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Libri

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La realtà fatta idea / Robert Mapplethorpe

Look at the pictures! Guardate le immagini! urla ai suoi colleghi il senatore Jesse Helms a Washingthon D.C. all'inizio del documentario Mapplethorpe. Look at the pictures, edito da Feltrinelli. Tra le mani tiene una stampa che sventola rapidamente davanti alle telecamere perché se ne colga un fugace scorcio e nulla più: si tratta del celebre The Man in Polyester Suit (1980), dove un poderoso membro nero fuoriesce dall'abito impeccabile di un uomo senza testa. Dovrebbe essere un'immagine oscena, ma in realtà è una composizione molto raffinata. L'estrema eleganza estetica della fotografia, con il lungo pene nero perfettamente integrato nella costruzione della figura vestita, potrebbe riassumere in un solo sguardo l'apparente dualismo che è facile ritrovare nell'opera di Robert Mapplethorpe.   Il fotografo era consapevole di presentare nel suo lavoro elementi a prima vista eterogenei e opposti, quali la grande finezza visiva unita a soggetti intesi come “bassi” nella misura in cui accedevano alle pulsioni sessuali più viscerali. Nel film di Fenton Bailey e Randy Barbato viene mostrato l'invito per la sua prima mostra Polaroids (1973), costituito da una delicata busta di...

Spazio, linguaggio e creatività in Africa

English Version   L'articolo qui di seguito è scritto da Hanna Minaye e si ispira alla sua partecipazione alla sesta tappa di AtWork ad Addis Abeba. Il workshop intensivo di 5 giorni, condotto da Simon Njami, si è svolto a dicembre 2016 in partnership con Aida Muluneh e Addis Foto Fest e ha coinvolto 21 giovani fotografi, scrittori, designer, artisti visivi e filmmaker etiopi. Il tema "What is home?" ha evocato sentimenti forti e contrastanti, emozioni, atmosfere... questo il racconto di Hanna.    Hanna Minaye at work, ph Raffaele Bellezza.   Una mattina ho deciso di fare una passeggiata fino all’attrazione principale del mio quartiere ad Addis Abeba: una pasticceria che esiste ormai da 50 anni, nota con il nome di Enrico. Avevo assaggiato le loro millefoglie centinaia di volte, ma non le avevo mai acquistate personalmente. Insieme ad alcuni amici, mi sono unita alla coda di gente che si estendeva lungo la strada. “Quando sono pronti i dolci, lo capisci dal profumo”, disse scherzando un anziano signore dietro di noi. Lo stesso signore mi aveva sentito raccontare in inglese ai miei amici la storia di un gatto. E mi aveva interrotto, dicendo in amarico: “Lei...

Space, Language, and a Creative Africa

Italian Version   The article below is written by Hanna Minaye and is inspired by her AtWork Addis Chapter 06 experience.  The intensive 5-day workshop, conducted by Simon Njami, took place in Addis Ababa in December 2016 in partnership with Aida Muluneh and Addis Foto Fest and involved 21 young Ethiopian photographers, writers, designers, visual artists and filmmakers. The theme “What is home?” has evoked some strong and contradictory emotions and atmospheres… here’s Hanna’s story.   Hanna Minaye at work, ph Raffaele Bellezza.   One morning, I decide to walk to the landmark of my neighborhood in Addis Ababa – a 5 decade-old patisserie, infamously going by the name Enrico. A hundred times I’ve eaten their mille-feuille but never before had I purchased the desserts myself. My friends and I joined the street-long queue; “when the cakes are ready, they release the smell to let the people know,” jokingly described by an old man behind us. This same man overheard me tell a story about a cat in English to my friends. He interrupted me to say in Amharic, “you don’t like to mix with people, do you?!” and used this moment of silence to explain that he feels the...

