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È l'origine della nostra fine? / Curiosità. In nome di Pandora

“La curiosità esiste per ragioni proprie” [Albert Einstein]     Si dice curiosità e viene in mente l’occhio. “Concupiscientia oculorum”, concupiscenza degli occhi, la chiamava Agostino d’Ippona, e metteva in guardia dalla tentazione di voler contare le stelle o i granelli di sabbia in quanto, secondo il suo parere, quella curiosità non solo era vana ma costituiva un ostacolo sul cammino della devozione. Anche Bernardo di Chiaravalle nel dodicesimo secolo colloca la curiosità tra l’accidia e l’orgoglio: “Ci sono coloro che vogliono sapere al solo fine di sapere, e questa è turpe curiosità”, scriveva, come riporta N. Kenny in The Uses of Curiosity in Early Modern France and Germany, Oxford Unieversity Press, Oxford 2004. Eppure fin da Eva e Pandora il mito non concede attenuanti: siamo esseri curiosi per natura e per cultura. Due donne, certo, e l’attribuzione corrente che la curiosità sia femmina, come si dice. In un ampio contesto sociale e culturale italiano, delle donne curiose si dice che sono “braghere”, con un evidente riferimento alla loro propensione, ritenuta disdicevole, di cercare, secondo la vulgata maschilista, ovviamente nelle braghe maschili. In altri...

Letto in un’altra lingua / Angela Rohr, Lager

Nata nel 1890 a Znojmo (oggi Repubblica Ceca), Angela Rohr a diciassette anni lascia la famiglia per vivere il fermento delle avanguardie. Già allora i suoi racconti di matrice espressionista vengono pubblicati su riviste e le guadagnano la stima di numerosi e importanti intellettuali dell’epoca, tra cui tristemente nota è l’attenzione di Rilke. Dopo una giovinezza costellata di difficoltà, ma segnata anche da eventi formativi eccezionali, tra cui gli studi di psicanalisi e medicina, Angela Rohr si trasferisce a Mosca con il terzo marito, Wilhelm Rohr, critico cinematografico e attivo socialista. Da lì, negli anni Venti, comincia a lavorare come corrispondente estera per la <Frankfurter Zeitung>, e fa della Russia la sua seconda terra, ottenendone in seguito la nazionalità.      All’ingresso della Wehrmacht in Russia, però, i coniugi Rohr vengono imprigionati, processati per un’accusa di antisovietismo e condannati alla prigione e alla deportazione in un gulag, come molte vittime delle delazioni più o meno verificate relative al comma 58, “crimini politici”. Una volta nei campi, i dissidenti politici si trovavano poi a condividere gli angusti spazi vitali con...

Sulle alture / Federico Falco, Silvi e la notte oscura

Ha senz’altro ragione Lucas, un parente argentino del signor Palomar, quando, dopo avere rilevato il “ritorno sfrenato e turistico alla Natura”, manifesta tutta la sua diffidenza verso l’atteggiamento diffuso di chi guarda “alla vita di campagna come Rousseau guardava al buon selvaggio”. Lucas, nato negli anni ‘70 dalla fantasia di Julio Cortázar, sempre teso verso la riflessione sul rapporto tra realtà circostante e la sua comprensione filosofica e scientifica, è infastidito dalla nouvelle vague del naturismo da weekend promossa da gente che saltella con lo zaino in spalla e la barba lunghissima. Non tarda dunque a schierarsi a favore di ciò che, ottenuto dall’uomo con i mezzi della tecnica, reca sollazzo: sceglie uno scotch on the rocks, per esempio, come antidoto contro i suddetti amatori occasionali del diporto agreste, i beoni in braghe corte convinti che fuori dalle mura cittadine tutto possa rientrare in un progetto esistenziale di promozione armonica dello sviluppo fisico e culturale, dai wafer ai solstizi.    In Silvi e la notte oscura, pubblicato da SUR nella bella traduzione di Maria Nicola, l’elemento naturale ha sì un ruolo importante ma non vi è traccia...

