Categorie

Elenco articoli con tag:

Globalizzazione

(581 risultati)

Fate ogni giorno una ricerca con parole casuali su Google / Disobbedienza digitale

Su Topolino n. 1106 del ‘77 Paperone ordina ad Archimede di produrre in serie sosia-robot per le attività più incresciose (“accompagnare vostra moglie nelle massacranti spese estive, insomma per vivere meglio”), ma gli automi si sostituiscono completamente ai loro padroni: è arduo distinguere la macchina dal papero. L’unica soluzione è comportarsi irrazionalmente. I robot si ingegneranno così in cerca di impossibili soluzioni logiche, ma lo sforzo manderà in fumo i transistor, decretando la vittoria dei costruttori sulle macchine. La storia a fumetti Disney somiglia ai racconti di Asimov e ricorda l’ammonimento del filosofo tedesco Hans Jonas riportato nell’intervento di Longo su Hawking di qualche giorno fa: «La Natura non poteva correre rischio maggiore di quello di far nascere l’uomo. Nell’uomo la Natura ha distrutto se stessa». È la “singolarità”, termine con cui Raymond Kurzweil, futurologo del MIT, descrive il momento del sorpasso dell’intelligenza artificiale sulla umana. Non dovrebbe mancare molto, se è vero quanto rivela George Dyson in La cattedrale di Turing: Google Books non avrebbe scansionato tutti i libri del pianeta per l’umanità, ma «per farli leggere a un’...

March for Our Lives / I ragazzi che salveranno l’America

Li avevano descritti ansiosi, indifferenti, succubi dei social media. Una generazione a perdere, lontana dal mare grande della Storia. Hanno colto tutti di sorpresa quando, dopo il massacro al liceo di Parkland, hanno urlato la loro rabbia. Rivelandosi, loro malgrado, i ragazzi che rischiano di salvare l’America da se stessa.  Sono bastati pochi tweet per capire che gli studenti sopravvissuti alla sparatoria in Florida non intendevano accomodarsi nel ruolo dolente di testimoni né cedere la scena ai politici di professione. Con un coraggio che ha dell’incredibile stavano invece intonando un’altra nota. Furiosa, disperata, carica di speranza: così lucida da far paura. Senza troppi complimenti gli attivisti teenager – in prima linea David Hogg, Emma Gonzalez, Cameron Kasky e Jaclyn Corin – hanno smascherato il balletto di circostanza che accompagna le stragi (le “lacrime e riflessioni”, di cui ha parlato il presidente Trump) puntando il dito sui veri colpevoli: la National Rifle Association, potentissima lobby delle armi, e i suoi fiancheggiatori.  Mescolando ironia (“Gli adulti ci amano quando prendiamo buoni voti, ma ci odiano quando abbiamo opinioni forti”, scrive Emma...

Facebook-Cambridge Analytica / Cosa avrei chiesto a Mark Zuckerberg

“Per risolvere i problemi di Facebook ci vorranno anni”, ha dichiarato Mark Zuckerberg quando ha iniziato a rendersi conto della gravità del bubbone Cambridge Analytica, lo scandalo che gli  ha fatto mettere la giacca e la cravatta prima di sedersi sul banco degli imputati davanti al Congresso USA. Per capire i problemi di Facebook bisogna fare un passo indietro, non basta risalire al 2013, quando è stata fondata Cambridge Analytics.    Se servono anni per risolvere questi problemi, quando sono iniziati?   Forse bisogna tornare ai primi anni Duemila, nell'Era dell'Innocenza della Rete, quando ancora non esistevano i social network e la rete era una Zona Temporaneamente Liberata: avevamo tutti diritto di parola e “uno valeva uno” (almeno in teoria). Vivevamo in un'anarchica Era dell'Ingenuità, con i forum senza moderatore, l'anonimato, gli pseudonimi fantasiosi e provocatori. La sgangherata utopia della rete aveva qualche difetto: il fenomeno “zero comments”, dove tutti parlano e nessuno ascolta; la “fine dell'esperto”, ovvero l'incompetenza al potere; infine l'imperversare di troll, haters e molestatori vari.  Chi gestiva un forum “aperto”, o lo ospitava,...

