Categorie

Elenco articoli con tag:

Geografie

(1,160 risultati)

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio (parte seconda)

Il secondo giorno di lavoro l’ho finito con lo scatto al calesse e i tre ragazzi sopra a condurre il cavallo. Il cavallo è una presenza ricorrente nel quartiere. Alcuni anni fa in questo stesso stradone mi ero trovato nel mezzo di una corsa clandestina di trotto. Stavo in auto con un amico, lui guidava; inaspettatamente sbucò un certo numero di motociclisti con le luci dei fanali accesi che arrivavano in senso contrario al nostro. Volevano fare largo gridando e suonando i clacson dei loro motorini, nessuno aveva il casco; ci costrinsero a manovrare verso il bordo della strada per schivarli, poi giunsero i cavalli al trotto agganciati ai calessi. Tornato a casa la sera, ho cominciato a stilare un promemoria sul lavoro, tanto per memorizzare strade e incontri.    Ph A. Costa. Dopo alcuni giorni che mi muovevo a Brancaccio apparentemente inosservato, ho avuto il primo contatto con i “guardiani” della zona, dei picciottazzi che mi chiesero se era tutto a posto. Ovvio che per me era tutto a posto. Gli dissi che stavo fotografando il loro quartiere e gli domandai se volevano essere fotografati pure loro, ma mi dissero che non avevano il cellulare e quindi non si fece...

Quaderni giapponesi / Conversazione con Igort, maestro del fumetto

Complice l’uscita del secondo volume dei suoi Quaderni giapponesi, abbiamo incontrato Igort, maestro del fumetto italiano contemporaneo, per parlare non soltanto della sua ultima opera. Il 2017 è stato infatti anche l’anno che ha visto il varo della sua nuova avventura come editore con Oblomov, marchio dedicato al fumetto di qualità. Nel catalogo Oblomov figurano fra gli altri autori italiani quali Fior, Ferraris, Carpinteri e grandi maestri internazionali quali Burns, Ware e Taniguchi di cui è in uscita La foresta millenaria, opera incompiuta sulla quale il grande maestro giapponese stava lavorando poco prima di morire nel febbraio 2017. A partire dunque dal Giappone, la conversazione si è aperta su una molteplicità di temi e riflessioni, affrontati da Igort con l’intelligenza, l’eleganza e il rigore che da sempre lo contraddistinguono.    Partiamo dal tuo nuovo fumetto, Quaderni Giapponesi Volume 2: il vagabondo del manga. Pur nel solco del tuo lavoro precedente questo nuovo volume dedicato al paese del Sol Levante mi pare un'opera molto diversa. Il primo libro era un viaggio orientato lungo due direttrici principali: l'interiorità e il passato. Pur lontano da una...

Domenica 25 febbraio il secondo appuntamento / Monte Bulgheria: laboratorio camminato

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   Si va in silenzio, in fila indiana. Matteo Meschiari ha radunato il gruppo vicino alla chiesa del santuario di Licusati, sopra Marina di Camerota e ha chiesto di non parlare mentre si sale. La strada rampa per i primi quindici minuti; si transita attraverso la vegetazione di alberi e arbusti, poi il tratturo diventa sentiero e sopra c’è solo la pietraia. Siamo arrivati al punto di ritrovo con il Pick-Up di Maurizio. Gli altri seduti dietro nel cassone, io nell’abitacolo a parlare con il nostro ospite della casa in cui dormiamo. Il Monte Bulgheria, che stiamo salendo per raggiungere uno degli Jazzi costruiti sul fianco della montagna, è stato abitato in passato da monaci greci e poi da soldati che si erano installati qui durante le guerre gotico-bizantine raccontate da Procopio di Cesarea.   Un amico, prima del viaggio al Sud, mi ha raccontato delle lotte iconoclaste che hanno tormentato la cristianità in queste terre e dell’arrivo di monaci basiliani...