Marco Rossi Doria e la lettera dei 600 / La lingua della vita

Il dibattito di questi giorni sullo stato della competenze linguistiche degli studenti universitari e sulla messa in stato di accusa della scuola italiana è l'occasione per ragionare insieme a Marco Rossi Doria, insegnante ed esperto di politiche educative e sociali e già sottosegretario all'Istruzione, sullo stato della questione ed è anche un modo per riprendere temi e problemi già affrontati da Doppiozero.   La “lettera dei 600” docenti universitari e intellettuali sulla crisi della formazione degli studenti italiani ha avuto una vasta eco. Mi sembra che non aggiunga nulla di nuovo in termini di analisi e piuttosto si concentri sulle responsabilità della scuola, in modo perfino poco intellettualmente onesto. La mia impressione è che manchi una riflessione più ampia sulla società e su come questa, nelle altre sue agenzie di socializzazione, abbia abdicato al ruolo educativo. Ne risulta in questo modo un'accusa molto giudicante che si rovescia sulla sola scuola e sugli insegnanti...   Vorrei non parlare dei toni della lettera dei 600 alla quale ho risposto su Repubblica dell’8 febbraio invitando a un lavoro comune che ha bisogno di responsabilità condivise, molto...

Drammaturgie / Il “teatro nel teatro” di Eliade: un’ipotesi ermeneutica

I lettori italiani e attenti di Mircea Eliade sanno che il teatro rappresenta un interlocutore importante nella sua riflessione storico-filosofica. Il suo mastodontico corpus letterario e scientifico comprende, infatti, numerosi testi che riflettono sul lavoro degli attori e sulla funzione “soteriologica” che dovrebbe assolvere la rappresentazione drammatica. Si potrebbe ricordare, a tal proposito, almeno Diciannove rose, ossia l’ultimo romanzo di Eliade, da lui pubblicato in rumeno nel 1980, che costituisce senz’altro il documento più esplicito della sua concezione teatrale. Nel capitolo 11 del libro, il romanziere Anghel Pandele e l’attore Ieronim Thanase definiscono lo spettacolo come una «tecnica di redenzione», che procura a chi ne partecipa il raggiungimento di una misteriosa «libertà assoluta», ovvero l’evasione da un tempo e da uno spazio storico che diventa ogni giorno sempre più oppressivo, avvilente, claustrofobico. Meno noto – almeno finora – è che Eliade non fu solo un teorizzatore del teatro e della sua essenza soteriologica. Fu anche un drammaturgo, che pubblicò nel corso della sua esistenza quattro testi teatrali (Ifigenia, Uomini e pietre, Avventura spirituale,...

Donald Trump, Andy Warhol / Un biondo alla Factory

New York anni ottanta. Tante le immagini che vengono in mente. Per limitarci alla scena musicale rock, il music club CBGB nell’East Village sfornava talenti quali Ramones, Talking Heads, Blondie, Patti Smith. Nel 1981 si formano due band che stravolgono la storia del rock quali i Sonic Youth e i Beastie Boys; nello stesso anno viene lanciata l’emittente MTV e si tiene il processo per la morte di John Lennon. Tuttavia gli anni ottanta sono anche quelli del boom di Wall Street, che vedono proliferare allo stesso tempo yuppie rampanti – come quel Patrick Bateman, protagonista di American Psycho di Bret Easton Ellis – e una massa grigia di disoccupati e senzatetto. Il 1981 è inoltre l’anno in cui esce il film Fuga da New York di John Carpenter e in cui Reagan diventa il 40esimo presidente degli Stati Uniti.   Warhol, Trump Tower.    Nel 1981 Andy Warhol incontra Jean-Michel Basquiat. Un incontro decisivo per la carriera del giovane artista ma anche per la reputazione di Warhol, criticato da diverse parti per essere ormai un “business artist”. La Factory del resto, che chiuderà i battenti nel 1984, non era più frequentata da Nico e i Velvet Underground, e quella...

