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Geografie

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Genius Loci / Kleist, per esempio

Ci sono case che, per aver dato i natali a uno scrittore importante, non per questo sono state risparmiate dalla distruzione. Della casa di Kleist che si trovava sulla strada che da Est va a Berlino non resta niente. L’ha travolta l’immenso flusso che nell’aprile 1945 converge sulla capitale tedesca verso lo scontro finale della Seconda Guerra Mondiale: eserciti, armi, civili in fuga, una massa enorme di profughi… La grande offensiva dell’Armata Rossa contro gli ultimi segni del nazismo piega ogni residua velleità di resistenza. In appena 7 giorni i russi arrivano a Berlino. Della capitale come anche della città natale di Kleist rimarranno in piedi solo poche rovine fumanti e inabitabili. Qui non è la Francoforte che tutti conoscono. Non è la città della finanza e della Banca Centrale Europea, ma la sua sorella più piccola, che si trova esattamente dall’altra parte della Germania, al confine con la Polonia, sul fiume Oder. Sulle rovine di quella casa, appena dietro la Marienkirche, la DDR costruì una borgo di case a due piani, con i suoi tipici elementi prefabbricati. Su una di queste si trova ancora una targa in pietra. A lettere dorate è scritto:   Heinrich von Kleist 1777-...

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio

Il primo rullino di questo lavoro fotografico l’ho usato lungo lo stradone che corre parallelo alla ferrovia nella zona industriale del quartiere Brancaccio. Per chi arriva in treno nel capoluogo siciliano, l’ultima fermata prima dello stop a Palermo Centrale è qui in periferia, nella piccola stazione denominata giustappunto Palermo Brancaccio.   Ph A. Costa. La corsa del convoglio rallenta ormai prossimo alla destinazione. I vagoni passano a ridosso di palazzine basse attaccate l’una all’altra, stanno così vicine alla strada ferrata che dal finestrino ci puoi guardare dentro.   Ph A. Costa. Ora ho raggiunto il rione arrivando dal centro città, per cominciare a fotografare la zona industriale che presenta spazi aperti con le montagne sul fondo; alcuni cartelli colore grigio con scritte in giallo ne segnalano l’accesso lasciando intendere una separazione con il complesso abitativo.    Ph A. Costa. Le due aree sono divise da un viale e stando una di fronte all’altra compongono un grande rettangolo tra le pendici dei monti e il golfo a sud della città; la parte residenziale si affaccia al mare.     Ph A. Costa. Non ci sono industrie vere e...

Jonathan Friedman / Politicamente corretto?

In uno dei capitoli finali di Tristi Tropici Lévi-Strauss fa un’affermazione nei confronti dell’Islam che oggi sarebbe facilmente definibile come scorretta politicamente: “Sul piano estetico, il puritanesimo islamico, rinunciando ad abolire la sensualità si è contentato di ridurla alle sue forme minori, profumi, merletti, ricami e giardini. Sul piano morale ci si trova di fronte allo stesso equivoco di una tolleranza ostentata, a danno di un proselitismo il cui carattere compulsivo è chiaro. Effettivamente il contatto coi non-musulmani li mette in angoscia.   Il loro genere di vita provinciale si perpetua sotto la minaccia di altri generi di vita, più liberi e più facili del loro, che rischia di essere alterato con la sola contiguità. Piuttosto che parlare di tolleranza, sarebbe meglio dire che questa tolleranza, nella misura in cui esiste, è una continua vittoria su loro stessi. Preconizzandola, il Profeta li ha condannati a una situazione di crisi permanente, che risulta dalla contraddizione tra la portata universale della rivelazione e l’ammissione della pluralità delle fedi religiose” (Lévi-Strauss, 1955, pp. 344-345). A leggere solamente la prima parte di questa...