Berlinale 2018 / A volte (i traumi) ritornano

È da qualche tempo a questa parte che ricorre sempre più spesso nel dibattito pubblico il termine di “trauma”. Eppure è raro che a una parola così gravida di conseguenze venga dato tutto il peso concettuale che meriterebbe. Quello che infatti non viene mai abbastanza sottolineato è che il trauma non è solo un’esperienza scioccante e violenta i cui segni permangono in modo indelebile nell’esperienza del soggetto, ma riguarda anche, e forse ancora di più, il modo in cui questi stessi segni si iscrivono, con degli esiti spesso paradossali e tutt’altro che prevedibili.      Gira una storia ad esempio, davvero agghiacciante, riguardo agli eventi di Parigi del 13 novembre 2015 su una giovane donna sopravvissuta al massacro del Bataclan. Madre dalla condotta di vita priva di eccessi e di estrazione sociale medio-alta, questa donna aveva iniziato dopo pochi giorni dall’evento traumatico a presentare una serie di sintomi assai singolari. Continuava a ritornare più volte e di nascosto sul luogo dell’attacco terroristico visitando da sola a tarda notte i locali attorno al Bataclan con delle serate colme di eccessi (alcol, droghe, esperienze sessuali con sconosciuti), a cui...

Luoghi dove il sacro rompe i confini / Il sussurro degli dei

Where Gods Whisper è il titolo dell'ultimo libro della fotografa e giornalista polacca Monika Bulaj. Pubblicato dalle edizioni Contrasto con testo inglese e inserto in italiano, raccoglie immagini prese nel corso degli ultimi anni viaggiando lungo le terre di confine tra popoli, culture e religioni, dal Marocco all'Egitto, dall'Iran alla Siria, fino al Tibet, all'Afghanistan (a questo paese Bulaj aveva già dedicato un libro nel 2013, Nur: la luce nascosta dell'Afghanistan, definito dal Time uno dei migliori libri fotografici dell'anno). Fino a quello «specchio dell'Africa» che è l'isola di Haiti, dove il confine è l'intero Atlantico e i riti voodoo (grande spirito divino) fondono cristianesimo e antichissime religioni africane, celebrando la comunione tra vivi e morti, l'«incessante conversazione con gli antenati». Dove l'acqua diviene elemento centrale del culto, perché è attraverso l'acqua che finalmente tornano a casa, in Africa, i morti. Per le religioni animiste dell'Africa i morti non sono morti (come recita il titolo di una poesia del senegalese Birago Diop, alla quale si è spesso ispirato l'artista Bill Viola), non sono mai andati via, non sono sottoterra; il loro respiro...

Nessuno le fermerà / Leggende metropolitane, rumors e fake news

Nel luglio 2005 Londra fu teatro di un attacco terroristico islamista, che uccise cinquantadue persone. Subito dopo a Roma si diffuse una voce secondo cui i jihadisti avevano avvelenato gli acquedotti della Capitale. Il sindaco di Roma dell’epoca, Walter Veltroni, smentì sdegnato la notizia, stigmatizzando coloro che l’avevano messa in circolazione. Allora non si era imposto il termine fake news, si parlava di leggende metropolitane (calco dall’inglese urban legends), ancora prima si parlava di rumors, ma di fatto sono nomi diversi per la stessa cosa. L’unica differenza, che alcuni sopravvalutano, è che prima di internet le fake news circolavano essenzialmente da bocca a orecchio, mentre ora circolano da tastiera a monitor. Se si racconta una leggenda metropolitana al bar dello Sport di Roccasecca, subito essa impatta magari dieci persone. Se si scrive su Facebook una leggenda identica, impatta subito centinaia o migliaia di persone allo stesso tempo. Grazie a internet, la piazzetta del villaggio si allarga a dismisura, ma i discorsi sono sempre quelli che si fanno nelle piazzette dei villaggi. I meccanismi profondi che generano “le voci” sono sostanzialmente gli stessi, secoli...

Vivere in una società democratica / Piketty e l’uguaglianza

I mutamenti economici sono valutati dai cittadini utilizzando alcuni princìpi intuitivi che potremmo chiamare ‘morale del senso comune’. La morale economica del senso comune si fonda principalmente su due intuizioni: la prima dice che è giusto distribuire la ricchezza in modo (più o meno) uguale fra i membri di una comunità. La seconda dice che è giusto che chi ha prodotto una particolare risorsa abbia la possibilità di utilizzarla (più o meno) come meglio crede. Il ‘più o meno’ è importante: serve a ricordarsi che si tratta di principi generici che, presi alla lettera, entrerebbero molto spesso in conflitto fra loro. Se alcuni individui sono più capaci o semplicemente hanno i mezzi per produrre più ricchezza di altri, per esempio, è possibile che la distribuzione di risorse diventi molto diseguale all’interno di una società. D’altro canto, è difficile o impossibile preservare l’uguaglianza senza violare, almeno in parte, il principio della produttività. Un compito importante della politica è dunque la conciliazione di questi due princìpi, trovando dei compromessi che salvino in parte l’uguaglianza senza mortificare troppo il principio di produttività.    Le teorie...

