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Progetto Jazzi / Gerhard Rohlfs. Il professore che amava camminare

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Pubblichiamo qui una serie di ritratti di camminatori e camminatrici, a partire da quello del linguista Gerhard Rohlfs; persone che hanno legato il proprio lavoro - più una passione che una professione - all'attività del camminare.   Gerhard Rohlfs, filologo, linguista e glottologo, nato a Berlino nel 1892, sviluppò le sue ricerche e organizzò il suo pensiero camminando, come lo scrittore Robert Walser. Insegnò filologia romanza nelle Università di Tubinga e di Monaco di Baviera. Ricevette l’incarico di studiare i dialetti del Sud Italia da Jakob Jud e Karl Jaberg, due romanisti svizzeri, e prese quindi parte alla realizzazione dell’AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale).   Ho appreso dal libro di Salvatore Gemelli, Gerhard Rohlfs. Una vita per l’Italia dei dialetti, che il filologo tedesco era figlio di un vivaista e che, durante la sua infanzia, si divertiva a imparare a memoria nomi di piante e animali. Era già, nei...

Fare la fila, ascoltami bene e cose così / La lingua che parla

Ogni tanto in classe mi piace giocare con gli studenti usando le differenze più evidenti tra una lingua e un’altra. In particolare tra l’italiano e l’inglese. Una di quelle che metto subito in chiaro è collegata al detto “Si dice il peccato ma non il peccatore”. In Inghilterra fa così “Love the sinner, hate the sin”. Il significato vorrebbe essere simile ma le parole che lo esprimono sono in parte diverse e proprio ciò che cambia da una lingua all’altra diventa materia del nostro gioco.  La lingua inglese ci chiede chiaramente di amare il peccatore e di odiare il peccato. Ci chiede, attraverso due imperativi che esprimono due sentimenti contrapposti, non solo di non fare coincidere la persona con il suo peccato ma addirittura di abbracciare l’una e rifiutare con il sentimento più radicale l’altro.  In italiano nessuna traccia dei verbi amare e odiare. La nostra lingua ci prescrive chiaramente di non dire il peccatore. Non c’è nessuna relazione con il perdono o l’amore, basta non dire il nome di chi ha peccato, non identificarlo.    Quando chiedo agli studenti cosa c’entra con tutto questo la lingua inglese e le sue strutture grammaticali e sintattiche la prima...

Scalate, dipinte e raccontate / Le Dolomiti di Dino Buzzati

Narrare era la più grande passione di Dino Buzzati, nei romanzi, nei racconti e negli articoli, nelle lettere e nei dipinti. Amava combinare l’espressività della parola con quella del tratto, fin da ragazzo, quando descriveva scalate ed emozioni nelle lettere al suo grande amico Arturo Brambilla. Accompagnava le parole con schizzi di figure umane e di montagne, a volte poche linee a volte disegni pensati ed elaborati. “Si prese l’abitudine di trovarci ogni domenica pomeriggio… si discorreva di scuola… ma soprattutto si tentava insieme l’esplorazione delle cose più belle che la vita sembrava prometterci: l’arte, la letteratura, la montagna, i misteri…”. Arturo aveva grandi possibilità, nello scrivere e nel dipingere, ma il carattere riservato e quieto gli impedì sempre di emergere come avrebbe meritato. Dino invece ebbe sempre un immenso desiderio di traguardi memorabili.  Buzzati è uno dei grandi narratori italiani del Novecento. Scrivere per lui era un mestiere e una passione, ma raccontava storie anche quando dipingeva, racchiudendo nella tela favole grottesche, sogni malinconici, desideri erotici e paure inesplicabili. Il mondo figurativo era parallelo alla scrittura,...

