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Filosofia

(343 risultati)

Razionalità cooperativa / Il senso morale carta vincente dell'evoluzione

Da sempre, in forme più o meno ingenue, ci poniamo le stesse domande di BC, il protagonista dell'omonimo fumetto ambientato nella preistoria, creato dall'americano Johnny Hart negli anni Cinquanta: «Chi siamo? Donde veniamo? Ove andiamo?». Le risposte suggerite nel corso del tempo, oscillano tra sentimenti e visioni del tutto opposti, ciascuno tipico di una tappa o di una fase nel progredire della cultura. Così, dopo esserci immaginati umilmente servi degli dei, ci siamo sentiti orgogliosamente figli prediletti di Dio; poi, democraticamente, animali tra gli altri e infine, freudianamente, animali come gli altri ma dotati di spaventosi sensi di colpa e tremende frustrazioni. Il progresso delle scienze degli ultimi anni ci spiega sempre meglio, un tassello dopo l'altro, chi siamo e donde veniamo (molto meno ove andiamo) e, allo stesso tempo, riaccende e tiene vivo l'interesse per la questione della nostra posizione ontologica nel mondo. Un'attenzione confermata anche dal successo, presso un pubblico non necessariamente specialista, di saggi scientifici in cui ricercatori e studiosi di fama espongono, con dovizia di documentazione, i risultati delle loro ricerche sulle differenze-...

Lo spettro dell'anonimato / Le prigioni di internet e la tirannia di Wikipedia

Non so bene da dove iniziare. Forse l’esperienza personale, a cui non ricorro quasi mai, in questo caso funziona: è esplicativa. E quanto segue può sembrare ormai palese, eppure ce se ne dimentica di frequente. Un semplice esempio: il primo gennaio 2017 ricevo una telefonata che, con voce sgomenta, mi domanda: “Non sei su fb? E allora come riesco a farti gli auguri di buon anno?”. Certo, verrebbe da ridere e ribattere: “Scusa, perché non ci facciamo gli auguri al telefono, visto che mi hai chiamata?”. Suppongo sarebbe tempo perso. Impiego internet da suoi primordi, e non mi pareva una schiavitù. Ora non solo se ne è schiavi, ma pure impossibilitati, seppur innocenti, a uscire dalla galera. Mi rallegro (e sto mentendo) con chi come me non la pensa, ovvero coi tanti e le tante che vagano nella confusione di essere se stessi/e rispetto alle menzioni del loro nome su un motore di ricerca, specie su google: di tali menzioni ne cercano, ricercano, desiderano sempre troppe, pure quando non ne avrebbero alcuna necessità. A contare, a mio avviso, dovrebbe piuttosto essere la propria individualità e professionalità, la propria onestà, al di là delle menzioni (o menzogne).   Ho in...

16 gennaio 1933. Ottant'anni / Susan Sontag. Nel campo del desiderio

Oggi Susan Sontag avrebbe compiuto ottantaquattro anni. E invece se n’è andata dodici anni fa, dopo una lunga malattia, un cancro, di cui ha anche scritto (Malattia come metafora, Einaudi): un altro capitolo della sua lotta contro il mondo, e prima di tutto contro se stessa, un altro esempio della sua moralità. Per la scrittrice, saggista e regista americana la “moralità” è stata prima di tutto un comportamento; meglio: “una forma di azione, non un particolare repertorio di scelte”. Ma Susan Sontag è stata attenta al tema dell’estetica: la forma. Ne ha fatto il centro della sua indagine. E per lei etica ed estetica sono sempre state collegate. Nove anni fa, quando è uscito postumo uno dei suoi libri più belli, Nello stesso tempo (Mondadori), avevo scritto che v’era antagonismo tra la forma di coscienza rivolta all’azione, che è poi la moralità, e “quel nutrimento della coscienza che è l’esperienza estetica”. Credo che sia proprio così.   Perché questo conflitto? Perché Susan Sontag è stata non solo una scrittrice ma prima di tutto una intellettuale nell’epoca in cui veniva decretata la scomparsa di questa figura. Lo è stata come Pasolini. Lo stile, da lei perseguito con...