Da Walt Disney ai Pink Floyd / Cultura di massa

Non è semplice definire con precisione quali siano le principali caratteristiche della cultura di massa. Questa, infatti, consiste in un insieme estremamente articolato di prodotti culturali. Si tratta pertanto di ciò che viene realizzato da quella che Luca Balestrieri ha definito di recente “l’industria delle immagini” nel libro dal titolo omonimo (LUISS University Press), dunque fondamentalmente di film e fiction televisiva. Ma si tratta anche di musica, sport, fumetti e molto altro. I prodotti della cultura di massa hanno però delle caratteristiche in comune, la più importante delle quali è rappresentata dalla condivisione di un modello di tipo consumistico. Non a caso già negli anni Sessanta Edgar Morin, in una delle prime approfondite letture della cultura di massa come il volume Lo spirito del tempo (ora meritoriamente ripubblicato dalla rinata casa editrice Meltemi), sottolineava che la cultura di massa è uno spazio sincretico, il quale però, essendo destinato a un consumo di massa, ha la necessità di basarsi sulla promozione della cultura dell’individualismo e sull’offerta di una possibilità di distrazione dai problemi quotidiani.   Morin aveva inoltre ben chiara la...

Quattro film post-Brexit? / Churchill, la regina e l'umore anglosassone

Facciamo finta che il voto britannico per lasciare l’Europa, la famigerata Brexit, non ci sia stato. Come leggeremmo i film più recenti di produzione britannica, Churchill di Jonathan Teplitzky (ancora inedito in Italia), Dunkirk di Christopher Nolan (in corsa per l'Oscar al miglior film e alla miglior regia), Victoria & Abdul di Stephen Frears e The Darkest Hour (L’ora più buia) di Joe Wright (sei candidature agli Oscar, fra cui miglior film e miglior attore protagonista)? Oggi, dopo Brexit, è facile interpretarli come segnali di un paese che si chiude sulle sue tradizioni e rivendica la propria grandezza nel nome di un passato mitizzato, che funziona come strumento di costruzione di una psicologia collettiva più consolatoria che rivolta al futuro.  Operazione nostalgica, insomma, che chiede al cinema quella funzione di formazione delle emozioni collettive a fini politici che fa parte della sua tradizione più originaria e forse ormai più remota: Churchill ricostruisce i tormenti del primo ministro britannico prima dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944; Dunkirk racconta l’«operazione Dynamo» (o «miracolo di Dunkerque») del maggio-giugno 1940, che rappresenta nell’...

Ciao Giovanni / Choukhadarian. La linea spezzata

La prima volta che ho incontrato Giovanni di persona per me era ancora Silvio: così si faceva chiamare e chissà perché, non me lo ha mai spiegato, su it.cultura.libri, il newsgroup dove ci eravamo conosciuti e che tutti noi, ossessionati dai libri e utenti internet della prima ora, utilizzavamo negli anni novanta per scambiarci idee su lettura e scrittura, quando blog e social network erano ancora di là da venire. In quel newsgroup la più parte dei partecipanti litigava, si insultava, ‘Silvio’ invece commentava con impeccabile eleganza. Erano anche i tempi in cui ancora non esistevano Google e Wikipedia ma ‘Silvio’ spaccava il capello in quattro, leggeva tutto, aveva letto tutto. Detestava le cadute di stile tanto nei libri quanto nei commenti su quei libri, detestava il conformismo, la volgarità. Poteva intraprendere scontri che diventavano thread infiniti, ma non smetteva in nessun caso i suoi modi da signore.    Quella prima volta che l’ho incontrato di persona, quando da Silvio è diventato Giovanni, è stata, e dove altrimenti, a un Salone del Libro di Torino. Era un maggio caldo, Giovanni aveva uno dei suoi vestiti chiari e leggeri, una camicia bianca, i mocassini,...

Tempo di libri - A.C. (ante chef) / Iaccarino, preferisco i fornelli

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.   A.C. (ante chef)   Prima dell’era degli chef superstar c’erano i cuochi. A volte la terminologia genera gli eventi. I cuochi di una volta erano anonimi, molto spesso erano donne che avevano imparato da altre donne, madri, nonne, sorelle maggiori. Poi c’erano gli uomini, anonimi anch’essi che avevano frequentato le scuole di cucina, prima di tutte la scuola alberghiera. Ma se dovessi scegliere un nome che ha fatto emergere la storia dei cuochi italiani è quello di Carnacina. Luigi...