Due libri e due letture / Yona Friedman e le utopie realizzabili

Come vivere con gli altri senza essere né servi né padroni Andrea Bocco   Con Come vivere con gli altri senza essere né servi né padroni, Yona Friedman (Budapest 1923-), architetto e teorico politico naturalizzato francese, volle procedere alla “urgente e necessaria” divulgazione dell’avvento di ciò che chiama “mondo povero”, cioè un nuovo assetto conseguente alla dissoluzione delle grandi organizzazioni, all’esaurimento delle risorse, e all’impossibilità della comunicazione universale. Il testo, del 1973 e oggi edito per la prima volta in italiano da Elèuthera, argomenta le ragioni per cui Friedman ritiene evidente la prossima e probabilmente rapida transizione (e ritorno) a un’economia fondata su gruppi locali a piú basso livello di specializzazione, che adoperano tecnologie piú semplici, e quindi costituiscono micro-società piú resilienti. Questa opzione potrebbe essere scelta consapevolmente (anche come risposta efficiente a una crisi ecologica senza precedenti), e quindi gestendo, per quanto possibile, la transizione in modo morbido e civile; oppure avvenire per necessità quando la civiltà occidentale per come la conosciamo si affacci sul bordo del collasso.   Come...

Falso, manipolazione e propaganda / Catalunya, Catalunya, Catalunya, Catalunya

Sul problema del nazionalismo catalano si può sempre ritornare. Rimandiamo il dibattito all’Ottocento? Oppure riprendiamo il discorso dal momento della Transición e dell’inizio della democrazia dopo la morte di Franco? O ancora meglio, ne parliamo dal momento in cui si è rotto l’equilibrio che dominava dall’instaurazione della Comunitat autònoma de Catalunya, e gli anni del regno di Pujol in compagnia della famiglia, nel senso che ben conoscono le banche in Svizzera e Andorra, le società offshore, e soprattutto, i tribunali.  Fernando Savater, nel suo ultimo libro, Contra el separatismo (Ariel, Barcellona, 2017), ricorda un aneddoto che era successo al filosofo catalano Josep Ferrater Mora, che era professore negli Stati Uniti, e chiamato da Pujol per interessarsi sull’opinione che avevano gli yankee sulla Catalogna aveva risposto che ignoravano tutto su quella regione, a cominciare dalla sua esistenza. Preoccupato, Pujol gli disse che bisognava rimediare, fare qualcosa al riguardo, per far conoscere agli americani la presenza nel mondo della Catalogna. Al che Ferrater, prendendola con senso dello humour, disse: “Forse un terremoto potrebbe servire...”.     E così...

Oggetti e economia moderna / La parola alle cose

Chiunque abbia dimestichezza con i disegni animati non si stupirà più di tanto, si sa nel mondo dei cartoni le cose (e gli animali) parlano da sempre. Maggiordomi-candelabro, statue animate, ma anche macchine, aerei e naturalmente giocattoli stanno lì a interagire nel più naturale dei modi, attraverso la lingua appunto. Ma è roba di fantasia, per bambini, perché le cose non parlano, cosa avrebbero da dire poi? È questo il punto: troppo. Fortunatamente qualcuno ogni tanto decide di dargli la parola, gettando su di loro il più incredibile degli incantesimi: una domanda. Anzi tante. È quello che fa Tim Harford, economista e giornalista del Financial Times, con il suo 50 cose che hanno fatto l’economia moderna, edito da Egea. Obiettivo di Harford non è parlarci dei 50 maggiori successi commerciali di tutti i tempi, non si parte dal denaro ma dalla vita e dal modo in cui certe invenzioni l’hanno cambiata rendendola ciò che è. C’è l’aratro ovviamente, ma anche il filo spinato, l’iPhone, il passaporto, la libreria Billy (sì, proprio quella di Ikea), i registri catastali, la lampadina e molto altro.   Prendete il filo spinato. Prima della sua invenzione, spiega l’autore, non si era...