Zygmunt Bauman / Morte di un sociologo della globalizzazione

La grandezza del pensiero di Z. Bauman non può essere certamente ridotta all’impressionante grado di diffusione del suo famoso cavallo di battaglia: quella liquidità che egli ha rintracciato in numerose espressioni della vita contemporanea e che, paradossalmente, è servita più a legittimare la trasformazione in atto che non ad arginarne il potere straripante. Per questo motivo proverò qui a ricordarlo attraverso un percorso che va dalla critica generale alla globalizzazione, passando per l’analisi del consumo, fino alle più recenti considerazioni sulla società confessionale e sulle nuove forme di sorveglianza.  Insieme a U. Beck, morto due anni fa, a J. Tomlinson, A. Giddens, R. Robertson, Bauman è stato uno dei protagonisti del dibattito sulla globalizzazione, fino a raggiungere una popolarità internazionale inaudita tra anni novanta e duemila, proprio quando tale argomento divenne un tormentone capace di affollare gli scaffali delle librerie di tutto il mondo. La sua origine marxista lo colloca in una posizione ben diversa da quella apologetica di Giddens e dei teorici della Terza via, secondo cui la globalizzazione non solo è un processo naturale e irreversibile ma...

L’etica? Sopravvivenza dell’io morto / Derek Parfit. Il genio da noi sconosciuto

Se chiedi, per esempio, chi è Hannah Arendt (a mio avviso, donna coraggiosa, eppure non una grande filosofa), a qualche scolarizzato ti sa di norma rispondere, ma, se chiedi al medesimo chi è Derek Parift, immagino sgrani gli occhi, che non sappia né del sul pensiero, né della sua scomparsa e nulla gli/le importi, soprattutto mentre si sta festeggiando il primo dell’anno. Derek Parfit, un filosofo non da poco, giudicato tra i più influenti e originali nel mondo anglosassone, ci ha lasciati nel corso della notte del primo gennaio. Filosofo eminente, non tanto per i suoi numerosi titoli e insegnamenti (tra l’altro, emeritus fellow allo All Souls College della Oxford University, Global Distinguished Professor of Philosophy alla New York University, chiamato dalla Harvard University e dalla Rutgers University, vincitore del 2014 del Rolf Schock Prize in Philosophy) quanto per la sua gentilezza e generosità nei confronti di colleghi e studenti – qualità rare in un professore italiano. Nonché in virtù del fatto che Parfit affronta tematiche tali da presentare tutte le credenziali per non permanere rinchiuse tra le mura accademiche e interessare ogni persona consapevole della...

Dall'Urss a Israele all'Inghilterra vita e pensiero / L'avventurosa vita di Bauman

Uno dei più radicali, e popolari, critici del mondo contemporaneo: così verrà ricordato il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman. Era un uomo minuto e gentile, piuttosto buffo per quesi due sbuffi di sottili e spettinati capelli bianchi che si gonfiavano sopra le sue orecchie, e lo facevano assomigliare a un folletto. Quando lo conobbi a Parigi agli inizi degli anni Ottanta, assieme all’amata moglie Janina (autrice di due notevoli libri di memorie: Inverno nel mattino e Un sogno di appartenenza, entrambi pubblicati da il Mulino, che introdussero una profonda trasformazione nel modo di intendere la condizione dell’ebreo da parte di Bauman), egli era noto in Italia soltanto per un grosso libro intitolato Lineamenti di una sociologia marxista (Editori Riuniti 1971) e per il lungo saggio Cultura come prassi (il Mulino 1976). Mi parve assai amareggiato dall’esilio, felice di poter parlare nella sua lingua madre e assai fermo nelle sue convinzioni: un marxismo critico, fortemente influenzato dal pensiero di Gramsci, visto con diffidenza, in Europa, sia dalla sinistra che dalla destra. Aveva abitato prima in Israele (dove insegnò all’Università di Haifa e Tel Aviv) e poi, dopo un...

