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Filosofia

(487 risultati)

Un'inchiesta (parte I) / Tre domande sull'antifascismo oggi: Valerio, Cortellessa, Manera

Per provare a interrogarci e confrontarci sull'antifascismo oggi abbiamo posto ad alcuni intellettuali e collaboratori queste tre domande, a cura dello storico Claudio Vercelli. Pubblichiamo oggi le prime tre risposte.   1. Perché si dovrebbe continuare ad essere antifascisti se è vera l’affermazione, che si fa assunto di senso comune, per cui destra e sinistra sarebbero due distinzioni che non hanno più motivo di esistere? Se invece continua a sussistere una linea di differenziazione tra i due aggregati, quali ne sono le discriminanti in senso antifascista?   2. Se l’antifascismo non si è esaurito, in cosa si deve allora sostanziare? Allo stesso tempo, se il fascismo non è mai del tutto scomparso, sotto quale natura e con quali aspetti si manifesta oggi?   3. Prova a legare alla parola «fascismo», in successione, secondo una scala decrescente di pertinenza, questi cinque termini; ciò facendo ne deriverà quelli che per te sono i tratti salienti e prioritari in cui esso si sostanzia: A) razzismo; B) populismo; C) sovranismo;  D) identitarismo; E) [termine a tua scelta, da scegliere al di fuori dei quattro già indicati; es: ...

Una forza umile e inquieta / Giordano Bruno tra asinità e conoscenza

“…non è sorta di scienza che non v’abbia di suoi stracci”, scrive Giordano Bruno ne La cena de le Ceneri. Pone così solo una delle molteplici ambiguità che attraversano tutto il suo inquieto pensiero e la sua irriducibile vita. Ambiguità tra la vertigine del pensiero e il ciarpame dei suoi scarti; ambiguità dell’unitas multiplex, tra l’umiltà dell’esistere e la tensione a cercare la verità, a perseguire la verità come ricerca della verità; ma anche tra l’umiltà della nostra condizione e l’appagamento impossibile. Noi che viviamo lontano dall’equilibrio, perché l’equilibrio perfetto è la morte, ma non smettiamo mai di cercarne uno, di equilibrio; noi che ci ergiamo sulla nostra umanità ma non smettiamo di fare i conti con la nostra animalità; anzi, con la nostra asinità. Quella compassione e ferocia umana e animale potrebbe aiutarci a elaborare un sentimento più umile di noi stessi, se ne prendessimo atto riconoscendoci finalmente parte del tutto, seppur distinti dalla nostra evoluzione. Potremmo deporre la presunzione di essere sopra le parti nel vivente se accettassimo, alfine, la lotta con la nostra animalità costretta a una vita soffocante e ci risvegliassimo accettandoci...

Sotto la protezione il frutto / Didier Anzieu. Io-pelle

È uscita per Raffaello Cortina una nuova edizione dell’Io-pelle, l’opera più nota di Didier Anzieu (1923-1999). È un libro di necessaria lettura per ogni psicologo, psichiatra, psicoanalista o psicoterapeuta. Un libro altrettanto importante per antropologi, neurologi e biologi. In quel testo la psicoanalisi si intreccia con la teoria della complessità e con le neuroscienze. Non le neuroscienze contemporanee, che si concentrano essenzialmente sul sistema nervoso centrale, trascurando il corpo, bensì quelle classiche, che danno altrettanta importanza alle periferie sensitive e percettive. Anzieu è autore conosciuto, più che tra gli psicoanalisti, nel campo gruppo-analitico, in quello dei terapeuti della Gestalt, nello psicodramma e in altre correnti della psicoterapia in cui l’uso del corpo e del teatro è preponderante. L’Io-pelle rientra infatti nel registro di quelle opere che hanno dissentito dall’idea del “corpo ostacolo”. Il “corpo ostacolo” è quella versione della psicoanalisi che considera appunto il corpo come ostacolo alla relazione, anziché come suo veicolo. Le teorie che vedono, dietro al corpo, il fantasma dell’incesto, anziché quello di una madre ancestrale...