Genius Loci / Kleist, per esempio

Ci sono case che, per aver dato i natali a uno scrittore importante, non per questo sono state risparmiate dalla distruzione. Della casa di Kleist che si trovava sulla strada che da Est va a Berlino non resta niente. L’ha travolta l’immenso flusso che nell’aprile 1945 converge sulla capitale tedesca verso lo scontro finale della Seconda Guerra Mondiale: eserciti, armi, civili in fuga, una massa enorme di profughi… La grande offensiva dell’Armata Rossa contro gli ultimi segni del nazismo piega ogni residua velleità di resistenza. In appena 7 giorni i russi arrivano a Berlino. Della capitale come anche della città natale di Kleist rimarranno in piedi solo poche rovine fumanti e inabitabili. Qui non è la Francoforte che tutti conoscono. Non è la città della finanza e della Banca Centrale Europea, ma la sua sorella più piccola, che si trova esattamente dall’altra parte della Germania, al confine con la Polonia, sul fiume Oder. Sulle rovine di quella casa, appena dietro la Marienkirche, la DDR costruì una borgo di case a due piani, con i suoi tipici elementi prefabbricati. Su una di queste si trova ancora una targa in pietra. A lettere dorate è scritto:   Heinrich von Kleist 1777...

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio

Il primo rullino di questo lavoro fotografico l’ho usato lungo lo stradone che corre parallelo alla ferrovia nella zona industriale del quartiere Brancaccio. Per chi arriva in treno nel capoluogo siciliano, l’ultima fermata prima dello stop a Palermo Centrale è qui in periferia, nella piccola stazione denominata giustappunto Palermo Brancaccio.   Ph A. Costa. La corsa del convoglio rallenta ormai prossimo alla destinazione. I vagoni passano a ridosso di palazzine basse attaccate l’una all’altra, stanno così vicine alla strada ferrata che dal finestrino ci puoi guardare dentro.   Ph A. Costa. Ora ho raggiunto il rione arrivando dal centro città, per cominciare a fotografare la zona industriale che presenta spazi aperti con le montagne sul fondo; alcuni cartelli colore grigio con scritte in giallo ne segnalano l’accesso lasciando intendere una separazione con il complesso abitativo.    Ph A. Costa. Le due aree sono divise da un viale e stando una di fronte all’altra compongono un grande rettangolo tra le pendici dei monti e il golfo a sud della città; la parte residenziale si affaccia al mare.     Ph A. Costa. Non ci sono industrie vere e...

Jonathan Friedman / Politicamente corretto?

In uno dei capitoli finali di Tristi Tropici Lévi-Strauss fa un’affermazione nei confronti dell’Islam che oggi sarebbe facilmente definibile come scorretta politicamente: “Sul piano estetico, il puritanesimo islamico, rinunciando ad abolire la sensualità si è contentato di ridurla alle sue forme minori, profumi, merletti, ricami e giardini. Sul piano morale ci si trova di fronte allo stesso equivoco di una tolleranza ostentata, a danno di un proselitismo il cui carattere compulsivo è chiaro. Effettivamente il contatto coi non-musulmani li mette in angoscia.   Il loro genere di vita provinciale si perpetua sotto la minaccia di altri generi di vita, più liberi e più facili del loro, che rischia di essere alterato con la sola contiguità. Piuttosto che parlare di tolleranza, sarebbe meglio dire che questa tolleranza, nella misura in cui esiste, è una continua vittoria su loro stessi. Preconizzandola, il Profeta li ha condannati a una situazione di crisi permanente, che risulta dalla contraddizione tra la portata universale della rivelazione e l’ammissione della pluralità delle fedi religiose” (Lévi-Strauss, 1955, pp. 344-345). A leggere solamente la prima parte di questa...

Da Walt Disney ai Pink Floyd / Cultura di massa

Non è semplice definire con precisione quali siano le principali caratteristiche della cultura di massa. Questa, infatti, consiste in un insieme estremamente articolato di prodotti culturali. Si tratta pertanto di ciò che viene realizzato da quella che Luca Balestrieri ha definito di recente “l’industria delle immagini” nel libro dal titolo omonimo (LUISS University Press), dunque fondamentalmente di film e fiction televisiva. Ma si tratta anche di musica, sport, fumetti e molto altro. I prodotti della cultura di massa hanno però delle caratteristiche in comune, la più importante delle quali è rappresentata dalla condivisione di un modello di tipo consumistico. Non a caso già negli anni Sessanta Edgar Morin, in una delle prime approfondite letture della cultura di massa come il volume Lo spirito del tempo (ora meritoriamente ripubblicato dalla rinata casa editrice Meltemi), sottolineava che la cultura di massa è uno spazio sincretico, il quale però, essendo destinato a un consumo di massa, ha la necessità di basarsi sulla promozione della cultura dell’individualismo e sull’offerta di una possibilità di distrazione dai problemi quotidiani.   Morin aveva inoltre ben chiara la...