Fotografare le slide. Ritorno all’immagine? / Morte degli appunti

Ho cominciato da qualche settimana il mio ennesimo corso universitario. Da parecchi anni, si sa, non si può più fare a meno dei power point (sostituto attuale dei cari, vecchi lucidi da lavagna luminosa, a loro volta rimpiazzi di gessetti e grafite), che al di là della loro reale utilità, e ancor di più di quel che proiettano (definizioni, informazioni, parole, immagini, grafici..), connotano parecchio un qualsiasi speech come ‘lezione universitaria’, o comunque come ‘discorso serio’. Un discorso senza power point sa di fuffa. Una fuffa con power point sa di discorso serio. Così, se ti presenti a lezione a mani vuote gli studenti come minimo chiamano Tremonti (ieri) o Di Maio (oggi) al Messenger di Facebook per segnalare l’ennesimo barone universitario ciarlatano e fannullone.   È l’andazzo: occorre adeguarsi. Al punto che, come è stato detto in termini forse un po’ deterministi, ne è nato un powerpoint-pensiero, una forma di argomentazione – e di concettualizzazione – plasmata dalla specifica forma di questa applicazione, da quel che consente o non consente di fare (e di dire) e, soprattutto, da quel che obbliga a fare (e a dire). È la software culture, ragazzi, di cui – da...

Settecento contemporaneo / Europa e globalizzazione: cosa ci mostra Brexit?

I paragoni tra le epoche storiche sono occasionali: quando studiamo un’epoca lo facciamo perché siamo attratti da un’inconsapevole rispecchiamento in essa e conseguentemente la rileggiamo attraverso quello che vorremmo capire di quello che siamo. In questo modo il passato ci aiuta a orientarci e per questa ragione non si finisce mai di studiarlo, perché nella misura in cui si sposta il nostro punto di vista mentre viviamo, anche il passato rivela aspetti che prima non ci erano visibili.   La crisi dei sistemi di governo, ieri di ducati come Parma e Piacenza, Guastalla, Toscana, le vecchie repubbliche di Genova e Venezia prima dell’arrivo di Napoleone, oggi l’inadeguatezza degli stati nazione alle domande della contemporaneità, che in gran parte li esauterano. Le nostalgie della destra, dalla Francia all’Ungheria ma che oggi nella Brexit trovano la più seria delle realizzazioni, lo rendono estremamente evidente. Fuori dall’Europa esiste solo un’involuzione economica, sociale, culturale che non può che avere nostalgia di vecchi passaporti e di retoriche evocazioni della seconda guerra mondiale, dalla Darkest hour di Winston Churchill del film di Joe Wright all’evacuazione di...

Poteri e informazione / Società

La sociologia ha inventato nella seconda metà dell’Ottocento il concetto di società. Ha dato vita cioè all’idea che le persone trascorrono la loro esistenza all’interno di un sistema sociale che è organizzato da precise regole e dotato della capacità di durare nel tempo. Ma ci ha anche fatto comprendere che una società funziona al meglio quando è in grado di offrire alle persone che vivono al suo interno la possibilità di disporre di modelli interpretativi. Perché coloro che vivono nelle società non possono fare a meno di avere a disposizione delle idee in grado di attribuire un senso al mondo in cui si trovano, degli strumenti di orientamento che essi condividono con gli altri e motivano ad agire. Quando tali strumenti non sono presenti, una società subisce il destino di deperire e morire velocemente.   Infatti, come hanno sostenuto antropologi importanti come Claude Lévi-Strauss e Mary Douglas, ogni società per funzionare deve poter disporre di significati comuni che rendono possibile la comunicazione e la comprensione tra gli individui. E sono prevalentemente gli oggetti che ci circondano – i beni di consumo – a rappresentare la parte visibile della cultura e dunque a...

Pluralismo di piattaforma / Facebook-Cambridge Analytica

Sul caso Facebook-Cambridge Analytica si è già scritto molto, anche qui su Doppiozero. Giovanni Boccia Artieri in particolare, è intervenuto con un contributo lucido e provocatorio:   “In questo senso il caso Facebook-Cambridge Analytica non ci dice che “il Re è nudo” ma ha piuttosto scoperchiato un vaso di Pandora da cui stanno uscendo i mostri che l’accelerazione della vita connessa associata a un’economia neo-liberale ha generato. Un insieme di problemi reali che abbiamo cominciato da poco a trattare come ossessioni collettive di cui parliamo molto ma che non si traducono in comportamenti comuni o in regolamentazioni applicabili”   Boccia Artieri coglie giustamente il nodo centrale di questa vicenda, ovvero “l’accelerazione della vita connessa associata ad un’economia neo-liberale”, sul quale torneremo tra poco.  Se ci fermassimo a ispezionare questa vicenda con una lente micro, coglieremmo soltanto un aspetto minore, ovvero il tentativo di un’agenzia di comunicazione e marketing politico di interferire nei processi democratici di un paese come gli Stati Uniti, usando tecniche “innovative” (in realtà la segmentazione psicografica delle audience risale agli anni...

