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Libri

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Una domenica di passioni / I fili del teatro. Scaldati, Eduardo, Leo

Come una lucerna, il pensiero umano crea storie che illuminano la grotta oscura. Fragili, infinite immagini come lampi tra rovine…     Assassina   Inizia così, con un canto dolce, strascicato come una salmodia, Assassina di Franco Scaldati, messo in scena da Enzo Vetrano e Stefano Randisi con la voce e i suoni dal vivo dei Fratelli Mancuso. Un viaggio di luce nell’oscuro, tra i detriti di esistenze marginali, come quelle di tutti, in una scena ambientata in un vecchio cesso pubblico abbandonato, azzurro e diroccato, tra animali visibili e invisibili che si divorano l’un l’altro, perennemente affamati, in lotta con l’ombra, che sfugge, che ci anticipa, che ci mangia, che ci sdoppia. Inizia così e risplende, Assassina, con quelle sue zone di profondo scuro, nella lingua dura e rocamente cantabile di Franco Scaldati, poeta palermitano dell’Albergheria, il quartiere del mercato di Ballarò, un moderno Omero del teatro.   Ph Luca Del Pia.   Lo definì “poeta aristocratico delle caverne” il critico Franco Quadri, che con la sua Ubulibri ne pubblicò varie opere da Beckett della vita marginale, fermandole necessariamente in un momento che nella pratica di scena...

In risposta a Nicla Vassallo / Economia dei media digitali e democrazia

Le prigioni di cui parla il contributo di Nicla Vassallo sono prigioni di cui tutti noi facciamo esperienza quotidiana. Le estensioni tecnologiche di cui ci serviamo per amplificare le nostre facoltà di spostamento, i nostri sensi e il nostro potere comunicativo sono allo stesso tempo prigioni e strumenti di liberazione. Per i lavoratori studiati dalla sociologa Judy Wajcman, le nuove tecnologie digitali rappresentavano spesso uno strumento di ulteriore schiavitù e compressione dei tempi di lavoro (in Pressed for time. The Acceleration of Life in Digital Capitalism), eppure la Wajcman ha dimostrato come questa percezione non fosse dovuta né determinata dalle tecnologie di comunicazione digitale ma dal trionfo di un certo modello di organizzazione del lavoro. Secondo la Wajcman non siamo ostaggi, prigionieri, dei nostri strumenti di comunicazione (questa è invece la tesi del recente libro di Sherry Turkle), siamo invece ostaggi dell’etica produttivista imposta dall’attuale sistema economico che governa le nostre vite. Le tecnologie di comunicazione sono ormai embedded nelle nostre pratiche quotidiane, secondo Wajcman e il loro uso è socialmente strutturato. Negli studi della...

Masochismo e teoria del cinema / Noël Burch: elogio della viragofilia

Da sempre, il problema della teoria del cinema è che di esso, preso dal lato della sua generalità e dei suoi contorni essenziali, non c'è quasi nulla da dire. Il tempo, che l'uomo pensa come interiore, viene presentato dal cinema come esteriore. Sullo schermo non viene proiettato alcun movimento (dunque tempo) “reale”, bensì 24 fotogrammi fissi al secondo che è la nostra coscienza a “muovere” grazie alla persistenza retinica delle immagini. Ma quel movimento/tempo sta comunque “là fuori”, reificato. Parimenti, il cinema ha qualche presa su di noi solo quando ci fa riconoscere “là fuori”, nell'estensione spaziale delle immagini, il nostro stesso desiderio. Ciò che credevamo intimo si rivela esterno, quando non addirittura estraneo. Se il cinema sembra “guardarci dentro”, è perché al cinema il nostro sguardo desiderante sta lì, davanti a noi, come un oggetto. Sbattendoci in faccia questa estraneità nei confronti di noi stessi, il cinema reinventa ad uso della modernità la nozione aristotelica di “catarsi”: tutto qui. Ora, poche cose sono difficili quanto sfondare una porta aperta. Ma cos'è la retorica se non l'arte di sfondare le porte aperte? Per questo, i migliori teorici del...