Quattro film post-Brexit? / Churchill, la regina e l'umore anglosassone

Facciamo finta che il voto britannico per lasciare l’Europa, la famigerata Brexit, non ci sia stato. Come leggeremmo i film più recenti di produzione britannica, Churchill di Jonathan Teplitzky (ancora inedito in Italia), Dunkirk di Christopher Nolan (in corsa per l'Oscar al miglior film e alla miglior regia), Victoria & Abdul di Stephen Frears e The Darkest Hour (L’ora più buia) di Joe Wright (sei candidature agli Oscar, fra cui miglior film e miglior attore protagonista)? Oggi, dopo Brexit, è facile interpretarli come segnali di un paese che si chiude sulle sue tradizioni e rivendica la propria grandezza nel nome di un passato mitizzato, che funziona come strumento di costruzione di una psicologia collettiva più consolatoria che rivolta al futuro.  Operazione nostalgica, insomma, che chiede al cinema quella funzione di formazione delle emozioni collettive a fini politici che fa parte della sua tradizione più originaria e forse ormai più remota: Churchill ricostruisce i tormenti del primo ministro britannico prima dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944; Dunkirk racconta l’«operazione Dynamo» (o «miracolo di Dunkerque») del maggio-giugno 1940, che rappresenta nell’...

Ciao Giovanni / Choukhadarian. La linea spezzata

La prima volta che ho incontrato Giovanni di persona per me era ancora Silvio: così si faceva chiamare e chissà perché, non me lo ha mai spiegato, su it.cultura.libri, il newsgroup dove ci eravamo conosciuti e che tutti noi, ossessionati dai libri e utenti internet della prima ora, utilizzavamo negli anni novanta per scambiarci idee su lettura e scrittura, quando blog e social network erano ancora di là da venire. In quel newsgroup la più parte dei partecipanti litigava, si insultava, ‘Silvio’ invece commentava con impeccabile eleganza. Erano anche i tempi in cui ancora non esistevano Google e Wikipedia ma ‘Silvio’ spaccava il capello in quattro, leggeva tutto, aveva letto tutto. Detestava le cadute di stile tanto nei libri quanto nei commenti su quei libri, detestava il conformismo, la volgarità. Poteva intraprendere scontri che diventavano thread infiniti, ma non smetteva in nessun caso i suoi modi da signore.    Quella prima volta che l’ho incontrato di persona, quando da Silvio è diventato Giovanni, è stata, e dove altrimenti, a un Salone del Libro di Torino. Era un maggio caldo, Giovanni aveva uno dei suoi vestiti chiari e leggeri, una camicia bianca, i mocassini,...

Tempo di libri - A.C. (ante chef) / Iaccarino, preferisco i fornelli

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.   A.C. (ante chef)   Prima dell’era degli chef superstar c’erano i cuochi. A volte la terminologia genera gli eventi. I cuochi di una volta erano anonimi, molto spesso erano donne che avevano imparato da altre donne, madri, nonne, sorelle maggiori. Poi c’erano gli uomini, anonimi anch’essi che avevano frequentato le scuole di cucina, prima di tutte la scuola alberghiera. Ma se dovessi scegliere un nome che ha fatto emergere la storia dei cuochi italiani è quello di Carnacina....