22 Febbraio 1987 - 22 February 2017 / Andy Warhol dappertutto

Andy Warhol sempre più interroga il presente, a cui ha lanciato segnali visionari, annunci di eventi destinati spesso ad avverarsi molti anni dopo la sua morte, avvenuta il 22 febbraio 1987. A trent'anni dalla sua scomparsa, non si contano ormai, in tutto il mondo le mostre, le monografie, le rivelazioni sull’artista che nel secondo Novecento è riuscito, meglio di chiunque altro, a entrare rapidamente nel Canone, riuscendo anche a sedurre il pubblico popolare, a farsi odiare dai benpensanti per il radicalismo del suo agire, eppure infine a farsi accettare con il suo mondo mai visto prima. Da poco è in libreria il gran volume Factory Andy Warhol, color d’argento, come la Factory tutta coperta di carta stagnola dalla dedizione certosina di Billy Name, per alcuni periodi servente, maggiordomo, tuttofare dello spazio e del suo proprietario, la prima edizione italiana delle foto di Stephen Shore (testi di Lynne Tillmann, Milano, Phaidon Press, 2016).   Il libro è la celebrazione di un apprendistato tumultuoso, quello per cui l’autore abbandonò il proprio itinerario scolastico per “fare il liceo e l’università” a fianco dell’artista, in due intensissimi anni, dal 1965,...

Renzi: nuove strade? / Miti di leadership

Fitti conciliaboli degli dei presiedono ai destini degli eroi nei poemi greci. Sorti collettive e individuali: divinità politiche dotate d’un proprio carattere. Ha faticato la storia a rendersi indipendente dal mito. E comunque gli storici antichi, quasi a ricompensa di una mutilazione, hanno sempre inserito nella trama dei fatti schizzi incisivi sulla psicologia dei grandi uomini, fino a farne il centro occulto o palese delle piegature di quanto appare più evidente in superficie. Del resto nel re, nel comandante, nel capopopolo è stato per lunghissimo tempo rinvenuta l’impronta di qualcosa di superiore e di semidivino. Perfino nel momento della laicizzazione della politica e della morale con Machiavelli la biografia reale o ideale del Principe continua a campeggiare enorme al centro della scena. Sarà forse Napoleone a chiudere provvisoriamente l’età degli uomini fatali, per dare spazio anche teorico al protagonismo delle masse e del capitale. Allora la psicopolitica, disciplina che indaga la chimica creatasi tra leader e popolo, comincerà una forte crisi di credibilità.   Il Novecento, secolo per eccellenza delle masse prima e poi della globalizzazione di una tecnica e di...

Fare emergere la texture delle cose del mondo / Hercules Segers, misteriosi paesaggi

Forse il più grande artista quasi sconosciuto, incisore e pittore. Morto tra il 1633 e il 1640, attivo in Olanda all’inizio del 1600, poco prima di Rembrandt. Hercules Segers, di lui sappiamo ben poco, non abbiamo nemmeno un volto, o un’ipotesi di volto. Eppure fu uno degli artisti più innovativi del Secolo d’oro olandese. Paesaggi melanconici come casse di risonanza che non somigliano a niente dei suoi contemporanei, ottenuti con una sperimentazione nell’arte incisoria così rivoluzionaria da rimanere un rompicapo per molti artisti e secoli a venire.    Hercules Segers, Paesaggio con cascata, ca.1615-1630, Amsterdam, Rijksmuseum.   Si è chiusa in gennaio al Rijksmuseum di Amsterdam Hercules Segers, la prima grande retrospettiva a lui dedicata, organizzata in collaborazione con il Metropolitan Museum di New York, dove prosegue a partire dal 13 febbraio (The mysterious landscapes of Hercules Segers, fino al 21 maggio 2017).  Questi due eventi presentano i risultati di un programma di ricerca scientifica e storica condotto per quasi tre anni dai ricercatori del Rijksmuseum.    Hercules Segers, Sentiero nel bosco, olio su tela su tavola, ca. 1618-1620...

