Al di sotto, in un riquadro, campeggia un passo del Libro di Daniele (XII, 4) divenuto molto celebre: Multi pertransibunt et augebitur scientia (Molti vi passeranno attraverso e la loro conoscenza sarà accresciuta). Così appare il frontespizio dell'edizione del 1620 dell'Instauratio Magna di Sir Francis Bacon, un'opera che si proponeva come fondazione del Novum Organum di una scienza moderna, anti-dogmatica e anti-aristotelica, sperimentale – benché non ancora matematizzante come quella galileiano-newtoniana alla quale Kant un secolo e mezzo dopo assegnerà una fondazione trascendentale. Questa la rappresentazione che la mia immaginazione ha associato al lavoro di Daniel Lord Smail, docente di storia ad Harvard. Cambiato ciò che deve essere cambiato, non credo sia fuori contesto e fuori misura. In Storia profonda. Il cervello e l'origine della storia (Bollati Boringhieri, 2017, ed. or. 2008), tradotto per la prima volta e curato con perizia da Leonardo Ambasciano, c'è un manifesto che ha qualcosa dell'ambizione di Lord...

La quarta rivoluzione / L’infosfera sta trasformando il mondo

Descrivere le trasformazioni del presente è sempre un’attività particolarmente complessa. Lo è perché siamo immersi all’interno della mutazione, perché siamo parte di quell’evoluzione che caratterizzerà il nostro futuro. Ma lo è anche perché ci mancano spesso le parole per descrivere la trasformazione e quelle che usiamo si riferiscono a una semantica costruita sul tempo passato che tenta di afferrare “ciò che sarà” in tutta la sua inadeguatezza. E non si tratta di gettare la basi per la futurologia ma di avere gli strumenti per leggere e dire quello che ci sta attorno, per descrivere come le tecnologie della comunicazione e dell’informazione ci stanno cambiando, così in profondità da produrre un modo diverso di pensare a noi stessi.   Il libro di Luciano Floridi – filosofo all’Oxford Internet Institute – La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (Raffaello Cortina Editore) rappresenta uno strumento di costruzione di una semantica nuova, di una vera e propria “ontologia della connessione”, una riflessione sistematica in cui ci si interroga sul senso delle ICT (Information and Communication Technologies) e i modi in cui sono diventate vere e proprie...

Insetti / Malaria, zanzare e frontiere

Era un mattino tranquillo e luminoso e il sole cominciava a riscaldare la piccola ma frequentatissima clinica di Ndoba Ndoba: quattro muri e un tetto, parliamoci chiaro, con un portico sotto al quale la gente si assiepava attendendo il proprio turno. Non ero lontano dalla Missione di St. Philip gestita dalle Suore Missionarie di Santa Teresa Cabrini che prestavano i loro servizi medici anche in queste cliniche dei poveri nel mezzo del “bush”. Quella fu la mia prima esperienza in Africa, un’Africa incantevole con i freschi monti del Drakensberg e le vallette verdeggianti del piccolo regno dello Swaziland dove lavorai per qualche tempo. Aprendo la porta che dava sul portico che fungeva da sala d’attesa, mi trovai improvvisamente di fronte a un ragazzo di circa quattrodici anni, alto e magro, esausto e incapace di reggersi in piedi. Entrò nell’ambulatorio in silenzio, barcollando e facendosi strada tra le tante donne che affollavano l’esterno sedendo in terra con i loro bambini schiamazzanti. Non parlava né inglese né siSwati e cercava di comunicare nella sua lingua.   Arrivò una donna che la conosceva e tradusse: era giunto a piedi dal Mozambico salendo nella notte sui monti...