Scompare a novantadue anni il sociologo polacco / Bauman, sociologo non liquido

Zygmunt Bauman è stato un maestro del pensiero sociologico. La gamma degli argomenti di cui si è occupato è molto vasta. Comprende, ad esempio, temi fondamentali della società come il passaggio dalla modernità alla postmodernità, la violenza dell’Olocausto, la morte, il lavoro, i processi migratori, i sentimenti umani o la crisi sociale. Ma Bauman si è occupato anche di temi decisamente più  effimeri e legati all’attualità, come i reality show oppure i social network. Eppure per molti il nome di Bauman è semplicemente associato a un’etichetta come quella di «modernità liquida». Un’etichetta, in effetti con la quale negli ultimi decenni ha ottenuto un notevole successo mediatico, ma che non corrisponde al cuore della sua riflessione.    Il successo dell’espressione «modernità liquida» può essere spiegato con la capacità del concetto di liquidità di costituire un’efficace metafora per rappresentare il processo di liquefazione in corso da tempo nelle società occidentali, che vedono progressivamente disgregarsi...

Verosimiglianza e liquefazione / Post-verità. La fine della verità o la verità nei post?

Avevo cominciato a raccogliere articoli sulla post-verità successivi all’ingresso del termine nel dizionario di Oxford. Come per i superalcolici, ho dovuto smettere. Troppi, la maggior parte dei quali maledettamente nocivi. Sembra che la questione appassioni chiunque, e per ragioni non sempre uguali, anzi il più delle volte contrapposte. C’è chi rimpiange la verità che non c’è più, dando la colpa della sua dissipazione a destra e a ultradestra. E c’è chi inneggia a un post- che più che ‘dopo’ sembra indicare i contenuti pubblicati su blog e social (“vorrei ma non posto”, canta il post-saggio). La post-verità è la fine della verità o la verità nei post? Per amor di significante, secondo certuni le cose coincidono. Così, c’è chi lancia strali contro le imposture, e chi sostiene che la verità è la vera impostura. Le bufale spopolano, come anche i loro cacciatori. A risentirne sono le mozzarelle, verso cui, peraltro, si dirigono i sospetti dei gourmet consapevoli. Che le bufaline siano una bufala? Povero Gesualdo. E l’alétheia greca, ormai postata nei Quaderni neri, che fa? gioca ancora a nascondino?   Si potrebbe continuare con i birignao, tutti attestati, tutti in odor di...

Anniversari. Una conferenza radiofonica sul corpo utopico / Di quale corpo ci parla Foucault?

“Posso andarmene in capo al mondo, nascondermi sotto le coperte la mattina, farmi il più piccolo possibile, posso pure liquefarmi al sole su una spiaggia, lui sarà sempre là dove sono io”. Chi è questo compagno assiduo che anticipa e mette sotto scacco ogni mio tentativo di separarmene? Chi o cos’è questa presenza con cui sono condannato a condividere sempre il mio spazio, le mie destinazioni, i miei soggiorni, persino i miei nascondigli? Chi o cosa non m’impedisce di cambiare posto, di andare altrove, eppure mi rende impossibile prenderne congedo? La risposta che Michel Foucault dà in una delle due conferenze radiofoniche sugli “spazi altri”, trasmesse nel dicembre 1966 (Le corps utopique – Les hétérotopies, Éditions Lignes, trad. it. Utopie. Eterotopie, Cronopio 2004 ) e poi riprese in un intervento presso il Cercle d’études architecturales nel marzo 1967, è semplice, facilmente intuibile, ma è anche l’ingresso nella prima di tante piccole e sorprendenti stanze di un testo tra i più belli, nonché tra i più trascurati, di un autore che pure annovera, come pochi, una bibliografia smisurata su quasi ogni pagina della sua variegatissima produzione. La risposta è: il “mio” corpo....