Da oggi a Palazzo Reale / Keith Haring a Milano

La pagina dei Diari reca la data del 13 giugno 1984. C’è un disegno. Uno dei suoi omini le cui mani entrano nel corpo passandolo da parte a parte, disegnando così una specie di esse rovesciata. La mano di destra attraversa la testa e sbuca oltre; quella di sinistra attraversa la pancia. L’omino non ha occhi, bocca, orecchie e neppure naso. A fianco: 84. Sotto, un cuore, da un lato, e un intestino o stomaco, dall’altro. Keith Haring, la cui mania di tenere un diario personale discende dal suo mentore, Andy Warhol, spiega che questo disegno l’ha fatto per la prima volta a Milano nel 1984. Vuole sintetizzare la “riconciliazione tra testa e stomaco”. Spiega che il puro intelletto senza sentimenti è inutile, e potenzialmente pericoloso – e fa l’esempio del computer suo grande nemico –, mentre “l’espressionismo (stomaco) senza intelletto è insensato e in genere noioso”.    Strano disegno perché, per quanto ai piedi del personaggio ci sia il cuore, le due mani attraversano la testa e lo stomaco, non propriamente il cuore, che culturalmente dovrebbe essere la sede dei sentimenti, almeno da qualche secolo in qua. Che il cuore per Haring stia nello stomaco? In quella pagina di...

L'attività letteraria come parassitismo / Rileggere oggi il processo Brodskij

«Qui da noi [in Unione Sovietica] tutti lavorano. Come ha potuto oziare per così tanto tempo?» «Lei non considera il mio lavoro come tale. Scrivevo versi, per me è un lavoro.»   La trascrizione del processo a Iosif Brodskij è una piccola miniera di temi su cui riflettere. Oltre alla questione del rapporto tra letteratura e potere, che è sempre stato il punto focale del caso giudiziario che fece scalpore anche in Occidente, un altro aspetto chiave del processo appare attuale: la considerazione dell'attività letteraria da parte della società.    Nel 1964 il ventiquattrenne Iosif Brodskij veniva esiliato da Leningrado per cinque anni con l'accusa di parassitismo e di perniciosa influenza sulla gioventù. Al giovane ebreo, che avrebbe poi scontato solo un anno e mezzo della pena, veniva contestato di aver cambiato tredici mestieri nell'arco di meno di dieci anni e di aver passato lunghi periodi senza lavorare. Della sua inattività, ritenuta addirittura più grave dei versi antisovietici, antipatriottici, decadenti e diseducativi, vennero portate delle prove, accompagnate dalla richiesta di spiegare come egli potesse vivere con i magri guadagni derivanti dall'attività...

Un dibattito molto confuso / Sono uno dei 600

La lettera-appello dei 600 sulle carenze linguistiche degli studenti italiani, conquistata la ribalta dei media, ha suscitato parecchie reazioni, e nella vivacità della discussione non sono mancate polemiche anche aspre. A distanza di qualche giorno, però, mi pare che complessivamente il dibattito sia risultato piuttosto confuso. Non credo che i lettori estranei al mondo della scuola e dell’università, se l’hanno seguito, ne abbiano capito molto. Le righe che seguono vorrebbero costituire un piccolo contributo di chiarezza, anche a costo di qualche schematismo.    Premetto che io sono uno dei firmatari di quella lettera. L’ho sottoscritta, tra gli ultimi prima che venisse resa pubblica, in un momento di sconforto, e senza sapere alcunché del comitato promotore (il Gruppo di Firenze). Ma questa, sia chiaro, non vuol essere una ritrattazione; tornando indietro, rifarei la stessa cosa. A mio avviso, portare la questione della fragilità linguistica degli studenti italiani (e quindi dell’inadeguatezza dell’insegnamento scolastico di base) all’attenzione dell’opinione pubblica è stata una cosa positiva. Preciso che io insegno sì all’università, ma non in corsi di laurea che...