Dove va Grillo e i suoi blog / M5S e le tre direttrici

Quello di Beppe Grillo e della Casaleggio Associati è stato dal 2005 un affascinante laboratorio di marketing politico rivoluzionario. Il Movimento 5 Stelle sta sperimentando da anni forme innovative, in cui il nuovo medium della connessione digitale si intreccia con le forme tradizionali o arcaiche della comunicazione e della rappresentanza. È un terreno inesplorato, dove si possono fare (e si sono fatte) grandi scoperte, e si possono commettere gravi errori. Dalla parabola del Movimento 5 Stelle, come dalle parallele vicende di Wikileaks e Cambridge Analytica, abbiamo ancora molto da imparare sugli intrecci di politica e comunicazione. Il successo elettorale del 4 marzo 2018 ha radici antiche per i ritmi della rete e una storia brevissima se guardiamo all'orizzonte storico dei movimenti politici. Era il gennaio 2005 quando Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio lanciavano il sito beppegrillo.com, probabilmente senza pensare che 13 anni dopo avrebbe assunto un ruolo politico determinante nella fragile democrazia italiana e nelle traballanti architetture della Comunità Europea.    Nella prima fase, le comunità riflessive dei meet up e la personalità carismatica del comico...

Cambridge analytica e le responsabilità / Facebook: il Re (era già) nudo

Sono molte ormai le cose che pensiamo di sapere rispetto all’affaire Facebook-Cambridge Analytica. Sono certezze che derivano dall’avere letto sui quotidiani e ascoltato nei mass media, con una certa continuità lungo l’arco di tutta la scorsa settimana, approfondimenti e opinioni di diversa natura a partire dalle “rivelazioni” fatte dal whistleblower Christopher Wylie, un ex impiegato di Cambridge Analytica  all’Observer e al New York Times. Si tratta di certezze che hanno a che fare con la manipolazione elettorale, con il furto di dati e con la possibilità di una nostra sempre più elevata profilazione a causa dei contenuti, commenti ma soprattutto reazioni (i like) che lasciamo su Facebook. E sono molte le cose che vogliamo ancora sapere. Ad esempio come i regolatori nei diversi Paesi pensano di agire nel futuro, quali contromisure assumerà Facebook dopo il tardivo post di scuse da parte di Mark Zuckerberg, per quale partito italiano Cambridge Analytica ha lavorato ecc.     È da questi dubbi e da queste certezze che nasce una reazione “di pancia” da parte degli utenti online, raccontata anche dai mass media, che si è andata costruendo attorno all’hashtag #...

Buoni e giusti / La campagna di Makkox per Coop

Qual è il sistema di interazione che oggi le catene della grande distribuzione realizzano con i propri acquirenti? Mentre Auchan tende a costituire il proprio rapporto con i clienti in termini abbastanza meccanici, con una forte zonizzazione dei propri spazi e una proliferazione di linee con preparazioni complesse già pronte (a Palermo, ad esempio, da qualche tempo è attiva un’area sushi con tanto di cuciniere orientale a prepararlo su richiesta e a impromptu), Lidl sceglie la via dell’imprevisto, proponendo i propri spazi commerciali come luogo della chine, di una passeggiata alla scoperta di beni non necessari e forse anche inutili (chi può dire di aver bisogno di una lampada da presa con proiettore?).   Esselunga punta su una forma di snobismo, legato all’esibizione di una certa noncuranza della affiliazione da supermercato, vedi le campagne pubblicitarie ludiche ed evasive che ne hanno segnato la storia. C’è poi Conad che punta tutto sulla relazione “calda” con i propri consumatori. Il suo slogan, “Persone oltre le cose”, va nella direzione della negazione di ogni meccanicità (rappresentata, in questa veloce sintesi, da Auchan) in nome di una preminenza del rapporto...