Perché a Sanremo si parla tanto di lui? / Ma chi è questo Koltès

La notizia È in corso la serata finale del Festival di Sanremo, il 10 febbraio 2018. Pierfrancesco Favino recita un frammento – quattro minuti – di La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès. Lo vedono in diretta 11 milioni di spettatori. Arrivano gli elogi ma anche le polemiche.   Che si dice  Il più entusiasta della folta schiera è Stefano Massini. Il lancio del suo editoriale sulla prima pagina della “Repubblica” del 12 febbraio annuncia una “Ode al nuovo bardo che ha fatto vincere il teatro al Festival. Ha recitato Koltès davanti a 11 milioni di italiani. E così il teatro torna tra il popolo come nella polis greca”. Con un'acribia filologica che quasi non basta nemmeno Wikipedia, spiega: “È stata la versione aggiornata delle parabasi nelle antiche feste delle Lenee, ovvero quell'istante altamente civico in cui la polis riunita accettava di guardarsi dentro, delegando all'attore la biopsia spietata della propria cancrena”. A quel punto l'Italia si era già spaccata in due, o forse in tre. Perché è agguerrito e multicolore anche il partito anti-Favino, che si accanisce contro il Festival, contro l'attore, contro tutti quelli che lo difendono. Così in...

14 febbraio 1992 - 14 febbraio 2018 / Conversazione con Luigi Ghirri: fotografare l'Italia

Ventisei anni fa, il 14 febbraio 1992, moriva Luigi Ghirri nella sua casa di Roncocesi. Non aveva ancora 50 anni, ma ha lasciato un'opera vasta e complessa. Per ricordarlo ripubblico l'intervista di difficile reperibilità che gli ho fatto nel marzo del 1984, nel momento in cui era stata appena inaugurata la mostra "Viaggio in Italia".    L’appuntamento è in piazza, a Formigine, e mentre aspetto Luigi Ghirri guardo la splendida Rocca. Non ero mai stato da queste parti e ignoravo l’esistenza di questo edificio medievale. Mi immaginavo Formigine uguale a decine di altri paesi dell’Emilia, paesi composti di palazzine, strade d’asfalto, ville neopadronali, sorte all’improvviso a rompere la geometria dei campi, un paesaggio vecchio di secoli. Sono i nuovi profili dell’Italia pensata e realizzata da torme di geometri, tutta uguale da Cantù a Bologna, da Tortona a Rovigo. Invece al centro di questo “regno dell’analogo”, così lo chiama Ghirri, c’è l’unico della Rocca. Come dirà poco dopo, lui non fotograferebbe solo il Castello, ma anche la tabaccheria che vi è di fronte. Del resto in una delle sue più belle fotografie il monumento della piazza di Formigine è visto...

Cibo e Appennini / (È un peccato morir)

Da adolescente, forse un paio di volte, mi sono ritrovato a un pranzo funebre, anzi una merenda, uno spuntino funebre perché i pranzi di quel tipo da noi erano già scomparsi o forse non ci sono mai stati, per povertà e consuetudine. Dopo il funerale, prima di dividersi ognuno diretto verso casa, il commiato avveniva per strada, salutandosi a una trattoria prenotata dai familiari del defunto. Si entrava dentro il locale trattenuti dal gelo dell'inverno e dall'umore per poi lentamente sciogliersi, rimuovendo la malinconia, il torpore avvelenato che la funzione aveva lasciato,  Cresceva, tra chi seduto e chi in piedi, un vociare e un accalorarsi che lentamente prendeva forza. Come se i corpi si scuotessero a contatto con il cibo, riprendendo contatto con la vita, realizzandone con avidità la forza. Si mangiava e si beveva insieme in capannelli provvisori seguendo le parole, gli affetti, il nutrimento.  Visto da fuori, era come se fosse un corpo unico quello che lentamente e poi sempre più decisamente raccoglieva le forze intorno al cibo e alle parole.    Gloria sei nell’aria quale tu sia, solo uno, solo o in compagnia ma la vecchia storia…  Melanconica e...

Un vero giardiniere coltiva il suolo / Fango

Un vero giardiniere, ha scritto Karel Capek, non coltiva fiori, coltiva il suolo; il suo occhio non si arresta alla superficie come uno spettatore, s’immerge in profondità, apprezza la fertilità del terreno. Di fronte alla bellezza dell’argilla limacciosa e cocciuta si comprende quale tremenda battaglia la vita abbia dovuto combattere contro l’ostilità della materia per mettere radici nella terra. Nella Genesi è scritto: “Il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”. Nell’immaginario mitico-religioso, sotto diverse latitudini, ricorre un’antropogonia che ha nel fango la sua materia costitutiva. Il Prometeo artifex modella l’essere umano con pani di argilla, talora assistito da Atena che pone sulla testa del nuovo nato una crisalide di farfalla, simbolo dell’anima. Nel mondo romano, le Fabulae di Igino (1° secolo a.C.) tramandano un mito, ripreso anche da Heidegger: la dea Cura, attraversando un fiume, ebbe l’idea di modellare fango argilloso per trarne la figura di un uomo in cui Giove infuse lo spirito vitale. Al dio sarebbe spettato rientrare in possesso dell’anima dopo la morte, alla Terra sarebbe toccato il corpo dell’essere...