I media creano i luoghi / Cosa ci può dire ancora McLuhan?

Il canadese Marshall McLuhan è stato probabilmente il più importante studioso dei media. È scomparso quasi quarant’anni fa, nel 1980, ma i principali concetti teorici che ha elaborato sono ancora notevolmente conosciuti e continuano in gran parte a essere efficaci per spiegare il funzionamento della comunicazione contemporanea. Certo, vanno sviluppati e aggiornati, dato il consistente tempo che è passato dalla loro comparsa. Ha dunque senso parlare ancora oggi di McLuhan se si è in grado di riprendere e migliorare le sue idee, come ha fatto in passato il suo allievo Derrick De Kerckhove in alcuni dei suoi migliori libri. Ma McLuhan può anche essere ripreso per collocarlo all’interno dell’evoluzione del dibattito culturale e cercare di sistematizzare quello che le sue idee hanno generato. È l’operazione tentata ad esempio di recente dallo studioso Paolo Granata all’interno del volume Ecologia dei media (FrancoAngeli).    Non ha invece molto senso parlare inutilmente di McLuhan, forse per avere un titolo che sfrutta commercialmente il richiamo del suo nome. L’ha fatto Alberto Contri in un libro in uscita in questi giorni e intitolato appunto McLuhan non abita più qui? (...

Storia letteratura e luoghi / Viaggio nei luoghi del Gattopardo

Il primo viaggio è mentale. Una circumnavigazione nel pensiero di un principe decaduto come aristocratico ma abilissimo nella costruzione di architetture romanzesche. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è al crepuscolo della sua esistenza ma la vitalità della letteratura lo sostiene, nella Palermo della seconda metà degli anni Cinquanta, e ne alimenta le forze fino a quando scrive la parola fine al suo romanzo, Il Gattopardo, pubblicato postumo da Feltrinelli dopo il celebre rifiuto di Elio Vittorini per Einaudi e Mondadori.    Giuseppe Tomasi, premiotomasidilampedusa.it   Un simile viaggio nel pensiero del Principe lo compie Maria Antonietta Ferraloro. Già autrice nel 2014 di Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo, finalista al premio Brancati, la studiosa siciliana pubblica nel mese di gennaio L’opera-orologio. Saggi sul Gattopardo, sempre per Pacini Editore, mentre si avvicina l’anniversario della morte dello scrittore, avvenuta il 23 luglio 1957.    L'opera-orologio di M.T. Ferraloro.   Nel primo libro, al centro della riflessione era la permanenza di Tomasi di Lampedusa a Ficarra, un paese sui Nebrodi, nell’estate del 1943, tra lo sbarco degli...

Lo spettro dell'anonimato / Le prigioni di internet e la tirannia di Wikipedia

Non so bene da dove iniziare. Forse l’esperienza personale, a cui non ricorro quasi mai, in questo caso funziona: è esplicativa. E quanto segue può sembrare ormai palese, eppure ce se ne dimentica di frequente. Un semplice esempio: il primo gennaio 2017 ricevo una telefonata che, con voce sgomenta, mi domanda: “Non sei su fb? E allora come riesco a farti gli auguri di buon anno?”. Certo, verrebbe da ridere e ribattere: “Scusa, perché non ci facciamo gli auguri al telefono, visto che mi hai chiamata?”. Suppongo sarebbe tempo perso. Impiego internet da suoi primordi, e non mi pareva una schiavitù. Ora non solo se ne è schiavi, ma pure impossibilitati, seppur innocenti, a uscire dalla galera. Mi rallegro (e sto mentendo) con chi come me non la pensa, ovvero coi tanti e le tante che vagano nella confusione di essere se stessi/e rispetto alle menzioni del loro nome su un motore di ricerca, specie su google: di tali menzioni ne cercano, ricercano, desiderano sempre troppe, pure quando non ne avrebbero alcuna necessità. A contare, a mio avviso, dovrebbe piuttosto essere la propria individualità e professionalità, la propria onestà, al di là delle menzioni (o menzogne).   Ho in...