Blade Runner 2049 / Gli occhi del capitale

In occasione dell’uscita del film Blade Runner 2049, diretto da Denis Villeneuve, Vanni Codeluppi ha curato per l’editore FrancoAngeli il volume Blade Runner Reloaded, che contiene scritti di David Harvey, Antonio Caronia, Simone Arcagni, Mauro Ferraresi e altri. Doppiozero presenta in esclusiva l’introduzione del volume.   Il successo di Blade Runner è probabilmente dovuto all’estrema cura formale con la quale questo film è stato realizzato, ma anche al fascino di un’atmosfera in sintonia con un gusto estetico tipicamente postmoderno, con architetture, arredi, oggetti e segni che intrecciano in grande libertà epoche e stili espressivi differenti. Va considerato inoltre che Blade Runner non conteneva una rappresentazione realistica della città di Los Angeles, cioè, come è stato spiegato da Mike Davis, «la grande pianura senza soluzione di continuità fatta di bungalow in decadimento, e di bassi villini stile ranch» (Agonia di Los Angeles, pp. 43-44), ma, se pensiamo che Los Angeles rappresenta nel nostro immaginario la città della finzione per eccellenza (grazie soprattutto alla presenza di Hollywood e Disneyland), appare evidente che per questo film non poteva essere...

Perché gli italiani non immaginano mondi possibili / Al futuro non ci crede nessuno

L’immaginazione nazional-popolare del bel paese è malata di passato e carente di futuro. Ladri di futuro lo hanno sottratto. Volete un esempio? Nella tarda primavera, al salone del libro di Torino, – e già mi sembra di andare troppo indietro – Giorgio Agamben si esprime in questi termini: “Il futuro, che non esiste, può essere inventato di sana pianta da qualsiasi ciarlatano. Diffidate, tanto nella vita privata quanto nella sfera pubblica, di chi vi offre un futuro”. L’autore prende spunto da un aforisma ancor più drastico di Flaiano, “Ho una tale sfiducia nel futuro, che faccio progetti solo per il passato”. Sono sentenze che esprimono la convinzione, assai diffusa nello stivale, secondo cui l’unica chiave che permette di comprendere la realtà sia il passato, “mentre uno sguardo rivolto unicamente al futuro ci espropria, col nostro passato, anche del presente”.    Ma è un giudizio corretto? O piuttosto questa sfiducia verso il futuro è una malattia cronica che affligge il nostro sentimento nazional-popolare? Veramente il futuro è solo un inganno ordito per ingannare i molti? Un fuoco fatuo? Una sirena che porta i naviganti ad affondare scontrandosi contro le rocce...

New York Public Library / Wiseman. Ex Libris

La New York Public Library è una delle biblioteche più famose del mondo. In 1997. Fuga da New York (1981), in una Manhattan fuori da ogni legge, la NYPL è il quartier generale del Duca, il perfido criminale che domina la città. Nella prima scena di Ghostbusters (1984), le ordinatissime schede del catalogo, spinte da una forza misteriosa, schizzano fuori dai cassetti e volano nello spazio, terrorizzando la bibliotecaria.    Quello che l'immaginazione hollywoodiana non ha saputo prevedere è il presente della biblioteca, quello che racconta Frederick Wiseman in Ex Libris, il documentario presentato in concorso alla Biennale di Venezia nel 2017. Sono 3 ore e 17 minuti in cui i libri sembrano diventare fantasmi. Se ne vedono pochissimi, malgrado i 53 milioni di unità (volumi, opuscoli, mappe, video...) conservati nei suoi depositi. Per un attimo si intravede il primo libro stampato a caratteri mobili, la celeberrima Bibbia di Gutenberg (anche se all'inizio avevamo sentito dire che il volume non era al momento disponibile). I partecipanti a un gruppo di lettura discutono di sentimenti tenendo tra le mani le copie consunte di Amore ai tempi del colera di Gabriel García Marquez...

Progetto Jazzi / Jullien. Vivere di paesaggio

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   La nostra prima dimora è stata un giardino. Così raccontano i testi fondativi delle religioni del libro e del deserto, la Bibbia ed il Corano, ed è tema che si ritrova nell’India antica. Quando, nel III secolo a.C., venne compiuta la traduzione del Pentateuco che diciamo dei Settanta, per il giardino dell’Eden si preferì ricorrere al termine paradeisos di origine iranica piuttosto che al greco kepos, in cui si conserva anche il senso di grembo materno. Paradeisos indica un luogo recintato, chiuso da mura, con significato analogo all’indoeuropeo ghorto, da cui deriva hortus. Nel luogo che Dio ha affidato ad Adamo perché desse un nome ad animali e piante e ne fosse custode e padrone, la natura è messa al riparo e perfezionata. Il confine che separa l’interno dell’abitare protegge dalla natura selvaggia, dalla foresta senza limiti, luogo delle tenebre e dei pericoli: il giardino rappresenta la serenità delle origini, l’infanzia colpevolmente perduta dall’...