Baryshnikov/Brodsky Orlando/Calamaro e il resto / Napoli Teatro Festival

Un’occasione sprecata? (Francesca Saturnino)   Qualche giorno fa mi è capitato un incontro particolare. Tornavo con amici dal “dopo festival” del Napoli Teatro Festival, una serie di concerti serali negli splendidi giardini di Palazzo Reale. Tra via Toledo e Piazza Trieste e Trento, tanti ragazzini dei Quartieri Spagnoli – massimo quindici anni a testa – in due o tre per ogni motorino facevano sempre lo tratto di strada e tornavano indietro. Curiosi, ci siamo messi a chiacchierare con alcune ragazze della giovane paranza: ci hanno spiegato che si trattava della moderna evoluzione dell’antichissima forma di struscio serale con tanto di corteggiamento/scelta del rispettivo partner tramite “guardata” durante quei giri in motore. Ci hanno chiesto da dove venivamo e perché eravamo lì: così è venuto fuori il teatro. Ecco che compare Chicca, la più grandicella che gestisce un centro estetico in zona: alla parola teatro si è letteralmente illuminata. Ci ha raccontato di aver fatto, a un certo punto nella sua giovanissima vita, un laboratorio e che quest’esperienza non se la scorda più. Se potesse, ci ha detto, ne vorrebbe “ancora”.    Laboratorio Food Distribution della...

Intanto il gatto di Schrödinger è morto / Pierre Bayard, Il existe d’autres mondes

«Biforcazione: separazione, nella Storia o in una vita individuale, tra più percorsi possibili. A ogni biforcazione nascono universi differenti» (Il existe d’autres mondes, Minuit, 2014, p. 153). Potremmo affermare che la biforcazione intrapresa da Pierre Bayard, quella della finzione teorica, dà vita a un universo alternativo che tenta di infrangere quella linea di demarcazione che da sempre separa la teoria dalla finzione. Questo modello ibrido ricompone la frattura tra due istanze in apparenza dicotomiche, mettendo a punto un mélange inestricabile che nasce nel momento in cui il narratore impone un’enunciazione in prima persona. Bayard, professore di letteratura francese all’Università di Parigi VIII e psicanalista, considera tale approccio fondamentale per rimettere il soggetto al centro delle discipline scientifiche, precisando, durante un intervento al Collège de France (11 maggio 2017), che «non ci sono parti di finzione nel libro teorico. È il narratore che è fittizio. È un personaggio che prende la parola e destabilizza l’enunciazione classica dei testi teorici o a carattere scientifico. E si tratta anche di prendersi un po’ meno sul serio». È un’esperienza intellettuale...

Parola / La vera parola del momento

Ci si faccia caso, la parola del momento non è una delle tante gettate come petardi e mortaretti (in attesa magari di farsi bombe vere e proprie) che fanno tanto rumore e attirano l’attenzione. La parola del momento è parola, tema che si sta gonfiando con un uragano di parole. Non c’è nessuno che non abbia parole da dire e non c’è nessuno che non abbia da dire parole sulle parole. E le parole crescono sulle parole, in un contesto sempre più parolaio.   C’è chi dice parole cattive. Le dice e mentre le dice si guarda, compiaciuto. Mentre le dice, si ascolta soddisfatto. Non ci vuole molto a capire e del resto non nasconde di dirle anzitutto per vedere l’effetto che fanno: su se medesimo e sugli altri. Ma appunto non di nascosto. Apertamente. Guardarsi, ascoltarsi è un’attività sociale. Se non lo si fa sotto gli occhi di tutti, è come non farlo. Sembra narcisismo, ma non lo è. Del resto, bruttini e piuttosto avanti negli anni come complessivamente si è, chi avrebbe mai veramente il coraggio di specchiarsi? Ci si scorda sempre, quando si parla di narcisismo dilagante, che Narciso era carino. La circostanza non ebbe certamente scarso peso nella sua predilezione: magari ce ne...

Berta Isla e non solo / Intervista a Javier Marías

Nonostante Javier Marías costruisca trame elaborate e persino avvincenti, il suo non è un mondo di fatti bensì di congetture, di tormentate interpretazioni, di ipotesi controfattuali. Quel che accade occupa uno spazio variabile a seconda dei romanzi, ma quanto sarebbe potuto accadere impegna più scrittura, più dedizione dell’autore, e alla fin fine è ciò che rende pregevolmente inconfondibile il suo avanzare verso un climax che non costituisce, patentemente, lo scopo cui tendono i suoi libri. Nell’ultimo, intitolato a una dei due protagonisti, Berta Isla (traduzione di Maria Nicola, Einaudi) le svolte dell’intreccio hanno un ruolo fondamentale; ma, ancora una volta, è ciò che non appare, quel che la superficie dei fatti non evidenzia, a imporsi in primo piano. Già l’incipit del romanzo, che torna con quasi identiche parole nel capitolo conclusivo, dice qualcosa dell’incertezza che colonizza la mente della protagonista: “Per molto tempo non avrebbe saputo dire se suo marito era suo marito… A volte pensava di sì, altre volte di no, e a volte decideva di non pensare e di continuare a vivere la sua vita con quell’uomo che assomigliava a lui…” Non che l’identità del protagonista...