Mercoledì 14 febbraio al Circolo dei Lettori / Nostalgia

Nostalgia è parola di dolore. Parola, anche, d’avventura. Dolore per un ritorno impossibile, algos di un nostos che si fa pensiero dominante. La linea del ritorno è un orizzonte che traspare mentre è cancellato, che trema nella lontananza mentre si sottrae allo sguardo. Illusione di una prossimità a lungo vagheggiata. Fantasmagoria di un miraggio che penetra nei pensieri, si fa acqua e sabbia dei pensieri, riva di un approdo che si sa negato.  Nostalgia è amore dell’impossibile, del tempo di un ritorno impossibile.    Si ha nostalgia, diceva il filosofo, non per il paese lasciato, ma per il tempo vissuto in quel paese, non per il paese dell’infanzia, ma per l’infanzia trascorsa in quel paese, e perduta. Tornando, quel tempo non c’è più, quell’infanzia non c’è più. Quel paese stesso non è più quello, e noi non siamo più quelli che eravamo. È qui il cruccio vero della nostalgia: sapere che non c’è rimedio. Sapere che si ha nostalgia di un tempo che assume la configurazione dello spazio, delle forme visibili dello spazio. Proprio nel nodo che stringe il tempo allo spazio ha radice il dolore del non ritorno. Se nello spazio c’è ritorno da un punto all’altro, nel tempo...

Intervista con il filosofo francese / Michel Serres. Perché ho scritto alcuni dei miei libri

Do il benvenuto a Michel Serres, un giovane filosofo di 87 anni che di recente ha pubblicato molti libri in Italia.  Le porrò alcune domande sui libri ora disponibili per i lettori italiani: Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, tr. it. di Chiara Tartarini, Bollati Boringhieri, Torino 2016; BioGea. Il Racconto della terra, tr. it. di Maurizio Costantino e Rossana Lista, Postfazione di Francesco Bellusci, Asterios Editore, Trieste 2016; Darwin, Napoleone e il samaritano, tr. it. di Chiara Tartarini, Bollati Boringhieri, Torino 2017; Hergé mon ami. Studi e Ritratto, a cura di Domenico Scalzo, tr. it. di Simone Massa, Portatori d'acqua, Pesaro 2017. E anche la bella antologia a lei dedicata a cura mia e di Mario Porro: Michel Serres, Riga 35, Marcos y Marcos, Milano 2015.   Partiamo dal titolo Il mancino zoppo (Le gaucher boiteux), che descrive la sua condizione fisica – «Penso, dunque biforco. Già mancino, ho rischiato l’emiplegia: zoppico dolcemente» (p. 93) –, ma anche, nel suo stile a più voci, i suoi “personaggi concettuali”, Pantope, Hermès, Petite Poucette e molti altri. La sua filosofia produce personaggi. Ci dica qualcosa su questi personaggi. Come li ha...

Sentimenti al negativo al Circolo dei Lettori (TO) / Kafka e la vergogna

I due uomini hanno condotto K. fuori città, in una cava. Lì la luna illumina ogni cosa con una pacata naturalezza. Uno dei due toglie a K. la giacca, il panciotto e la camicia, poi lo prende sottobraccio e passeggia avanti e indietro con lui per aiutarlo a combattere il freddo. Quindi, trovato il posto che reputano adatto, i due signori fanno adagiare K. a terra, contro un masso, con la testa appoggiata a questo. Estraggono un coltello da macellaio, a due tagli, e lo osservano. Cominciano dunque delle odiose cerimonie, passandosi a vicenda il coltellaccio, così che K. pensa che sarebbe suo dovere prenderlo lui stesso, mentre passa di mano, e ficcarselo direttamente nel petto.  Mentre è lì che riflette su questo, s’accorge che in una delle finestre della casa prospiciente la cava si è accesa una luce. Un uomo l’ha spalancata e adesso si sporge molto in fuori, con le braccia tese. K. si chiede chi sia. Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Forse può ricevere aiuto da lui. S’interroga ancora: forse c’erano delle obiezioni dimenticate? Cose non dette nel corso della vicenda? Probabilmente sì. Ma la logica è contro di lui, tuttavia, pensa, nessuna logica può resistere a un...

Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalistica / Giorgio Agamben. Le anarchie del potere

Se ne L’uso dei corpi (Neri Pozza 2014), il volume che logicamente chiude la serie Homo sacer, Giorgio Agamben, quasi in esordio, sosteneva che ogni opera «non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9), l’aver “abbandonato” il progetto in questione non è affatto coinciso con un abbandonare la pratica della scrittura da parte dell’autore. Agamben ha continuato, con una costanza sorprendente, a pubblicare una serie di libri, dall’oggetto apparentemente disparato, che però rappresentano a loro modo una continuazione coerente del suo percorso. Da un lato ci sono lavori che sviluppano e approfondiscono il tema della “forma-di-vita” (Autoritratto nello studio, Che cos’è reale?, Pulcinella), dall’altro una serie di testi, per lo più raccolte di saggi d’occasione, che approfondiscono il punto di vista dell’autore su temi centrali della sua opera. In questo senso vanno letti Che cos’è la filosofia? e Il fuoco e il racconto, quanto anche il recente Creazione e Anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, uscito da poco per i tipi Neri Pozza, che raccoglie cinque conferenze tenute tra il 2012 e il 2013 presso l’Accademia di...

Sentimenti negativi / Vergogna, nostalgia, risentimento, ansia, pigrizia

Ci sono i sentimenti positivi e quelli negativi. Dopo aver esplorato odio, invidia, gelosia e noia, un nuovo ciclo di incontri al Circolo dei Lettori di Torino sarà dedicato a vergogna, nostalgia, risentimento, ansia e pigrizia. Conosciamo davvero questi sentimenti? Solo per averli provati? Come sorgono, perché come si sviluppano? Cinque studiosi ci guidano alla scoperta del negativo che ci abita tutti, attraverso la storia umana e culturale di alcuni dei principali sentimenti.   Ecco il calendario:   Mercoledì 7 febbraio ore 18 - 19.30 VERGOGNA Marco Belpoliti   Mercoledì 14 febbraio ore 18 - 19.30 NOSTALGIA Antonio Prete Mercoledì 21 febbraio ore 18 - 19.30 RISENTIMENTO Pietro Barbetta   Mercoledì 28 febbraio ore 18 - 19.30 ANSIA Nicole Janigro   Mercoledì 7 marzo ore 18 - 19.30 PIGRIZIA Gianfranco Marrone   Il Circolo dei Lettori Torino – via Bogino 9 +39 011 432 68 27 info@circololettori.it   Novara – via F.lli Rosselli 20 novara@circololettori.it

Per una scienza dell’ecceità / Deleuze e la psicologia

Lo stupido è colui che fa della clausura della conoscenza la condizione normativa della propria vita, colui che ha eliminato dall’orizzonte del proprio sguardo il piacere dell’attesa, la creatività dell’istante ignoto, l’incertezza dell’esplorazione. Lo stupido è chi non esce dalla culla, chi non scioglie le cime del familismo, chi non osa considerare l’evento fulmineo che scompagina le regole, o l’inaspettato che spezza il fiato a tutte le cose troppo ordinate. Se ciò è vero, la psicologia è allora quella scienza che, a causa della propria timidezza, spregia qualsiasi possibilità di incontro con l’inatteso, non rinunciando, per ciò stesso, alla venefica tentazione di normalizzare l’impossibile. Come gettare con profitto, dunque, i semi di una nuova psicologia, più audace e radicale? È l’interrogativo portante dell’opera di Maria Nichterlein e John R. Morss, Deleuze e la psicologia (Raffaello Cortina, Milano 2017). Per gli autori, l’abbozzo di una delle plausibili risposte risiede nell’affidamento alla filosofia, o più precisamente, al pensiero di quel filosofo contemporaneo che, malgrado abbia nutrito forti dissapori verso alcuni dei fondamenti psicologici e psicoanalitici...