Leggere John Berger, alcuni libri

“Ci può essere amore senza pietà?”, si domanda a un certo punto Odile, voce narrante di Una volta in Europa (tr. it. Maria Nadotti, Bollati Boringhieri, 2003). L’interrogativo ritorna più volte, in varie forme e modi, nel libro di racconti di John Berger, sua ultima prova narrativa. È una domanda cui è difficile rispondere; le storie che Berger ci narra sono tutte la variazione intorno a un medesimo tema: l’amore come pietà. I protagonisti dei cinque racconti sono dei perdenti, che mostrano in modo differente il nesso inscindibile che esisteva un tempo tra l’amore e il sentimento di compassione che si prova dinanzi alle sofferenze degli altri (e alle proprie).   La civiltà di cui Berger racconta è quella contadina, giunta al tramonto in Europa negli anni sessanta del XX secolo, dopo oltre mille anni di quasi assoluta continuità. Lo sguardo stesso con cui Berger si rivolge ai suoi personaggi è improntato alla pietas, sentimento insieme pagano e cristiano, che implica una dose notevole di dignità, senso dell’onore, forza d’animo. Félix è un contadino di quarant’anni che resta solo dopo la morte della madre e si mette a suonare la fisarmonica; Boris è un allevatore di pecore e...

L'atto analitico: eccentrico rispetto all’operazione filosofica / Alain Badiou. Oltre il dire

Nel corso dell’anno accademico 1994-1995, Alain Badiou dedicò il suo seminario allo studio dell’opera di Jacques Lacan, definito dallo stesso Badiou un ‘compagno essenziale’: di quel seminario, pubblicato in Francia nel 2013, è finalmente uscita la traduzione italiana, (A. Badiou, Lacan. Il seminario. L’antifilosofia) grazie al pregevole progetto editoriale della casa editrice Orthotes e all’accurata e rigorosa traduzione del filosofo Luigi Francesco Clemente.     Come noto, questo seminario si inscrive in una più ampia operazione speculativa che vide il filosofo francese impegnato a misurarsi con le posizioni teoriche di quattro grandi pensatori – Nietzsche, Wittgenstein, San Paolo e, per l’appunto, Lacan – accomunati dalla medesima passione “antifilosofica”. La presenza di Lacan in questo elenco è giustificata da Badiou in virtù dello sforzo dello psicoanalista parigino nel promuovere un ritorno a Freud emancipato dalla deriva ermeneutica che qualificava (e, tuttora, qualifica) gran parte dell’arcipelago psicoanalitico postfreudiano, rivitalizzato, al contrario, dall’introduzione di una nuova categoria concettuale: il reale.   Questa è stata, in effetti, la vera...

In democrazia non basta esaltare il nuovo insultando il vecchio / Puer robustus. Come si stabilisce un ordine sociale?

Il disturbatore della pace   Se questo libro fosse una persona – scrive nell'introduzione il suo autore, Dieter Thomä – vi batterebbero due cuori: un trattato filosofico e una storia avventurosa. Ovviamente questo libro una persona non è ma è un libro, un libro di filosofia politica, cosa oggi rara e preziosa; oggi che i filosofi e con loro molti cultori delle scienze umane non scrivono più libri e tantomeno trattati, quanto saggi e articoli di rivista, in inglese: per mancanza di tempo, di otium e di possibilità di concentrazione da una parte, ma anche, dall'altra, per imitare maldestramente i colleghi delle scienze dure. Per non parlare della reticenza che incontrano da parte degli editori a pubblicare testi concettuali e con le note. Thomä, filosofo tedesco docente nell'università svizzera di Sankt Gallen, scrive invece un trattato vero e proprio, svolgendo metodicamente una materia, in settecento pagine di cui duecento di bibliografia e note, esponendone principi e regole. Quale è la materia di questo trattato? Una figura attiva per tre secoli nella teoria e nella filosofia politiche e oggi dimenticata: il disturbatore della pace (traduco così il termine tedesco...