Un metaromanzo esilarante / La settima funzione del linguaggio

A un certo punto Simon se la sta vedendo brutta: in una piccola, e immancabilmente buia, calle veneziana è circondato da tipi loschi che vorrebbero farlo fuori. Indietreggia terrorizzato, ma riflette: se sono il protagonista di un romanzo non posso morire adesso: di solito, quando viene ucciso il personaggio principale, accade alla fine della storia. E qui siamo ancora a pagina 363 delle 454 complessive di cui consta il romanzo in questione. Ha insomma di che stare – ahimè relativamente – tranquillo. Così la vicenda va avanti.   Simon Herzog – dottorando in semiotica a Paris-Vincennes (covo assai délabré dei deleuziani desideranti dalla canna facile) – è il protagonista della Settima funzione del linguaggio, il best seller di Laurent Binet uscito alcuni anni fa in Francia in occasione del centenario della nascita di Barthes, e tradotto adesso in italiano da Anna Maria Lorusso per La Nave di Teseo (€ 20, numero di pagine già detto). A esser precisi ne è il coprotagonista, poiché interviene nella storia come aiutante del commissario Jacques Bayard, della sureté francese, incaricato nientepopodimeno che da Valéry Giscard d’Estaing (allora presidente della Repubblica) di indagare...

Tradurre dalla moglielingua

La ballerina bianca non si esibisce nei teatri. Suo palcoscenico è la natura, ed è capace di adattarsi sia alle temperature polari che a quelle torride dei deserti. Si tratta di un uccello dalle dimensioni simili a un passero, ma con una caratteristica “maschera” bianca nel maschio, quasi da carnevale veneziano. Si avvicina facilmente all’uomo, non lo teme, ha imparato a conviverci. Con la Coazinzola ha imparato a convivere anche Riccardo Duranti, traduttore che ha chiamato la sua casa editrice come il minuto volatile, impostandola proprio come un nido sicuro, «ove il passero piega | sul chiarore del canto», per usare due versi di Libero de Libero del volume bucolico d’esordio, Solstizio.    Per anni docente di Traduzione alla “Sapienza” di Roma, Riccardo Duranti ha portato in Italia l’opera omnia di Raymond Carver e autori come John Berger, Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Elizabeth Bishop. Oggi vive sui monti Sabini con le sue coazinzole e la sua Coazinzola Press, dove prosegue autonomamente la sua attività di traduzione, dalla terra in olive e dalle olive all’olio, e dal cibo per il corpo a quello per la mente: «Bisogna affidarsi alle stagioni – confessa Duranti a “Il...

Scrivere male è leggere male / Il lettore, coscienza dell’autore

“Pro captu lectoris habent sua fata libelli”: Terenziano Mauro, grammatico successivo all’epoca di Adriano (l’imperatore romano del libro di Marguerite Yourcenar), diede forma e cadenza di esametro a un’osservazione ovvia; di quel tipo d’ovvietà mai trascurabile, però. I destini dei libri dipendono della capacità di chi li legge, dalla sua intelligenza di ciò che legge, dice quel verso. E le cose stanno così, incontrovertibilmente. Un libro o, più generalmente, un testo non è un oggetto inerte. È sempre un processo, un’operazione. Vi gioca un ruolo l’autore. Fuori dell’aspetto funzionale, dell’autore, può accadere si sappia poco o nulla: casi celebri, in proposito. Comunque sia, l’autore resta la funzione più esposta dell’operazione testuale, la saliente.    L’autore è però lungi dall’essere il solo termine del testo, la sua sola funzione. Il testo ha un certo numero di funzioni indispensabili al suo procedere. Tra queste, c’è appunto il lettore. Umberto Eco ne scrisse largamente quaranta anni fa dalla prospettiva dell’interpretazione. Qualcosa va aggiunto (e forse precisato) da quella propriamente linguistica.  Non avesse altro lettore, il testo ha infatti l’autore...