L'Alunno perfetto / Agostino, l’ego e la disputa

Ma davvero, prof, lei ci sta dicendo che tutti i filosofi che faremo adesso se ne fregheranno della vita? Risposta: ma…sai…non è proprio così…forse è più complesso...NO! Più complesso no, non devo usare questa espressione, non me la posso cavare anch’io così! Negli incubi di un insegnante di filosofia, razionale e ragionevole certo, ma pur sempre gravato dalle ansie proprie della sua spoglia mortale, c’è un fantasma che aleggia ogni mattina, o almeno tutte le volte che ci si trova sul punto di affermare qualcosa che non è pienamente indubitabile: l’Alunno perfetto. Questa sorta di infido spettro, che esiste quanto l’onniscienza, che si manifesta concretamente quanto la felicità eterna e che alzando la mano dice: “Scusi se mi permetto, ma che l’orfismo non abbia anche una fisionomia cosmologica è smentito dal Papiro di Derveni. Che, tra l’altro, leggiamo dal 1962.” L’improbabilità di un evento del genere, avvalorata dal ricordo indelebile di quell’altro alunno che, alle medie, non sapeva quali fossero le vocali dell’alfabeto, non dovrebbe diminuirne il peso, perché certi stati emotivi, anche quelli dei professori di filosofia, non sentono ragioni. Uno al mattino si ritrova davanti...

Morale, giudizio, emotività / Mercati senza limiti?

Durante un lungo soggiorno in Inghilterra, fra il 1726 e il 1729, Voltaire ebbe l’occasione di scoprire non solo la cultura, ma anche le istituzioni economiche del paese che proprio in quegli anni stava trasformandosi in una superpotenza globale. In una delle ‘Lettere inglesi’ Voltaire fornisce una celebre descrizione del London Stock Exchange:   Entrate nella Borsa di Londra, in questo luogo più rispettabile di molte corti; vi vedete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l'utilità degli uomini. Qui il giudeo, il maomettano e il cristiano discutono insieme come se fossero della stessa religione, e non danno dell'infedele se non a chi fa bancarotta; qui il presbiteriano confida nell' anabattista, e l'anglicano accoglie la promessa del quacchero. Uscendo da queste riunioni pacifiche e libere, gli uni vanno alla sinagoga, gli altri a bere; questo va a farsi battezzare in una grande tinozza in nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo; l'altro fa tagliare il prepuzio di suo figlio e fa borbottare sul bimbo delle parole ebraiche che non intende affatto; questi altri vanno nella loro chiesa ad attendere l'ispirazione divina col cappello sulla testa, e tutti sono...

Asti, 20 maggio 1941 – Roma, 9 gennaio 2018 / Mario Perniola o del transito

Quando già Mario Perniola era molto malato, a casa sua, assieme ad altri amici, qualcuno lanciò una domanda-esca: “se tu fossi completamente libero di scegliere la città o il paese dove vivere, cosa sceglieresti?” Ognuno di noi rispose, e quando venne la volta di Mario, lui disse: “Vorrei essere come quel personaggio che viveva nell’aeroporto di Roissy, perché non gli permettevano di entrare in Francia e nemmeno di ripartire”. Si ricorderà il film di Spielberg The Terminal, dove Tom Hanks incarnava la versione americana di un disgraziato vero, che a Parigi divenne vittima della protervia di un burocrate francese che non gli permise di uscire dalla parte internazionale dell’aeroporto.   Credo che allora, sapendo di morire, Mario abbia detto qualcosa di essenziale di sé: la sua impossibilità di avere una patria elettiva, una radice a cui tornare. Il suo sentirsi sempre su una sorta di borderline, di no man’s land, di luogo interstiziale. Il che pare contraddire la sua biografia, di un professore di estetica ben radicato nel mondo accademico. Credo che abbia espresso bene quel suo “sentire” un libro del 1985, Transiti. Come si va dallo stesso allo stesso. Mario si è sentito...