Marca e consumatori / Pubblicità

Le società contemporanee sono invase da un’enorme quantità di messaggi pubblicitari in tutti i loro principali spazi. Negli Stati Uniti, è stato calcolato che le persone passano mediamente circa tre anni del loro tempo di vita a guardare degli spot sugli schermi televisivi. Eppure, di solito non ci si preoccupa di porre dei limiti alla costante crescita di tali messaggi, sebbene oggi siamo in grado di conoscere piuttosto bene gli effetti sociali che questi producono.  Le conoscenze disponibili sul funzionamento della pubblicità portano a ritenere che quest’ultima operi, più che determinando direttamente dei comportamenti d’acquisto, stimolando la nascita di una disposizione d’animo favorevole, che potrà successivamente tradursi nell’atto d’acquisto desiderato da parte delle imprese. Per ottenere questo risultato, i pubblicitari operano soprattutto cercando di associare ai prodotti dei significati e delle immagini piacevoli. Il consumatore odierno, infatti, più che la soddisfazione di bisogni di tipo funzionale, cerca nei prodotti numerosi significati di cui pensa di avere necessità nella sua vita sociale: il successo, il prestigio, il potere, il fascino, la bellezza, ecc....

Spettri d'oltreoceano / Gun Show. Nella pancia dell’America

“Choose me, not guns”, invocano i liceali d’America urlando il loro no alle armi. La National Rifle Association li sbeffeggia, i politici insorgono. E il resto della storia va in scena senza clamore nella pancia profonda del Paese, dove le armi sono nel Dna e i Gun Show un’attrazione come una volta il circo. Vivo in Louisiana da cinque anni e non ne avevo mai visto uno. Domenica ho rimediato.  Ci si va a comprare pistole, fucili, memorabilia nazi, coltelli, tasers. Il biglietto a pagamento scoraggia ragazzini e perditempo, ma la sala del centro convegni trabocca. I tavoli carichi di armi si perdono a vista d’occhio. Il clima è allegro, le foto proibite. Basta la patente e porti a casa un arsenale. È uno di quei momenti in cui sbatti contro una realtà così altra da fare male. Al banco delle t-shirt l’anima politica esplode sfacciata. “Black Guns matter”, strilla una maglietta facendo il verso al Black Lives Matter del movimento antirazzista. Mi guardo intorno. I neri si contano sulle dita di una mano come del resto le donne. “Il problema non sono le armi”, proclama un’altra t-shirt. “Sono cuori senza Dio, case senza disciplina, scuole senza preghiera, tribunali senza giustizia...

L’uguaglianza dei diritti trascende qualsiasi diversità / L'antirazzismo scientifico e la Costituzione

È del 2016 l’appello al presidente della Repubblica Italiana per l’abolizione del termine razza nell’articolo 3 della Costituzione Italiana (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”). L’appello è stato di recente appoggiato dalla senatrice a vita Liliana Segre (sopravvissuta ad Auschwitz); e in piena campagna elettorale si sono detti favorevoli anche Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Nel 2013, l’allora presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy, aveva annunciato con enfasi trionfale lo stesso provvedimento in Francia, sostenendo che l’eliminazione della parola “razza” dalla Costituzione francese era un passo fondamentale nella lotta al razzismo (il che non ha impedito a una deputata del suo partito, Nadine Morano, di dichiarare nel 2015 che la Francia è un paese “giudaico-cristiano di razza bianca”).    Sul termine razza grava il ricordo delle leggi razziali e dei crimini nazisti, e questo potrebbe di per sé essere un motivo per eliminarlo dalla Costituzione (basta che non si creda di eliminare così...

In un tweet la conferma del licenziamento / Il pollaio della Casa Bianca

Mi ricordavo di un librino illustrato, per bambini, che racconta di un galletto a cui uno degli animali della fattoria ha rubato il chicchirichì. Mi è tornato alla mente alla fine della lettura del libro di Michael Wolff, Fuoco e furia. Dentro la Casa Bianca di Trump, quando cercavo un’immagine che sintetizzasse la confusione di figure e voci in esso contenute. Un pollaio. Un pollaio con tanti galli, in cui ognuno cerca di rubare il chicchirichì agli altri. Ammetto che non avrei mai pensato di poter associare una simile immagine alla Casa Bianca. Nel ripercorrere la sua storia, nei presidenti che l’hanno abitata, avevo incontrato: arroganza, spesso, dettata dalla consapevolezza del potere; poi, ma non sempre, competenza e autorevolezza; di sicuro, qualcosa che in qualche momento è stato definito grandezza. E infine anche varie tipologie e misure di inadeguatezza e di corruzione. Ma mai un quadro come quello descritto da Wolff.   La Casa Bianca di Donald Trump è un unicum. Non solo per la pochezza intellettuale e politica del presidente e del personale da cui è circondato. Credo non siano mai esistiti un disordine nei ruoli e un’instabilità negli accoppiamenti tra persone e...