Letto in un'altra lingua / La morte non è un’opzione

Tra Francia e Stati Uniti – lo sappiamo tutti – non corre buon sangue. “La Francia non può essere Francia senza grandeur”, diceva De Gaulle, ed è chiaro che l’universalismo americano è sempre stato scomodo ai francesi, percepito più come una minaccia al suo famoso narcisismo, che come un alleato o un modello a cui allinearsi. Ovviamente, l’antipatia è corrisposta: gli americani considerano i francesi “effemminati e pelandroni, corrotti e sprovvisti di idealismo, troppo teorici, elitisti e collettivisti”, scrive il giornalista Brian Palmer, e il cosiddetto “french bashing” dei giornali anglosassoni nei confronti delle 35 ore lavorative o le feroci critiche allo “Stato assistenziale” francese sono storia recente; ulteriori e costanti motivi di contrasto tra due visioni del mondo che – al netto di eventuali e reciproci complessi di inferiorità – pretendono di essere diverse l’una dall’altra.   Non sorprende, quindi, che la mitica Silicon Valley, con le sue aziende multimiliardarie e i suoi visionari geni del web, siano, molto più che in Italia, sotto la lente di ingrandimento dei politici e degli intellettuali d’oltralpe. Simbolo della potenza americana e, nello stesso tempo,...

Aggettivo e sostantivo / Intellettuale

L’aggettivo intellettuale circola nella lingua del sì da non poco. Se ne serviva già Dante, che, com’è noto, fece sortire dal loro stato di latenza moltissime parole indispensabili allo sviluppo di un’espressione italiana culturalmente rilevante. Con intellettuale, all’epoca si qualificava ciò che «appartiene all’intelletto», che è «proprio dell’intelletto», contrapponendolo alle qualificazioni di quanto è relativo a caratteri morali e sentimentali. Lo ricorda l’Enciclopedia dantesca, che procura le attestazioni opportune traendole dal Convivio. Ancora alla fine del terzo decennio dell’Ottocento, intellettuale si trova registrato (e solo come aggettivo) con tale valore nel cosiddetto Vocabolario del Tramater, che d’altra parte, in aggiunta, chiosa: «dicesi anche per opposto a Materiale». A proposito di questa contrapposizione, c’è un’interessante curiosità culturale e letteraria.    Scritto sul principio della seconda metà del Novecento, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è ambientato per la massima parte, come si sa, nella Sicilia del secolo precedente. Esso contiene una sola ricorrenza di intellettuale, come aggettivo che descrive un personaggio. Compare in...

Letto in un’altra lingua / Adolfo García Ortega. Inventore di compleanni

Fabula: «Tutti i romanzi affabulano, cioè tutti i romanzi inventano. Significa forse che stanno mentendo? Assolutamente no. Nessun romanzo è menzogna né mendace. Non saranno sinceri, ma dicono la verità». (Abecedario)   Quando, nel 2006, ho aperto l’originale spagnolo dell’Inventore di compleanni di Adolfo García Ortega, ho trovato in esergo la Schwarze Milch der Frühe, il negro latte dell’alba, di Paul Celan. E un proposito: dare una vita al Senza Nome, il bambino di forse tre anni morto agli inizi di marzo del 1945 dopo essere scampato ad Auschwitz e di cui Primo Levi parla in una pagina della Tregua. I suoi compagni di baracca lo chiamavano Hurbinek per il borbottio inintelligibile che emetteva. Nessuno gli aveva insegnato il linguaggio: era un simbolo del silenzio, uno dei più atroci che la Storia avesse creato. Prolungare i suoi giorni significava addentrarsi nell’orrore. Significava attraversare il secolo. Non ricostruire la Storia, ma piuttosto offrire ai lettori la crudele possibilità di viverla nei panni delle vittime. In una bella recensione su «Letra», Antonio Muñoz Molina osservava che più ci allontaniamo dall’epoca di quei fatti, meno ci bastano le informazioni...