Un verso, la poesia su doppiozero / Giuseppe Ungaretti. Mi tengo a quest’albero mutilato

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   È il verso che apre la poesia I fiumi, di Ungaretti. Il titolo ha, come per gli altri testi poetici di Il porto sepolto, un sottotitolo relativo al luogo e alla data di composizione: in questo caso, Cotici il 16 agosto 1916. Un titolo, un luogo, una data: la poesia come parola che...

I died for Beauty / La bellezza è una domanda

Quando Josif Brodskij, in occasione del conferimento del premio Nobel per la poesia e la letteratura, sostenne che uno dei principali problemi del nostro tempo è la volgarità, e che solo la bellezza avrebbe potuto salvarci, non avevamo forse compreso fino in fondo quanto fosse nel giusto. Ma si sa, è dei poeti vivere al di sopra delle proprie possibilità, come diceva sempre Luigi Pagliarani. Brodskij poi aggiunse che l’estetica è la madre dell’etica, perché la contiene, completando una diagnosi e un progetto per cambiare la nostra vita. Non l’abbiamo ascoltato. La volgarità, e non la bruttezza, si propone nel nostro tempo come il contrario della bellezza; così come l’indifferenza, e non l’odio, è il contrario dell’amore. Se il bello è passione e distacco; se è perfino un certo livello di disinteresse che separa il bello da altre forme di passione, anche il brutto è passione e richiede di essere capito e giustificato, come ha sostenuto Umberto Eco in un testo sul brutto, ora contenuto in Sulle spalle dei giganti, La nave di Teseo, Milano 2017. Ci rendiamo subito conto che siamo sulla soglia di noi stessi, al margine generativo del possibile, dove si profilano le condizioni per...

Fragile umanità / Novel food entropia e altri disordini

  Cinquanta miliardi di animali macellati ogni anno per i bisogni dei consumatori americani sono un numero che lascia sbalorditi, sono una dimensione dell’orrore nascosta ai luoghi e agli occhi della civiltà che frequentiamo. Ma anche se questo numero fosse stato arrotondato per eccesso, di fronte a quello che comunque rimane un enorme “massacro”, prima di ogni considerazione etica, economica, ecologica deve esserci il dubbio che tutto questo possa essere anche un “disordine” nella nostra società, e ancor più indietro dovrebbe esserci l’idea di una consapevolezza, quella che abbiamo di noi stessi rispetto agli altri viventi; alla lunga, l’idea che ci sorregge nello sfruttamento dell’ambiente e delle creature che lo abitano. Fragile Umanità di Leonardo Caffo (Einaudi, 2017, pp. 136, € 12,00) è innanzitutto un libro di filosofia. Ma può essere anche un libro in grado di aiutarci nell’interrogativo di cui sopra, un libro per chi si interroga sul superamento dell’antropocentrismo, vale a dire la nostra presunta superiorità rispetto alle altre forme di vita.   Nello stesso tempo è anche una lettura adatta all’intolleranza vegana verso la felicità che gli onnivori provano...