1917 - 2017 / Quattro letture intorno alla Rivoluzione d'Ottobre

Se ha ancora una storia di questo genere, vorremmo ascoltarla. Mi piacciono assai storie parallele. Una accenna all'altra e ne dichiara il senso meglio di molte aride parole. (J.W. Goethe, Conversazioni di emigrati tedeschi – 1795)   All'approssimarsi della scadenza del secolo quasi trascorso dalla Rivoluzione di Ottobre, vorrei condividere alcune letture sull'argomento che mi hanno accompagnato durante i primi mesi di questo centenario del 1917, non tanto per disegnare un quadro in termini di conoscenze storiche o letterarie da me acquisite nel corso delle suddette letture, quanto per porre sui piatti di una bilancia quel po' di libbre di eroismo e di tragedia, di utopia e di farsa che mi sembrano concernere il drammatico avvenimento storico e cercare in questo modo di mantenere in equilibrio un punto di vista originale rispetto ad esso. Si tratta di un percorso di lettura sostanzialmente omogeneo, anche se il criterio da me adottato nella scelta dei testi può senza dubbio definirsi arbitrario; prima di prender nota delle mie mancanze nell'aver trascurato Lenin oppure Majakovskij, si tenga tuttavia presente che questo criterio è stato dettato per massima parte dal caso, la...

La letteratura come grande antidoto / Chi è il grande romanziere?

Gli interrogativi sono sempre gli stessi: che cos'è la letteratura? Che cos'è lo scrivere ed il narrare? Perché la narrazione è sempre presente laddove abita quel particolare vivente che è l'essere umano? Perché l'uomo con insistenza narra e di continuo scrive racconti, novelle, romanzi? Nel suo saggio sull'arte del romanzo, Kundera cerca di rispondere al alcune di queste domande. Punto di partenza del suo tentativo è il concetto heideggeriano di «esistenza» (Existenz):   Heidegger ha descritto l'esistenza con una notissima formula: in-der-Welt-sein, essere nel mondo. L'uomo non si rapporta al mondo come un soggetto all'oggetto, come l'occhio al quadro; e neppure come l'attore al palcoscenico. L'uomo e il mondo sono legati come la lumaca e il suo guscio: il mondo fa parte dell'uomo, è la sua dimensione e, a mano a mano che il mondo cambia, cambia anche l'esistenza (in-der-Welt-sein). (L’arte del romanzo, Adelphi, pp. 58-9)   In effetti Heidegger ha insistito con forza sulla necessità di analizzare l'uomo con concetti e termini in grado di leggere e interpretare il suo esclusivo modo di essere: l'uomo (Dasein) non è l'ente intra-mondano (il tavolo, l'albero, il gatto,...

L’Odin Teatret ai Cantieri Koreja di Lecce / L’albero secco, la guerra, gli uccelli

Torna nel Salento, dove nacque più di ottanta anni fa, Eugenio Barba, il regista inventore di mondi, esploratore di teatri vicini e lontani. Ha il fisico asciutto, dritto, scattante, l’intelligenza sottile, come un soldato dell’esercito guerrigliero di utopia. Ha portato in prima italiana ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce L’albero, il nuovo spettacolo dell’Odin Teatret. Un albero secco che qualcuno vuole disperatamente far fiorire, perché possano tornare sui suoi rami gli uccelli fuggiti lontano e dispersi nel mondo; quei rami che qualcun altro vorrebbe segare e ridurre a legna da bruciare. È un Tannhäuser senza il senso del peccato individuale: dove la colpa è attribuibile a un’umanità feroce, che uccide, che distrugge, contro cui si schierano i semplici, i tenaci, i bambini che nel crescere non hanno dimenticato i sogni e gli insegnamenti dei padri poeti.   Questo spettacolo colpisce per l’asciutta distillazione dei segni, allontanando dal ricordo di un Odin prorompente, provocatorio, tutto fisico, corporeamente emozionale, in cerca dello shock dello spettatore. Conquista come una favola amara e ribadisce il credo del gruppo danese (ma innestato di presenze e di lingue...