Tempo di libri - A.C. (ante chef) / Iaccarino, preferisco i fornelli

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.   A.C. (ante chef)   Prima dell’era degli chef superstar c’erano i cuochi. A volte la terminologia genera gli eventi. I cuochi di una volta erano anonimi, molto spesso erano donne che avevano imparato da altre donne, madri, nonne, sorelle maggiori. Poi c’erano gli uomini, anonimi anch’essi che avevano frequentato le scuole di cucina, prima di tutte la scuola alberghiera. Ma se dovessi scegliere un nome che ha fatto emergere la storia dei cuochi italiani è quello di Carnacina. Luigi...

Letto in un’altra lingua / Edward Abbey. The Brave Cowboy

C'è un uomo a cavallo che attraversa la prateria. Quest'uomo è un cow-boy, uno vero, con tanto di stivali, speroni, jeans e cappello. Il suo nome è Jack, Jack Burns. È talmente un cow-boy da competizione che a un certo punto molla le redini, tira fuori una chitarra e si mette a cantare vecchie canzoni d'amore al cavallo. Ha pure una bella voce, il cow-boy. Il cavallo apprezza, è una cavalla, si chiama Whisky. Poi però succede qualcosa di strano, come una stonatura nel paesaggio, un anacronismo: il percorso del cow-boy è intralciato da una lunghissima ringhiera metallica con sopra un cartello di plastica che dice: Proprietà privata. Jack Burns non è tipo da lasciarsi scoraggiare, ha con sé un paio di tenaglie. Apre un varco nella rete e riprende il cammino, canta un'altra canzone e “controluce tutto il tempo se ne va”, come nei film di John Ford e nella canzone di Paolo Conte. Quand'ecco che, all'improvviso, un'altra stonatura, un altro anacronismo viene a turbare l'immensità immemore del far-west, e questa volta è bella grossa: un'autostrada, rombante di auto, moto e camion, soprattutto camion. E Jack Burns deve per forza attraversarla.   I cavalli non amano i camion e, come...

Il genere è questione dibattuta / Maschile e femminile

Oggi il genere è questione dibattuta. Basta sfiorarla e si rischia di urtare sensibilità. Qui si spera di non farlo, tenendosi a un’osservazione di futile linguistica della lingua. Non di quell’importante linguistica, al giorno d’oggi così fiorente, che si occupa di serie questioni morali e sociali e cui la lingua fa da pretesto. È appena il caso si dica infatti che sotto il nome di genere va anche una banale categoria grammaticale. Come tale, il genere è uno dei valori coi quali le lingue giocano a istituire differenze, che è il loro modo d’essere e di funzionare.    Se ci si pensa un attimo, la cosa non è irragionevole. Monotonia, uniformità, assenza di variazione sono il contrario di ciò che fa efficace l’espressione e la conseguente comunicazione. Un segnale sempre eguale a se stesso? Chi si metterebbe a produrlo? Chi vorrebbe ascoltarlo?   Bene. Si venga allora al punto. C’è il caso, poniamo, di “Il leone è fuggito”. Di che genere è “fuggito”? Del genere che è uso chiamar maschile. Concorda con “il leone”, che è maschile. Tollerando appena che gli si ricordi una simile ovvietà, “Embè?” starà commentando chi legge “questo stupido dove vuole arrivare?”  È...