Legge e vocazione / Recalcati e il sacrificio

In Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale (Raffaello Cortina, 2017) Massimo Recalcati indaga il fantasma del sacrificio, che induce gli individui a sottomettersi a una legge oppressiva a cui immolare la forza del proprio desiderio, barattando la garanzia di un risarcimento. La sua indagine persegue due obiettivi. Innanzitutto, ribadisce il suo modo di intendere il lavoro psicoanalitico, come tensione da mantenere tra il caso singolo e la classificazione – qui tra l’individuo che si sacrifica e il sacrificio come struttura simbolica di senso. Recalcati non crede che la sfera della rappresentazione simbolica pubblica sia una alienazione della compattezza dell’esistenza. Il sacrificio è la rappresentazione simbolica originaria: la restituzione agli dèi – gli originari proprietari delle cose – attraverso i suoi rappresentanti. La critica del sacrificio chiama quindi in causa la questione del recinto simbolico del senso, e in modo nuovo, circa la restituzione del singolo oggetto all’universale.   Con ciò, lo psicanalista evoca la questione di un gesto che gli è stato rimproverato, di ricondurre i singoli nomi propri sotto categorie. Con questa analisi mostra che...

Un dialogo tra P (proibizionista) e AP (anti-proibizionista) / Legalizzare gli spinelli?

Chi, come me, è nel fiore della sua terza età, sa che ogni tanto in Italia, così come avvengono periodicamente alluvioni e terremoti, si discute se depenalizzare o meno, e come, le droghe leggere, o anche quelle pesanti. Sono ormai circa cinquant’anni che il dibattito riaffiora, per lo più con gli stessi argomenti da una parte e dall’altra. Ognuno resta della propria idea e in pratica non se ne fa nulla.   Proverò quindi a riassumere qui per i giovani gli argomenti decennali di entrambi gli schieramenti dando loro la forma di un dialogo tra P (proibizionista) e AP (anti-proibizionista).   AP – È ormai evidente che i prodotti della canapa indiana (marijuana, hashish) non sono più dannosi di alcool e tabacco. Perché allora considerare i primi “droghe” e i secondi no? Se non proibiamo alcool e tabacco – anche se ne sconsigliamo l’uso – perché proibire i prodotti della cannabis? P – Perché le indagini dimostrano che chi diventa un tossicomane di droghe pesanti – oppiacei, cocaina, ecc. – comincia quasi sempre dalla cannabis. Come scrisse un vignettista “una canna è la via migliore verso il buco”…   AP – Ma è come dire che uno che diventa alcolizzato cronico comincia...

Simulazione liberata / Stan Laurel & Oliver Hardy: ridere è una cosa seria

Di lentezza si può far ridere e, facendo ridere, si possono generare conoscenze inedite? Decisamente sì, anche se l’affermazione categorica sfida il senso comune, che affida alla cosiddetta serietà la conoscenza, e associa la lentezza con la noia. Gabriele Gimmelli ce ne dà una prova col suo lavoro su uno dei capolavori del cinema, Big Business – Grandi Affari, con Stan Laurel (Stanlio) e Oliver Hardy (Ollio), del 1929.    Ascoltando Umberto Eco il comico e l’umoristico non solo sono cosa buona, ma anche strumento di conoscenza: “… e Venanzio disse che per quello che lui sapeva Aristotele aveva parlato del riso come cosa buona e strumento di verità…” (U. Eco, Il nome della rosa, Prima edizione riveduta e corretta, Bompiani, Milano 2012; p. 135). E uno che se ne intende come C. Simic, scrive: “Del resto, ci sono stati qua e là alcuni che, si sospetta, sono effettivamente morti dal ridere.” (C. Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, Milano 2012; p. 148).  Chi di noi non ha avuto la sensazione di morire dal ridere vedendo Stanlio e Ollio? La natura di quel divertimento è oggetto di fine attenzione nel lavoro di Gimmelli, con correlati continui alla storia e...