Dialogo con lo scrittore cileno Pablo Simonetti / Vite vulnerabili

Nel mese di maggio Pablo Simonetti, tra le voci più importanti della letteratura cilena contemporanea, è stato a Torino, Napoli, Roma e Milano per presentare il suo libro di racconti Vite Vulnerabili, recentemente pubblicato in Italia da Lindau. Durante la sua permanenza, Simonetti ha accettato di dialogare con Doppiozero intorno a temi quali la scrittura, la forma racconto, la caratterizzazione di una certa tipologia di personaggi che contraddistingue i suoi racconti, l’incontro con Roberto Bolaño, la sua militanza nel movimento LGBT cileno.   Instituto Cervantes Milán, giovedì 24 maggio 2018    F. A. – Sono trascorsi quasi vent’anni dalla pubblicazione in lingua spagnola, per la casa editrice Alfaguara, di Vite vulnerabili. Ora Francesco Verde li ha magnificamente tradotti per Lindau. So che leggi anche in italiano, che effetto ti fa osservare questi dodici racconti attraverso una distanza che è doppia, temporale e linguistica? Che cosa è cambiato dal 1999?   P. S. – Sono rimasto felicemente sorpreso dall’interesse mostrato dalla casa editrice Lindau per la pubblicazione di Vite vulnerabili, mi ha dato l’opportunità di guardare questi racconti attraverso uno...

Prin e concorsi dell'università italiana / For English Press One

Uno dei più noti studiosi italiani di letteratura, Alberto Asor Rosa, ha deplorato su «Repubblica» del 28 aprile una decisione del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) riguardo alla lingua italiana. L’ultimo bando per i Progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin), che sono tra le principali fonti di finanziamento della ricerca in Italia, prevede che i progetti siano presentati in inglese; a discrezione, è possibile anche aggiungere una versione in italiano. Le critiche di Asor Rosa sono di due ordini. Da un lato egli giudica paradossale che richieste di finanziamento rivolte ad autorità italiane per ricerche inerenti alla cultura italiana condotte da studiosi italiani vengono formulate in una lingua diversa dall’italiano. Dall’altro insiste sul fatto che una lingua, oltre ad essere uno strumento di comunicazione, è anche uno strumento identitario, il più possente strumento identitario a nostra disposizione: «uno è la lingua che parla» (L’università, la ricerca e gli eccessi dell’inglese, 28 aprile). Beninteso, questo di Asor Rosa non era il primo intervento sull’argomento. Tempestive critiche all’operato del ministero erano state avanzate da...

Valerio Magrelli / La parola braccata

Nella raccolta Esercizi di tiptologia del 1992, Valerio Magrelli pubblica la poesia L’imballatore, introdotta da un breve esergo tratto da Vladimir Nabokov: “Cos'è la traduzione? Su un vassoio / la testa pallida e fiammante d'un poeta”.   L'imballatore chino che mi svuota la stanza fa il mio stesso lavoro. Anch'io faccio cambiare casa alle parole, alle parole che non sono mie, e metto mano a ciò che non conosco senza capire cosa sto spostando. Sto spostando me stesso traducendo il passato in un presente che viaggia sigillato racchiuso dentro pagine o dentro casse con la scritta "Fragile" di cui ignoro l'interno. È questo il futuro, la spola, il traslato, il tempo manovale e citeriore, trasferimento e tropo, la ditta di trasloco.    L’obiettivo del poeta è puntato non tanto sul testo da tradurre o sul testo tradotto, ma sul traduttore, sulla sua azione e le sue esitazioni. Ci vengono risparmiate le solite frasi fatte sulla traduzione, come l’antico adagio italiano  “tradurre è tradire”, che il più delle volte viene inteso negativamente, come dichiarazione della impossibilità del tradurre, quando invece non ci dice altro che l’essenza stessa...