Ri(n)tracciare il paesaggio di Goffredo Parise / Achille, Omero e Parise

Il caso vuole che in questo momento, con in mano I lembi dei ricordi. Ri(n)tracciare il paesaggio di Goffredo Parise della Società Letteraria di Verona (Antiga Edizioni 2016), io non abbia a disposizione i miei volumi delle opere di Parise e tutto il materiale a lui riferito accumulato nel tempo. Causa trasloco i libri stanno ancora al riparo negli scatoloni in attesa di rivedere nuovamente la luce sulle librerie. Adesso qui devo contare esclusivamente sulla memoria per parlare di lui, e questo mi mette propriamente nelle condizioni di fidarmi solo delle risorse "naturali" per recuperare la realtà e presentarla in modo che sia almeno un po’ attendibile. Nonostante abbia letto accuratamente l’autore e lo abbia anche conosciuto e frequentato, un certo "tremolio"dei dati mi è inevitabile. D’altro canto raccontare Goffredo Parise è difficile, una vita così complessa, ancorché breve, e ricca, piena di frequentazioni le più disparate, di case, di storie. Non è facile, per niente.    Ph di Moreno Vidotto, elaborate da Giosetta Fioroni.   Nietzsche diceva: "Va sempre come per Achille e Omero: uno ha la vita, il sentimento, l’altro li descrive" (Umano, non umano). Ma se...

Reiner Stach, “Questo è Kafka?” / Il gabinetto delle meraviglie del dottor K.

In fondo, l'avevamo sempre saputo. Il 2 luglio 1913, Kafka annota sul proprio diario «la passione e l'entusiasmo con cui ho recitato una scena di film comico alle mie sorelle nella stanza da bagno». Possibile? Kafka spettatore di film comici? Di più: Kafka – l'austero Kafka, il minaccioso, enigmatico Kafka – che mima una gag da slapstick comedy per la gioia delle sorelle... nel bagno di casa? Riesco quasi a immaginarlo piroettare da una parte all'altra della stanza, mulinando l'aria con le braccia, mentre con le smorfie del volto dà vita a tutti i personaggi; e alla fine, terminata la pantomima, capitombola giù per terra, esausto, fra le risate e gli applausi delle sorelle entusiaste.    «Perché non sono mai capace di far questo davanti agli estranei?», si rammarica qualche riga più sotto. La verità è che ci riusciva fin troppo bene. «Sono noto per le mie grandi risate», scrive Kafka a Felice Bauer, in una lettera dello stesso periodo, «persino durante un incontro solenne con il nostro presidente – sono trascorsi ormai due anni, ma nell'Istituto la leggenda mi sopravviverà». La situazione è da comica finale. Gli ingredienti ci sono tutti: l'Autorità in tutta la sua...

Intervista con Giuliana Bruno / Superfici. Non vi è comunicazione senza contatto

New York, 16 dicembre 2016   Viviamo tra gli schermi, ribadisce Giuliana Bruno, professoressa al Department of Visual and Environmental Studies dell’Università di Harvard, nel suo ultimo libro appena tradotto in italiano, Superfici. A proposito di estetica, materialità e media. I laboriosi preparativi per la nostra intervista ne forniscono l’ennesima – e imprevista – conferma: avendo dimenticato il registratore, cerco su Google programmi di registrazione della voce che non riesco a scaricare; lei ha un iPad ma non ci permette di registrare. Potremmo utilizzare il suo cellulare ma il file sarebbe troppo pesante da trasferire. Finché mi rendo conto che Quick Time Player ha la funzione Audio Recording. Posiziono il computer – questa scultura domestica così familiare – sul tavolo, in mezzo a noi, in modo che capti le nostre voci. Sfioro il touchpad ogni volta che lo schermo svanisce. Insomma, persino la memoria della voce passa oggi attraverso la superficie degli schermi.   Mappatura e superfici   Riccardo Venturi: Vorrei cominciare rivenendo sul decennio che va dalla pubblicazione de L’Atlante delle emozioni. [2002, tr. it. 2006, nuova edizione Johan & Levi 2015]...