Fenomenologia degli spettatori / Fan o Follower?

Quando dedichiamo la nostra attenzione a qualcuno, quando ci ricordiamo il suo nome e ne seguiamo le opere, il pensiero, le gesta, siamo fan o follower? Essere fan o essere follower, non è la stessa cosa. Un fan appende il poster del suo idolo sportivo in camera, un follower no. Il 22 febbraio, al Circolo dei Lettori, per la rassegna Parole del Contemporaneo, ho provato a tracciare una descrizione della parola /follower/, in opposizione a quella di fan. Il follower ha un legame con il fan, anche se ne è una versione più debole e più transistoria. Entrambi condividono la stessa radice, cioè quella di essere parte di un’audience, di essere membri di un gruppo di spettatori che seguono con attenzione e con passione la performance di qualcuno, sia esso un politico, uno sportivo, un artista. Un tipo di audience “attiva”, cioè capace di dirigere intenzionalmente la propria attenzione verso qualcuno che performa davanti ai nostri occhi. Per essere fan o follower di qualcuno bisogna volerlo, è necessaria una certa continuità, non è come accendere la tv e lasciarsi attraversare lo sguardo dal primo spettacolo che ci passa di fronte. Sia il fan che il follower a un certo punto della loro...

Su Mark Fisher / Vivere e morire nell’eterno presente neoliberale

Arriva finalmente in Italia, tradotto da Valerio Mattioli per Nero Editions, Realismo capitalista di Mark Fisher, uno dei testi radicali più acclamati degli ultimi anni, capace di parlare anzitutto a una generazione per cui il capitalismo sembra occupare del tutto “l’orizzonte del pensabile”. Non si tratta semplicemente, sostiene Fisher, di ritenerlo l’unico sistema economico e politico sostenibile, ma di non trovare possibile neppure immaginare un’alternativa a esso.    Cancellando dal futuro ogni eventualità di un superamento della propria logica, il capitale ci defrauda anche del passato – che assume un senso soltanto nel rapporto con la novità. Del resto, ci insegna Ellen Meiksins Wood, la storia del capitalismo è in buona parte una successione di tentativi di naturalizzazione volti a retrodatarne sempre più l’emersione, ammantandola al contempo di una coltre di inevitabilità deterministica da cui nemmeno la tradizione marxista è stata immune. Se Deleuze aveva intuito la possibilità di sfidare la logica infuturata del capitale – che antepone in modo fittizio la mancanza al desiderio – in un presente intensivo, non orientato verso nessun futuro, Fisher ci mostra in un...

Processi creativi e basi cognitive / Biologia della letteratura

Nella breve ma intensa storia della teoria della letteratura coesistono – ora fronteggiandosi, ora avvicendandosi – spinte verso l’astrazione e spinte verso la concretezza. Con ogni evidenza, nella fase attuale sono queste ultime a prevalere. In uno dei più importanti contributi recenti alla ricerca narratologica, Marco Caracciolo ha parlato di un «approccio E» (E-approach), dove «E» sta per embodied, enactive, embedded, engaged (The Experientiality of Narrative, De Gruyter, Berlin 2014). L’esperienza letteraria si cala nella realtà corporea: s’incarna, s’incastona nell’empiria, s’intreccia con l’azione; si vuole implicata, interessata, coinvolta. A seconda dei casi gli studiosi possono proporre orizzonti relazionali diversi, ma le varie prospettive convergono nella dimensione del rapporto con ambienti concreti e condizioni vive di esistenza. Niccolò Scaffai, in un bel volume da poco recensito su queste pagine da Gianfranco Marrone, ha messo in evidenza la tematica ecologica (Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione letteraria, Carocci 2017), in una prospettiva squisitamente comparatistica. Da tempo assai attivo sul versante della riflessione teorica, in Biologia...