Perché a Sanremo si parla tanto di lui? / Ma chi è questo Koltès

La notizia È in corso la serata finale del Festival di Sanremo, il 10 febbraio 2018. Pierfrancesco Favino recita un frammento – quattro minuti – di La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès. Lo vedono in diretta 11 milioni di spettatori. Arrivano gli elogi ma anche le polemiche.   Che si dice  Il più entusiasta della folta schiera è Stefano Massini. Il lancio del suo editoriale sulla prima pagina della “Repubblica” del 12 febbraio annuncia una “Ode al nuovo bardo che ha fatto vincere il teatro al Festival. Ha recitato Koltès davanti a 11 milioni di italiani. E così il teatro torna tra il popolo come nella polis greca”. Con un'acribia filologica che quasi non basta nemmeno Wikipedia, spiega: “È stata la versione aggiornata delle parabasi nelle antiche feste delle Lenee, ovvero quell'istante altamente civico in cui la polis riunita accettava di guardarsi dentro, delegando all'attore la biopsia spietata della propria cancrena”. A quel punto l'Italia si era già spaccata in due, o forse in tre. Perché è agguerrito e multicolore anche il partito anti-Favino, che si accanisce contro il Festival, contro l'attore, contro tutti quelli che lo difendono. Così in rete...

14 febbraio 1992 - 14 febbraio 2018 / Conversazione con Luigi Ghirri: fotografare l'Italia

Ventisei anni fa, il 14 febbraio 1992, moriva Luigi Ghirri nella sua casa di Roncocesi. Non aveva ancora 50 anni, ma ha lasciato un'opera vasta e complessa. Per ricordarlo ripubblico l'intervista di difficile reperibilità che gli ho fatto nel marzo del 1984, nel momento in cui era stata appena inaugurata la mostra "Viaggio in Italia".    L’appuntamento è in piazza, a Formigine, e mentre aspetto Luigi Ghirri guardo la splendida Rocca. Non ero mai stato da queste parti e ignoravo l’esistenza di questo edificio medievale. Mi immaginavo Formigine uguale a decine di altri paesi dell’Emilia, paesi composti di palazzine, strade d’asfalto, ville neopadronali, sorte all’improvviso a rompere la geometria dei campi, un paesaggio vecchio di secoli. Sono i nuovi profili dell’Italia pensata e realizzata da torme di geometri, tutta uguale da Cantù a Bologna, da Tortona a Rovigo. Invece al centro di questo “regno dell’analogo”, così lo chiama Ghirri, c’è l’unico della Rocca. Come dirà poco dopo, lui non fotograferebbe solo il Castello, ma anche la tabaccheria che vi è di fronte. Del resto in una delle sue più belle fotografie il monumento della piazza di Formigine è visto...

Cibo e Appennini / (È un peccato morir)

Da adolescente, forse un paio di volte, mi sono ritrovato a un pranzo funebre, anzi una merenda, uno spuntino funebre perché i pranzi di quel tipo da noi erano già scomparsi o forse non ci sono mai stati, per povertà e consuetudine. Dopo il funerale, prima di dividersi ognuno diretto verso casa, il commiato avveniva per strada, salutandosi a una trattoria prenotata dai familiari del defunto. Si entrava dentro il locale trattenuti dal gelo dell'inverno e dall'umore per poi lentamente sciogliersi, rimuovendo la malinconia, il torpore avvelenato che la funzione aveva lasciato,  Cresceva, tra chi seduto e chi in piedi, un vociare e un accalorarsi che lentamente prendeva forza. Come se i corpi si scuotessero a contatto con il cibo, riprendendo contatto con la vita, realizzandone con avidità la forza. Si mangiava e si beveva insieme in capannelli provvisori seguendo le parole, gli affetti, il nutrimento.  Visto da fuori, era come se fosse un corpo unico quello che lentamente e poi sempre più decisamente raccoglieva le forze intorno al cibo e alle parole.    Gloria sei nell’aria quale tu sia, solo uno, solo o in compagnia ma la vecchia storia…  Melanconica e...

Un vero giardiniere coltiva il suolo / Fango

Un vero giardiniere, ha scritto Karel Capek, non coltiva fiori, coltiva il suolo; il suo occhio non si arresta alla superficie come uno spettatore, s’immerge in profondità, apprezza la fertilità del terreno. Di fronte alla bellezza dell’argilla limacciosa e cocciuta si comprende quale tremenda battaglia la vita abbia dovuto combattere contro l’ostilità della materia per mettere radici nella terra. Nella Genesi è scritto: “Il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”. Nell’immaginario mitico-religioso, sotto diverse latitudini, ricorre un’antropogonia che ha nel fango la sua materia costitutiva. Il Prometeo artifex modella l’essere umano con pani di argilla, talora assistito da Atena che pone sulla testa del nuovo nato una crisalide di farfalla, simbolo dell’anima. Nel mondo romano, le Fabulae di Igino (1° secolo a.C.) tramandano un mito, ripreso anche da Heidegger: la dea Cura, attraversando un fiume, ebbe l’idea di modellare fango argilloso per trarne la figura di un uomo in cui Giove infuse lo spirito vitale. Al dio sarebbe spettato rientrare in possesso dell’anima dopo la morte, alla Terra sarebbe toccato il corpo dell’essere...