Tyll, Daniel Kehlmann / La guerra e il saltimbanco

Tyll di Daniel Kehlmann (Reinbeck bei Hamburg 2017) si apre con un prologo scritto nella prima persona plurale, un ‘noi’ che rappresenta una comunità richiusa su stessa, segnata dalla paura di una minaccia incombente. È un corpo estraneo rispetto al resto del romanzo e, nella sua posizione privilegiata di esordio, ne marca fortemente il testo e la lettura. Benché non si sappia ancora quando si svolgono gli eventi del racconto, si capisce fin dalle prime righe che quest’epoca dominata dal timore di Dio e della guerra è remota. Siamo un piccolo villaggio, dice il noi, scampato finora miracolosamente alla guerra, viviamo in un tempo sospeso, in attesa che il corso della storia ci raggiunga o ci risparmi, non si sa. Arriva invece Tyll Eulenspiegel, il saltimbanco, figura cara alla letteratura folklorica tedesca; nella saga medievale originaria è un furbacchione in fondo anche un po’ ingenuo, ma in Kehlmann è completamente diverso: sfuggente, versipelle, inquietante, demoniaco. Prima che la guerra arrivi, riesce a inscenarla nel villaggio, spingendo i suoi abitanti a una enorme rissa che della guerra è rovesciamento grottesco, ma anche preannuncio. E infatti, non appena Tyll e il suo...

Kronos / Il diario intimo di Witold Gombrowicz

Strano destino quello di Witold Gombrowicz, che nonostante sia considerato il più grande scrittore polacco del 900 e uno dei maggiori in assoluto da parte di vari estimatori in tutto il mondo, uno su tutti Milan Kundera, non è mai riuscito a conquistare nel canone e presso il pubblico il posto che gli compete. Certo la sua fama ne avrebbe guadagnato se avesse vinto il premio Nobel che gli sembrava destinato nel 1969, se non fosse morto due mesi prima dell’assegnazione (al suo posto lo vinse Beckett, un altro grandissimo); ma non ha favorito il suo approdo presso il grande pubblico nemmeno il fatto che la sua opera, paradossale e divertentissima per molti aspetti, abbia anche una forte componente intellettuale e sperimentale, per quanto lontana dagli estremismi delle avanguardie e di notevole, mai banale però, leggibilità.   Forse per questo il numero dei suoi estimatori non è mai stato adeguato al suo valore e non si è mai creato quel culto che ha dotato altri scrittori di proprie chiese e riti (da Proust a Joyce a Kafka). Anzi, proprio le caratteristiche della sua opera hanno impedito che queste si formassero, per l’estremo individualismo che la caratterizza. Se mai ci sono...

È l'origine della nostra fine? / Curiosità. In nome di Pandora

“La curiosità esiste per ragioni proprie” [Albert Einstein]     Si dice curiosità e viene in mente l’occhio. “Concupiscientia oculorum”, concupiscenza degli occhi, la chiamava Agostino d’Ippona, e metteva in guardia dalla tentazione di voler contare le stelle o i granelli di sabbia in quanto, secondo il suo parere, quella curiosità non solo era vana ma costituiva un ostacolo sul cammino della devozione. Anche Bernardo di Chiaravalle nel dodicesimo secolo colloca la curiosità tra l’accidia e l’orgoglio: “Ci sono coloro che vogliono sapere al solo fine di sapere, e questa è turpe curiosità”, scriveva, come riporta N. Kenny in The Uses of Curiosity in Early Modern France and Germany, Oxford Unieversity Press, Oxford 2004. Eppure fin da Eva e Pandora il mito non concede attenuanti: siamo esseri curiosi per natura e per cultura. Due donne, certo, e l’attribuzione corrente che la curiosità sia femmina, come si dice. In un ampio contesto sociale e culturale italiano, delle donne curiose si dice che sono “braghere”, con un evidente riferimento alla loro propensione, ritenuta disdicevole, di cercare, secondo la vulgata maschilista, ovviamente nelle braghe maschili. In altri...

Letto in un’altra lingua / Angela Rohr, Lager

Nata nel 1890 a Znojmo (oggi Repubblica Ceca), Angela Rohr a diciassette anni lascia la famiglia per vivere il fermento delle avanguardie. Già allora i suoi racconti di matrice espressionista vengono pubblicati su riviste e le guadagnano la stima di numerosi e importanti intellettuali dell’epoca, tra cui tristemente nota è l’attenzione di Rilke. Dopo una giovinezza costellata di difficoltà, ma segnata anche da eventi formativi eccezionali, tra cui gli studi di psicanalisi e medicina, Angela Rohr si trasferisce a Mosca con il terzo marito, Wilhelm Rohr, critico cinematografico e attivo socialista. Da lì, negli anni Venti, comincia a lavorare come corrispondente estera per la <Frankfurter Zeitung>, e fa della Russia la sua seconda terra, ottenendone in seguito la nazionalità.      All’ingresso della Wehrmacht in Russia, però, i coniugi Rohr vengono imprigionati, processati per un’accusa di antisovietismo e condannati alla prigione e alla deportazione in un gulag, come molte vittime delle delazioni più o meno verificate relative al comma 58, “crimini politici”. Una volta nei campi, i dissidenti politici si trovavano poi a condividere gli angusti spazi vitali con...