Il design di Ico Parisi / Parisi, o caro

Ico Parisi (1916-1996): o lo si adora o lo si ignora. Non ci sono mezze misure. Il secondo atteggiamento è stato purtroppo quello che ha prevalso, dopo la sua morte e fino ad oggi, nella cultura ufficiale; il primo connota invece da decenni il mondo del collezionismo, sostenuto dalle aste internazionali di design, dove le sue opere sono battute spesso a quotazioni record.   Sopra: tavolo da pranzo, 1950, MIM; carrello in noce e vetro, 1950; carrello bar, 1950. Sotto: consolle con piano in rame smaltato con disegni di Pietro Zuffi eseguito da Paolo De Poli, 1954, Altamira (USA); servomuto Gentleman, Fratelli Reguitti, 1950 circa; due vedute della consolle in palissandro, 1949, Spartaco Brugnoli.   A destare l’interesse dei suoi estimatori è soprattutto la goniomorfica leggerezza dei suoi arredi degli Anni Quaranta e Cinquanta, così eleganti e raffinati nella loro modernità. In un’epoca, quella del razionalismo, dominata dall’angolo retto (de “i rettangolari architetti”, come ebbe a definirli Carlo Emilio Gadda, che “farebbono cipria del Borromini, come di colui che rettangolare non è, ma cavatappi”), Parisi ha sempre prediletto nei suoi arredi di quegli anni gli angoli...

Conversazione con Massimiliano Gioni / Diventare curatore: Cultura, Pubblico, Network

43 anni, italiano di nascita e newyorkese di adozione, attualmente è direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano e Artistic Director del New Museum di New York. Sua è la curatela della Biennale d’arte contemporanea itinerante Manifesta (2004) così come delle Biennali di Berlino (2006), di Gwangju (2010) e di Venezia (2013). Brillante, eclettico, perfezionista, concepisce e realizza progetti espositivi pressoché ineccepibili. Si tratta dell’enfant prodige, ormai diventato adulto, Massimiliano Gioni. Se volessimo rintracciare gli elementi-guida del suo operare da curatore, potremmo forse individuarli in Cultura, Pubblico, Network.    Cultura perché Gioni è uno storico dell’arte coltissimo che intesse le sue mostre di molteplici riferimenti ad artisti, scrittori, filosofi, musicisti, registi, architetti. Si pensi al Palazzo Enciclopedico, progetto curatoriale per la 55a Biennale di Venezia del 2013 ispirato al museo immaginario che l’artista Marino Auriti ideò nel 1955 per ospitare tutto il sapere dell’umanità. E si pensi anche alla mostra La Grande Madre, inaugurata nel 2015 a Palazzo Reale di Milano, che faceva riferimento a testi quali Nato di donna...

Zygmunt Bauman / Morte di un sociologo della globalizzazione

La grandezza del pensiero di Z. Bauman non può essere certamente ridotta all’impressionante grado di diffusione del suo famoso cavallo di battaglia: quella liquidità che egli ha rintracciato in numerose espressioni della vita contemporanea e che, paradossalmente, è servita più a legittimare la trasformazione in atto che non ad arginarne il potere straripante. Per questo motivo proverò qui a ricordarlo attraverso un percorso che va dalla critica generale alla globalizzazione, passando per l’analisi del consumo, fino alle più recenti considerazioni sulla società confessionale e sulle nuove forme di sorveglianza.  Insieme a U. Beck, morto due anni fa, a J. Tomlinson, A. Giddens, R. Robertson, Bauman è stato uno dei protagonisti del dibattito sulla globalizzazione, fino a raggiungere una popolarità internazionale inaudita tra anni novanta e duemila, proprio quando tale argomento divenne un tormentone capace di affollare gli scaffali delle librerie di tutto il mondo. La sua origine marxista lo colloca in una posizione ben diversa da quella apologetica di Giddens e dei teorici della Terza via, secondo cui la globalizzazione non solo è un processo naturale e irreversibile ma...