Per una rivoluzione gentile / La sapienza del cuore

"Insegnaci a contare i nostri giorni/e giungeremo alla sapienza del cuore" (Sal 90). Per il salmista la consapevolezza della mortalità e, quindi, della preziosità di ogni giorno vissuto, è la via maestra che porta alla sapienza del cuore, cioè a quella forma di sapere che è saggezza, perché è conoscenza dell'intima natura dell'uomo e del rapporto vitale in cui sta con gli altri e il mondo. Sapienza del cuore vuol dire comprendere che siamo fatti di relazioni alle quali, per il bene di tutti, dobbiamo dedicare attenzioni e cure. Su questo tema negli ultimi tempi sono usciti i tre libri di cui vorrei parlare. Del primo intitolato, appunto, La sapienza del cuore (Raffaello Cortina Editore) è autrice Luigina Mortari, pedagogista impegnata da molti anni in un'importante e innovativa riflessione sul tema della cura.    Si può "vivere per inerzia", afferma all'inizio del libro citando Seneca, ma questo non sarebbe niente più che un conservarsi nel tempo. Vivere significa molto di più: vuol dire realizzare le proprie potenzialità, diventare ciò che possiamo essere o, meglio, ciò che siamo in potenza. Per questo abbiamo bisogno di inserire la nostra vita in un'architettura di...

Attualità di Michel Maffesoli, tra sociologia e filosofia / Tribù, reti, passioni

Nonostante i grandi sconvolgimenti tecnologici, organizzativi ed estetici che hanno interessato le società contemporanee, il pensiero di Maffesoli pare ancora in grado di rendere conto del presente, proprio perché egli non ha voluto enfatizzare la determinante tecnologica del mutamento. La variabile indipendente che egli utilizza per spiegare il mutamento sociale è la società stessa. In tal modo, a rischio di cadere in una sostanziale tautologia, egli è stato in grado di formulare una visione onnicomprensiva che, seppure ragionando in termini di grandi categorie, giunge a spiegare i fenomeni nella sfera del “micro”. La riedizione de Il vuoto delle apparenze di Michel Maffesoli, nella collana iMedia di Edizioni Estemporanee (curata da Tito Vagni) con postfazione di Nuccio Bovalino, è una buona occasione per tornare a riflettere sulla particolarità dell’approccio di questo filosofo-sociologo, la cui produzione ha saputo resistere all’usura del tempo, per corrispondere in modo quasi adattivo al cambiamento sociale e culturale che oggi viviamo.   Con il Tempo delle tribù (1988), Michel Maffesoli esprimeva un punto di vista alternativo sulla postmodernità, rispetto a quello di...

Oggi a Fahrenheit lo ricordano Marino Sinibaldi e Nicola Lagioia / Alessandro Leogrande, scrittore che amava gli ultimi

Aveva solo quarant’anni, Alessandro Leogrande. È scomparso all’improvviso a Roma. Un comunicato parla di aneurisma. Era un intellettuale finissimo, di quelli che guardano la realtà, specie quella sociale, e sono capaci di raccontarci come funziona, cosa nasconde e cosa rivela. Trovavo in lui una somiglianza fisica con Piero Gobetti, e una statura intellettuale che mi richiamava il grande intellettuale torinese: interessi vasti, prima di tutto politici, sociali, sociologici, una capacità unica di analizzare, scrivere, rintracciare tendenze sotto i fatti. Come Gobetti era innamorato del teatro, che recensiva, occasionalmente, sempre attento a cogliere i risvolti politici e sociali degli spettacoli. Di recente questa passione lo aveva portato a scrivere testi per la scena, in un attivismo che era dialogo, dal vivo, con i fenomeni, con le persone, con i movimenti.   Era nato a Taranto quaranta anni fa. Si era formato nell’ambiente cattolico, come scrive in un pacato e commovente ricordo il padre; era stato scout da giovanissimo, poi impegnato nella Caritas della città dei due mari, poi in Albania. Scrive ancora Stefano Leogrande: “come giornalista e scrittore si è impegnato in...