Dormire con una pistola carica sul comodino / Marina Abramović. Corpo senza limiti e confini

Danica e Vojin Abramović avevano l’abitudine di dormire con una pistola carica sul comodino. Ex combattenti partigiani comunisti ai tempi di Tito, i genitori di Marina Abramović vivevano in un perenne stato di allerta, anche in tempo di pace. Addestrata come un soldato dalla madre, la figlia ricevette una ben singolare educazione all’autodisciplina, dalla quale deriva il suo stoico e imperturbabile esporsi al pericolo e al dolore senza lamentarsi. Nella performance Rhythm 0 eseguita presso lo Studio Morra a Napoli nel 1975, Marina espose il suo corpo alle conseguenze di qualsiasi azione compiuta dai visitatori utilizzando 72 oggetti posati su un tavolo, tra i quali una pistola e un proiettile. “Se qualcuno voleva caricare la pistola e usarla, ero pronta alle conseguenze” scrive nella sua autobiografia (Attraversare i muri, Milano, 2016, p. 84).    Nelle sue performance Abramović mette a rischio la sua incolumità saggiando la resistenza e i limiti del proprio corpo, un corpo senza limiti e confini spiega l’artista nel corso della lecture alla quale sto assistendo nella suggestiva sala storica del Teatro Sociale Giorgio Busca di Alba. “Attraverso il corpo sento l’anima”...

Giovani giapponesi / Aspettando Godot a Tokyo

La vita dei giovani giapponesi accerchiata dalla tecnica   I giovani (parliamo principalmente di teenager e ventenni) che hanno vissuto in Giappone nell’ultimo quarto di secolo, dallo scoppio della “bolla speculativa” degli inizi anni Novanta fino a oggi, sono stati battezzati dai media “New Lost Generation”, nuova generazione perduta. Perduta, perché per la prima volta nella storia recente del paese i giovani hanno accusato una pesante flessione nelle assunzioni (anche se il loro tasso di disoccupazione si aggira sempre intorno al 5%, non paragonabile alle cifre alle quali siamo abituati in Italia), e sembrano caduti in una depressione cronica senza più riuscire a nutrire alcuna speranza concreta nella loro vita. Si dice che la loro apparente allegria sia la maschera della vacuità sottostante, ed è come se non avessero più fiducia nel loro futuro.    In realtà, non è “una” generazione, si tratta ormai di più generazioni. I primi ad esserne coinvolti avranno oggi quasi cinquant’anni. Oggi infatti possiamo osservare tre fenomeni storici ben distinti che riguardano la gioventù nipponica, diversamente distribuiti nell’arco degli ultimi 25–30 anni. Il primo fenomeno...

Don Milani / Timidi, disubbidienti, disuguali

Questa mattina a scuola ho spiegato cos’è la Costituzione. Combattendo il torpore dell’ultima ora e il malumore causato dalla notizia che l’ultimo collegio docenti li ha derubati di un intervallo, i miei alunni di terza si sono rassegnati ad ascoltare e a prendere appunti. È una buona classe e non è difficile interessarli a qualcosa purché mi vedano coinvolta dall’argomento. La mia idea di scuola. Un buon compromesso.  Così abbiamo parlato della nascita della Repubblica, di sovranità popolare e di legge, o meglio, dei principi fondamentali su cui uno Stato dichiara di fondarsi.   “Non è giusto” è l’espressione più usata dai tredicenni in questione. Della legge hanno un’idea vaga: sanno che viene loro inferta dall’alto e che può tutelarli o danneggiarli. Hanno dei doveri un’opinione contraddittoria (ci vogliono ma possono essere aggirati) e una definizione personale del concetto di diritto, per cui ad esempio il loro cellulare sembra essere previsto da una Magna Charta che noi adulti dobbiamo aver firmato a un certo punto. Sono bravi ragazzi.    Hanno quindi trascritto sul quaderno i primi articoli della nostra Costituzione, scoperto che la nostra Repubblica è...