La radice del narcisismo e della violenza / Masochismi ordinari

Sono stato indotto a riconoscere un masochismo primario - erogeno - dal quale si sviluppano due forme successive, il masochismo femminile e quello morale. (Freud)   Il masochismo morale fa male… non solo al soggetto, ma soprattutto alla coppia, al partner, alle relazioni. È una conseguenza di quello che Freud ha chiamato il masochismo morale e che si sviluppa quando l’abbandono del masochismo primario erogeno – quello legato ai piaceri forniti dalla madre – risulta incompleto. E allora abbiamo storie che non decollano mai veramente: iniziano, sembrano promettenti ma s’incagliano contro uno scoglio fantasma e restano in secca anche per anni. La non elaborazione del masochismo erogeno, simbiotico, fa mancare il passaggio strutturante e umanizzante al masochismo fondamentale che da quei piaceri primitivi prevede la separazione.   Le forme di impasse che incontra un soggetto nel suo cammino verso il masochismo fondamentale e civilizzatore, si fanno intendere in un libro fresco di stampa – Masochismi Ordinari, Mimesis – della psicoanalista Marisa Fiumanò, la quale rileva la difficoltà che c’è oggi nel sottomettersi, appunto, al masochismo fondamentale, cioè a un regime...

La nascita della filosofia digitale

1. La ricerca del principio primo   Uno dei primi temi affrontati dalla filosofia occidentale fu la ricerca di un elemento unificante, di un “principio primo”, o arché, che costituisse l’origine e il fondamento dei fenomeni variegati e delle sostanze e forme diverse che si presentano in natura. Talete (VII-VI sec. a. C.) indicò il principio primo nell’acqua. Altri filosofi identificarono l’arché in sostanze diverse, dall’aria al fuoco. Pitagora indicò l’arché in un principio astratto, il numero. Se a ‘numero’ si sostituisce ‘informazione’ si passa agevolmente dalla filosofia pitagorica alla filosofia digitale. La ricerca dell’arché continua anche oggi: i fisici si sforzano di dare un quadro unitario della realtà sia cercando la grande unificazione delle quattro forze fondamentali sia cercando di costruire le teorie del tutto. È forse un’esigenza di carattere psicologico che si perpetua nei secoli e obbedisce al nostro bisogno di esorcizzare la complessità del reale riducendola a una congetturale semplicità soggiacente: si tratta di una supposizione di carattere non fisico, bensì metafisico.    2. Il computer macchina filosofica   Il calcolatore elettronico ha...

Biogea / Michel Serres: incontri, amori

Pubblichiamo un estratto della postfazione di Francesco Bellusci al nuovo libro, tradotto in italiano, di Michel Serres: Biogea. Il racconto della terra, dal 24 novembre in libreria, e un brano tratto dall’ultimo capitolo del libro intitolato: “Incontri, amori”.    Improvvisamente, nel giro di meno di un secolo, dopo millenni, abbiamo eroso quel campo della Necessità che stoici ed epicurei ritenevano invalicabile. Ciò che non era in nostro potere, ora lo è, in tutto o in parte. La nascita e la morte, le minacce alla nostra salute, la vita e il suo codice genetico, la velocità delle comunicazioni e degli spostamenti, la riproducibilità dei beni, il clima. Siamo all’altezza del mondo, siamo dotati di strumenti all’altezza della sua potenza, ma ci salveremo solo se ci riconosceremo nel mondo. Il nostro futuro è in bilico tra armi di distruzione di massa e armi di costruzione di massa. Se non possono più essere quelle di Epicuro, come sosteneva accoratamente Lucrezio, agli inizi del V libro del De rerum natura, le parole di quale nuova saggezza, le parole di quale nuova filosofia, potranno dissuaderci dall’uso delle prime, farci guarire dalle paure e dall’aggressività che...