Un iperreale al riparo da reale e immaginario / Politica della post verità o potere sovralegale?

Gli orientamenti politici e gli esiti delle decisioni collettive sfidano oggi le tradizionali categorie della psicologia del potere. L’opinione pubblica alla base delle scelte si forma per vie che sfuggono alle forme conosciute e le campagne elettorali sono costruite al di fuori del mondo dei fatti. Non solo, ma chi sceglie in un certo modo, concorrendo a esiti determinanti anche per il proprio presente e il proprio futuro, sembra cambiare idea un momento dopo, a fatti compiuti e, almeno per un certo tempo, irreversibili. Viene sempre più spesso in mente Winston Churchill e la sua affermazione sulla difesa della democrazia “purché non voti mia suocera”. Una provocazione alla sua maniera che comunque induce a interrogarsi sul presente della democrazia e delle forme di esercizio del potere. A fare affermazioni senza prove e senza logica; smentendole immediatamente dopo o cambiando versione continuamente, si ottiene seguito e consenso e viene da chiedersi come sia possibile.    Se consideriamo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America, la domanda da porsi è come abbia fatto una minoranza di americani a portarlo al potere. L’interrogazione è,...

La letteratura come volontà di potenza / Da Napoleone a Goebbels

Goebbels a comizio.    «Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola». Dei tanti slogan ominosi del Secolo breve è questo, forse, il più rivelatorio. Non è un caso che, proprio commentando questa frase, uno degli intellettuali più brillanti e provocatori del nostro tempo, Boris Groys, abbia spiegato come certe dinamiche del potere culturale mutuino, più o meno simbolicamente, la volontà di potenza (o di sopravvivenza) del potere tout court – quello politico. Ricorda Groys come «Goebbels si sia sforzato soprattutto per ottenere un successo da scrittore. Per lui fucilare la gente era una deviazione per raggiungere un successo letterario». La frase in questione, secondo Groys, «esprime una reazione alla pretesa scandalosa della cultura, supponendo che tale pretesa provenga da una istituzione reale, da una reale istanza di potere. Ed è per questo che tale istanza dev’essere eliminata». E il fatto che oggi tutti ricordiamo questa frase – secondo il critico d’arte e filosofo russo, da tempo trapiantato in Germania – dimostrerebbe paradossalmente che Goebbels, scrittore fallito, ha ottenuto infine il successo cui tanto aspirava.   Un successo davvero...

Speranza, fede, carità, amore e desiderio / C'è bisogno di pessimismo

Le opere di Terry Eagleton, noto «leftist» inglese, si leggono in genere volentieri perché sono intelligenti, dotte, acute e ben scritte. Che poi siano pienamente originali, è un'altra storia, giacché l'autore sembra forsennatamente leggere e attingere ovunque, e delle sue prede spesso le tracce si vedono benché non citate. Lo si avverte anche nel suo saggio sulla speranza, un tema sul quale ho scritto anch'io in queste stesse pagine: il mio autore principale era Albert Camus con la sua speranza umana senza speranza divina. Gli autori di Eagleton sono molti ma i suoi autori-chiave sono Walter Benjamin con la sua speranza realista non ottimista e San Paolo, per il quale la fede sarebbe realismo e non una questione di ingenuo ottimismo. C'è bisogno di pessimismo, afferma ripetutamente Eagleton e come dargli torto: forme di ottimismo eccessivo sono moralmente dubbie, come il pensiero teologico della teodicea, ovvero la risposta alla domanda su come Dio possa permettere il male, con l'asserzione che dal male non può che provenire il bene, anzi quello sarebbe di questo la «preziosa condizione». Persino forme più miti di ottimismo sono banali e non costruttive; serve pessimismo, ma non...