I sogni americani / Laura Ingalls Wilder e la casa nella prateria

“Tutto quello che ho raccontato è vero, ma non è tutta la verità”. Quando Laura Ingalls Wilder lo spiegò, in un discorso alla Detroit Book Fair nel 1937, non ci si fece molto caso. L’autrice di La piccola casa nella prateria, che allora presentava il quarto volume della serie, era un’autrice per bambini di successo. Nessuno poteva immaginare che in quell’elegante signora ormai settantenne finisse per incarnarsi il mito della frontiera americana. Le verità omesse, dovettero supporre gli ascoltatori, erano quelle troppo crude per la sensibilità dei piccoli lettori e la questione si chiuse lì.  A un secolo e mezzo dalla sua nascita, l’ammissione si rivela però una traccia preziosa per rileggere – oltre la leggenda – un’autrice che ha venduto 60 milioni di copie in 45 lingue, ispirando un serial tv in onda dal 1974 al 1983, infinite biografie, libri di cucina, abiti, bambole, cuffiette oltre a una versione anime in Giappone.    Scavando in direzione di quella verità omessa, il magnifico lavoro di Caroline Fraser Prairie Fires:The American Dreams of Laura Ingalls Wilder (625 pp. Metropolitan Books/Henry Holt, p. 625, $35), secondo il New York Times uno dei...

Una a davanti a me / Io io io

“Di questa storia a me colpiscono tre aspetti”: a casaccio, tra migliaia, orali e scritte, la citazione viene dal post di una persona di cultura. “Embè?” dirà chi legge. “C’è qualcosa di strano?”. No. A me colpiscono... è ormai italiano perfetto. Se ne serve chi parla e scrive in punta di forchetta.    Ci si pensi, però: la reazione sarebbe stata eguale se si fosse trattato di Di questa storia a lui colpiscono tre aspetti? Anche con valore psicologico, colpire entra infatti in una costruzione transitiva. Accostare alla sua reggenza la preposizione a dovrebbe essere sentito come errore o (che è lo stesso, esprimendosi in italiano) come crudo meridionalismo. Non succede così, invece. Senza differenze geografiche, in un contesto del genere gli attuali sì-dicenti trovano a adeguata alla reggenza, quando si tratta di pronome di prima persona. A tale persona danno così enfasi, la sottolineano. Una a davanti a me sembra naturalissima: un suo diritto inalienabile. “Perché? Si potrebbe dire diversamente?”: così chi scrive s’è sentito chiedere quando ha osservato ciò che a lui pare ancora una stranezza. “Sì. E in più modi”, fu la risposta. Ma altro è qui sul tappeto.   ...

Migranti e letteratura / Due romanzi messicani: La fila indiana e Terra bruciata

Il rumore delle portiere che sbattono, poi qualcosa che somiglia a un tuono, infine i passi veloci nei corridoi. Hanno con sé delle spranghe, forse sono mazze da baseball: è un assalto.  A questo punto il lettore, assecondato dalla forza realistica della scena descritta in una delle pagine iniziali del romanzo, sente le risate di scherno degli aggressori elettrizzati e vede persino gli stracci che avvolgono le bottiglie di benzina che useranno poco dopo, quando usciranno dall’edificio. Le vittime, tutti stranieri, cercano un nascondiglio nella penombra, si riparano dalle botte sotto le coperte scozzesi, accovacciate negli angoli delle stanze, vicino alle brande.  Forse, continuando a fare congetture, perché il lettore è agevolato dalla dura vividezza della prosa dell’autore che ha molto mestiere, c’è chi prova a mettersi in un armadietto di quelli in dotazione ma è troppo stretto, ci sta solo un bambino lì dentro, che infatti ci si è appena infilato. Allora di corsa verso i bagni, dove è possibile accucciarsi sui water, come nei film, con le gambe sollevate per non essere traditi dalla fessura tra il pavimento e la porta. Lì i picchiatori non avranno il tempo di arrivare...