Struggle for life / Nelle serie tv sono spariti i poveri

In origine era Breaking Bad. Un’ambiguità nascosta, un sotterraneo non-detto così imponente da risultare invisibile. Ad essersene accorto sembra essere stato il solo Raffaele Alberto Ventura, che nel 2016 in un articolo su IL, a proposito dell’ormai mitologico docente di chimica che, per pagarsi le cure per il cancro, si dà allo spaccio di metanfetamine, perfidamente faceva notare che «Walter White quelle cure potrebbe benissimo pagarsele. Potrebbe se accettasse di rivolgersi a un medico convenzionato con la sua assicurazione, potrebbe se per puro orgoglio non avesse rifiutato una certa offerta di lavoro, e soprattutto potrebbe se il suo stile di vita non prevedesse una villa con piscina e una moglie casalinga da mantenere. Uno stile di vita, la cosiddetta american way of life, che sulla scala delle disuguaglianze mondiali costituisce un irraggiungibile modello di benessere. Di fatto la povertà di Walt è una povertà relativa».   In altre parole, quella che anima Breaking Bad non è da nessun punto di vista una lotta contro la povertà, ma viene combattuta come se lo fosse. Il disagio economico non appare mai, né mai se ne intravede realmente il pericolo. Ma questa radicale...

The end of the f***ing world / Ballando in fuga

WARNING MASSIVE SPOILERS   Di film e serie tv su adolescenti sbiellati ne abbiamo già visti, anche di crudi e apodittici: Natural born killers di Oliver Stone nel 1994, in gran parte American beauty scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes nel 1999, Ken Park di Larry Clark nel 2002, Bowling for Columbine di Michael Moore nel 2003, Thirteen reasons why di Brian Yorkey dal romanzo 13 di Jay Asher. Questo, per fare un po’ di cronologia di una sociologia di una psicologia dell’adolescenza, significa che sono almeno vent’anni che scrittori e registi capaci di sintonizzarsi con la nuvola nera dei teens hanno messo i sensori sulla contemporanea “gioventù bruciata”. Quali sono i denominatori comuni di questi diversi lavori? Innanzitutto l’alienazione, il sentirsi completamente off: i genitori in queste narrazioni sono o assenti fisicamente, o completamente inetti nella ricezione empatica, o pateticamente buonisti, deboli nel piantare steccati di regole nel post-sessantotto della non-punizione alle pulsioni eros/thanatos dei nostri brufolosi giovanotti e giovanette. Poi la scarsa rilevanza del consumo di droghe: la lava del risentimento in genere spicca fuori dalle mura...

Letto in un’altra lingua / Edward Abbey. The Brave Cowboy

C'è un uomo a cavallo che attraversa la prateria. Quest'uomo è un cow-boy, uno vero, con tanto di stivali, speroni, jeans e cappello. Il suo nome è Jack, Jack Burns. È talmente un cow-boy da competizione che a un certo punto molla le redini, tira fuori una chitarra e si mette a cantare vecchie canzoni d'amore al cavallo. Ha pure una bella voce, il cow-boy. Il cavallo apprezza, è una cavalla, si chiama Whisky. Poi però succede qualcosa di strano, come una stonatura nel paesaggio, un anacronismo: il percorso del cow-boy è intralciato da una lunghissima ringhiera metallica con sopra un cartello di plastica che dice: Proprietà privata. Jack Burns non è tipo da lasciarsi scoraggiare, ha con sé un paio di tenaglie. Apre un varco nella rete e riprende il cammino, canta un'altra canzone e “controluce tutto il tempo se ne va”, come nei film di John Ford e nella canzone di Paolo Conte. Quand'ecco che, all'improvviso, un'altra stonatura, un altro anacronismo viene a turbare l'immensità immemore del far-west, e questa volta è bella grossa: un'autostrada, rombante di auto, moto e camion, soprattutto camion. E Jack Burns deve per forza attraversarla.   I cavalli non amano i camion e, come...