Nessuno le fermerà / Leggende metropolitane, rumors e fake news

Nel luglio 2005 Londra fu teatro di un attacco terroristico islamista, che uccise cinquantadue persone. Subito dopo a Roma si diffuse una voce secondo cui i jihadisti avevano avvelenato gli acquedotti della Capitale. Il sindaco di Roma dell’epoca, Walter Veltroni, smentì sdegnato la notizia, stigmatizzando coloro che l’avevano messa in circolazione. Allora non si era imposto il termine fake news, si parlava di leggende metropolitane (calco dall’inglese urban legends), ancora prima si parlava di rumors, ma di fatto sono nomi diversi per la stessa cosa. L’unica differenza, che alcuni sopravvalutano, è che prima di internet le fake news circolavano essenzialmente da bocca a orecchio, mentre ora circolano da tastiera a monitor. Se si racconta una leggenda metropolitana al bar dello Sport di Roccasecca, subito essa impatta magari dieci persone. Se si scrive su Facebook una leggenda identica, impatta subito centinaia o migliaia di persone allo stesso tempo. Grazie a internet, la piazzetta del villaggio si allarga a dismisura, ma i discorsi sono sempre quelli che si fanno nelle piazzette dei villaggi. I meccanismi profondi che generano “le voci” sono sostanzialmente gli stessi, secoli fa...

Vivere in una società democratica / Piketty e l’uguaglianza

I mutamenti economici sono valutati dai cittadini utilizzando alcuni princìpi intuitivi che potremmo chiamare ‘morale del senso comune’. La morale economica del senso comune si fonda principalmente su due intuizioni: la prima dice che è giusto distribuire la ricchezza in modo (più o meno) uguale fra i membri di una comunità. La seconda dice che è giusto che chi ha prodotto una particolare risorsa abbia la possibilità di utilizzarla (più o meno) come meglio crede. Il ‘più o meno’ è importante: serve a ricordarsi che si tratta di principi generici che, presi alla lettera, entrerebbero molto spesso in conflitto fra loro. Se alcuni individui sono più capaci o semplicemente hanno i mezzi per produrre più ricchezza di altri, per esempio, è possibile che la distribuzione di risorse diventi molto diseguale all’interno di una società. D’altro canto, è difficile o impossibile preservare l’uguaglianza senza violare, almeno in parte, il principio della produttività. Un compito importante della politica è dunque la conciliazione di questi due princìpi, trovando dei compromessi che salvino in parte l’uguaglianza senza mortificare troppo il principio di produttività.    Le teorie...

Da Walt Disney ai Pink Floyd / Cultura di massa

Non è semplice definire con precisione quali siano le principali caratteristiche della cultura di massa. Questa, infatti, consiste in un insieme estremamente articolato di prodotti culturali. Si tratta pertanto di ciò che viene realizzato da quella che Luca Balestrieri ha definito di recente “l’industria delle immagini” nel libro dal titolo omonimo (LUISS University Press), dunque fondamentalmente di film e fiction televisiva. Ma si tratta anche di musica, sport, fumetti e molto altro. I prodotti della cultura di massa hanno però delle caratteristiche in comune, la più importante delle quali è rappresentata dalla condivisione di un modello di tipo consumistico. Non a caso già negli anni Sessanta Edgar Morin, in una delle prime approfondite letture della cultura di massa come il volume Lo spirito del tempo (ora meritoriamente ripubblicato dalla rinata casa editrice Meltemi), sottolineava che la cultura di massa è uno spazio sincretico, il quale però, essendo destinato a un consumo di massa, ha la necessità di basarsi sulla promozione della cultura dell’individualismo e sull’offerta di una possibilità di distrazione dai problemi quotidiani.   Morin aveva inoltre ben chiara la...

Sostiene Friedman / Politically correct, o della paura del contagio

La lettura della recensione di Francesca Rigotti al libro di Jonathan Friedman, Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime, uscito in questi giorni per Meltemi, non abbonda purtroppo delle qualità – acume, leggerezza e ironia – da lei invocate nel ricordo di Flavio Baroncelli. Si capisce subito che "le grevi e tormentate" pagine di questo antropologo nordamericano, che vorrebbe "fustigare", la disturbano profondamente e le fanno venire l'orticaria. Come altrimenti interpretare l'utilizzo reiterato – ben undici volte in meno di quattro pagine – della formula "sostiene Friedman", se non come una precauzione profilattica, come il bisogno costante di rimarcare la presa di distanza – "occhio, è a lui a dirlo!" – a fronte delle idee potenzialmente pericolose dell'autore? A meno che non sia invece proprio attraverso questo stesso espediente retorico che la Rigotti voglia mostrare la loro auto-evidente e ridicola inconsistenza. Peccato che cosi facendo si colga chiaramente soltanto il suo imbarazzo, e non si capisca cosa sostenga lei, a parte il prezioso richiamo sulla distinzione ontologica tra i valori della sinistra (l’uguaglianza!) e quelli della destra (la gerarchia!)...