Progetto Jazzi / Il cammino è ciò che inizia a un passo dal buio

  Ci sono estati chiuse come scatole, sigillate. Sono estati che trascorri in una stanza, in ufficio, o su un letto d’ospedale, in una cella, in uno spazio delimitato da pareti che ti sono ostili. Capitano estati così. A volte è il lavoro che ti costringe a questa clausura, altre volte la malattia, tua o di un tuo caro, oppure la necessità di concentrarti per originare un’opera, o è la depressione che ti impedisce di uscire. Sei rinchiuso in un buio che non se ne va nemmeno quando spalanchi le finestre. Sei al centro della stanza ma è come se non ci fossi. È come se la tua vita fosse fuori, e tu non fossi altro che un organismo che respira, ma che non è in vita. Capitano estati così.   Fuori la gente si tuffa e trattiene il respiro, costruisce castelli sulla battigia, alcuni prendono il mare nelle mani e lo portano fischiettando nelle fontane, altri fanno l’amore intensamente, più intensamente che in inverno. Molti si scattano fotografie e le spediscono in giro per il mondo, affinché tutti vedano quanto sono felici i loro piedi e i loro capelli, e le loro occhiaie che svaniscono bagno dopo bagno e i pori della pelle aperti e ricettivi e poi le unghie, le...

La gioia della partita / Cesare Garboli

È meno curioso di quanto non si creda pensare come Cesare Garboli si sia prima sottratto alla visibilità e poi abbia occultato le tracce di se stesso. Era per natura molto visibile, in figura e nelle prese di posizione, ma tale natura richiedeva allo stesso tempo una selettività che presentasse quasi una immagine ideale dell’arte della critica (e anche della scienza). Dunque Garboli fu critico molto selettivo, tanto da lasciare parte assai abbondante della propria attività a uno stato gassoso, non avvicinabile, variamente e volutamente dispersa: ora ciò che fu a lungo accantonato, e forse dimenticato in varie sedi viene rimesso in circolazione con La gioia della partita. Scritti 1950-1977 (a cura di Laura Desideri e Domenico Scarpa, Adelphi, pp. 331, € 30,00), che è il primo dei due volumi destinati a raccogliere gli scritti dall’autore mai radunati durante la vita. Non solo si ha così un’idea più compiuta dello svolgersi del saggismo e della scrittura di Garboli, che sarebbe già cosa in sé di grande interesse, ma si può osservare come di scorcio, di lato, il clima di varie stagioni letterarie. Si tratta di un paesaggio per frammenti, con tessere che si intrecciano a quelle...

L’orso

Io, dell’orso, non so alcunché. Ho letto un libro interessante, quello di Bernd Brunner (Uomini e orsi), ho visto qualche film dove gli è riservata una parte anche cospicua (nitida è almeno la scena madre di The revenant), ma non posso dire di conoscerlo, neanche alla lontana. Il problema è che io, come tutti, di orsi veri ne ho visti pochi, anzi pochissimi. Qualcuno al circo impegnato in neghittosi esercizi a sfondo comico (c’era anche un orso col cappellino in testa, uno di quelli delle feste sceme o degli scemi in festa?), altri osservati mentre si trascinavano stancamente per la loro buca al parco zoo delle Cornelle, vicino a Bergamo. Basta. Non ho altri elementi, anche perché non reggo i documentari naturalistici, che sono sempre eccessivamente didattici, noiosamente inclini a farti rientrare nelle asfittiche dimensioni dell’aula e nel mortifero clima delle interrogazioni (e se le immagini sparissero e comparisse il “docente” e mi chiedesse di riassumere quello che ho appena visto?). Perché mi sia venuto in mente di scrivere dell’orso, non è per nulla agevole da spiegare. Vado per tentativi, anzi, tutto quanto si legge qui di seguito è solo un esercizio di decifrazione di...