Quel che ci fa vedere il mondo è anche quel che ci acceca / Immagini dappertutto

L’immagine ha una storia molto lunga alle spalle, in quanto è nata probabilmente con gli esseri umani. Con la capacità cioè di questi di estrarre dalla realtà che li circonda e di trasformare in simboli gli elementi presenti nell’ambiente di vita. Una capacità che era già presente dunque nei primitivi disegni che venivano tracciati sulle rocce presenti all’interno delle grotte. Disegni che, secondo alcune recenti scoperte fatte dagli archeologi, risalgono a circa 77.000 anni fa.  Ma l’immagine non opera soltanto dando vita a una riproduzione della realtà. Può presentare infatti anche qualcosa che è estremamente dissimile da questa. Qualcosa che appartiene solamente al mondo del visivo. D’altronde, va considerato che, come ha sostenuto lo storico dell’arte Michel Melot nel suo Breve storia dell’immagine (Pagine d’Arte), «Ogni immagine, anche la più realistica, porta in sé una parte di immaginario, quella che le conferisce il suo autore ma anche quella conferitale da ognuno degli spettatori».    Un’immagine è particolarmente efficace quando contiene all’interno di sé un concetto. Quando ha il compito di tradurre efficacemente con le specificità del linguaggio visivo...

Fuoco nero, fuoco bianco / Derrida e la Qabbalah

Che esista uno stretto rapporto fra alcuni aspetti del pensiero di Jacques Derrida e la tradizione ebraica è un fatto ormai assodato, e su questa problematica esistono vari studi d’assieme. Si tratta di analisi che andrebbero prolungate, ma in quest’occasione ci interessa affrontare un compito più modesto, ossia proporre un minimo esercizio di lettura in rapporto ad alcuni passi del saggio derridiano La dissémination. Ricordiamo che il testo costituisce un’ampia disamina, assai poco tradizionale, di un’opera letteraria a sua volta innovativa, ossia Nombres di Sollers.   In questo romanzo, i numeri non figurano solo nel titolo, ma esercitano anche un ruolo essenziale nella costruzione del libro. Come ha ricordato Guido Neri, «Nombres si presenta come un “dispositivo” nettamente programmato nella sua struttura e nel suo funzionamento. Sono 100 capitoletti, numerati in ordine progressivo dal principio alla fine e inoltre in serie successive di 4 (100 è insieme il quadrato della somma 1 + 2 + 3 + 4 e la somma dei cubi di questi numeri)». Non mancano, nell’opera, figure geometrico-numeriche con funzione esplicativa, così come – sul versante più propriamente linguistico – abbonda...

Né arte, né non arte / Gli enigmi di Kishio Suga tra avanguardia e zen

Come si guarda un'opera d'arte contemporanea? In genere, di fronte all'arte, tendiamo istintivamente ad applicare il criterio del gusto. Ma il gusto come criterio dell'apprezzamento artistico è una metafora inventata tra il Seicento e il Settecento, e porta con sé l'idea di un contatto diretto, percettivo con l'opera, grazie al quale ognuno è legittimato a considerarsi l'unico – e quindi il migliore – giudice delle impressioni del proprio palato (per confutare questa specie di solipsismo critico, com'è noto, Kant ha scritto la Critica del giudizio, che però non ha avuto molto effetto sul senso comune).   Questa idea di gusto rende assai difficile accostarsi all'arte contemporanea. Vorrei provare a dimostrarlo sottoponendo a un piccolo test una mostra allestita all'Hangar Bicocca in questo periodo. Si intitola Situations ed è una retrospettiva dedicata a Kishio Suga, figura centrale dell'arte contemporanea giapponese, ma sconosciuto ai non specialisti e appartenente a una cultura lontana. Proprio per questo si presta bene all'esperimento, che consiste nel guardare una prima volta le opere con un approccio “fenomenologico”, cioè senza alcuna informazione o preparazione,...