L'America e la sua memoria (1) / Furia iconoclasta

Monumenti e visibilità   Nessuno ci faceva caso. Nessuno le degnava di uno sguardo. Nessuno leggeva i loro nomi né conosceva i loro volti e le loro storie. Le statue e i monumenti pubblici sono come i semafori, come gli spartitraffico: fanno parte dell’immagine di una città, di un paesaggio urbano efficace quanto più passa inosservato. A volte c’è un albero o un’aiuola, una fontana o un obelisco, altre volte la statua di qualche personaggio insigne o di un evento memorabile, le cui gesta sono ricordate con frasi incise su placche che rasentano il ridicolo. Sono blocchi di pietra sbucati fuori dal cemento nessuno sa più quando e perché. Lo stesso vale per i murali e altre grandi opere realizzate su commissione per spazi pubblici e hall di edifici privati: tanto grandi quanto ignorati. La loro inaugurazione ufficiale coincide paradossalmente col loro divenire invisibili.   Memorabile è rimasto l’aforisma di Robert Musil (Pagine postume pubblicate in vita): “i monumenti sono così palesemente irrilevanti. Nulla in questo mondo è più invisibile di un monumento”. Finché un giorno, vuoi per un cambio di mentalità e sensibilità, vuoi per contingenze socio-politiche, vuoi per la...

L'Italia che dimentica gli Appennini / Sillabario irpino

Paese-Campagna   Una volta, in quel bel libro che è L'abusivo di Antonio Franchini, incontrai una frase che poi ho sempre portato con me: chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò.  Del luogo che ho lasciato, dunque, ricordo mia nonna Maria che, quando grandinava, piangendo per la disperazione, si strappava i capelli e graffiava tutta la faccia perché la grandine rovinava il raccolto. Oppure, ricordo un letto di morte, il silenzio e la linea della bocca contrita di nonno Stefano, stretto nel divanetto bigio, pietrificato nella veglia per suo figlio Antonio.    Ma più di ogni cosa, in generale, viene alla mente il disprezzo che la gente del paese nutriva per quella di campagna. Non ho alcuna intenzione di difenderlo, il mondo di mio nonno. Ma era fatto pure di parsimonia, di un lavoro infaticabile che non si distingueva né scindeva dalla vita. Quel mondo per qualche ragione non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato. Io stesso abitavo in paese e ho partecipato a quell'odio. Nel tragitto per la scuola prendevamo a offendere i nostri compagni, figli dei contadini di contrada Piani o Bosco. È buffo: senza saperlo...

Conversazione con Marco Revelli / Povertà, status sociale e beni relazionali

  È stato presentato di recente il “Rapporto Coop 2017” (si legge all’indirizzo www.italiani.coop) sulla vita quotidiana degli italiani curato dall’Ufficio Studi COOP. Sono dati che fotografano la situazione dei consumi, ma anche quella economica delle famiglie italiane. Il 28,7% delle famiglie è a rischio povertà e esclusione sociale, un italiano su 4, poco lontano dal 35,7% della Grecia. Mentre i consumi crescono: più 1,2%. Domina l’ossessione della salute e della rincorsa al benessere: cosmesi e chirurgia estetica; poi emerge l’abbandono progressivo delle religioni tradizionali a favore di forme più soft di spiritualità (buddismo, yoga, vegan); si fuma meno e anche il desiderio sessuale sembra in calo; si mantiene alta la propensione al gioco d’azzardo, una vera piaga sociale. Il 68% si dice disposto a farsi curare dai robot; mentre aumenta il timore per le catastrofi ambientali e quello verso l’immigrazione. Il cibo terapeutico è in cima alle ricerche alimentari degli italiani e il “carrello del lusso” supera l’8% di crescita nel primo semestre dell’anno. Ne abbiamo discusso con Marco Revelli, sociologo, storico e politologo. Dal 2007 è presidente della Commissione di...