Freak Antoni intervista lo scrittore / Celati, Heidegger e i Beatles

Piacenza, 30 aprile 1979   Freak Antoni: A me interessa il rock come vertigine, la vertigine del rock. Quanti tipi di vertigine esistono? E la vertigine dei Beatles? Potresti parlarmi di questo? Mi faresti un piacere, grazie. Gianni Celati: Mah io non so cosa dire … senti, non potrei parlarti invece della filosofia di Heidegger? che lì sono preparato e ti dico delle cose intelligenti. Dài, fammi parlare di Heidegger … FA: È un cantante? GC: Era un grande filosofo! Senti potrei parlarti del rapporto tra la filosofia di Heidegger e le canzoni dei Beatles, ti va? FA: Si conoscevano? GC: Macché, è lì il punto interessante. FA: Spiegami … GC: Ascolta. Una delle cose che diceva Heidegger è che ci sono esperienze autentiche ed esperienze inautentiche. Le esperienze inautentiche sono quelle tutte mischiate con presupposizioni, cose ideologiche mettiamo, insomma che non arrivano a beccare il fatto dell’Essere … FA: Il fatto del cosa? GC: Lasciamo perdere. Le esperienze inautentiche: per esempio un modo di parlare inautentico è quello che lui …  FA: Heidegger? GC: Heidegger, si chiamava … bello però high digger; eh, magari anche lui era un digger, dig it? no, a pensarci bene non...

L’etica? Sopravvivenza dell’io morto / Derek Parfit. Il genio da noi sconosciuto

Se chiedi, per esempio, chi è Hannah Arendt (a mio avviso, donna coraggiosa, eppure non una grande filosofa), a qualche scolarizzato ti sa di norma rispondere, ma, se chiedi al medesimo chi è Derek Parift, immagino sgrani gli occhi, che non sappia né del sul pensiero, né della sua scomparsa e nulla gli/le importi, soprattutto mentre si sta festeggiando il primo dell’anno. Derek Parfit, un filosofo non da poco, giudicato tra i più influenti e originali nel mondo anglosassone, ci ha lasciati nel corso della notte del primo gennaio. Filosofo eminente, non tanto per i suoi numerosi titoli e insegnamenti (tra l’altro, emeritus fellow allo All Souls College della Oxford University, Global Distinguished Professor of Philosophy alla New York University, chiamato dalla Harvard University e dalla Rutgers University, vincitore del 2014 del Rolf Schock Prize in Philosophy) quanto per la sua gentilezza e generosità nei confronti di colleghi e studenti – qualità rare in un professore italiano. Nonché in virtù del fatto che Parfit affronta tematiche tali da presentare tutte le credenziali per non permanere rinchiuse tra le mura accademiche e interessare ogni persona consapevole della...

'The Great Divide'

  Italian version   "How did the fracture between the North and South of the continent become so anchored in our collective consciousness," asks writer, producer and documentary filmmaker Jihan El-Tahri in her Critical Positioning Piece for the latest March issue of ART AFRICA, 'Looking further North.'   Background design sample from Mishkaah Amien's, Shift, 2015. Paper, 21 x 29.7cm. Courtesy of the artist.   I remember sitting in awe listening to Thabo Mbeki’s speech ‘I am an African’ as he introduced the new South African constitution in 1996. It was a powerful speech, fit for a historic moment that the entire continent had awaited for decades. His words marked me profoundly. Mbeki captured the diversity of the continent and somehow his words legitimised my own persistent claim to my ‘African-ness.’ I had often wondered why introducing myself as an African from Egypt sometimes left my darker fellow Africans looking at me as though I was an impostor. How did the fracture between the North and South of the continent become so anchored in our collective consciousness? ‘Divide and rule’ has been a simple but effective pillar of our collective colonial...