Struggle for life / Nelle serie tv sono spariti i poveri

In origine era Breaking Bad. Un’ambiguità nascosta, un sotterraneo non-detto così imponente da risultare invisibile. Ad essersene accorto sembra essere stato il solo Raffaele Alberto Ventura, che nel 2016 in un articolo su IL, a proposito dell’ormai mitologico docente di chimica che, per pagarsi le cure per il cancro, si dà allo spaccio di metanfetamine, perfidamente faceva notare che «Walter White quelle cure potrebbe benissimo pagarsele. Potrebbe se accettasse di rivolgersi a un medico convenzionato con la sua assicurazione, potrebbe se per puro orgoglio non avesse rifiutato una certa offerta di lavoro, e soprattutto potrebbe se il suo stile di vita non prevedesse una villa con piscina e una moglie casalinga da mantenere. Uno stile di vita, la cosiddetta american way of life, che sulla scala delle disuguaglianze mondiali costituisce un irraggiungibile modello di benessere. Di fatto la povertà di Walt è una povertà relativa».   In altre parole, quella che anima Breaking Bad non è da nessun punto di vista una lotta contro la povertà, ma viene combattuta come se lo fosse. Il disagio economico non appare mai, né mai se ne intravede realmente il pericolo. Ma questa radicale...

The end of the f***ing world / Ballando in fuga

WARNING MASSIVE SPOILERS   Di film e serie tv su adolescenti sbiellati ne abbiamo già visti, anche di crudi e apodittici: Natural born killers di Oliver Stone nel 1994, in gran parte American beauty scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes nel 1999, Ken Park di Larry Clark nel 2002, Bowling for Columbine di Michael Moore nel 2003, Thirteen reasons why di Brian Yorkey dal romanzo 13 di Jay Asher. Questo, per fare un po’ di cronologia di una sociologia di una psicologia dell’adolescenza, significa che sono almeno vent’anni che scrittori e registi capaci di sintonizzarsi con la nuvola nera dei teens hanno messo i sensori sulla contemporanea “gioventù bruciata”. Quali sono i denominatori comuni di questi diversi lavori? Innanzitutto l’alienazione, il sentirsi completamente off: i genitori in queste narrazioni sono o assenti fisicamente, o completamente inetti nella ricezione empatica, o pateticamente buonisti, deboli nel piantare steccati di regole nel post-sessantotto della non-punizione alle pulsioni eros/thanatos dei nostri brufolosi giovanotti e giovanette. Poi la scarsa rilevanza del consumo di droghe: la lava del risentimento in genere spicca fuori dalle mura domestiche...

Letto in un’altra lingua / Edward Abbey. The Brave Cowboy

C'è un uomo a cavallo che attraversa la prateria. Quest'uomo è un cow-boy, uno vero, con tanto di stivali, speroni, jeans e cappello. Il suo nome è Jack, Jack Burns. È talmente un cow-boy da competizione che a un certo punto molla le redini, tira fuori una chitarra e si mette a cantare vecchie canzoni d'amore al cavallo. Ha pure una bella voce, il cow-boy. Il cavallo apprezza, è una cavalla, si chiama Whisky. Poi però succede qualcosa di strano, come una stonatura nel paesaggio, un anacronismo: il percorso del cow-boy è intralciato da una lunghissima ringhiera metallica con sopra un cartello di plastica che dice: Proprietà privata. Jack Burns non è tipo da lasciarsi scoraggiare, ha con sé un paio di tenaglie. Apre un varco nella rete e riprende il cammino, canta un'altra canzone e “controluce tutto il tempo se ne va”, come nei film di John Ford e nella canzone di Paolo Conte. Quand'ecco che, all'improvviso, un'altra stonatura, un altro anacronismo viene a turbare l'immensità immemore del far-west, e questa volta è bella grossa: un'autostrada, rombante di auto, moto e camion, soprattutto camion. E Jack Burns deve per forza attraversarla.   I cavalli non amano i camion e, come...