Complex tv e complex life / Una risata seppellirà il ridicolo

Una risata sì, il ridicolo no. Il ridicolo richiede uno schieramento: uno è ridicolo, un altro lo de-ride.  Pirandello, che era crudele, esemplificò con la vecchia mantecata che cerca di esorcizzare il degradarsi della sua bellezza con un trucco pesante e insensato: tu la vedi passare, e ridi, perché è ridicola, perché hai diritto di de-riderla.   Ma la vecchia come sta? Non se ne rende conto, non coglie il contesto, non vede se stessa, non pratica insomma il distacco dal suo ego, non vede lo specchio come un luogo di verità, e non giunge all’ironia, che è il distacco dalle cose e da stessi, e la capacità di renderci a noi stessi prospettici, ovvero auto-ironici. Potrebbe essere comodo mettere nello stesso recinto i dittatori, i torturatori, gli sterminatori, i potenti, i prepotenti, i supponenti, circondandoli di una staccionata che li imprigioni nel loro moralismo, nel loro autoritarismo, nella loro supponenza, nella loro avidità, nel loro maligno narcisismo, i padroni, gli amministratori delegati, i capiufficio, i funzionari statali, i poliziotti con manganelli e idranti… Se ne starebbero tutti lì, a darsi di gomito e a sbraitare, e a minacciare noi che stiamo fuori...

Una matita per l'estate / Lapis

  Eccoli, emozionati e fieri come cadetti nelle proprie uniformi. Rispondono alla tromba dell’adunata slanciandosi fuori dalla scatoletta di cartone. Eccoli, lapis che a dodici a dodici si dispongono rapidamente sulla scrivania, dapprima in ordine sparso, poi in riga l’uno accanto all’altro. Ce ne sono di tutti i reggimenti, quelli striati di giallo e nero, quelli laccati in un unico colore, quelli dalla divisa color senape e il capo marrone, quelli dall’elmetto di gomma. Eccoli ora tutti in ordine l’uno a fianco all’altro a formare minute ma solide palizzate. Ognuno con la propria arma appuntita, baionetta di grafite pronta a lasciare il segno su mille fogli. Ma è quella la fine dell’apprendistato, da quel preciso momento, un lapis scelto a caso nella dozzina entra nella vita adulta: viene infilato nell’astuccio a sacchetto e non è più protetto dai propri compagni, non fa più goliardicamente a spallate nella confezione. Il lapis ora è accanto alle penne dall’indelebile magistero; al matitone rosso e blu dal segno largo; al mai elastico righello. Dall’angolo più remoto dell’astuccio, le minacciose sagome della gomma da cancellare e del temperino lo guardano con fare...

9 ottobre 1967 / Che Guevara cinquant'anni dopo

La morte di Che Guevara coincide per noi con la fotografia di Freddy Alborta che ritrae il suo corpo tra soldati, ufficiali, fotografi . È una foto-icona, si dice, e come tale è diventata celebre: è finita, ad esempio, sul Lodger Album di David Bowie (1979), oppure è stata parodiata (Zbigniew Libera, Che. Next Picture, 2003).     Non fu questa la foto distribuita alla stampa internazionale, almeno in un primo momento, ma un’altra presa più da vicino, con solo tre personaggi attorno al morto: un tecnico, un signore con macchina fotografica al collo, un ufficiale con un fazzoletto sul naso. In Italia, sulla prima pagina della “Stampa” (12 ottobre) ne compare un’altra, scattata da questo secondo fotografo, qualche istante dopo (i tre astanti vengono tagliati). Poi c’è una serie di fotografie – in bianco e nero o a colori, e di qualità diversa – che ebbero minore diffusione.  Lo scatto di Alborta e tutti gli altri non sono documenti della morte del Che, ma di uno spettacolo organizzato dai militari boliviani la sera del 9 ottobre 1967. Se si riesce a ricostruirne lo svolgimento, si riesce anche a comprendere le fotografie e, soprattutto, si riesce a cogliere la loro...