Letto in un'altra lingua / Lidija Sejfullina. Racconto su Lenin

In seguito all'attentato di cui Lenin fu vittima nell'agosto del 1918 si accrebbe notevolmente la sua popolarità. Nelle prime settimane di governo bolscevico, come racconta la moglie Nadežda Krupskaja, «nessuno conosceva Lenin di faccia […] e nessuno lo riconosceva poiché i suoi ritratti allora non c’erano». Il primo ritratto fotografico ufficiale risale al gennaio del 1918 e raffigura un Lenin leggermente sorridente, sguardo intenso, baffi e pizzetto brizzolati e abbondanti piccole rughe intorno agli occhi. La fotografia divenne una delle più famose del leader e piacque così tanto anche ai vertici del partito che spianò la strada alla carriera del suo autore, Moisej Nappel’baum. Prima di allora erano apparsi sulla stampa alcuni componimenti su Lenin e un breve profilo biografico in cui veniva espressa l’idea che il capo dei bolscevichi rappresentava una moltitudine, il partito, la classe dei lavoratori, e teneva unita la società.   Il primo ritratto fotografico ufficiale di Lenin.  Dopo l’attentato, Lenin cominciò a essere esaltato come un santo, un apostolo, un profeta, un martire che senza scorta aveva partecipato ogni giorno alle assemblee sottoponendosi...

Scomparso lo scrittore israeliano / Appelfeld lo scrittore sfollato

Se ripenso ad Aharon Appelfeld mi torna in mente il suo sorriso. Timido, mite, disarmante. Quello di un bambino sopravvissuto alle atrocità della Storia senza smarrire l’innocenza. C’è voluto quasi mezzo secolo prima che il grande scrittore israeliano testimone della Shoah, scomparso ieri all’età di 85 anni, decidesse di rompere il silenzio e, ritrovando lo sguardo incantato dell’infanzia, raccontasse la sua incredibile vicenda in Storia di una vita.    A quel tempo alcuni dei suoi lavori più belli, Badenheim 1939 e Tsili (da cui qualche anno fa Amos Gitai ha tratto un film) erano già stati pubblicati. Appelfeld, almeno in Israele, era un autore affermato. Storia di una vita (Giuntina, 2001) ne fece un personaggio conquistando il pubblico di tutto il mondo.  La storia di Appelfeld era così toccante, avventurosa e incredibile, da convincere anche i più scettici. E la purezza della scrittura con cui la raccontava, unita alla scelta di lavorare per sottrazione, evocando l’orrore senza mai affrontarlo in presa diretta, la rendevano se possibile ancora più unica e sconvolgente.   Nato nel 1932 nel villaggio di Jadova, vicino a Czernowitz, allora Romania e oggi...

Meglio buttarla sul sentimentale / “Di cuore”

Ci si faccia caso: da un po’, le manifestazioni orali e scritte della gratitudine, pubblica e privata, contengono regolarmente di cuore: “Grazie di cuore per...”, “Ringrazio tutti di cuore di...”, “Un ringraziamento di cuore a chi...”.  Sulle prime, il fenomeno si è mosso lentamente. È stato quindi poco percepibile: di cuore pareva una formula come molte altre, in quel contesto. Del resto, tale è sempre stata: non è una novità. Nuovo è che stia conformisticamente dilagando. È diventato impossibile non notarla: del resto, chi la proferisce vuole proprio che la si noti. E non c’è variante che non stia al momento soccombendo alla sua inarrestabile avanzata.    A non aggiungere oggi di cuore a un’espressione d’animo grato, in certi ambienti, è come se non si ringraziasse: “Comeee? Ha detto uno schietto grazie e basta? Nudo e crudo, senza di cuore? Te l’avevo detto: è supponente. Pensa di non doverti nulla e, ti dirò, sono certa che di te non gliene frega proprio niente. Dice per dire, che ti è grato. Mandalo al diavolo”.    Solo due doverose parole di analisi funzionale, in proposito. Di cuore è una modificazione che non interviene al livello dell'enunciato (...