È una questione di linguaggio / Frida Kahlo o della finzione narcisistica

Frida Kahlo (1907-1954), l’artista messicana che a partire dai tardi anni settanta è assurta a figura di culto e a icona massmediologica internazionale, ci ha lasciato un ridotto – e spesso spudoratamente autoriferito – corpus di opere pittoriche, un diario, un ampio epistolario. Nonché una leggendaria storia personale che va, di giorno in giorno, arricchendosi di tessere spesso misteriose e contraddittorie e che, a tratti, ha ingoiato o soffocato l’opera della pittrice riducendola a testo confessionale, puro verbale dell’inconscio, materiale narrativo dove il contenuto sembra sganciarsi dalla forma e su di essa prevalere.   Ma l’opera di Kahlo è davvero e soprattutto autobiografia? Ed è legittimo utilizzarla come tale, senza analizzare attentamente i modi in cui l’artista sceglie di rappresentarsi, di guardarsi e farsi guardare? È, il suo, un semplice dire di sé o non, piuttosto, un gettare le basi narrative per un mito a venire, un’automitizzazione sapiente, ossessiva, schiettamente narcisistica? L’esibizionismo debordante di Kahlo risponde davvero a un bisogno di raccontare di sé, “perché la mia vita è l’unica cosa di cui so” o non è invece un’ironica, sofisticata,...

Sacro e profano nella fisicità del sesso / L'occhio magico di Carlo Mollino

Cosa non dovesse essere la fotografia, Carlo Mollino l’aveva ben chiaro in testa: “ …desolanti schiere di ingranaggi, moltitudini di barili o cuscinetti a sfera in fuga prospettica, cacce astratte di trasparenze di cristalli su sfondo nero, “tipi caratteristici” quali vecchi marinai visti di schiena o di tre quarti, con e senza pipa, più o meno intenti a rattoppar reti, città indaffarate sotto la pioggia, che si sommano ai sempre vivi soggetti di ieri: nudi più o meno unti e lucidi e più o meno in gruppo, in posa di danza ritmica, ragazze in costume di qualche luogo viste di scorcio dal basso, uomini in nero seduti al sole nella piazza del paese, tramonti controluce sul mare e sul lago con e senza barche ormeggiate, giochi d’onda e di spuma, colonne di chiostro con o senza pozzi e soprattutto suore e frati, acrobati di varietà in funzione, “felze” e dentiere di gondole con gioco di riflessi, scene di porto, cuccioli e gatti, e infine ancora e sempre il “bric-à-brac” steso sul selciato o sulla bancarella del rigattiere, fiori bianchi in vaso di cristallo, fiori bianchi o spighe mature al vento”. La citazione proviene dal libro di grande formato (e riccamente illustrato, come...

I sogni americani / Laura Ingalls Wilder e la casa nella prateria

“Tutto quello che ho raccontato è vero, ma non è tutta la verità”. Quando Laura Ingalls Wilder lo spiegò, in un discorso alla Detroit Book Fair nel 1937, non ci si fece molto caso. L’autrice di La piccola casa nella prateria, che allora presentava il quarto volume della serie, era un’autrice per bambini di successo. Nessuno poteva immaginare che in quell’elegante signora ormai settantenne finisse per incarnarsi il mito della frontiera americana. Le verità omesse, dovettero supporre gli ascoltatori, erano quelle troppo crude per la sensibilità dei piccoli lettori e la questione si chiuse lì.  A un secolo e mezzo dalla sua nascita, l’ammissione si rivela però una traccia preziosa per rileggere – oltre la leggenda – un’autrice che ha venduto 60 milioni di copie in 45 lingue, ispirando un serial tv in onda dal 1974 al 1983, infinite biografie, libri di cucina, abiti, bambole, cuffiette oltre a una versione anime in Giappone.    Scavando in direzione di quella verità omessa, il magnifico lavoro di Caroline Fraser Prairie Fires:The American Dreams of Laura Ingalls Wilder (625 pp. Metropolitan Books/Henry Holt, p. 625, $35), secondo il New York Times uno dei...