Sulle alture / Federico Falco, Silvi e la notte oscura

Ha senz’altro ragione Lucas, un parente argentino del signor Palomar, quando, dopo avere rilevato il “ritorno sfrenato e turistico alla Natura”, manifesta tutta la sua diffidenza verso l’atteggiamento diffuso di chi guarda “alla vita di campagna come Rousseau guardava al buon selvaggio”. Lucas, nato negli anni ‘70 dalla fantasia di Julio Cortázar, sempre teso verso la riflessione sul rapporto tra realtà circostante e la sua comprensione filosofica e scientifica, è infastidito dalla nouvelle vague del naturismo da weekend promossa da gente che saltella con lo zaino in spalla e la barba lunghissima. Non tarda dunque a schierarsi a favore di ciò che, ottenuto dall’uomo con i mezzi della tecnica, reca sollazzo: sceglie uno scotch on the rocks, per esempio, come antidoto contro i suddetti amatori occasionali del diporto agreste, i beoni in braghe corte convinti che fuori dalle mura cittadine tutto possa rientrare in un progetto esistenziale di promozione armonica dello sviluppo fisico e culturale, dai wafer ai solstizi.    In Silvi e la notte oscura, pubblicato da SUR nella bella traduzione di Maria Nicola, l’elemento naturale ha sì un ruolo importante ma non vi è traccia...

Un metaromanzo esilarante / La settima funzione del linguaggio

A un certo punto Simon se la sta vedendo brutta: in una piccola, e immancabilmente buia, calle veneziana è circondato da tipi loschi che vorrebbero farlo fuori. Indietreggia terrorizzato, ma riflette: se sono il protagonista di un romanzo non posso morire adesso: di solito, quando viene ucciso il personaggio principale, accade alla fine della storia. E qui siamo ancora a pagina 363 delle 454 complessive di cui consta il romanzo in questione. Ha insomma di che stare – ahimè relativamente – tranquillo. Così la vicenda va avanti.   Simon Herzog – dottorando in semiotica a Paris-Vincennes (covo assai délabré dei deleuziani desideranti dalla canna facile) – è il protagonista della Settima funzione del linguaggio, il best seller di Laurent Binet uscito alcuni anni fa in Francia in occasione del centenario della nascita di Barthes, e tradotto adesso in italiano da Anna Maria Lorusso per La Nave di Teseo (€ 20, numero di pagine già detto). A esser precisi ne è il coprotagonista, poiché interviene nella storia come aiutante del commissario Jacques Bayard, della sureté francese, incaricato nientepopodimeno che da Valéry Giscard d’Estaing (allora presidente della Repubblica) di indagare...

Tradurre dalla moglielingua

La ballerina bianca non si esibisce nei teatri. Suo palcoscenico è la natura, ed è capace di adattarsi sia alle temperature polari che a quelle torride dei deserti. Si tratta di un uccello dalle dimensioni simili a un passero, ma con una caratteristica “maschera” bianca nel maschio, quasi da carnevale veneziano. Si avvicina facilmente all’uomo, non lo teme, ha imparato a conviverci. Con la Coazinzola ha imparato a convivere anche Riccardo Duranti, traduttore che ha chiamato la sua casa editrice come il minuto volatile, impostandola proprio come un nido sicuro, «ove il passero piega | sul chiarore del canto», per usare due versi di Libero de Libero del volume bucolico d’esordio, Solstizio.    Per anni docente di Traduzione alla “Sapienza” di Roma, Riccardo Duranti ha portato in Italia l’opera omnia di Raymond Carver e autori come John Berger, Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Elizabeth Bishop. Oggi vive sui monti Sabini con le sue coazinzole e la sua Coazinzola Press, dove prosegue autonomamente la sua attività di traduzione, dalla terra in olive e dalle olive all’olio, e dal cibo per il corpo a quello per la mente: «Bisogna affidarsi alle stagioni – confessa Duranti a “Il...