La disponibilità degli individui alla sottomissione / La passività delle masse

Le società contemporanee hanno bisogno della massa, ma questa ha costituito un problema sin dal momento della sua apparizione, nelle prime forme di metropoli sviluppatesi durante l’Ottocento. Non a caso scrittori lungimiranti come Poe e Baudelaire, all’epoca, hanno avvertito l’esistenza di tutto ciò. La massa è problematica perché si presenta come un aggregato estremamente ampio di individui, ma privo di organizzazione e composto di soggetti isolati e incapaci di interagire tra loro in modo significativo. Gustave Le Bon, alla fine dell’Ottocento, nel celebre volume Psicologia delle folle (Longanesi), ha interpretato la massa come il risultato di un processo di omologazione: «Quali che siano gli individui che compongono la folla, per simili o diversi che possano essere il loro modo di vita, le loro occupazioni, carattere e intelligenza, il solo fatto di essere trasformati in massa li dota di una sorta di anima collettiva, in virtù della quale essi sentono, pensano e agiscono in modo del tutto diverso da quello in cui ciascuno di essi, preso isolatamente, sentirebbe o penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui...

Citare significa incontrarsi / Eugenio Borgna. Per un’etica di parola

Trema, la mano che regge la fiaccola, lo sguardo è incerto, ma poi il corpo si sposta e la fiamma si accende: mezzo mondo esulta quando Muhammad Ali riesce a concludere il gesto. Che segna l’inizio, nel 1996, delle Olimpiadi di Atlanta. L’atleta invincibile, trasformato dalla malattia, appare un’icona della fragilità. A pochi mesi dalla morte, nei filmati che in questi giorni lo ricordano, commuove. Perché proprio lo sport è quella palestra di vita dove, repentinamente, la forza cede il passo alla debolezza. E il corpo denuncia l’inesorabile vulnerabilità. Sono immagini come queste che viene da associare alla scrittura vibrante di Eugenio Borgna che, ancora una volta, riparte proprio da qui, da questa fragilità irriducibile dello stare al mondo, per continuare a comporre la sua personalissima fenomenologia. Inizia, infatti, con un inno al lato debole dell’umano la sua ultima raccolta, Le parole che ci salvano (Einaudi, 2017), dove riunisce, con una nuova prefazione, i tre testi recenti: La fragilità che è in noi, Parlarsi, Responsabilità e speranza.    Borgna vuole ricordare l’ispirazione della sua ricerca, la sua origine nel contatto con la malattia e il male nell’...

Intervista a Uliano Lucas e Tatiana Agliani / La realtà e lo sguardo

Ho incontrato Uliano Lucas a casa sua, a Saronno, insieme alla figlia Tatiana. È un uomo tenace:  questo si impara parlando con lui. È memoria vivente. Lucas ricorda tutto: luoghi, volti, persone, ogni aspetto di quello che ha vissuto e fotografato.  E tutto acquista grande dignità. Si capisce cosa significa credere nel proprio mestiere, anzi, essere il proprio mestiere: occhio e memoria, senza cedimenti. E cosa significa entrare negli eventi, smascherare gli inganni, considerare un evento in tutta la sua complessità. “Non esistono eroi o eroine”, mi racconta. “Devi imparare a demitizzare ogni figura e collocarla in un contesto oggettivo". Le sue immagini lo fanno. Ma non è tutto. Si impara anche un’altra cosa: ad essere generosi, a non risparmiarsi mai. Sono stata a casa loro per otto ore consecutive. Abbiamo parlato, discusso, ci siamo confrontati. Ho registrato una parte della nostra conversazione dedicata al libro sulla storia del  fotogiornalismo in Italia, scritto insieme alla figlia Tatiana Agliani, tutto il resto dei nostri discorsi si è sedimentato dentro di me. Ha cambiato il mio sguardo, il mio modo di considerare un’immagine.  Provo un profondo...