Romano Màdera. L’opera al rosso / L’eredità junghiana come individuazione

“Questa, dunque è la mia strada; qual è la vostra? Così rispondevo a coloro che mi da me vogliono sapere la strada. Questa strada infatti non esiste!” “Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand'ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco importante. Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra.   F. Nietzsche.     Vietato imitare. Il titolo del primo capitolo del libro nel quale Romano Màdera traccia la sua personalissima maniera di raccogliere l’eredità terapeutico-culturale dell’opera junghiana ci conduce immediatamente al cuore del problema: l'unico modo per restare fedeli all'insegnamento di un maestro che amava dire che grazie a Dio non era junghiano, è rigettare ogni tentazione di assumerlo a modello da imitare. Per raccoglierne davvero l'eredità occorre, scrive Màdera, "abbandonare la via dell'imitazione a favore di quella dell'individuazione". È lo stesso Jung, del resto, a suggerirci di muoverci in questa direzione quando, in Ricordi, sogni e riflessioni, prende le distanze dal...

Ragione, ragione poetica e creatività / Cambiare è possibile

Accade nel Talmud che rabbi Raba crei un omino che è in grado di fare tutto quello che fa un essere umano, ma non sa parlare. Quando rabbi Raba manda la sua creatura a rabbi Zeira, quest’ultimo invece di essere contento e di apprezzare il gesto, s’indigna e la distrugge, esclamando: “La creazione dell’uomo è un’esclusiva di Dio!”. Non sono poche le implicazioni di questa storia ma una domanda appare in evidenza. È solo la creazione dell’uomo ad essere esclusivo appannaggio di Dio, o la creazione tout court? Interrogandosi sulle ragioni per cui siamo così poco propensi a utilizzare in modi almeno in parte efficaci e continui la nostra capacità creativa, non si può non chiedersi per quali motivi ce ne priviamo. Ovvero, sembra importante esplorare che cosa ci porta a fare un uso così limitato della disposizione a creare l’inedito e a uscire dai vincoli delle cornici del consueto. Ha forse ragione Albert Camus, che nei Taccuini scrive: “Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna prima che cambi la vita di colui che l’esprime”.    Se si cambia qualcosa cambia tutto e cambiamo anche noi stessi; è probabilmente questo che ci fa paura: la forza rivoluzionaria di ogni...

Progetto Jazzi / Che cos’è il paesaggio fragile?

  Paesaggio perduto, paesaggio fragile. I villaggi travolti dalle cascate d’acqua delle dighe o dai fiumi di parole di tanti romanzi che li raccontano (il più celebre, La pioggia gialla dello spagnolo Julio Llamazares) disegnano emblematicamente le figure limite del paesaggio fragile, quando non perduto appunto, come orizzonte estremo di un’esperienza contemporanea dello spazio colto nel suo spingersi sempre faustianamente oltre: in un al di là, apparentemente senza fine. Lasciando indietro, nella fuga, i paesaggi del tempo, con le loro forme esplose sotto la pressione di acque di dighe incontinenti, o più prosaicamente, spopolati, sfatti, invasi dai labirinti vegetali dei tanti borghi che si van perdendo. Quasi a ricalcare i giochi fantasmagorici del Marcovaldo di Italo Calvino.   [...] il caseggiato davanti al quale passava tutti i giorni gli si rivelava essere in realtà una pietraia di grigia arenaria porosa: la staccionata d’un cantiere era d’assi di pino ancora fresco con nodi che parevano gemme; sull’insegna del grande negozio di tessuti riposava una schiera di farfalline, di tarme addormentate. Si sarebbe detto che appena disertata dagli uomini, la città fosse...

21 novembre 2016, Giornata mondiale della filosofia / Riposare o essere liberi?