Scrivere male è leggere male / Il lettore, coscienza dell’autore

“Pro captu lectoris habent sua fata libelli”: Terenziano Mauro, grammatico successivo all’epoca di Adriano (l’imperatore romano del libro di Marguerite Yourcenar), diede forma e cadenza di esametro a un’osservazione ovvia; di quel tipo d’ovvietà mai trascurabile, però. I destini dei libri dipendono della capacità di chi li legge, dalla sua intelligenza di ciò che legge, dice quel verso. E le cose stanno così, incontrovertibilmente. Un libro o, più generalmente, un testo non è un oggetto inerte. È sempre un processo, un’operazione. Vi gioca un ruolo l’autore. Fuori dell’aspetto funzionale, dell’autore, può accadere si sappia poco o nulla: casi celebri, in proposito. Comunque sia, l’autore resta la funzione più esposta dell’operazione testuale, la saliente.    L’autore è però lungi dall’essere il solo termine del testo, la sua sola funzione. Il testo ha un certo numero di funzioni indispensabili al suo procedere. Tra queste, c’è appunto il lettore. Umberto Eco ne scrisse largamente quaranta anni fa dalla prospettiva dell’interpretazione. Qualcosa va aggiunto (e forse precisato) da quella propriamente linguistica.  Non avesse altro lettore, il testo ha infatti l’autore...

Letto in un'altra lingua / La morte non è un’opzione

Tra Francia e Stati Uniti – lo sappiamo tutti – non corre buon sangue. “La Francia non può essere Francia senza grandeur”, diceva De Gaulle, ed è chiaro che l’universalismo americano è sempre stato scomodo ai francesi, percepito più come una minaccia al suo famoso narcisismo, che come un alleato o un modello a cui allinearsi. Ovviamente, l’antipatia è corrisposta: gli americani considerano i francesi “effemminati e pelandroni, corrotti e sprovvisti di idealismo, troppo teorici, elitisti e collettivisti”, scrive il giornalista Brian Palmer, e il cosiddetto “french bashing” dei giornali anglosassoni nei confronti delle 35 ore lavorative o le feroci critiche allo “Stato assistenziale” francese sono storia recente; ulteriori e costanti motivi di contrasto tra due visioni del mondo che – al netto di eventuali e reciproci complessi di inferiorità – pretendono di essere diverse l’una dall’altra.   Non sorprende, quindi, che la mitica Silicon Valley, con le sue aziende multimiliardarie e i suoi visionari geni del web, siano, molto più che in Italia, sotto la lente di ingrandimento dei politici e degli intellettuali d’oltralpe. Simbolo della potenza americana e, nello stesso tempo,...

Aggettivo e sostantivo / Intellettuale

L’aggettivo intellettuale circola nella lingua del sì da non poco. Se ne serviva già Dante, che, com’è noto, fece sortire dal loro stato di latenza moltissime parole indispensabili allo sviluppo di un’espressione italiana culturalmente rilevante. Con intellettuale, all’epoca si qualificava ciò che «appartiene all’intelletto», che è «proprio dell’intelletto», contrapponendolo alle qualificazioni di quanto è relativo a caratteri morali e sentimentali. Lo ricorda l’Enciclopedia dantesca, che procura le attestazioni opportune traendole dal Convivio. Ancora alla fine del terzo decennio dell’Ottocento, intellettuale si trova registrato (e solo come aggettivo) con tale valore nel cosiddetto Vocabolario del Tramater, che d’altra parte, in aggiunta, chiosa: «dicesi anche per opposto a Materiale». A proposito di questa contrapposizione, c’è un’interessante curiosità culturale e letteraria.    Scritto sul principio della seconda metà del Novecento, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è ambientato per la massima parte, come si sa, nella Sicilia del secolo precedente. Esso contiene una sola ricorrenza di intellettuale, come aggettivo che descrive un personaggio. Compare in...