Con un'introduzione di Francesco Bellusci / Il filosofo fa il giro del mondo tre volte

Per diventare filosofi non basta l’abilitazione, bisogna compiere tre giri del mondo. Ne è convinto Michel Serres, l’accademico di Francia, che, sulla soglia dei novant’anni, si entusiasma tanto per il giro del mondo compiuto, di recente, in solitaria, da Thomas Coville in 49 giorni, quanto per le prodezze da cybernauti e creativi digitali compiute dalla generazione dello smartphone che, ribattezzata da lui la generazione di “Pollicina”, a suo dire, “tiene il mondo in mano”. I tre giri del mondo che egli raccomanda e prescrive al filosofo, senza i quali egli non potrebbe parlare con saggezza del mondo stesso, sono imprese ai limiti dell’impossibile, sono imprese erculee, soprattutto nell’arco breve della vita, ma vanno comunque tentate fino alla fine. Si tratta del giro del mondo fisico, terrestre; il giro del sapere, in tutta la sua globalità enciclopedica; il giro degli uomini e delle culture che hanno prodotto. Lo stesso Serres si è lanciato nell’avventura. Ha potuto compiere il primo mediante la sua attività di ufficiale di Marina, nella seconda metà degli anni Cinquanta, prima di intraprendere la carriera accademica. Poi si è lanciato nel secondo giro del mondo, terminato...

Abitiamo la terra come spazio condiviso / Migranti visibili e invisibili

Quando sono in Italia, uno dei paesi della mia vita nomadica, i migranti li vedo eccome. Ne vedo la rappresentazione mediatica come pure mi capita di incontrarne di persona, davanti ai supermercati, seduti su gradini e panchine, o che ti vendono un fiore in pizzeria... In Svizzera e in Germania mai, come se non esistessero; né sui media né di persona.  Dalla località elvetica di Brissago, sul Lago Maggiore, passo spessissimo, per recarmi a Lugano o a Locarno; ma mai e poi mai avrei sospettato che ci fosse un (centralissimo) posto di accoglienza, a due passi dalla fermata del mio autobus, se non fosse stato per un recente omicidio, apparentemente ingiustificato, di un ospite del centro da parte di un agente di polizia elvetico.  Ma torniamo alla Germania, dove profughi e migranti sono quasi completamente assenti dai media, a parte il breve periodo in cui transitarono dalla «rotta balcanica». Penso al principale notiziario, quello del primo canale, alle otto di sera. Quindici minuti di notizie sobrie comunicate da annunciatrici e annunciatori ancora più sobri, in piedi e senza fronzoli. Alle 20:15, fine delle notizie, inizia il programma di prima serata che termina alle...

15 novembre 1917. Perché leggere ancora Durkheim? / Non finiremo di ammalarci d’infinito

Émile Durkheim, il padre nobile e fondatore della sociologia come scienza e disciplina accademica, meglio noto come l’autore de Il suicidio, moriva cento anni fa, nel novembre 1917, quando, da alcuni mesi, era sbarcata la prima divisione americana in Francia e, da una settimana, i bolscevichi avevano assaltato il Palazzo d’Inverno. Una guerra maledetta, la Grande Guerra, perché gli aveva strappato l’affetto più caro, nel dicembre 1915: il figlio André, promettente studente di filosofia alla Normale di Parigi. E, a causa del dolore, Durkheim, in preda ormai alla depressione, non gli sopravvivrà oltre un paio di anni. Sono molte le grandi correnti culturali nel Novecento nelle quali è facile rinvenire un debito o un’ispirazione nei confronti del suo imponente lascito teorico e concettuale, al di là del solco positivista in cui esso è maturato: la sociologia funzionalista di Merton e Parsons, la linguistica di Saussure, la psicoanalisi di Lacan, l’antropologia culturale di Mauss e di Lévi-Strauss. Perché leggere ancora Durkheim, allora? Per almeno due ragioni.    In primo luogo, ci fa capire la natura fondamentalmente sociale di tante angosce, ansie, apatie o stati di...