Le origini della cultura occidentale affondano nella nascita della filosofia, ma, come ha scritto Giorgio Colli, le origini della filosofia restano misteriose. Ora, per gettarvi una luce, si può certamente continuare a esplorare la cesura storica che separa il logos dal mito; il pensiero razionale, astratto, discorsivo, che connota la pratica filosofica, dalla sapienza mistica, divinatoria e misterica, a sfondo religioso, nella Grecia che va dall’VIII al V secolo avanti Cristo. Come fa, d’altronde, lo stesso Colli che individua l’anello di congiunzione tra i due momenti nella soluzione dell’enigma della conoscenza, che avviene prima attraverso la mediazione degli oracoli divini, poi attraverso l’agonismo solo umano e secolarizzato dell’arte della discussione (G. Colli, La nascita della filosofia). In alternativa, atteso che la filosofia non nasce filosofica, per risalire al senso e al momento che precedono la sua evoluzione in una disciplina, prima ancora che divenga “accademica” già con Platone, Aristotele e poi con le scuole ellenistiche, si potrebbe percorrere la strada che la congiunge, ad Atene, in una specie di parto gemellare, con la democrazia, e tentare uno scavo...

Un'intervista inedita / Scalia. Cultura come conversazione ininterrotta

Amava definirsi, con uno dei suoi mille jeu de mots, un “logofilo” piuttosto che un filologo o un filosofo, perché pensare e dire erano per lui, e da sempre, una cosa sola. Gianni Scalia, mancato a Bologna lo scorso 6 novembre all’età di 88 anni, era un ingegno socratico, generoso fino alla prodigalità, l’ideale compagno di via di coloro che aveva eletto, e una volta per tutte, suoi fraterni interlocutori. Precoce studioso della tradizione illuminista, di De Sanctis e Gramsci, socialista di sinistra il cui marxismo era venato di mille inquietudini, nella rivista “Officina”, già a metà degli anni ’50, aveva avviato il sodalizio con il poeta Roberto Roversi e con Pier Paolo Pasolini cui avrebbe dedicato prima un libro di straordinaria compattezza, La manìa della verità (1978), e poi una costante amorevole attenzione. I due decenni dell’antagonismo, fra i ’60 e i 70, sono quelli in cui si precisa lo stile (denso, irto, mai placato) di Scalia e l' originalità di uno sguardo, che per il tramite della letteratura, interroga lo stato di cose presenti o i destini generali, come li chiamava Franco Fortini, suo sodale/antagonista elettivo: innumerevoli le sue collaborazioni a quotidiani e...

Amore, amicizia, Stato / Fidarsi: un rischio necessario

«Perché gli uomini, nonostante e oltre le delusioni, continuano a fidarsi e comunque ci riescono?» Se lo chiede il filosofo Salvatore Natoli nel saggio Il rischio di fidarsi, pubblicato dall'editore il Mulino, in cui riflette sul tema della fiducia, sulle sue diverse modulazioni e sugli effetti della sua presenza o, al contrario della sua assenza. La fiducia nasce nella sfera degli affetti, è un sentimento di sicurezza rispetto al nostro posto nel mondo che si forma in noi perché sin dalla nascita siamo accolti e accuditi. Facendo esperienza dell'affidabilità degli adulti, nel bambino si rafforza una naturale predisposizione a fidarsi del mondo. Crescendo, però, accanto alle esperienze positive si accumulano delusioni, inganni, tradimenti che cambiano la nostra predisposizione positiva verso il mondo e ci convincono, afferma Natoli, che «il cinico detto comune "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio" ha le sue buone ragioni». E tuttavia, prosegue, è sbagliato, non solo perché «presuppone un'impossibile autosufficienza» e perché la mancanza di fiducia renderebbe impossibile ogni convivenza, ma soprattutto perché fidarsi è, in definitiva, «una volontà di bene»: qualcuno ci ha voluto...