Letto in un’altra lingua / Adolfo García Ortega. Inventore di compleanni

Fabula: «Tutti i romanzi affabulano, cioè tutti i romanzi inventano. Significa forse che stanno mentendo? Assolutamente no. Nessun romanzo è menzogna né mendace. Non saranno sinceri, ma dicono la verità». (Abecedario)   Quando, nel 2006, ho aperto l’originale spagnolo dell’Inventore di compleanni di Adolfo García Ortega, ho trovato in esergo la Schwarze Milch der Frühe, il negro latte dell’alba, di Paul Celan. E un proposito: dare una vita al Senza Nome, il bambino di forse tre anni morto agli inizi di marzo del 1945 dopo essere scampato ad Auschwitz e di cui Primo Levi parla in una pagina della Tregua. I suoi compagni di baracca lo chiamavano Hurbinek per il borbottio inintelligibile che emetteva. Nessuno gli aveva insegnato il linguaggio: era un simbolo del silenzio, uno dei più atroci che la Storia avesse creato. Prolungare i suoi giorni significava addentrarsi nell’orrore. Significava attraversare il secolo. Non ricostruire la Storia, ma piuttosto offrire ai lettori la crudele possibilità di viverla nei panni delle vittime. In una bella recensione su «Letra», Antonio Muñoz Molina osservava che più ci allontaniamo dall’epoca di quei fatti, meno ci bastano le informazioni...

Tempo di libri - A.C. (ante chef) / Iaccarino, preferisco i fornelli

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.   A.C. (ante chef)   Prima dell’era degli chef superstar c’erano i cuochi. A volte la terminologia genera gli eventi. I cuochi di una volta erano anonimi, molto spesso erano donne che avevano imparato da altre donne, madri, nonne, sorelle maggiori. Poi c’erano gli uomini, anonimi anch’essi che avevano frequentato le scuole di cucina, prima di tutte la scuola alberghiera. Ma se dovessi scegliere un nome che ha fatto emergere la storia dei cuochi italiani è quello di Carnacina. Luigi...

Letto in un’altra lingua / Edward Abbey. The Brave Cowboy

C'è un uomo a cavallo che attraversa la prateria. Quest'uomo è un cow-boy, uno vero, con tanto di stivali, speroni, jeans e cappello. Il suo nome è Jack, Jack Burns. È talmente un cow-boy da competizione che a un certo punto molla le redini, tira fuori una chitarra e si mette a cantare vecchie canzoni d'amore al cavallo. Ha pure una bella voce, il cow-boy. Il cavallo apprezza, è una cavalla, si chiama Whisky. Poi però succede qualcosa di strano, come una stonatura nel paesaggio, un anacronismo: il percorso del cow-boy è intralciato da una lunghissima ringhiera metallica con sopra un cartello di plastica che dice: Proprietà privata. Jack Burns non è tipo da lasciarsi scoraggiare, ha con sé un paio di tenaglie. Apre un varco nella rete e riprende il cammino, canta un'altra canzone e “controluce tutto il tempo se ne va”, come nei film di John Ford e nella canzone di Paolo Conte. Quand'ecco che, all'improvviso, un'altra stonatura, un altro anacronismo viene a turbare l'immensità immemore del far-west, e questa volta è bella grossa: un'autostrada, rombante di auto, moto e camion, soprattutto camion. E Jack Burns deve per forza attraversarla.   I cavalli non amano i camion e, come...

Il genere è questione dibattuta / Maschile e femminile

Oggi il genere è questione dibattuta. Basta sfiorarla e si rischia di urtare sensibilità. Qui si spera di non farlo, tenendosi a un’osservazione di futile linguistica della lingua. Non di quell’importante linguistica, al giorno d’oggi così fiorente, che si occupa di serie questioni morali e sociali e cui la lingua fa da pretesto. È appena il caso si dica infatti che sotto il nome di genere va anche una banale categoria grammaticale. Come tale, il genere è uno dei valori coi quali le lingue giocano a istituire differenze, che è il loro modo d’essere e di funzionare.    Se ci si pensa un attimo, la cosa non è irragionevole. Monotonia, uniformità, assenza di variazione sono il contrario di ciò che fa efficace l’espressione e la conseguente comunicazione. Un segnale sempre eguale a se stesso? Chi si metterebbe a produrlo? Chi vorrebbe ascoltarlo?   Bene. Si venga allora al punto. C’è il caso, poniamo, di “Il leone è fuggito”. Di che genere è “fuggito”? Del genere che è uso chiamar maschile. Concorda con “il leone”, che è maschile. Tollerando appena che gli si ricordi una simile ovvietà, “Embè?” starà commentando chi legge “questo stupido dove vuole arrivare?”  È...