Tempo di libri - donne / Ingiustizia, vendetta, riconciliazione, perdono

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.   L’ingiustizia che abbiamo commesso è il fardello che ci grava sulle spalle, un qualcosa che portiamo perché ce ne siamo fatti carico. Questo in contrapposizione al concetto cristiano di peccato, secondo il quale l’ingiustizia è emersa da noi, permane in noi come peccato, e avvelena l’organismo interno che era già potenzialmente infetto, cosicché abbiamo bisogno della grazia e della remissione, non per essere s–gravati, ma per essere purificati. Il fardello che ci siamo caricati da...

Religione e politica / Amselle. Islamici africani

Se c’è un autore che riesce sempre a far riflettere su temi, che spesso appaiono scontati, questo è Jean-Loup Amselle. Mantenendo dritta la barra del timone lungo una rotta che era già chiara fin dai suoi primi lavori di carattere africanista, Amselle ha sempre navigato contro le onde del pensiero comune sul quale spesso ci piace adagiarci. E di luoghi comuni l’Africa è stata infestata, soprattutto a causa della narrazione, quasi sempre occidentale, che è stata fatta di questo continente. Partendo da una triste attualità, quella del jihadismo in Africa occidentale, l’antropologo francese opera un’analisi storico-antropologica per dimostrarci come questo fenomeno abbia radici antiche, a dispetto della narrazione, piuttosto diffusa anche in ambienti accademici specializzati, che esista solo un “islam nero” di ispirazione prevalentemente sufi e tendenzialmente moderato, contaminato da molti elementi “pagani” tradizionali, che si contrappone all’islam ortodosso e radicale dei paesi arabi.   Questa divisione, secondo Amselle, come nel caso delle etnie africane, è ancora una volta il prodotto dei lavori di molti studiosi, di epoca coloniale e postcoloniale, che hanno voluto in...

Voyage en Bateau / Dipingere sul fiume: Daubigny e Le Botin

“Un poco a monte di Pont Marie, nel bel mezzo delle pimpanti squadre di canottieri e di iole che la dolce corrente della Senna dondola senza sosta, si può notare una modesta imbarcazione, con una sorta di maisonette zebrata a grandi righe di vari colori, come i galloni guadagnati nelle sue numerose navigazioni: è LE BOTIN!   Le sue graziose o ambiziose vicine, L’Invincible, La Belle-Sylphyde, limitano di solito le loro imprese facendo rotta da Pont Marie a Pont Charenton con un ridente carico di canottieri e di giovanette tutti ghiotti di matelote; ma A più alti destini può aspirare Le Botin   Perché porta Cesare e la sua fortuna, – vale a dire Daubigny e la sua tavolozza!”   Charles François Daubigny, L’artista che dipinge a bordo del Botin (1862), acquaforte, Bibliothèque nationale de France, Parigi. Si apre con queste righe la prefazione di Voyage en Bateau, un libro-raccolta di incisioni che raccontano le imprese di viaggio del Botin, la barca attrezzata a studio di Charles Daubigny (1817-1878). Amante del fiume (aveva passato la sua infanzia a Valmondois, un villaggio sull’Oise a nord di Parigi) per primo intuisce che stare a fior d’acqua giorno e notte,...

Non si deve permettere che ci cambino il passato / Ricardo Piglia. Respirazione artificiale

“Sul telaio di quelle false illusioni si tendono le nostre sventure”. I grandi libri bisogna saperli aspettare. Aspettare, cioè, il momento in cui si sia pronti ad accogliere tutto quello che un determinato numero di pagine ci potrà dare. Quando, per alcuni anni, si rimanda la lettura di un romanzo definito capolavoro – capolavoro sul serio, non tanto per dire, come spesso di questi tempi si fa – significa che da quella lettura ci si aspetta molto; e, ancora, si sa che quel libro non ha una data di scadenza, essendo il capolavoro, per definizione, senza tempo e senza spazio e che – per fortuna – non richieda un motivo. Io ho deciso che il tempo per questo libro fosse questo gennaio e che i luoghi dove lo avrei letto sarebbero stati Buenos Aires e Montevideo, posti di un viaggio dal quale sono appena rientrato. Il romanzo è Respirazione artificiale di Ricardo Piglia, ripubblicato in nuova edizione da Sur pochi giorni fa, per la traduzione di Gianni Guadalupi e introdotto, nell’edizione italiana, proprio da Piglia. Respirazione artificiale è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che abbiano a cuore le sorti della letteratura, tutti quelli che sanno cosa sia in grado di...