Amicizia e mercato / Facebook e la scomparsa del Sé

“Su Facebook, la nostra comunicazione è valutata come pubblicità online – quanti click hai generato? Questo ci spinge a far sembrare ciò che diciamo su Facebook un discorso pubblicitario. E se il modo in cui parliamo di noi stessi è, in larga misura, ciò che pensiamo di essere, questo non è di buon auspicio per la dignità umana”.    Per lungo tempo, ben oltre ogni ragionevolezza, sono stato una di quelle persone che non volevano un cellulare. Romanticizzavo l’idea della totale scomparsa e, visto che la tecnologia mi aveva lasciato indietro, avrei potuto assumere una forma di vita non mediata. Dichiaravo la mia paura di essere troppo facilmente raggiungibile. Ma, molto più probabilmente, ero spaventato dal fatto che avere con me un telefono cellulare avrebbe fornito una continua evidenza che in realtà nessuno voleva chiamarmi, che ero già scomparso e nemmeno lo sapevo.    Continuavo a menarla alla grande con il mio timore di dover ignorare certe chiamate e di far presumere alla persona che stavo chiamando che volessi deliberatamente ignorarla. Forse avrebbero pensato che avevo una buona ragione; forse avrebbero pensato, come faccio spesso io stesso, che sono uno...

A. Lolli, "La guerra dei meme" / L'insostenibile ironia dei meme

La situazione  ̶  affermava qualcuno  ̶  è grave, ma non seria. È una frase che mi risuona in testa di continuo, ma quasi distrattamente, per fasi, pause e intermittenze. Un esempio: il presidente degli Stati Uniti ha gestito il teso rapporto con la Corea del Nord con un tweet ridicolmente minaccioso, nel quale affermava di avere un pulsante – un pulsante per il lancio di una testata nucleare – più grosso del rivale. Ci siamo abituati; su questo brandello di realtà, sono poi stati fatti migliaia di meme e si è passato ad altro. Donald Draws.   Non solo. KFC, la multinazionale di fast-food, ha colto il trend parodiando la tensione nucleare in una campagna di instant marketing con la quale vendere il proprio pollo fritto; nei panni di Kim-Jong-Un, Ronald McDonald. In Cina, intanto, si prepara il sistema di valutazione degli esseri umani, attraverso il quale assegnare loro un punteggio, proprio come visto in Black Mirror. È ironico. C’è questa patina acida di allucinazione collettiva sulle cose; i fatti sono gravi, ma nient’affatto seri. In un editoriale di fine anno in cui è accettabile usare toni più definitivi di quanto non si farebbe in un...

"Non si esce vivi dalla precarietà. Non si esce vivi da soli” / Non è lavoro, è sfruttamento

Marta Fana, dottore di ricerca presso l’Institut d’Études Politique de SciencesPo a Parigi e giornalista, ha scritto un libro che, giunto alla terza edizione in poche settimane, è diventato occasione per tornare a discutere della condizione del lavoro in Italia. Si intitola Non è lavoro, è sfruttamento con involontario ossimoro, poiché, evidentemente, il lavoro è sempre sfruttamento. Benché infatti abbia fondato la possibilità per gli individui di uscire da relazioni di servitù e la possibilità di “esistere per sé stessi”, tuttavia, a partire dall’avvento del sistema di produzione capitalistico, esso è attività comandata (“lavoro comandato,” nell’espressione di Adam Smith), cioè, anche e soprattutto, fonte di ricchezza per altri. Certo, Marx non era arrivato a immaginare un mondo nel quale l’accumulazione sarebbe stata capace di crescere pur evitando di pagare del tutto (o quasi) la “merce” per eccellenza, “la madre di tutte le merci” come l’ha definita Sergio Bologna, cioè esattamente il lavoro. Processo che si sta traducendo in un’esplosione esponenziale della dinamica dello sfruttamento che si scarica sugli esseri viventi e sulle risorse naturali, con creazione di profitti...