La grande scissione

  English Version   “Come ha potuto ancorarsi così profondamente nella nostra coscienza collettiva la frattura tra nord e sud del continente?” – si chiede la scrittrice, produttrice e documentarista Jihan El-Tahri nell’editoriale pubblicato sul numero di marzo di ART AFRICA, dal titolo “Looking Further North”.   Mishkaah Amien, Shift (2015). Carta, 21 x 29,7 cm. Per gentile concessione dell’artista.    Ricordo di essere rimasta fortemente colpita dal discorso “Sono un africano”, pronunciato nel 1996 da Thabo Mbeki nel presentare la nuova Costituzione sudafricana. Un discorso potente, che rappresentava pienamente un momento storico che un intero continente attendeva da decenni. Le sue parole mi hanno segnato profondamente. Mbeki ha colto la diversità del continente e, in qualche modo, nelle sue parole ho trovato una legittimazione dell’ostinata rivendicazione della mia “africanità”. Mi sono chiesta spesso perché, ogni qual volta mi presento come un’africana d’Egitto, i miei compagni africani più scuri mi guardano come fossi un impostore. Come ha potuto ancorarsi così profondamente nella nostra coscienza collettiva la frattura tra nord e sud del...

Infanzia, dolore e plastilina / Claude Barras, “La mia vita da zucchina”

Tutti sanno cosa è un dolore. Da adulti accade di provarlo. Per una persona che scompare, per un amore non ricambiato, per una delusione o più spesso per un abbandono. Sono dolori a volte indelebili. Poi ci sono i dolori provati da bambini. Non tutti li ricordano; o meglio: da adulti preferiamo scordarli. Una volta diventati grandi è difficile rammentare davvero i dolori lancinanti che abbiamo provato da bambini, quei dolori sottili come lame che ci lasciavano esterrefatti, attoniti, smarriti. Dolori di un’intensità mai più provata. A volte duravano poco, o non troppo a lungo, perché anche da bambini si dimentica presto, o si vuol dimenticare, dato c’è tutta la vita davanti, o almeno così si pensa da un certo punto in poi. In verità, si sperava allora di diventare grandi e di dimenticare.    Tutto quel groviglio di emozioni, ricordi, paure, mi assale appena mi siedo al cinema e cominciano a scorrere le immagini di un bambino che fa volare un aquilone fuori dalla finestra della sua mansarda. Tutto questo io l’ho già visto, anche se non ho mai visto questo film. Ha la testa tonda, due grandi occhi che sporgono dal viso; i suoi capelli sono blu. Si tratta di un...

Prima della pensione in scena a Bologna / Le Belle Bandiere, Thomas Bernhard, il nazismo

Oddio, qualcuno avrà dimenticato accesa la suoneria del telefono, o addirittura è partita la musica stipata nella memoria di qualche cellulare. Un motivo classico, un violino, un pianoforte, i bassi. Una voce che canta sottotraccia, appena percepibile, sotto le parole di Elena Bucci che quasi danzando entra in scena, in quell’antro oscuro che è la casa delle sorelle Höller, lei, Vera, nomen omen, l’altra, Clara immobilizzata su una sedia a rotelle da quando un bombardamento americano, uno degli ultimi giorni di guerra, colpì la sua scuola, un’azione terroristica ribadisce il fratello, il Presidente di Tribunale, che le due donne aspettano nella caverna prigione, buia con qualche sprazzo di luce e ombre di sbarre, davanti a un asse da stiro per togliere pieghe alla toga del Giudice, con una poltrona su un lato, una sedia sull’altro, un pianoforte visibilmente finto, teatrale, il Presidente del Tribunale loro fratello Rudolf che le due donne attendono, civettuola Vera, danzate, in abiti zingareschi, rigida Clara, estranea a quel clima Biedermeier, a quella casa gonfia dei cimeli dei genitori, delle ossessioni, delle nevrosi instillate da un padre autoritario, delle fragilità di una...