Lacan, come Jung, si è sbagliato / Muriel Drazien lettrice di Joyce e Lacan

Il libro di Muriel Drazien Lacan lettore di Joyce, per Portaparole, è un testo denso e complesso sull'opera di James Joyce e sulla lettura che Jaques Lacan fa di Joyce. Si tratta dell'incontro tra i due autori più criptici e difficili del Novecento. Non c'è dubbio. Complimenti all'autrice, che li conosce e li tratta con grande competenza. Drazien si è formata a Parigi con Lacan e ha ascoltato direttamente i suoi seminari. Madrelingua inglese, newyorkese di origine, mostra una conoscenza rara e approfondita dell'opera di Joyce, letto a partire dalla comune lingua materna. Al lettore che non ha questa lingua materna, la lettura di Joyce assegna giri supplementari, si tratta di trovare altre soluzioni, il percorso si fa più tortuoso. Inoltre, essendo psicoanalista, conosce altrettanto bene le parole di Lacan, non solo per averlo letto, ma per avere avuto il privilegio di conoscerlo personalmente. Dà a Lacan, virtù rara per un lacaniano, spessore umano.   Drazien dunque usa l'inglese come lessico familiare, ma certo non è tutto qui.  Joyce non scrive solo in inglese, o meglio, l'inglese non è la sola lingua materna. La vita di esule gli permette di scrivere anche un po' in...

Classi. La diseguaglianza nella scuola

Lo scorso 14 gennaio, quasi allo spirare dei diciotto mesi previsti dalla legge 107/15, sono state approvate in prima lettura dal Consiglio dei Ministri otto delle nove deleghe previste dai commi 180 e 181. La recente messa a punto del governo è l'occasione per discutere due importanti libri usciti nell’ultimo periodo che, da angolature differenti ma complementari, pongono con forza il tema disuguaglianza all’interno dei sistemi educativi. Il primo, Questioni di classe (di G. Maria Cavaletto, A. Luciano, M. Olagnero, R. Ricucci, Rosenberg & Sellier, 2015) articola otto «discorsi sulla scuola», otto capitoli in cui si analizza quanto il sistema dell’istruzione secondaria continui a riprodurre disuguaglianze originate dalla diversità del contesto familiare: il grande disegno della modernità scolastica consistente nel «sostituire i meccanismi ascrittivi della riproduzione sociale per far prevalere i meccanismi acquisitivi» (p. 187), in modo da garantire una reale eguaglianza delle opportunità educative base per la costruzione di un progetto di vita realmente autonomo segna un arretramento di significative proporzioni. Il secondo, di Marco Romito, Una scuola di...

Insegnare francese sulle gradinate sotto gli alberi / Place de la Bataille des migrants de Stalingrad

È passato quasi un anno dall’infinito marzo francese, quando il progetto di legge El Khomri et son monde hanno innescato un vasto movimento sociale di rivolta e a Parigi la Nuit Debout si è insediata a Place de la République (ne ho parlato qui). Oltre al mio morale, atterrato da un plumbeo clima post 13 novembre, il movimento ha sollevato molti coperchi, generato azioni a catena in vari contesti cittadini, rafforzato la rete di solidarietà e resistenze nei vari ambiti sociali e associativi; informato me e Camilla dell’evacuazione di un liceo dismesso occupato da 300 migranti e un pugno di militanti prevista all’alba del 4 maggio (#65marzo) 2016. Nella notte tra il 3 e il 4 maggio Camilla ha quindi legato la bicicletta sotto casa mia, ha telefonato a Bertrand per avvisarlo che non rientrava e abbiamo puntato la sveglia alle cinque meno un quarto. Poco dopo le cinque arrivavamo al Lycée Jean Jaurès nel diciannovesimo arrondissement, e io mi sono sentita prendere da un’eccitazione mista a pudore, la timidezza del neofita, di chi sta per fare una cosa e non sa come si fa.     Dal cordone pacifico davanti all’entrata dell’edificio cui ci siamo agganciate si alzavano thermos...