Il fumetto dell’io / “L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge

È spesso bizzarro il destino di alcuni testi che la critica, il pubblico e il passare del tempo finiscono per elevare al rango di capolavoro. L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge appartiene senza ombra di dubbio a questa categoria: penultimo libro pubblicato in vita dall’autore prima del ritiro dalle scene, questo manga ha nel tempo conosciuto un seguito sempre più ampio a livello internazionale, superando la ritrosia del proprio autore e arrivando a diventare uno dei testi imprescindibili per comprendere a pieno le potenzialità espressive della letteratura disegnata. Ma facciamo un passo indietro. Il percorso da autore di Yoshiharu Tsuge è stato lungo e tortuoso, tanto quanto le sue vicende esistenziali. Il suo talento è precoce e fulminante, con opere che l’allora appena diciassettenne Tsuge realizza nel segno dei primi lavori noir di Yoshihiro Tatsumi. Ma il desiderio di dare forma alle proprie storie sarà per il mangaka sempre intrecciato con un profondo disagio esistenziale che con il tempo diverrà vera e propria malattia. Malgrado i ricoveri e un tentativo di suicidio Tsuge tornerà sempre al manga, prima come assistente di giganti quali Sampei Shirato e Shigeru Mizuki e...

Parole quasi uscite dall'uso / “Stucchevole” e “melenso”

Tra le parole che oggi non ricorrono tanto quanto dovrebbero o che non ricorrono abbastanza dove forse dovrebbero, ci sono gli aggettivi “stucchevole” e “melenso”. Il secondo specificamente in quel suo valore, venuto alla luce, a quanto pare, ora è poco più di un secolo, che lo avvicina, senza renderlo identico, a “lezioso”, “sdolcinato”, “caramelloso”, “svenevole”. Così inteso, chi scrive lo ha sentito fin da bambino sulle labbra del proprio genitore. Senza avere dottrina, tanto meno dottrina letteraria, egli aveva forse respirato in gioventù un’etica diffusamente pirandelliana. In essa, c’è da ritenere, la rilevazione critica e a tratti irridente, la stigmatizzazione di ciò che era melenso erano praticate più di quanto non lo siano adesso.   Ecco appunto: oggi non lo sono. Invece, non ci sarebbero qualificazioni migliori, per la presente temperie culturale in lingua italiana, di quelle che possono fornire quei due aggettivi. Si rischia la carie ad addentare la cultura in lingua italiana, oggi, nei luoghi della sua produzione e del suo smercio. Per venire incontro a un gusto generale che, si opina (e si opina evidentemente bene), inclina al dolciastro, la produzione...

Di cosa parliamo quando parliamo di scuola neoliberista / Christian Raimo. Tutti i banchi sono uguali

Criticando i programmi di ‘educazione compensatoria’ apparsi nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di sostenere gli studenti ‘culturalmente deprivati’ attraverso interventi di ‘arricchimento culturale’, il sociologo dell’educazione britannico Basil Bernstein titolava un suo articolo apparso sulla rivista New Society in questo modo: Education cannot compensate for society. La sua posizione può essere sintetizzata all’estremo in due punti. Uno. I promotori di questi programmi sorvolano sul fatto che gli studenti considerati ‘deficitari’ frequentano spesso scuole incapaci di garantire loro un ambiente d’apprendimento paragonabile a quello di cui possono godere gli studenti provenienti dai ceti più abbienti. Due. Questi programmi assumono che l’uso della lingua e della cultura dei ceti dominanti sia l’unico criterio valido per valutare gli studenti. Bernstein, e con lui Michael Young – a cui si deve l’invenzione del termine ‘meritocrazia’ con cui titolava un suo saggio satirico-distopico, nel 1958 –, così come Pierre Bourdieu in Francia, sollecitavano dunque a ragionare sulle disuguaglianze di istruzione attraverso una riflessione sui modi attraverso cui le strutture sociali...