Li si ama ardentemente, non li si sopporta spassionatamente / Temuti e adorati, i nuovi bambini

“Invece Ugo, tu lo chiami Ugo... chillo come sta vicino 'a mamma che se sta pe' move, "Ugo!" 'o guaglione non ha nemmeno 'o tiempo, capito? Po' fa 'nu passo, però "Ugo!", adda' turna' pe' forza perché 'o sient' 'o nome”. Si rideva e si ride tutti con Massimo Troisi, in Ricomincio da tre (1981), quando suggerisce che un nome breve è una garanzia: di un bravo bambino sempre vicino alla mamma, che non fa guai e non si allontana troppo. Insomma, bambino sì, ma sotto controllo. Ugo sempre, Massimiliano mai. A volte però non basta. Perché i bambini sciamano e corrono, toccano e sporcano. Soprattutto, sono sempre in azione. Un’azione che non possono ancora verbalizzare come piacerebbe ai Grandi, che vorrebbero poter parlare tranquillamente tra loro e con loro. Come se fossero adulti con faccini bambini.  Marco e Anna non vedevano l’ora di annunciare la lieta novella, dire agli amici che anche loro, come era già accaduto a diversi del gruppo, ci erano riusciti: tra qualche mese sarebbero diventati genitori. Dunque, hanno pensato di organizzare una cena, certi che tutti sarebbero accorsi per gioire insieme a loro. Invece, un amico si scusa e all’ultimo dà buca, un altro chiede: ma...

Post-verità / Storytelling versus verità

“Che cosa è la verità”? (Giovanni, 18:38) La verità non prospera nella nostra epoca di pragmatismo anche filosofico. Il pragmatismo è stata la filosofia più influente nel XX secolo, e si riassume nell’idea che in fin dei conti è vero ciò che è utile. E oggi è massimamente utile (per certi) sfruttare ciò che la massa crede sia verità. Nell’antica Roma per tenere buona la plebe si davano a essa panem et circenses, pane e spettacoli; oggi per conquistare il suo consenso le si danno in pasto pseudo-verità.   Nelle campagne di gran parte d’Europa, anche in Italia, è diffusa questa “informazione”: che da un aereo vengono lanciate vipere nelle campagne. Siccome le vipere sono a rischio estinzione, per mantenere l’equilibrio ecologico occorre immetterne esemplari. Questo a opera della Forestale o di qualche altro ente statale. È una leggenda metropolitana, anche se questa leggenda è virale in zone rurali, non nelle metropoli. Quando cerco di convincere qualche contadino o contadina che la cosa non è possibile – perché un fatto del genere finirebbe sulle prime pagine dei giornali e innescherebbe un poderoso attacco al governo, ecc. – fallisco puntualmente. Penso che un Trump italiano...

Dall'Urss a Israele all'Inghilterra vita e pensiero / L'avventurosa vita di Bauman

Uno dei più radicali, e popolari, critici del mondo contemporaneo: così verrà ricordato il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman. Era un uomo minuto e gentile, piuttosto buffo per quesi due sbuffi di sottili e spettinati capelli bianchi che si gonfiavano sopra le sue orecchie, e lo facevano assomigliare a un folletto. Quando lo conobbi a Parigi agli inizi degli anni Ottanta, assieme all’amata moglie Janina (autrice di due notevoli libri di memorie: Inverno nel mattino e Un sogno di appartenenza, entrambi pubblicati da il Mulino, che introdussero una profonda trasformazione nel modo di intendere la condizione dell’ebreo da parte di Bauman), egli era noto in Italia soltanto per un grosso libro intitolato Lineamenti di una sociologia marxista (Editori Riuniti 1971) e per il lungo saggio Cultura come prassi (il Mulino 1976). Mi parve assai amareggiato dall’esilio, felice di poter parlare nella sua lingua madre e assai fermo nelle sue convinzioni: un marxismo critico, fortemente influenzato dal pensiero di Gramsci, visto con diffidenza, in Europa, sia dalla sinistra che dalla destra. Aveva abitato prima in Israele (dove insegnò all’Università di Haifa e Tel Aviv) e poi, dopo un...