Richiedenti asilo / Escape Artists. Intervista a Guy Ben-Ner

Abbiamo intervistato Guy Ben-Ner, artista israeliano nato a Ramat Gan nel 1969, in occasione della rassegna di videoarte CAMPI presso BACO_BaseArteContemporaneaOdierna di Bergamo. Gli abbiamo posto alcune domande relative al suo ultimo lavoro video, Escape Artists, girato con richiedenti asilo Sudanesi ed Eritrei presso il centro di detenzione di Holot.    Sei nato in Israele e ti sei formato in Nord America. Sei diventato padre quando eri ancora uno studente, un’esperienza che ha condizionato la tua vita e il tuo lavoro. Quali ragioni ti hanno spinto a far ritorno nel tuo Paese d’origine? È stato un ritorno definitivo o vivi ancora negli Stati Uniti?   Ho studiato arte in Israele. Ho proseguito gli studi negli Stati Uniti perché mia moglie voleva lasciare Israele, e registrarsi come studente era il solo modo all’epoca per avere il visto. Questa è stata l’unica ragione per cui ho scelto di studiare all’estero, in qualche modo è una ragione molto pratica. Io e la mia famiglia abbiamo vissuto a New York per cinque anni, poi ci siamo trasferiti a Berlino per altri due, per una borsa di studio DAAD. Siamo tornati in Israele a causa del divorzio: mia moglie, che è...

Antisemitismo / La Comédie inhumaine

Sembra proprio che sia in atto un risveglio dell’antisemitismo. Lo leggiamo sui giornali, ci deprimono alcune vignette, l’odio islamico contro gli ebrei, e gli israeliani in particolare, non accenna a diminuire. Persistono manifestazioni misteriose, come per esempio il vandalismo nei cimiteri, delle quali non si riesce a trovare spiegazione.  Le popolazioni dell’Occidente dovrebbero essere interessate all’antisemitismo perché anch’esse sono diventate bersaglio, con il terrorismo, di una sorta di antisemitismo esteso.   Opera di Hiroyuki Masuyama. Durante un viaggio in Israele di molti anni fa, una mia amica carissima, non ebrea, che oggi purtroppo non c’è più, si stupì per un piccolo e vecchio cimitero musulmano preservato in piena città. La strada nella Gerusalemme ebraica si era divisa in due, aggirandolo rispettosamente. L’unico esempio di una prassi affine è a Roma nel Raccordo Anulare, dove l’autostrada si divide in due e nel mezzo si trova una serie di negozi abusivi di illuminazione. Si chiama “La variante dei lampadari”. Voleva esser certa dei suoi occhi, la mia amica, e perciò mi chiese se quello era un cimitero ebraico o musulmano. I cippi eretti e le...

Un paese difficile e bellissimo / Viaggio nell'Italia di oggi

Poche nazioni come l’Italia sono segnate dalla grande varietà dei suoi luoghi e delle sue città. Una varietà che da sempre è all’origine della sua forza e della sua bellezza, ma anche delle sue difficoltà di governo. Le realtà, così come le rappresentazioni, dei luoghi dell’Italia sono assai persistenti: molte analisi del presente finiscono per richiamare l’annessione di Padova alla Serenissima nel 1405, la ricostruzione di Ragusa e dell’Aquila dopo i terremoti del 1693 e del 1703, l’editto sul porto franco di Trieste del 1719. Appare l’ambivalenza del tempo lungo. Ci ricorda la forza del nostro Paese; le radici profonde di risorse e capacità; la resilienza a mutamenti strutturali. Non è un fenomeno solo italiano: è straordinario come siano riemerse all’inizio del XXI secolo le differenze che caratterizzavano i luoghi dell’Europa centro-orientale all’inizio del XX, come se due guerre e quarant’anni di comunismo fossero stati piccoli accidenti di percorso nella «lunga durata». Ma, se è simile l’importanza dei retaggi storici, da noi mancano le grandi trasformazioni che stanno segnando oggi l’Europa orientale. In Italia è più forte il rischio di vivere troppo nel passato, con lo...