Letto in un'altra lingua / Andrés Felipe Solano. Cementerios de neón

Quando, nella seconda metà degli anni Quaranta, gli Stati Uniti iniziarono a perimetrare il pianeta segnando il confine tra il bene e il male, tra la democrazia e il comunismo, la Colombia stava già sprofondando in uno dei periodi peggiori della storia del Paese, la cosiddetta Violencia, il decennio lungo che si chiuse, nel 1957, con l’estromissione dal potere del generale Rojas Pinilla da parte della giunta militare che costituì un governo di transizione.  L’intrico di cause che lo generarono, la sua estensione e le modalità di vecchi e nuovi attori coinvolti nel conflitto hanno portato alcuni storici a considerarlo una vera e propria guerra civile: “la Violencia è una definizione vaga, astratta. Frasi ripetute da migliaia di contadini come «la Violencia mi ha ucciso tutta la famiglia», «la Violencia mi ha tolto la terra» [...] non alludevano mai concretamente a nessuno [...]; si riferivano, piuttosto, a una specie di “fatalità storica” simile a un terremoto o a qualsiasi altra calamità naturale. [...] Se la colpa era tutta della Violencia, i veri protagonisti del conflitto svanivano, rimanevano abilmente nascosti, così come i loro interessi e le loro motivazioni” (Ricardo...

Da oggi in libreria Confabulazioni / Come opporsi a uno stato di smemoratezza

L’11 maggio scorso il quadro Le donne di Algeri, dipinto da Picasso nel 1955 (sessant’anni fa), è stato venduto per centottanta milioni di dollari a un’asta di Christie’s. Per Picasso la decisione di dipingerlo fu, in parte, ispirata dal desiderio di annunciare che sosteneva il popolo algerino nella sua lotta e nella guerra, iniziata l’anno prima, contro il colonialismo francese.      La festa dell’Ascensione, che cade quaranta giorni dopo Pasqua, è passata. Secondo i Vangeli, fu allora che Cristo, come è testimoniato dai suoi discepoli, ascese al cielo, al paradiso. Sulla terra, adesso, dovevano cavarsela da soli. Nel corso delle ultime settimane ho disegnato, perlopiù fiori, spinto da una curiosità che ha poco a che vedere con la botanica o con l’estetica. La domanda che mi assillava era se le forme naturali – un albero, una nuvola, un fiume, un sasso, un fiore – possano essere considerati e percepiti come messaggi. Messaggi – inutile dirlo – non verbalizzabili, né indirizzati specificamente a noi. È possibile ‘leggere’ le apparenze naturali come testi?  Per me non c’è niente di mistico in questo esercizio. Si tratta di un esercizio gestuale, il cui intento...

Lo sguardo di chi l'ha tradotto / I Love Dick

Eccomi qui, dopo vari ripensamenti, a fare qualcosa che per le patrie lettere è stato a lungo un anatema. Sì, mi accingo a scrivere, complici gli amici di “Doppiozero”, di un libro da me curato e tradotto. A scriverne, proprio perché l’ho curato e tradotto.  Anni fa, quando in Italia l’era digitale muoveva i primi passi, le riviste culturali e letterarie ponevano un veto severo a una pratica considerata sconveniente. “Conflitto di interessi”: lo si spiegava più o meno così. Come se il traduttore/curatore, neanche fosse l’autore del libro, scrivendone criticamente, tirasse acqua al proprio mulino, agisse pro domo sua, insomma non fosse nella posizione ideale per dire la sua sul testo in oggetto. Personalmente ho sempre pensato che la lettura più approfondita, acuta e dunque critica di un testo sia appunto quella di chi lo traduce. Quando si trasporta un libro dalla sua lingua originaria alla propria è necessario infatti entrare in sintonia profonda non solo con la lingua in cui è scritto, ma con tutto il non scritto – affettivo, culturale, storico, sociale – che lo precede e lo accompagna. In altre parole, la traduzione funziona se chi traduce entra intimamente in rapporto con...