La sostanza della realtà / Westworld e la teoria del tutto

In un futuro non troppo lontano, un parco a tema riproduce il vecchio west nei minimi dettagli. Cowboys, prostitute, baristi: i turisti si mescolano alle attrazioni, e gli uni sono indistinguibili dagli altri. La sola differenza tra questi, è che i turisti sono umani, e le attrazioni, anche se lo sembrano in tutto e per tutto, non lo sono: sono robot, androidi, veri e legittimi nipoti dei replicanti di Dick. I turisti possono fare tutto ciò che vogliono ai robot. Possono ucciderli, possono violentarli. Alle attrazioni è impedita, viceversa, ogni reazione, secondo una versione adattata delle tre leggi della robotica di Asimov. L'esperienza per i turisti è entusiasmante, quanto terribile per le attrazioni, che ogni giorno vengono rattoppate e ricominciano a interpretare il ruolo scritto per loro, senza ricordo delle migliaia di morti già vissute, dei dolori già provati, dei ruoli diversi recitati. I robot non hanno accesso al proprio passato, solo a tratti affiorano immagini che assomigliano a reminiscenze di vite passate, simili a sogni.    Il segreto di Westworld, e dell'incredibile grado di realtà che caratterizza il parco, è dunque che le attrazioni non solo sembrano...

E, signori miei, che gran lettura! / I Falsari di André Gide (e i loro lettori contemporanei)

«Ahimè! vedo che la realtà non vi interessa». «Sì» disse Edouard, «ma mi imbarazza». «Peccato», disse ancora Bernard.   Del mio appuntamento con I falsari di Andrè Gide oramai pensavo soltanto di averlo mancato del tutto. Si può capire, più di trent’anni dopo. A parlarmene era stata una compagna di studi universitari e il suo racconto dei livelli di lettura (romanzo, diari nel romanzo, diari fuori dal romanzo...) aveva impegnato le ore di una di quelle conversazioni potenzialmente interminabili, in cui sublimare chissà cosa, che poi alla fine sono il vero e unico rimpianto che si possa provare di quell’età sgraziata (o selvaggiamente aggraziata). Avevo acquistato poco dopo l’edizione nei tascabili Bompiani, in due volumetti con un precario cofanetto di cartoncino leggero (mi pare di ricordare). Al primo tentativo di lettura, le parole di Gide non mi riportarono però l’incanto che ne provava la mia compagna, né furono tali da suscitare un incanto propriamente mio. Rimase un nulla di fatto, cioè di letto: un lento oblio in cui i due volumetti affogarono, nell’allargamento progressivo della mia libreria personale, senza che nei decenni mai una volta, ripassandone gli scaffali...

«Io, solo, niente da rimpiangere» / Vite di David Bowie

Oggi, 8 gennaio 2017, David Bowie avrebbe compiuto, in vita, 70 anni. Dovrebbe essere morto il 10 gennaio di un anno fa, ma sappiamo che sta vivendo su una Stella Nera, splendido nella sua ennesima reincarnazione di artista eterno, mutante. Nei giorni dei suoi 70 anni non veri, altri libri su di lui, rivelazioni, un video postumo, un documentario sui suoi ultimi cinque anni di vita sul pianeta Terra. Il suo ultimo disco registrato è stato Darkstar. Quello che pensavamo fosse il suo ultimo video, lo sconvolgente, biblico racconto della sua psiche transeunte Lazarus, fu inciso da Bowie mentre era consapevole che gli sarebbero restati tre mesi di vita. Nel documentario BBC2, David Bowie: The Last Five Years, diretto dal regista Francis Whately, uscito in questi giorni, a un certo punto il produttore di quel disco, Tony Visconti, dice:   «Se ne stava davanti al microfono e per i quattro o cinque minuti in cui cantò si capiva che stava sversando il suo cuore. Lo guardavo dallo schermo della cabina di regia. L'audio registrava il suo respiro, era come senza fiato, una specie di iperventilazione in un certo senso, chiamava a sé l’energia per cantare quella sua ultima canzone»....